Il degrado del Brasile

Il più grande paese dell’America latina trasformato in laboratorio dell’estrema destra regionale dai bolsonaristas.

di David Lifodi

All’insegna dello slogan “La libertad no se gana, se conquista”, il 3 e 4 settembre scorsi, a Brasilia, si è tenuta la Conferencia de Acción Política Conservadora, sotto la cui bandiera si riconoscono figuri come Trump e Bolsonaro e che quindi difficilmente possono definirsi solo conservatori, ma ben più a destra.

È stato infatti in questa occasione che si è discusso, ancora una volta, su come creare le premesse per esportare le rivoluzioni colorate a Cuba e in Venezuela, tutelare la proprietà privata e spingere per il nazionalismo più intransigente. Tra i principali organizzatori dell’incontro, non il primo di questo genere in America latina, Eduardo Bolsonaro, figlio del Messia Nero e attualmente deputato federale. Proprio quest’ultimo ha tenuto a garantire l’impegno del governo brasiliano per far cadere i “regimi autoritari” (purtroppo non parlava del suo paese, come facilmente immaginabile), garantire il diritto ad utilizzare le armi da fuoco per legittima difesa e tutelare la famiglia cosiddetta “tradizionale” contro l’ideologia di genere, uno degli aspetti su cui si è focalizzata l’ultradestra.

La llamada perspectiva de género no es otra cosa que uno de los rostros del socialismo, que busca desnaturalizar al ser humano y destruir la familia”: non c’è bisogno di traduzione per capire come questa frase abbia rappresentato il claim dell’incontro di Brasilia, ma non si tratta dell’unico aspetto inquietante delle frequenti riunioni della destra radicale latinoamericana. A fine agosto più di 260 donne provenienti da 22 paesi hanno firmato un appello per chiedere la libertà della presidenta golpista della Bolivia pre Luis Arce, Jeanine Áñez. Tra di loro senatrici colombiane uribistas della prima ora insieme a María Corina Machado, strenua oppositrice del chavismo.

Legati all’estrema destra spagnola di Vox sono María Fernanda Cabal, precandidata colombiana alla presidenza per l’uribismo, convinta che le proteste contro il governo di Duque rappresentino una toma guerrillera financiada por el narcotráfico” e da sempre ostile agli accordi di pace (peraltro mai del tutto applicati, tra governo e guerriglia) e Javier Milei, astro nascente della galassia nera in Argentina: entrambi sono stati ricevuti a Brasilia con tutti gli onori. E così, mentre il figlio del Messia nero si dedica a costruire il corrispettivo di destra dell’Alba, confidando nell’aiuto degli spagnoli di Vox, il padre procede con la sua retorica negazionista. Anche di fronte all’Onu, in un discorso a dir poco imbarazzante e che di certo non rappresenta la popolazione brasiliana nel suo complesso, Jair Bolsonaro ha negato l’efficacia dei vaccini e ripetuto il suo mantra razzista.

Bolsonaro non è un politico conservatore, ma retrogado”, ha spiegato a questo proposito l’antropologa Lilia Schwarcz, autrice di numerosi libri sulla storia del Brasile. Un politico conservatore che rispetta la Costituzione, ha ricordati la studiosa, non rappresenta un problema per la democrazia: “il problema sorge quando calpesta i diritti lgbti, non riconosce il sincretismo di origine africana, ostenta la sua misoginia e immagina un paese solo a misura di uomini, evangelici e famiglie tradizionali”, come ama definirle il presidente brasiliano, il quale si vanta inoltre di non promuovere politiche di tutela ambientale né, tantomeno, si preoccupa di salvaguardare i diritti degli indios.

A questo proposito, le leggi in discussione al Congresso brasiliano su licenze ambientali, deregolamentazione delle terre sull’accaparramento illegale, modifiche alle regole per la demarcazione delle terre e l’utilizzo improprio di pesticidi, foriere di molteplici rischi per la sopravvivenza dei popoli indigeni, hanno fatto talmente scalpore che lo scorso settembre Benedetta Bressan, una ragazza di 23 anni, ha realizzato un digiuno di 24 ore a Roma in piazza Navona, di fronte all’ambasciata del Brasile, per richiamare l’attenzione della politica e della società civile su quanto sta accadendo nel più grande paese dell’America latina.

Celso de Mello, ex decano del Supremo Tribunale Federale, in un’intervista rilasciata alla rivista Veja, ha dichiarato che Bolsonaro non è all’altezza dell’incarico che ricopre e non si pone alcun limite né dal punto di vista etico né da quello costituzionale.

Il Brasile rischia di trasformarsi nel principale laboratorio dell’estrema destra regionale, ma a livello internazionale nessuno sottolinea che a Brasilia, come anche a Bogotá, Santiago del Cile o Quito, sembrano essere ben lontani da sistemi di governo democratici.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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