«I misteri di un’anima»: 91 anni ma non li dimostra

Il 25 gennaio 1926 esce nelle sale il film di Pabst

di Fabio Troncarelli

Nel novembre 1925 il regista Georg Wilhelm Pabst terminò le riprese di Geheimnisse einer Seele (I misteri di un’anima) iniziato 12 settimane prima. Un mese dopo il film era pronto e ricevette il visto della censura il 25 gennaio 1926. Fu proiettato per la prima volta al Gloria-Palast di Berlino il 24 marzo 19261. 91 anni fa. Un secolo fa. Eppure sembra girato ieri.

Come è noto si tratta del primo film interamente dedicato alla psicoanalisi, che in quegli anni cominciava ad affermarsi su larga scala. Alla stesura della sceneggiatura parteciparono due illustri psicoanalisti dell’epoca: Karl Abraham, leader della psicoanalisi a Berlino, che morì poco dopo la fine delle riprese, il 25 dicembre 1925; e Hann Sachs, suo discepolo, che fino all’ultimo collaborò con Pabst e successivamente scrisse un autorevole articolo di commento alla pellicola. Freud invece si rifiutò categoricamente di partecipare all’impresa e anzi prese le distanze in diverse occasioni da quella che giudicava una banalizzazione del suo metodo, rifiutandosi di accettarne perfino eventuali vantaggi pubblicitari2.

Lo spettacolo ebbe inizialmente un qualche successo. Ben presto però fioccarono le critiche. Riassumendo diatribe senza fine, degne di miglior causa, si può dire che: «Il film fu trascurato sia dai critici cinematografici che dagli psicoanalisti. I primi rimasero delusi dall’andamento piuttosto tradizionale del racconto, i secondi lo considerarono un’illustrazione piuttosto fantasiosa e semplicistica dei concetti freudiani. Verrà definito “storico e glorioso fallimento”… ma forse la definizione si addice più propriamente all’incontro tra cinema e psicoanalisi3».

Senza entrare nel merito di valutazioni di questo tipo, mi sembra lecito porsi una domanda del tutto elementare: come mai nei confronti di Pabst e di tanti altri registi che hanno affrontato il tema della psicoanalisi nel corso del tempo ci sono state quasi sempre reazioni piene di orrore da parte degli addetti ai lavori, mentre invece questo non succede mai nei “presenti tempi più leggiadri” come direbbe il poeta4 ? Volete un esempio? Alla serie televisiva In treatment è stato riservato un coro di elogi da parte di un certo tipo di psicoanalisti5 e di appassionati di psicoanalisi, pure quando ne è stata criticata apertamente la superficialità ostentata6. Se qualcuno non avesse visto la serie vorremmo ricordargli, con le parole di Repubblica, che essa è dedicata allo pseudo-psicoanalista Giovanni Mari e si è appena definitivamente chiusa (nel 2017) con l’ammissione del medesimo dell’impossibilità di fare lo psicoanalista. «In crisi con sé stesso, col mestiere che fa, il dottor Giovanni Mari (Sergio Castellitto) accoglie nel suo studio nuovi pazienti facendo continuamente a sé stesso una sola domanda: ma la psicoanalisi alla fine è utile? … Sul lettino dello psicoanalista [quale lettino, visto che Mari fa sedere le persone di fronte a sé? Boh?] finisce anche la psicoanalisi, con i mille dubbi di Mari che passa notti insonni, si sente in trappola (evoca l’immagine di “un topo con le zampe bloccate dalla colla”)». Sicchè alla fine «Castellitto saluta per sempre i suoi pazienti»7, facendo coincidere, con perfetta scelta di tempo, l’uscita di scena dell’attore e l’uscita di scena dello psicoanalista, che presumibilmente si dedicherà da adesso in poi alla coltivazione delle patate.

Ora me lo spiegate perché crogiolarsi in un simile vittimismo e dire che la propria professione non serve a niente, manda in estasi lo psicoanalista politically correct dei nostri giorni, mentre provare a dire qualche cosa di sensato sulla psicoanalisi, chiedendo aiuto a due dei più famosi psicoanalisti esistenti è un “fallimento”?

Il punto è che tutti sono sempre pronti a sperticarsi di lodi per chi è inoffensivo: a colmare di doni e di onori ogni Salvatore che se ne stia bono-bono nel Presepio e noi daje a magnà panettone, con la lacrimuccia sulle ciglia perché tanti poveretti crepano di fame. Ma prova a dire che il bambinello non è venuto a portare la pace, ma una spada… Allora scatta il Complesso di Erode! E chi si azzarda a ridere in mezzo al bue e all’asinello fa una brutta fine!

Ne dubitate? E allora chiedetevi, limitandoci ai film più recenti, quando è che tutti (registi e critici) sono andati in brodo di giuggiole con la psicoanalisi? Negli ultimi anni la psicoanalisi è stata evocata, invocata, implorata da tutti, a proposito e a sproposito, solo in questi casi rassicuranti:

– quando nel film c’è uno psicoanalista, meglio se c’è un intrallazzo fra lui e una sua paziente (tipo gli orrendi Prendimi l’anima di Roberto Faenza o A dangerous method di David Croneberg);

– quando il film rappresenta un caso clinico, una personalità disturbata ed è ovvio dire che è roba da pazzi (tipo il demenziale Shine di Scott Hicks);

– quando il film, definito “onirico”, raffigura un mondo fantastico (come la serie Il trono di spade, in cui si identificherebbe pienamente, a detta di alcuni, l’adolescente che sa di “non avere un’identità”);

– last but not least: quando si può intontire un pubblico sprovveduto, sproloquiando ore e ore sui rapporti fra cinema e psicoanalisi, infiorettando lo sproloquio con parole contundenti come pensiero onirico, erotismo, dèja vu, immaginario, feticcio e via pontificando, meglio se in cambio ti danno una cattedra su Cinema e Psicoanalisi in qualche università di sfigati.

Qual è il grande assente di questo birignao da primi della classe di scuole serali di psicoanalisi? L’inconscio.

A forza di farsi belli con le penne del pavone, è facile fare finta di essere un pavone senza esserlo. E’ facile privilegiare il “discorso manifesto” del film, come farebbe qualunque spettatore sprovveduto, a scapito di quello “latente”, misterioso, inconscio che si rivela solo a chi sa “udire con gli occhi” (Shakespeare). E questo avviene puntualmente nella maggioranza dei film che abbiamo appena citato e nella maggioranza di articoli a essi dedicati.

Che cosa vorresti dire, chiede sospettoso lo psicoanalista-dottor Kildare? Rispondo a questa domanda provocatoria con una domanda altrettanto provocatoria. Quale di questi due films è più degno di attenzione per chi si serve del metodo psicoanalitico:

a) La stanza del figlio di Nanni Moretti, che parla di uno psicoanalista in crisi per la morte del figlio;

b) Notte senza fine di Raoul Walsh, un western pieno di sparatorie, inseguimenti, duelli rusticani, dolore, morte, furore che non parla mai di psicoanalisi?

Riposta: il secondo. Perché? Perché il film di Walsh sembra un western ma è una tragedia degna di Dostojevski e forse l’ha scritta Sofocle prima dell’Edipo re. Invece il film di Moretti è un film per educande.

L’irruzione dell’inconscio sulla scena e lo spiazzamento dello spettatore: ecco i due requisiti psicoanalitici per un film che si avventuri nella terra di nessuno della psicoanalisi. E del resto, questa terra di nessuno non è luogo spaventoso: in realtà è un territorio libero che tutti attraversano ogni giorno senza problemi ma purtroppo stentano a riconoscere. In questo territorio vige la legge della “Psicoanalisi spontanea”.

La Psicoanalisi spontanea è ciò che ha realizzato Sofocle quando ha scritto l’Edipo re: quella capacità di rendere trasparente la propria anima agli specialisti e ai non specialisti, come una specie di sogno sognato ad occhi aperti, in cui l’essenza di un conflitto, la tensione di un disagio, la lacerazione di una scissione si condensano con misteriosa evidenza come la neve che diventa ghiaccio.

E’ a questa forma di analisi spontanea che deve fare riferimento chi analizza l’analizzato: al profondo significato inconscio di una confessione mascherata da discorso lucido e razionale o da chiacchiera ben orchestrata intorno ai luoghi comuni: come avviene a Sofocle che apparentemente parla delle sventure di un eroe, ma su un piano più profondo, suo malgrado, rivela pulsioni inconsce universali e scrive non un testo di teatro ma il resoconto di un sogno, di un incubo che ci lascia pieni di orrore e di stupore, lo stesso orrore e lo stesso stupore di chi lo ha sognato per noi.

Non è mica un caso se Freud si è occupato proprio di questo. Perché lo ha fatto? Perché ha usato Sofocle per dire quello che avrebbe potuto dire con altre parole? Freud ha parlato di “Complesso di Edipo”. Avrebbe pure potuto dire: “Pulsioni incestuose”. Avrebbe potuto dire: “Patologia latente” che molti pazienti hanno rivelato durante l’analisi. E invece no. Ha detto: se volete capire il problema dell’incesto leggetevi Sofocle. Troverete il Complesso d’Edipo, duro e puro. Beccatevelo sui denti!

Freud ci propone proprio questo: non il probo resoconto di un caso clinico ma la lettura con animo perturbato e commosso di un testo poetico. Cioè: il riflesso di quei sentimenti di terrore e di pietà che la tragedia, secondo Aristotele, dovrebbe ispirare a qualunque spettatore. Perché Freud si sporca le mani così? Perché invece di parlare da medico e da virtuoso scienziato scende nell’arena del luogo comune e delle reazioni dello spettatore comune e parla di poeti e di tragedie? Perché non discetta di tomografia ad emissione di positroni, di pillole per la depressione, di neuroni computazionali, di cognitivismo e di altre amenità? Sicuramente perché i medici di una volta erano più colti di quelli politically correct dei nostri giorni e non si accontentavano di slogan prêt-à-porter, degni del dottor Kildare. Ma anche e soprattutto perché credevano che la “psicoanalisi spontanea” dei poeti potesse rivelare cose che a volte sfuggono a un’asettica analisi scientifica, come del resto fa ogni “confessione” o “esternazione” di un paziente, rivelando più di quello che egli crede di dire, pure se parla in modo apparentemente corretto e distaccato a uno scienziato apparentemente corretto e coscienzioso (non è sempre stato così dall’epoca del caso di Dora?).

Torniamo ai Misteri di un’anima di Pabst. Fiumi di inchiostro sono stati versati su quest’opera denigrandola o esaltandola. E fiumi di inchiostro sono stati versati su alcune immagini del film rimaste nella storia del cinema, come le straordinarie scene che raffigurano sogni, imitate da Buñuel e da Hitchcock. Non ripeterò quello che è stato detto prima di me e meglio di me. Mi limiterò a rimandare il lettore alle osservazioni equilibrate e aggiornate di contributi recenti su Pabst e la psicoanalisi, da parte di autori che grazie all’aiuto del tempo – che è galantuomo – possono finalmente permettersi il lusso di essere più distaccati su temi così controversi8. Mi sia concesso, però, sottolineare un punto che viene spesso dimenticato. Il film di Pabst è la manifestazione forte e chiara di un sentimento che agli psicoanalisti non dovrebbe essere estraneo: un brivido che ci assale all’improvviso e ci lascia sgomenti, come uno spettro che appare in pieno giorno (Baudelaire); il senso di “spaesamento”, lo Unheimlich di cui parla Freud, per cui nel bel mezzo della vita quotidiana compare l’ombra inquietante di ciò che non avremmo mai voluto vedere e che invece – guarda un po’ (è il caso di dirlo) – avevamo forse già visto e dimenticato.

Perché proviamo questa sensazione vedendo il film oggi e perché quelli che lo videro allora la provarono, tale e quale ? Ma perché il film ti mette in contatto con una cosa che nessuno vuole più accettare ed è invece l’essenza della psicoanalisi: l’Io non è più padrone a casa sua (l’ha detto Freud!) ed è schiavo di coazioni che non riesce a controllare.

Nella psicopatologia della vita quotidiana, nella vita di tutti i giorni, noi che ci sentivamo in pace con noi stessi per un attimo diventiamo pazzi. Perdiamo il controllo su noi stessi. Non siamo più noi stessi. Eppure siamo pieni di orrore per noi stessi ma questo orrore di fronte allo spettacolo spaventoso di noi stessi in preda a noi stessi, non ci dà alcun sollievo. La nostra vita è un incubo.

Vedo già un sorrisetto increspare le labbrucce dei pazienti del dottor Kildare. “Tutto qua?” – sogghignano- “Capirai! E’ da quando avevo i calzoni corti che vedo al cinema gente tipo Hannibal the cannibal, che si magna vive le persone e via grandguignolando! E tu mi vieni a scocciare con una piccola follia personale, roba tipo il gatto nero che attraversa la strada e uno fa le corna? Che sarà mai!”.

Già. Che sarà mai… Però, vedete, anche il dottor Kildare o il dottor Mari la sera tornano a casa e trovano qualcuno a cui vogliono bene. Vorrebbero dirgli due parole affettuose, fare una carezza. E invece… Invece per un attimo, un attimo solo – che volete che sia, un attimo solo! – sono presi dalla coazione violentissima di uccidere chi amano e, se lo fanno, lo fanno in un attimo solo (che volete sia un attimo solo!). Magari lo fanno senza il coltello, magari lo fanno con le parole. Magari non vorrebbero farlo, ma.. In un attimo, un attimo solo, non sono più padroni di loro stessi, distruggono la vita di chi amano e la loro vita. E in un attimo si ritrovano soli.

Noi siamo abituati a fare finta di niente di fronte a queste voragini che si spalancano all’improvviso. A pensare che in fondo siamo tutti un po’ cattivi, un po’ strani, un po’ spregevoli; e in fondo che male c’è? Tanto poi la vita riprende e domani è un altro giorno…. Certo, chi ha sangue di cimice non si meraviglia più di niente. Ma chi vede spegnersi in un attimo la luce che c’era negli occhi dell’altro, occhi pieni di stupore, di gratitudine e adesso pieni di terrore… Chi prova quella sensazione – che Manzoni ha espresso in un modo straordinario con i versi: “Madri che i figli videro /trafitti impallidir” (Adelchi, Iv, v. 95) – e vorrebbe morire, solo morire, insieme a chi sta morendo… Credete davvero che pensi: “In fondo che ho fatto?” e non pensi invece: “Che cosa sono diventato?”. Mister Hyde, questo sei diventato. Un mostro. Per un attimo solo, è vero. Ma è sufficiente a distruggere la vita.

Pabst, atterrito, quasi paralizzato, leva il dito che ancora a fatica riesce a muovere e indica questa minaccia, con lo sgomento di chi ha catturato, per la prima e l’ultima volta, l’istante preciso in cui il nostro grido si trasforma in ruggito.

E’ questo il grande assente dei nostri giorni. Questo il Convitato di Pietra delle magnifiche sorti e progressive del meraviglioso mondo che ci rimbecillisce ogni giorno con il peana dei suoi trionfi di ogni dì alla faccia di tutti i dannati della terra torturati, uccisi, dimenticati ogni giorno, giorno dopo giorno.

Il mondo del disordine stabilito è un mondo senza inconscio. Per questo – non è un caso – è un mondo che rifiuta la storia e parla del passato solo per rottamarlo e dimentica tutto a cominciare dalle parole di Santayana incise su una lapide a Dachau: “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”. E’ proprio vero. Questo non è il mondo della memoria, del rimpianto, della pena. E’ il mondo della coazione a ripetere. Il regno dell’ossessione. L’impero della morte.

Ma se tutto questo è vero, allora come si fa a parlare di “fallimento” per il film di Pabst? Perché non risponde ai canoni di un ben agghindato psicoanalista dandy dei nostri giorni? Perché ci dà un’immagine semplificata e superficiale della psicoanalisi? Ma come pretendete che un pioniere possa essere un cicisbeo come il suo pronipote, che se ne sta riverito e pasciuto coi piedi sulla tavola a sproloquiare sugli errori del passato e a sputare nel piatto dove mangia? Parlate di “storico fallimento”? Ma che significa “storico”? Una parolona o una parolina buttata lì, tanto per non fare brutta figura? Pure Cristoforo Colombo ha fatto uno storico fallimento. Credeva di scoprire l’India e ha scoperto “l’America”. Magari era meglio non scoprirla, visto tutto quello che è successo dopo. Fatevene una ragione, cari rottamatori da bar sport: l’America comunque Colombo l’ha “scoperta”. Storico significa questo. Qualunque altra osservazione è idiota. E degna delle magnifiche sorti e progressive di oggi che ci hanno francamente, definitivamente, scassato gli zebedei.

  NOTE

1 E. Rentschler , The Films of G.W. Pabst: an extraterritorial cinema, New Brunswick 1990, p. 274.

2 S. Freud-K. Abraham, Briefe, 1907-1926, Frankfurt am Main 1957, p. 354; S. Freud-S. Ferenczi, Correspondence, 1920-1933, III, a cura di E. Falzeder-E. Brabant, Cambridge Mass. 2000, p. 233.

3 D. Colamedici-A. Masini-G. Roccioletti, La medicina della mente. Storia e metodo della psicoterapia di gruppo, Roma 2011, p. 56.

4 Nei tempi antichi barbari e feroci

i ladri li appendevano alle croci.

Ma nei presenti tempi più leggiadri

appendono le croci in petto ai ladri!

Felice Cavallotti

5 Valga per tutti l’articolo di R. Goisis, “Benvenuto dottor Mari”, 29 marzo 2017, in https://www.spiweb.it/search/+ritorno+dottor+mari:

6“ Il Freud di John Houston (sic!) non è nulla più che un diligente biopic, la BBC tentò la strada dello sceneggiato su Freud negli anni Ottanta con pessimi risultati, persino un peso massimo del cinema (e apparentemente così “psicoanalitico”) come Hitchock (sic!) quando incluse esplicitamente la psicoanalisi nei propri film fece tra le sue opere meno ispirate (Spellbound e Marnie). Ma ci furono anche il lacaniano Benoît Jacquot con il suo Princesse Marie, Faenza su Jung, recentemente A Dangerous Method di Cronenberg, le Confidences trop intimes di Leconte, i riferimenti di Moretti e Allen. Eppure pare sempre che qualcosa nel mettere in scena quell’esperienza già così straniante e teatrale che è lo studio di un analista rimanga sempre un po’ invisibile, anche sul grande schermo…. Sta qui uno dei tanti motivi di interesse di In Treatment, la serie televisiva in onda su Sky … Si tratta di una serie tv pressoché unica: racconta le vicende di uno psicoanalista attraverso le sedute con i propri pazienti…. Il cinema ha un rapporto particolare con la parola, a partire già dall’invenzione del sonoro agli albori della sua storia. Non deve dire ma mostrare: far sì che un’idea non venga enunciata ma si incarni in una certa relazione tra corpi, elementi, immagini… Tuttavia quando si ha a che fare con la psicoanalisi la questione è più complessa perché si tratta di una parola che è qualitativamente diversa… In Treatment, rimane una serie televisiva splendida, girata da un ottimo regista e interpretata da attori eccellenti. Il fatto che si sia misurata con un problema così difficile ma anche ambizioso come la parola psicoanalitica ripaga ampiamente di limiti che forse non erano comunque alla sua portata di poter esser risolti.” P. Bianchi, Psicoanalisi e racconto: In Treatment, in “Le Parole e le cose”, 8 agosto 2015, http://www.leparoleelecose.it/?p=19966.

S. Fiumarola, In treatment…, in Repubblica, 15 marzo 2017.

8 S. Bernardi, G. W. Pabst, in Enciclopedia del cinema, Roma 2004, ad vocem; A. Sabbadini , Moving Images: Psychoanalytic Reflections on Film, London-New york 2014, pp. 3-7.

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