Il fango e l’ulivo. In ricordo di Sliman Mansour
La resistenza silenziosa dell’arte. Sarah Mustafa, scrittrice e attivista italo-palestinese, ci parla della pittura di Sliman Mansour.
All’età di 79 anni Sliman Mansour ci ha lasciato. L’arte palestinese perde una delle sue voci più importanti, ma le sue bellissime opere resteranno per sempre a raccontare identità e resistenza. L’anno scorso gli scrissi per chiedergli le condizioni di utilizzo di alcune immagini dei suo dipinti, per illustrare articoli di Ecor.Network. Mi disse che potevo inviare una donazione libera alla “Maryam Foundation for Children with Cancer” di Nazareth (https://www.mariamfoundation.org). Credo sia un buon modo di ricordarlo.
In questo articolo di 3 mesi fa, Sarah Mustafa, scrittrice e attivista italo-palestinese, ci parla della sua pittura, che è memoria, militanza e sumud. (Alexik)
Il fango e l’ulivo: la resistenza silenziosa dell’artista Sliman Mansour
Esiste un modo di resistere che rifiuta il rumore, che sceglie di non rispondere alla distruzione con altra distruzione, ma che pianta radici così profonde da rendere impossibile lo sradicamento. È la resistenza del sumud, quel concetto arabo che indica la fermezza incrollabile, e nessuno è riuscito a imprimerla sulla tela con la stessa urgenza di Sliman Mansour. Nato a Birzeit nel 1947, alla vigilia della Nakba, Mansour ha trascorso la vita dimostrando che l’atto creativo contiene in sé una forza politica di opposizione non violenta. Da questa tensione originaria nasce un’opera in cui biografia, memoria nazionale e immaginario visivo si intrecciano con straordinaria coerenza.
In questa prospettiva, l’opera di Mansour si concentra anzitutto sui segni visivi dell’identità collettiva palestinese. Laddove l’occupazione frammenta la terra e tenta di confiscare la memoria storica, i suoi dipinti ricompongono quei frammenti in immagini salde e riconoscibili. Nelle sue opere, la figura umana assume una dimensione monumentale, scultorea. Le donne avvolte nei tradizionali abiti ricamati con in mano una cesta di arance appena raccolte o una famiglia di contadini che attraversa un campo di ulivi, si trasformano nei custodi della memoria. Il celebre dipinto Il cammello delle difficoltà, in cui un anziano trasporta sulle spalle l’intera città di Gerusalemme, condensa la fatica immane e insieme la fiera determinazione di un intero popolo che non accetta l’invisibilità.
Con la Prima Intifada avviene una trasformazione ancora più concreta del suo linguaggio artistico. La vera svolta della sua militanza pacifica avviene infatti quando le autorità israeliane impongono una dura censura culturale, vietando persino l’uso combinato dei quattro colori della bandiera palestinese.
Invece di fermarsi, Mansour, insieme ad artisti come Nabil Anani, Tayseer Barakat e Vera Tamari, fonda il collettivo New Visions. Il gruppo ha risposto alla chiusura delle gallerie e al sequestro delle opere d’arte con una vera e propria rivoluzione formale.
Rifiutando i materiali industriali provenienti dai canali israeliani, il collettivo ha scelto l’autosufficienza, impiegando materie prime del territorio, organiche e povere: fango, fieno, henné, argilla, fondi di caffè. Per comprendere a fondo lo spirito che guidava il gruppo e che ne dettava la condotta pratica in assenza di un codice rigido, Sliman Mansour ha riassunto in seguito la filosofia collettiva del boicottaggio con queste parole:
«Le persone piantavano ortaggi nei loro giardini per non comprare nulla da Israele. Abbiamo pensato: “Perché non facciamo lo stesso come artisti? Perché dovremmo comprare i colori dai negozi israeliani e poi usarli per dipingere contro di loro?”»
Questa scelta ha trasformato la pittura in un’estensione fisica della terra contesa. Attraverso mostre organizzate in spazi informali, cortili e scuole, New Vision ha dimostrato che la ricerca artistica può farsi comunità e che l’autodeterminazione comincia dall’uso consapevole dei propri simboli. Il fango, asciugandosi sul supporto ligneo, si crepa, si spacca e si frammenta, restituendo visivamente la geografia ferita del territorio. Eppure, in quelle spaccature materiche, la silhouette dei soggetti resta aggrappata al fondo, indurita e resistente. Coltivare un campo, accudire la propria casa o dipingere un paesaggio minacciato diventano così gesti quotidiani di disobbedienza civile.
Da qui emerge il significato più ampio dell’arte di Mansour, che si nutre di una profonda e ostinata dichiarazione di umanità. In un contesto in cui la narrazione egemone tende a disumanizzare chi vive sotto assedio, l’atto di catturare la bellezza, la malinconia e la dignità quotidiana di un popolo rappresenta la forma di contrasto più solida e duratura. I conflitti distruggono le case, ma l’iconografia che ha ormai radicato il diritto all’esistenza nella coscienza collettiva sopravvive, rendendo la cultura lo scudo invisibile di una comunità che custodisce la propria terra.
Nel 2024, all’interno dell’Università Birzeit, sono stati inaugurati quattro murales che dimostrano come la sperimentazione e la creazione artistica rappresentino processi ininterrotti, la linfa stessa della vita che si oppone alle armi dell’occupazione. Realizzate nel cuore di un conflitto devastante, queste opere nascono dalla ferrea determinazione di produrre un’arte capace di sopravvivere alla violenza e di confluire nella collezione permanente del Museo Palestinese. Firmati dai pionieri di New Vision, i murales hanno visto la partecipazione di giovani artisti e volontari dell’Università di Birzeit, in nome di quel principio di mutuo aiuto e solidarietà sociale che caratterizza il sumud palestinese.
(*) Tratto da GariWo MAG.
Per ammirare le opere di Sliman Mansour:
https://www.facebook.com/sliman.mansour
Powerful Palestinian Art Posters of the works of Sliman Mansour
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