Frei Betto fra politica e religione

di David Lifodi

“Noi siamo discepoli di un prigioniero politico, Gesù, torturato ed assassinato per decisione dei poteri politici”: dice proprio così Frei Betto nel suo intervento su ecologia e spiritualità, fede e politica, pacifismo e interventismo. La platea si scuote, ma sentir parlare il frate domenicano in questi tempi bui è sempre un piacere, soprattutto se ad ospitarlo è un salone offerto da una parrocchia, dove non è così scontato dar spazio ad un teologo della liberazione. La sua lucidità di analisi ci aiuta a comprendere il mondo in cui viviamo ed offre sempre un punto di vista originale sul rapporto tra la fede e la militanza politica.

Frei Betto non è soltanto uno degli alfieri di punta della Teologia della Liberazione brasiliana, ma testimone vivente di un periodo storico cruciale per il Brasile. Incarcerato e torturato tra il 1969 ed il 1972 da una feroce dittatura militare per aver aiutato i perseguitati politici a fuggire all’estero, Frei Betto ha sempre vissuto la sua vita “dalla parte del torto”, quella dei movimenti popolari, della comunità cristiane di base, della Pastorale della Terra. Durante gli anni della dittatura conventi e chiese ospitavano esponenti dell’opposizione ridotti alla clandestinità, ed è in questo contesto che Frei Betto ed altri religiosi entrano in contatto con i leader della resistenza, tra cui l’ex deputato comunista Carlos Marighella, amico dello scrittore Jorge Amado e a capo del movimento guerrigliero prima di essere ucciso dalla polizia politica. Partendo dal principio che l’impegno religioso è inscindibile dall’impegno sociale, saranno molti i frati che pagheranno con la vita (e dopo orribili torture) la loro militanza a fianco dei movimenti di lotta.

Frei Betto inizia il suo intervento sottolineando come tutti noi siamo protagonisti di un cambio d’epoca assai significativo, quello dalla modernità alla post-modernità. Entrambi questi periodi storici presentano aspetti assai critici, spiega, con buona pace di chi sottolinea soltanto il fallimento del socialismo. Il paradigma della modernità, prosegue Frei Betto, è sempre stato la fede, fin dall’epoca medievale. In nome della fede è stata celebrata la scoperta delle Americhe, che ha causato, solamente durante il primo secolo della colonizzazione europea, la morte di oltre settanta milioni di indios. Questo testimonia come nella modernità il paradigma della fede occultasse la ragione e la capacità di pensiero: era evidente che la religione non riusciva a risolvere tutti i problemi umani. Gli stessi grandi progressi tecnologici, per i quali la modernità e anche la post-modernità sono state celebrate, hanno riguardato solo una piccola parte della popolazione mondiale: oggi, precisa Frei Betto, si muore ancora di febbre gialla e colera, mentre quattro miliardi di persone vivono ancora intorno alla soglia della povertà. Di conseguenza, è fin troppo facile affermare che il capitalismo rappresenti un insuccesso per almeno due terzi dell’umanità. Noi abbiamo la fortuna di essere stati premiati dalla lotteria biologica, ma risulta evidente che non è giusto. Alla crisi della modernità è subentrata, con effetti non meno disastrosi, la post-modernità, fondata sui valori del mercato e sulla mercificazione di qualsiasi genere di bene. L’Organizzazione Mondiale del Commercio, si rammarica il teologo, ha proposto di togliere l’istruzione dai diritti fondamentali dell’umanità per trasformarla in un bene vendibile e commerciabile: avrà diritto ad un’educazione di qualità soltanto chi potrà permettersi di pagarla. E’ l’idolatria del mercato a muoverci, annota Frei Betto, fin quasi a sostituire la religione come valore, ma il nostro scopo dovrebbe essere quello di sostenere il paradigma della solidarietà nell’economia e nella politica.  L’aumento delle disuguaglianze sociali porta i poveri a chiedere: “Signore, come devo fare per sopravvivere in questa vita?” Gesù, riflette Frei Betto, ha sempre risposto con compassione senza imporre o dettare delle condizioni di vita: questo dovrebbe essere il percorso di evangelizzazione della Chiesa. Al contrario, l’istituzione ecclesiastica si occupa solo di conquistare persone fedeli alla sua dottrina. Se Gesù invita le persone ad amare il prossimo, la Chiesa dovrebbe tenere una posizione profetica e di denuncia, ma questo non avviene. Solo pochi giorni fa ricorreva l’anniversario del martirio di Monsignor Romero, ucciso dagli squadroni della morte salvadoregni il 24 marzo 1980. In quella circostanza la Chiesa di Roma non protestò. Frei Betto ricorda con amarezza il commento di un cardinale, secondo il quale Romero fu ucciso perché faceva politica. In realtà era il messaggio spirituale di Romero ad avere forza politica, al pari di quello di Gesù, che per questo motivo fu messo in croce. “Noi”, sottolinea Betto, “siamo discepoli di un prigioniero politico, Gesù, torturato ed assassinato proprio per decisione dei poteri politici”. Qui, sollecitato dalle domande dei presenti, il frate domenicano entra all’attualità partendo proprio da El Salvador e da Romero. La prima citazione riguarda il recente e breve tour del presidente Obama per l’America Latina, in cui il rappresentante della più grande potenza mondiale non ha brillato certo per rispetto e lungimiranza. Durante la sua permanenza in El Salvador, Obama non ha nemmeno chiesto scusa per tutte le malefatte Usa nel piccolo paese centroamericano, accusa il teologo. Gli squadroni della morte legittimati dal regime militare e diretti dal feroce Maggiore Roberto D’Aubuisson erano stati istruiti dai battaglioni statunitensi nel contesto di un Centro-America da trasformare in baluardo anticomunista. Obama non solo non si è scusato, ma nemmeno ha ricordato Romero, nonostante proprio in quei giorni ricorresse l’anniversario della sua morte. Ancora peggio ha fatto in Brasile, paese da cui ha dichiarato guerra alla Libia: si è trattato di un gesto poco diplomatico e che ha messo in difficoltà lo stesso governo di Dilma Rousseff, schierato su posizioni non interventiste. “Per questi motivi”, denuncia Frei Betto, “Obama dovrebbe restituire il Nobel per la Pace”. Questa considerazione è dettata da una riflessione di fondo: gli amici di Gheddafi erano gli stessi che adesso lo stanno attaccando, ed il solo fine scatenante della guerra in Libia riguarda il controllo del petrolio. Tunisia ed Egitto non hanno pozzi e quindi nessuno si è mosso, mentre la sopravvivenza della Libia è fondamentale perché l’Occidente sta vivendo una forte crisi finanziaria che sarebbe maggiormente accentuata dall’aumento di prezzo dell’oro nero.

Ad una domanda sull’attuale situazione politica in Brasile Frei Betto risponde con eleganza, nonostante la sua uscita dal primo governo Lula, nel 2004, per divergenze sull’attuazione del Programma Fame Zero, a cui era delegato, e sul quale il governo ha lavorato in chiave esclusivamente assistenzialista. Frei Betto cita risultati innegabili raggiunti dal governo Lula, tra cui l’aver fatto uscire dalla fame e dalla povertà estrema 20 milioni di brasiliani. Non è un caso, spiega, che il flusso migratorio di brasiliani verso gli Usa si sia ridotto drasticamente. E ancora, Lula ha saputo valorizzare la sovranità brasiliana e diversificare le relazioni commerciali: ad esempio, fino all’arrivo del presidente operaio al Planalto, nessuno aveva visitato i paesi arabi e tantomeno aveva stretto con loro relazioni commerciali. L’esecutivo di Dilma Rousseff, nato sulla scia del lulismo, nei primi mesi di governo ha già raggiunto un’ampia fiducia tra la popolazione, secondo quanto testimoniano i sondaggi, segno che il Brasile sta costruendo una politica autonoma rispettata a livello internazionale. Gli ampi progressi, impensabili venti anni fa non solo in Brasile, ma in tutta l’America Latina risvegliatasi con le varie presidenze rosa e rosse, portano i nomi di presidenti eletti non più dalle oligarchie, ma dalle classi popolari: è il caso di Morales in Bolivia, Mujica in Uruguay, Chávez in Venezuela, giusto per citare alcuni nomi. Solo per rimanere in Brasile permangono però dei coni d’ombra, due su tutti: l’ambigua posizione del governo in merito alla demarcazione delle terre indigene e l’apertura totale del paese alla monocoltura della soia e alle multinazionali, ma qui si dovrebbe aprire un lungo discorso.

Frei Betto non ne parla, del resto quello non era forse il contesto più adatto, con il pubblico presente più interessato alle tematiche religiose o comunque della giustizia sociale, ma resta il piacere per aver incontrato un personaggio degno di stima e rispetto per le sue battaglie di civiltà in tutta l’America Latina.

NOTA: Frei Betto ha scritto numerosi libri e collabora con varie riviste e siti internet, molti dei quali di movimento. Sarebbe impossibile citare tutte le sue pubblicazioni, credo però che sia fortemente consigliata la lettura di “Battesimo di Sangue” (Sperling&Kupfer Editori), fondamentale per comprendere la Teologia della Liberazione nelle sue sfumature e conoscere al tempo stesso la coraggiosa lotta dei frati domenicani contro la dittatura brasiliana. Un altro libro da divorare tutto d’un fiato è “Gli dei non hanno salvato l’America” (sempre per i tipi di Sperling&Kupfer) dove Frei Betto riflette su etica socialista e capitalista e in un paragrafo si trovano i celebri dieci consigli ai militanti di sinistra.

Redazione
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2 commenti

  • Marco Pacifici

    Difficile,per me che non credo se non nell’Utopia,rimanere ancora,come sempre che Frei è L’Umana Utopia,senza parole di fronte alla sua Forza e Dignita.Ma lo faccio con immensa Gioia.Marco.

  • Ha ragione David a citare solo due libri e non un lungo elenco, buono solo per bibliofili, però vorrei aggiungere un titolo (e un ricordo). Nel ’92, quinto centenario di quella che gli imperialisti chiamano “scoperta” e le vittime “conquista”, scoprii un libro di Leonardo Boff che mi aiutò a vedere sotto un’altra luce molte questioni (anche religiose… e di quelle sono assai ignorante). Il libro si chamia: “500 anni di evangelizzazione” con il sottotitolo “dalla conquista spirituale alla liberazione integrale”; non so se sia ancora in catalogo… lo tradusse la casa editrice Cittadella di Assisi. (db)

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