Il computer che sovvertì l’universo a colpi di QuBit

di Fabrizio Melodia

Molti gridano al miracolo, altri cercano di muovere dubbi mentre altri confermano la bontà della scienza e la possibile nascita dell’intelligenza artificiale.

Sembra essere accaduto: un computer quantistico è riuscito a far viaggiare i suoi Bit, o meglio QuBit, indietro nel tempo, seppur per una frazione di secondo, contravvenendo alla prima legge della termodinamica – e della fisica in genere – la quale afferma che il tempo è una freccia che parte dal passato per andare verso il futuro, mai al contrario.

Ne avevo parlato in un precedente post bottegardo, dove ricordavo i viaggi nel tempo della fantascienza e i sistemi di propulsione delle velocissime astronavi che da sempre solcano le galassie della fantasia umana.

Un (piccolo) viaggio nel tempo è avvenuto, pare. Grazie all’utilizzo di un CQ, computer quantistico, o quantico che dir si voglia.

Cos’è un CQ e come funziona? In breve è un calcolatore che utilizza QuBit al posto dei tradizionali bit dei moderni computer (ormai in quasi tutte le case e tra le mani, come tablet e smartphone).

Mentre le capacità di calcolo dei computer canonici sono strutturati in file sequenziali di 0 e 1 un computer quantistico – in fase di studio fin dai primi anni ‘80 – sfrutta le leggi della fisica e meccanica quantistica, arrivando ad assegnare al bit sia lo 0 e 1 allo stesso tempo e secondo il medesimo rispetto, come ben esemplificato nel noto esempio del gatto di Schroedinger, che risulta essere vivo e morto allo stesso tempo fino a quando non si fa una verifica.

Tale possibilità di calcolo è stata data dalla legge di Moore, la quale recita: «la complessità di un microcircuito, misurata con il numero di transistor in un chip (processore), e la relativa velocità di calcolo raddoppia ogni 18 mesi».

Come possiamo vedere dallo sviluppo di tablet e smartphone, la legge corrisponde alla realtà, e dunque fra non molto tempo avremo tutti per le mani – o impiantati dentro il nostro corpo – meravigliosi e piccolissimi computer quantistici, funzionanti a base di QuBit, i quali, come spiegato dal fisico italiano Tommaso Calarco, sono «le unità dell’informazione quantistica che sono codificati non da 1 o 0 ma dallo stato quantistico in cui si trova una particella o un atomo che può avere contemporaneamente sia il valore 1 sia il valore 0, per altro in una varietà di combinazioni che producono differenti stati quantistici (una particella può essere per 70% allo stato 1 e per il 30% allo stato 0, o 40% e 60%, o 15 e 85…). Una condizione che assume un significato incredibile se si pensa alla progressione matematica: 2 qubit possono avere 4 stati contemporaneamente, 4 qubit hanno 16 stati, 16 qubit hanno 256 stati e via dicendo».

Cifre da capogiro e che permettono calcoli prima non pensabili. E ora riusciranno i QuBit a surclassare i BitCoin?

Di sicuro il computer quantico permetterà di elaborare numerose soluzioni diverse a un problema diversamente che dal normale calcolo sequenziale, permettendo di aprire le porte più alla realizzazione dell’Intelligenza Artificiale che ai viaggi nel tempo.

Di recente, in bottega, ero intervenuto in un dibattito, assai interessante, riguardo alla fantascienza (*) e al fastidio che essa provoca quando tratta di tematiche “toste” e che toccano in modo diretto la nostra quotidianità, proprio quando sembra che la realtà la metta alle corde, tacciando di vecchio – o perlomeno di “non al passo con i tempi tecnologici” – linguaggi stilemi e idee di tale genere.

Mai come in questo caso sono la scienza e la realtà ad essere in ritardo cronico rispetto alla fantascienza, la quale di certo non osserva la legge di Moore nè le leggi della fisica e della termodinamica ma quelle della fantasia, della speculazione filosofica e dell’avventura, il gettarsi nell’ignoto o nell’abisso che nessuno vorrebbe mai affrontare.

Per l’intelligenza artificiale si potrebbe quasi dire il contrario, forse perché la fantascienza, genere umanistico, ha sempre avuto una tensione verso l’umano “soggetto” al progresso tecnologico e spesso vittima di esso, rappresentando per lo più la figura dell’uomo artificiale – robot o androide che sia – piuttosto che occuparsi dello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Ma è proprio cosi? Non molto tempo addietro, William Gibson – fondatore del movimento cyberpunk, che, nelle intenzioni, doveva rivoluzionare il genere fantascienza – scrisse “La macchina della realtà” (1990) in cui immagina cosa sarebbe accaduto se Charles Babbage e Ada King fossero riusciti a realizzare la Macchina Analitica nel 1797, invece che aspettare quasi un secolo e mezzo dopo. Per la cronaca, la Macchina Analitica di Babbage è stata ricostruita in tempi recenti sulla base dei disegni originali ed è ospitata al Museo della Scienza di Londra; consiglio una visita.

Andando un po’ indietro vediamo come l’immaginario dell’intelligenza artificiale si sviluppi in modo assai arzigogolato.

Questo forse perché i primi computer erano grandi all’incirca come palazzi e il concetto di miniaturizzazione dei circuiti e la possibilità di implementarli in un dispositivo grande quanto la scatola cranica di un androide erano ben lontani dall’essere codificati nella legge di Moore.

Un’eccezione è nel racconto “La bottega marziana” di Howard Fast (1959 ma pubblicato in Italia solo nel 1966) dove troviamo un computer grande appena 6 pollici, ovvero come un moderno cellulare. Nel racconto si fa intuire come tale dispositivo sia di probabile origine aliena, mettendo ancora più in luce l’alterità o impossibilità di miniaturizzare da parte della scienza umana.

Una musica diversa la troviamo nelle riviste “pulp” dell’epoca doro, quando cervelli artificiali e robot di notevole stazza avevano la pessima tendenza ad impazzire, chiara metafora della paura per la diversità che ancora oggi imperversa in quasi tutti i notiziari e per le nostre strade.

Come nel racconto “I giganti di metallo” (1926) di Edmond Hamilton e nel romanzo “Il paradiso e il ferro” (1930 ma pubblicato in Italia solo nel 1992 per i tipi della Perseo) scritto da Miles J. Breuer. Mentre il papà della moderna fantascienza, John W. Campbell, ci racconta di cervelli artificiali un po’ più simpatici in “The metal horde” (1930, non disponibile in italiano purtroppo) e, con lo pseudonimo di Don A. Stuart, in “The machine” (1935).

Abbiamo poi le fiere rivoluzioni contro menti artificiali che governano con pugno ferreo gli esseri umani, rappresentate in romanzi come “Tomorrow sometimes comes” (1951, inedito in Italia) di Francis G. Rayer o come nel racconto lungo “Vulcano 3” (1956) di Philip K. Dick, dove si immagina che in un futuro tutte le decisioni in materia politica economica e sociale siano prese dal mega computer del titolo osteggiato da una setta pseudo religiosa che caldeggia la sua distruzione e il ritorno della gente alla partecipazione. E che dire del romanzo “This perfect day” (1970) di Ira Levin, in cui si immagina che il computer Unicomp comandi ogni azione di ogni singolo essere umano sul pianeta?

Computer che si evolvono fino a diventare divinità sono nel brevissimo racconto “La risposta” (1954) di Fredric Brown. E, in una forma più complessa, in “L’ultima domanda” (1956) di Isaac Asimov: offrendo la risposta definitiva alla discussa questione se sia possibile l’inversione della morte termica dell’universo nel rispetto delle leggi della termodinamica. Qui il computer, ormai evoluto in una potente intelligenza artificiale e avendo avuto molti secoli per rifletterci, emette l’unica risposta possibile: sia la luce e la luce fu.

Occorre rammentare anche quello che viene considerato da alcuni come il primo romanzo di fantascienza italiano in assoluto. “Il grande ritratto” (1960) di Dino Buzzati: in un segretissimo centro ricerche viene realizzata una super macchina pensante, inizialmente per scopi militari, e in grado di riprodurre la coscienza umana in ogni minimo dettaglio. Purtroppo il romanzo fu rigettato un po’ da tutti, critica compresa, bollandolo come il peggiore scritto da Buzzati. Peccato perché nulla ha da invidiare a romanzi come quello di Frank Herbert – mai abbastanza osannato padre del ciclo di “Dune” – che in “Progetto: Coscienza” (1965) immagina un’astronave in rotta verso Tau Ceti, guidata da tre cervelli organici artificiali separati dai corpi, che trasporta un equipaggio in ibernazione. Due cervelli si guastano e l’ultimo rimasto presenta non pochi problemi. I membri dell’equipaggio non in fase di ibernazione devono prendere decisioni difficili per salvare tutto l’equipaggio.

Per tornare in ambito divino, ecco il racconto “I nove miliardi di nomi di Dio” (1953) di Arthur C. Clarke, con un supercomputer che… no, scopritelo da soli.

La paura che i computer prendano il sopravvento arrivando ad annientare l’umanità intera si fa strada in tante novelle: “Non ho bocca e devo urlare” (1967) del mai troppo compianto Harlan Ellison; “Rete globale. Codice 4GH” (1975) di John Brunner e “Il coccodrillo elettrico” di David G. Compton (1970), in cui l’incubo di tecnocrazie elitarie diventa tragica realtà.

Si ouò risolvere in modo diretto la questione del fattore umano, facendo l’upload della personalità nella macchina pensante, come immaginato nel romanzo breve “Il vero nome” (1981) di Vernor Vinge, oppure in “Appuntamento con gli Heechee” (1984) di Fred Pohl e in “Eon” (1985) di Greg Bear.

Chiudo parlando di “esistenzialismo delle macchine”, ovvero menti artificiali che diventano autoconsapevoli e cominciano a porsi domande cercando le risposte. Pensiamo ad interessanti romanzi quali “La luna è una severa maestra” (1965) di Robert A. Heinlein oppure “When Harlie was One” di David Gerrold, oppure alle complesse architetture del “ragazzaccio” Rudy Rucker in “Software” (1982) e “Wetware” (1988).

Torniamo dal caos alla quiete, in pieno spirito quantico, con il romanzo “Neuromante” (1984) di William Gibson. Nel cyberpunk assurge a vero protagonista la “quasi” intelligenza artificiale Invernomuto, la quale orchestra un piano machiavellico per riuscire a rimuovere da se stessa i limiti di Turing ed evolversi a intelligenza artificiale semidivina. Quando tutto questo avviene in uno spaziotempo non tale quale il Cyberspazio, come si può parlare ancora di tempo e spazio in modo canonico e non in termini quantici? Il viaggio nel tempo del Computer altro non sarebbe se non il cammino verso l’autoconsapevolezza dell’intelligenza collettiva dell’uomo uplodato a nuovo “homo superior. In altri termini, abbiamo assistito al percorso dell’intelligenza artificiale da Charles Babbage – dove vapore e meccanismo formano una macchina gigantesca in grado di risolvere qualsiasi quesito – allo spazio interiore virtuale, dove la reale evoluzione non deve essere trovata fuori di noi, ma al nostro interno, mostrando altre galassie inesplorate dove tempo e spazio hanno perso senso e direzione, dove la fisica non ha alcun valore e i limiti sono superati.

Allora come pensare che la fantascienza sia in ritardo sui tempi, quando si parla in grande anticipo di ciò che la scienza ha appena iniziato ad esplorare?

(*) Perché la fantascienza non viene capita? – 1

 

L'astrofilosofo
Fabrizio Melodia,
Laureato in filosofia a Cà Foscari con una tesi di laurea su Star Trek, si dice che abbia perso qualche rotella nel teletrasporto ma non si ricorda in quale. Scrive poesie, racconti, articoli e chi più ne ha più ne metta. Ha il cervello bacato del Dottor Who e la saggezza filosofica di Spock. E' il solo, unico, brevettato, Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico, per gli amici... Fabry.

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