Guatemala: banane insanguinate

di David Lifodi

Nel 2014 circa il 95% delle banane esportate dal Guatemala è stato destinato agli Stati Uniti, dove i consumatori le hanno acquistate a prezzi stracciati. Nel 2015 il trend è più o meno simile, soprattutto grazie anche alle bassissime retribuzioni dei bananeros nel piccolo paese centroamericano: per dodici ore di lavoro, uscendo alle quattro di mattina per tornare alle nove di sera, un bananero guadagna non più di tredici dollari.

Dal 1910 le piantagioni di banane guatemalteche sono egemonizzate da quella che un tempo era la United Fruit Company, prima che la seconda multinazionale del settore, Del Monte Fresh, arrivasse nel paese tramite una sua filiale locale. Di fronte al sito archeologico di Quiriguá, a circa duecento chilometri da Città del Guatemala, si trova il più grande insediamento di Bandegua (Compania de desarrollo bananero de Guatemala), l’impresa specializzata nel commercio bananiero e che opera per conto di Del Monte Fresh. A contrastare la voracità delle multinazionali bananiere ci prova il Sindicato de Trabajadores Bananeros de Izabal (Sitrabi), il sindacato dei bananeros fondato il 9 giugno 1947 all’interno di United Fruit, conosciuto per la sua grande capacità di mobilitazione e anche per alcune vittorie di un certo rilievo. Grazie al Sitrabi i bananeros nel corso del tempo sono riusciti ad ottenere salari migliori, pur pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, soprattutto negli ultimi anni. Nel 2011 due dirigenti di spicco del sindacato, Oscar Humberto Gonzáles Vásquez e Joel Hernandez Godoy, sono stati uccisi a colpi di pistola: pochi mesi dopo fu la volta di altri due loro compagni, mentre nel febbraio 2012, nel mezzo di una durissima vertenza per l’aumento salariale, a cadere fu Miguel Ángel González Ramírez, sempre per mano di killer armati da Bandegua-Del Monte Fresh. Nonostante il Guatemala abbia ratificato la Convenzione 87 sulla libertà sindacale, il diritto di poter costituire ed aderire ai sindacati, a seguito della deposizione di Jacobo Arbenz, avvenuta per mano di Cia e Stati Uniti nel 1954, è rimasto soltanto sulla carta. Anzi, la persecuzione nei confronti dei membri del Sitrabi è cresciuta, mentre i diritti dei lavoratori, a partire dalla sicurezza sul lavoro, sono progressivamente diminuiti. Uno degli ultimi studi dedicati a quantificare il numero della popolazione guatemalteca sindacalizzata risale addirittura al 2012: a condurlo fu l’Istituto di studi sindacali, indigeni e contadini (Inesicg), rilevando che la sindacalizzazione riguardava solo il 2,2% della popolazione a causa dell’alto livello di violenza esistente in Guatemala e allo strapotere delle multinazionali dedite all’import/export della frutta: “La vita di un lavoratore non può valere meno del prezzo di una banana”, denunciano i dirigenti del Sitrabi. Grazie ad un clima naturale favorevole, il Guatemala rimane il paese ideale per l’esportazione delle banane verso i supermercati statunitensi, così come quello dove è più semplice sottopagare i lavoratori rispetto ad altri stati dove pure l’esportazione delle banane è una delle principali fonti di sviluppo economico, ad esempio Ecuador, Costarica e Colombia.  Tutto ciò si deve anche all’entrata in vigore del Cafta (Central american free trade agreement), l’accordo di libero commercio tra Repubblica Dominicana, Centroamerica e Stati Uniti imposto dall’ingombrante vicino nordamericano. In realtà proprio gli Stati Uniti, nel 2013, avevano sottoscritto, d’intesa con il Guatemala, un piano caratterizzato da diciotto punti dedicati al miglioramento delle condizioni di lavoro, agli aumenti salariali e alla sicurezza, ma le uniche a beneficiare realmente dell’accordo sono state le imprese esportatrici. Il governo guatemalteco ha scelto inoltre di non rinnovare l’incarico di procuratore generale al magistrato Claudia Paz y Paz, che non solo durante il suo mandato aveva aperto una sezione speciale dedicata ad investigare sugli abusi commessi nei confronti dei lavoratori sindacalizzati, ma era stata candidata, nel 2013, a ricevere il premio Nobel per la Pace. Le fincas “Alabama” e “Arizona”, nella zona di Izabal, sono quelle dove maggiori sono stati i licenziamenti dei lavoratori sindacalizzati, insieme a “Mopa” e “Panorama”: in quest’ultime la giornata lavorativa oscilla tra le 14 e le 18 ore per un salario di circa 800 quetzales al mese (poco meno di 130 dollari): i proprietari hanno tagliato luce e acqua agli scioperanti causando malattie gastrointestinali soprattutto tra i bambini. I lavoratori delle fincas in pratica sono tenuti in schiavitù, costretti a vivere in casupole dove mancano le condizioni minime di abitabilità e soprattutto alla completa mercé dei proprietari terrieri, i quali hanno cercato di screditare lo sciopero sostenendo la solita vecchia scusa della presenza di agitatori provenienti dall’esterno, ma in realtà alla mobilitazione del Sitrabi hanno aderito esclusivamente la Central General de Trabajadores de Guatemala (Cgtg), la Federación Campesina y Popular e i bananeros licenziati e vessati dai finqueros. La situazione dei bananeros è peggiorata soprattutto con l’avvento alla presidenza, nella seconda metà degli anni Novanta, di Alvaro Arzú, del Partido de Avanzada Nacional. Arzú è passato alla storia come il presidente che ha ratificato gli accordi di pace del 29 dicembre 1996 tra i guerriglieri dell’Unidad Nacional Revolucionaria Guatemalteca e il governo, ma è anche stato colui che ha scelto l’uso della forza e della repressione poliziesca contro i lavoratori delle fincas.

Attualmente, per costituire un sindacato, in Guatemala è necessario chiedere l’autorizzazione del governo ed il paese centroamericano è ai primissimi posti nella poco invidiabile classifica dei lavoratori dove maggiori sono i rischi per i sindacalisti: tra il Guatemala attuale e quello del periodo controrivoluzionario seguito alla deposizione di Jacobo Arbenz, purtroppo, non ci sono molte differenze.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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