Fotogrammi di guerra

Paci-finti e guerrafondai: dalla Germania all’Italia il cinema respira di nuovo la catastrofe?

di Giuliano Spagnul

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«Appena formata, la pelle della Storia cade in pellicola» (André Bazin)

L’appello1 del governo della cancelliera Angela Merkel alla popolazione tedesca di fare una scorta di cibo e generi necessari sufficienti per una sopravvivenza di dieci giorni, come precauzione a qualunque evento catastrofico lascia la stessa sensazione che un critico cinematografico riportò all’uscita del primo importante film tedesco dopo la pesante sconfitta bellica della prima guerra mondiale, «Das Kabinet des dr. Caligari» del 1920: «ha l’odore del cibo andato a male e lascia in bocca un sapore di cenere»2.

A proposito del cinema di quegli anni Siegfried Kracauer scrisse: «Dal 1920 al 1924 – anni in cui lo schermo tedesco mai difese e neppure enunciò la causa della libertà – film che dipingevano il prevalere degli istinti incontrollati erano comuni quanto quelli dedicati ai tiranni. Evidentemente i tedeschi ritenevano di non avere altra scelta che la catastrofe dell’anarchia o un regime tirannico, possibilità entrambe funeste. Stretta in questa morsa , la fantasia contemporanea ricorse all’antico concetto del Fato. La condanna decretata da un Fato inesorabile non era una semplice disgrazia, ma un avvenimento grandioso che destava brividi metafisici sia in chi lo subiva sia in chi vi assisteva. Essendo frutto di una superiore necessità la condanna aveva almeno un che di grandioso». A questo Fato latente, sempre potenzialmente orribile e grandioso al contempo, la Germania odierna, di nuovo riunificata, sente di non potersi opporre ma tutt’al più prepararsi e coscienziosamente predisporsi, tanto che le osservazioni di Kracaur sulla mentalità tedesca ci appaiono ancora di una triste attualità: «l’abilità di organizzazione dei tedeschi è dovuta in gran parte al loro desiderio di sottomettersi». Che poi l’entità a cui debbano sottomettersi sia un non meglio precisato Fato, una guerra universale o un nuovo despota dai poteri globali non fa poi una grande differenza.

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Non stupisce quindi che anche da noi si annusi l’aria e, a esempio, alla Biennale cinematografica di Venezia quest’anno si “dia fuoco alle polveri” e che molti dei film d’autore che “sbarcheranno in Laguna” siano legati «tra loro da un grande tema comune: quello della guerra»3. Serviranno a darci un po’ di chiarezza sul momento storico che stiamo vivendo, sui lampi di guerra che invadono un cupo orizzonte sempre più dispiegantesi a 360 gradi? Al di là della bravura o meno degli autori – Konchalovsky, Gibson, Cianfrance, Ozon, Kusturica – è lecito dubitarne; troppo povero è il discorso odierno sulla guerra, diviso com’è, tra un generico e impotente pacifismo e un ipocrita fatalismo guerrafondaio, per riuscire a trasporre in pellicola qualcosa che vada più in là, ad esempio, delle belle ma semplicistiche (e inutili) parole del filosofo Karl Jaspers: “Quello che è successo durante la Seconda Guerra Mondiale è un avvertimento. Dev’essere continuamente ricordato. Solo conoscendo la Storia si può fare in modo che non si ripeta»4. Peccato che mai la conoscenza della Storia abbia permesso di far sì che non si ripeta. La Storia ti frega sempre perché i fatti non si ripetono mai allo stesso identico modo. Probabilmente molto più interessante risulterà il documentario di Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravallotti e Claudio Jampaglia «Our War» sui forein fighters che vanno a combattere contro l’Isis e che sarà presentato fuori concorso il 9 settembre. Già stimolante ancor prima di essere visto per il tipo di critica che ha suscitato, ad esempio quella di Paolo Giordano5 che stigmatizzando l’accostamento che uno di questi combattenti, l’italiano Karim Franceschi, fa con le Brigate Internazionali che combatterono nella Spagna del ’36 trova «fin dall’inizio qualcosa di dissonante nella convinzione ferrea di questi combattenti, il mescolarsi pericoloso di ragioni strettamente personali a quelle universali che professano». Come se ci fosse mai stata una guerra fatta da esseri umani in cui, come si diceva un tempo, personale e politico non fossero intimamente intrecciati, sempre e per chiunque.

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Cos’è la guerra? Serve la conoscenza della Storia, come diceva Jaspers, per evitarla o non piuttosto servirebbe cercare di capire cos’è la pace? Michel Foucault nel suo corso al Collège de France del 1975-76 rovesciando la famosa tesi di Clausewitz6 afferma che il potere, cioè la politica (cioè il tempo della pace) è «la guerra continuata con altri mezzi»7 e questo «significa che la politica è la sanzione e il mantenimento del disequilibrio delle forze manifestatosi nella guerra». Detto ancor più chiaramente «se è vero che il potere politico arresta la guerra, fa regnare o tenta di far regnare una pace nella società civile, non è affatto per sospendere gli effetti della guerra o per neutralizzare lo squilibrio che si è manifestato nella battaglia finale della guerra» ma è piuttosto per «reiscrivere perpetuamente attraverso una specie di guerra silenziosa» quel rapporto di forze creatosi dalla guerra «nelle istituzioni, nelle diseguaglianze economiche, nel linguaggio, fin nei corpi degli uni e degli altri». Insomma «quand’anche si scrivesse la storia della pace e delle sue istituzioni, non si scriverebbe mai nient’altro che la storia della guerra».

In un bellissimo film di Tony Richardson del 1968 (che coincidenza!) «I seicento di Balaklawa» che racconta la guerra di Crimea – la stessa storia che ci hanno raccontato a scuola dal versante del nostro avveduto Cavour col suo manipolo di bersaglieri embedded e la stessa del trionfalistico film «La carica dei seicento» con Errol Flynn di Michael Curtiz, ovviamente di tutt’altro segno politico – il pensiero di Lord Raglan, comandante in capo dell’esercito britannico (interpretato dal grande John Gielgud) ci dice sulla guerra molto di più di una sterminata produzione di film antimilitaristi (indipendentemente dalla loro intrinseca qualità); di fronte all’avvedutezza e alla spregiudicata modernità di un giovane ufficiale, la vecchia cariatide pasticciona di Lord Raglan sentenzia: «Quel giovanotto non mi piace tanto, cavalca troppo bene, sa un sacco di cose ma non ha cuore. Sarà un bel triste giorno quando l’esercito inglese sarà comandato da ufficiali che sapranno troppo bene ciò che fanno. Saprà di omicidio!». Per commentare questa lapidaria e realistica descrizione della nostra contemporaneità, delle nostre guerre umanitarie e della democrazia d’asporto, lasciamo la parola a Chris Marker nella parte finale del suo film «Scene della terza guerra mondiale 1967-1977» mai portato a termine però divenne un libro: «È una guerra. È la terza guerra mondiale. È cominciata senza data, senza allarme, senza ordini di mobilitazione. A volte è una guerra militare, a volte è economica, le regole cambiano nel corso della partita, quelli che si ritenevano avanguardie di un movimento futuro si accorgono a volte di essere strumentalizzati dai poteri, prima di tutto dalle grandi potenze. All’est e all’ovest si mettono in piedi nuovi tipi di società i cui pilastri sono l’informatica e il nucleare, contro i quali lo spirito di resistenza degli anni ’60 avrà lo stesso peso che ebbero gli indiani sui colonizzatori o che hanno i lupi nei confronti degli elicotteri… La corsa contro il tempo è cominciata. O il profondo sconvolgimento dell’idea stessa di Rivoluzione che abbiamo finora vissuto riuscirà a brevissima scadenza a incidere con le sue forze sugli avvenimenti, oppure la società che si sta costruendo sotto i nostri occhi non ci lascerà, come alternativa alla più probabile guerra di annientamento, che una pace insopportabile»8.

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NOTE

Nota 1: Un nuovo grande piano di difesa di difesa e protezione civile presentato dal ministro dell’interno Thomas Maisière.

Nota 2: Siegfried Kracauer, «Cinema tedesco. Dal “Gabinetto del dottor Caligari” a Hitler», Oscar Mondadori.

Nota 3: http://www.lachiavedisophia.com/blog/venezia-73-programma-e-anticipazioni/

Nota 4: ivi

Nota 5: «Il corriere della sera». 22.8.2016

Nota 6: Carl von Clausewitz, «Della guerra», Mondadori

Nota 7: Michel Foucault, «Bisogna difendere la società», Feltrinelli

Nota 8: Chris Marker, «Scene della terza guerra mondiale 1967-1977», Feltrinelli

 

HO RUBATO TRE IMMAGINI DI GUERRA ALL’ARCHIVIO DI GIULIANO SPAGNUL, SENZA DIRGLIELO: SPERO CHE LUI… LE TROVI IN TEMA (db)

 

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2 commenti

  • Giuliano Spagnul

    Mi spiace ma devo tirare le orecchie, a quanto dice lui già lunghe, al gran capo in persona Daniele Barbieri. La sua correzione al mio testo sul film di Chris Marker non è corretta; il film è stato portato a termine nel 1977 (240 minuti) e rimontato poi nel 1993 (ridotto a 180 minuti). Il film è stato pochissimo visto in Italia, riporto le parole di Goffredo Fofi dal suo libro “La vocazione minoritaria (Laterza 2009): “E così è sulle ceneri di quelle speranze che si è imposto un altro nuovo, la nuova società ‘globale’ con i suoi nuovi orrori, davvero globali. Una sintesi di quello che intendo la diede Chris Marker alla fine del suo grande film di montaggio, ovviamente quasi ignorato in Italia, “Le fond de l’air est rouge” ovvero “Scene della terza guerra mondiale”.

  • Daniele Barbieri

    Non sono un “capo”… ma un CAPOCCIONE sì
    … per il resto ha ragione Giuliano e io mi sono fidato della mia memoria “a gruviera” invece di controllare o di chiedere
    Mi batto il petto, verso la cenere sui pochi capelli, metto su una faccia da cocker ecc. Prometto di non ricascarci e vado a cercarmi il film (ché il libro invece lo lessi anni fa. geniale)
    GRAZIE a Giuliano per il bel post e per la correzione

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