Di fronte al tramonto progressista nelle Americhe…

… la lotta indigena prosegue

di Ramon Vera Herrera (*)

Di fronte al tramonto in America Latina dei governi definiti progressisti, il cui ciclo si sta chiudendo inesorabilmente, è opportuno chiedersi se, nell’esperienza dei popoli indigeni, il ciclo in declino è stato giusto, favorevole, o si è trattato di una musica già nota. Con l’aggiornamento di Cuba come scenario di fondo, e da molti negato, è giunta la fine di questo periodo che certamente ha favorito le classi subalterne, ha consentito una relativa indipendenza regionale e si è misurato con le borghesie locali e l’imperialismo. Se con le elezioni regionali in Argentina e Venezuela la tortilla non è giunta a essere rivoltata, è lì lì per esserlo.

Assistiamo alla regressione in Paraguay e Uruguay, la crisi politica in Brasile, lo scandaloso fiasco nel supposto sandinista Nicaragua. Cosa resta? Un Ecuador dove il governo è ogni giorno più autoritario e docile di fronte all’estrattivismo capitalista; un El Slvador con ridotti margini di manovra per poter sconfiggere la delinquenza e la disuguaglianza. E infine, Bolivia, che mal si dibatte fra l’estrattivismo e uno statalismo abbastanza accomodato col capitale, pur avendo a capo del governo un dirigente aymara socialista. Dei falsi “progressi” del Cile e del Perù non si può parlare seriamente. Il resto, con Messico e Colombia in testa, continua e continuerà come entusiasti lacché di Washington e di chi gli agiti di fronte un portamonete.

Il progressismo della regione si straccerà le vesti, distribuirà le colpe, guarderà da un’altra parte. O farà le autocritiche di cui sarà capace. La cosa più certa, come accaduto fino ad oggi, lascerà in seconda o terza fila i problemi reali dei popoli originari. Pochi governi progressisti possono consegnare bilanci migliori di quelli del blocco di Washington per quanto concerne l’effettivo riconoscimento dei diritti culturali e territoriali degli indigeni.

Quante volte abbiamo ascoltato i vessilliferi del socialismo del XXI secolo accusare i movimenti indigeni, nella maggioranza legittimi e di sinistra, di fare il gioco della destra, di opporsi al progresso generale, di accaparrare risorse che appartengono “all’Umanità”e altre battute simili, puntellati su robocops e truppe d’assalto. Come se le ‘rivoluzioni cittadine’ avessero in realtà mantenuto i propri impegni con i popoli che occupano i territori ancestrali e creano civilizzazioni alternative nei nostri paesi.

La sordità autoritaria, o la mancanza di consistenza nel migliore dei casi, squalificano su questo i governi dell’emisfero aventi una vocazione ugualitaria presunta o reale (“populista” per le destre che ora tornano per la loro rivincita). Le lotte indigene riempiono il cuore della resistenza profonda, al di là delle urne elettorali, dei partiti, dei congressi e delle promesse.

Salvo eccezioni, gli Stati latinoamericani si mostrano incapaci di articolare qualcosa di più dei discorsi per il riconoscimento della multiculturalità e contro il riscaldamento globale, la distruzione della natura, la rapina dei territori e delle risorse delle popolazioni, l’emigrazione disperata.

I popoli indigeni vengono repressi e screditati da tutti gli Stati; così, in misura molto piu grande e più criminale in Messico, Guatemala o Colombia, o sotto il peso di leggi “antiterroriste” come in Cile, ancor più un velo di eccezionalismo vergognoso nasconde azioni gravi e anche genocide nei paesi governati da forze socialiste, o lo hanno fatto fino a poco addietro.

La fine del ciclo progressista trova i popoli originari in resistenza e emergenza. La lotta quindi continua.

(*) tratto da Ojarasca, supplemento de La Jornada, e pubblicato dal mininotiziario “America Latina dal basso” (11 gennaio 2016), curato da Aldo Zanchetta

 

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