Il paradosso dell’otaria

di Fabio Troncarelli. A seguire Mariano Rampini si inserisce nelle riflessioni sulla tragi-farsa dell’Italia fra Berlusconi e autonomia differenziata e del “patrio onore”

A proposito del “sorriso” falso e stereotipato di Berlusconi e della sua falsa simpatia, l’amico Mariano Rampini ricorda giustamente l’espres-berlu-sione mostruosa degli squali quando attaccano la preda. E’ vero. Berlusconi era squalo, che si avvicina senza farsi notare e attacca all’improvviso. La sua presunta “simpatia” nascondeva questa vorace aggressività. E’ stupefacente che così tante persone non se ne siano accorte. O che così dicano.

Questa strana contraddizione mi fa venire in mente una cosa che avevo scritto anni fa a proposito del comportamento assurdo e contraddittorio delle otarie rispetto agli squali. Com’è noto le otarie e le foche sono le prede preferite dei cosiddetti pescecani. Ma non sono prede facili. Molto spesso riescono a fuggire perché sono agilissime e veloci. Per questo, certi squali più furbi hanno adottato una tecnica di caccia speciale. Le otarie sono giocherellone. Anche le foche lo sono, ma le otarie le battono di gran lunga. Amano fare capriole nell’acqua, rovesciarsi sul dorso, lanciarsi a destra e poi a sinistra o tornare indietro senza motivo. Qualunque subacqueo abbia avuto occasione di incontrarle lo sa bene: non scappano davanti all’intruso, si mettono a giocare intorno a lui e lo coinvolgono in una specie di danza acquatica, nella quale tutti diventano amici. Gli squali più intelligenti si sono accorti di questa “pericolosa” abitudine. E hanno pensato bene di servirsene. Si avvicinano lentamente e cominciano a giocare: fanno capriole e girano a vuoto come le otarie. Si fingono amici. Poi all’improvviso scattano. E azzannano l’otaria più vicina.

Mi ero chiesto, tanto tempo fa, per quale ragione le otarie fossero così stupide. Possibile che non si rendessero conto di avere davanti gli stessi squali di prima, che le cacciavano senza pietà? Il punto è che le otarie si rendono conto perfettamente di avere davanti squali, ma credono di averli sedotti e neutralizzati grazie alle capriole. Credono di averli trasformati con la loro danza acquatica. Li hanno fatti diventare amici.

Ci sarebbe molto da dire sulle ragioni che spingono le otarie a giocare. Può darsi, come qualcuno ha sospettato, che il gioco delle otarie sia una specie di recita per distrarre prede più piccole e afferrarle all’improvviso. Oppure che il gioco sia un modo di sfogare un’esuberanza fisica speciale che non si riesce a contenere. Oppure che le otarie siano gli animali più simpatici del pianeta. In ogni caso, qualunque sia il motivo che le spinga a divertirsi in acqua invece di scappare, resta il fatto che il gioco – che sembrava tanto bello – si trasforma in un incubo, un labirinto senza via d’uscita.

Il problema è proprio questo. L’ho definito allora (mi si perdoni l’autocitazione, su cui ridacchio tra me e me) “il paradosso dell’otaria”. Chi è animato dalle migliori intenzioni e vuole solo giocare attirando tanti amici attorno a sé, non riesce a rendersi conto del fatto che il gioco può diventare una trappola. E che il presunto amico, che sembra tanto innocuo, può diventare come Anthony Perkins in Psycho (vedi una delle due foto sotto) un mostro, che rivela la sua spaventosa furia solo quando la vittima non può reagire. Come lo squalo. Come il caimano.

Il problema, veramente difficile da affrontare, è: come si fa a essere diffidenti quando si è fiduciosi per natura? Non è difficile farlo se invece di essere pieni di fiducia si è paranoici e si sospetta sempre di essere circondati da nemici. E’ questa la ragione per cui perfino un pazzo furioso come l’assassino di Psycho riesce a farla franca per anni e anni. E’ pazzo, ma in un modo del tutto speciale. Non perde il controllo della situazione e sfoga la sua pazzia con metodo e accanimento. Sospetta sempre di avere intorno nemici. Per questo è scaltro ed efficiente. Per lui non valgono le regole normali degli esseri umani e sarà sempre in vantaggio rispetto a chi invece è rimasto un essere umano e non si è trasformato in un lupo.

Ma gli altri, che possono fare? Gli altri si accorgeranno sempre troppo tardi di essere caduti in trappola.

Questa condizione di dipendenza, una fragilità congenita, spinge molte persone a un comportamento paradossale. Invece di rinsavire diventano addirittura complici di chi li perseguita.

Lo choc che hanno subìto è così forte che li porta a negare la scoperta traumatica dei loro limiti anche se riescono a sopravvivere. La storia è piena di esempi di “otarie” che non vogliono ammettere la loro cocente delusione.

Gli italiani sono maestri in questa politica (detta dello struzzo per citare un altro animale che è diventato proverbiale). Pensate a quanto è stato scritto e detto sulla “morte della patria” e sul senso di disonore in seguito all’armistizio con gli Alleati l’8 settembre del ’43. E pensate a quanto poco invece è stato detto o scritto sulla “morte della patria” il giorno che sono state proclamate le leggi razziali o sulla “morte della patria” il giorno in cui l’Italia ha aggredito vigliaccamente i Greci o gli Etiopi che non avevano fatto niente contro di noi. Pensate a quanto poco  è stato riconosciuto da tutti  che la «Guida degli Italiani» di allora – tal Benito – è  scappato vigliaccamente come un traditore qualsiasi invece di morire gridando “Viva l’Italia!”. Che ne avrebbero detto tanti morti per la Patria, se fossero risorti come diceva la «Canzone del Piave»?


E la Vittoria sciolse le ali al vento.
Fu sacro il patto antico: tra le schiere furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro e Battisti.

Ecco: se Guglielmo Oberdan, Nazario Sauro, Cesare Battisti, Carlo Pisacane, Michele Morelli, Giuseppe Silvati, Ciro Menotti, i fratelli Bandiera e gli altri morti per l’Italia unita – e perfino gli stranieri che morirono per l’Italia come Andrea Aguyar (*) o Anita Garibaldi – fossero risorti e avessero visto qualcuno che scappava solo per salvare la ghirba (dopo aver mandato a morire migliaia e migliaia di persone in suo nome in Europa, in Africa, in Russia e dopo aver fatto assassinare altre migliaia e migliaia di persone in Europa, Africa e Russia) che cosa avrebbero detto del “duce” che scappava, vergognoso come un ladro? Non avrebbero detto che la tanto amata e desiderata “Patria” era morta e sepolta, dopo una simile enormità? Eppure questo non è stato affermato allora, né viene affermato oggi. Si puo’ odiare Mussolini per ragioni politiche o per passione civile. Ma raramente si dice, senza con pura obiettività, che si è comportato come il peggiore “disertore per viltà”, che abbandona i suoi compagni e la Patria, per salvarsi.

E’ questo il paradosso dell’otaria: meglio dire che gli squali in fondo “hanno fatto qualcosa di buono” anche loro, piuttosto che dire “quanto siamo stupidi a fidarci di loro”.

Torniamo a noi e agli “occhi vitrei” dello squalo quando azzanna, così efficacemente evocati dall’amico Mariano. Quegli occhi sono la vera espressione del caimano. Come quelli satanici di Anthony Perkins in Psycho. Trovate che sono “simpatici”? Contenti voi…

(*) se nulla sapete di Andrés Aguyar cfr Omsizzar: di «mori» in Italia …  e 30 giugno 1849: lo schiavo liberato che…

 

Mariano Rampini discute – con Fabio Troncarelli e db – di otarie, italiani e (con rispetto parlando) di Calderoli

Vebbè, allora mi volete male. Io me ne sto qui a battere diligentemente sulla mia tastiera bluetooth (sennò i gatti si mangiano i fili) mettendo carne al fuoco per il romanzo che vorrei mandare alla prima edizione utile del Premio Urania, ma arrivate voi due a distrarmi. Però ci sta: perché è una distrazione piacevole dalla fatica di mettere insieme idee e parole e farle diventare un insieme comprensibile. Il paradosso dell’otaria (se Fabio lo ritiene opportuno posso chiedere informazioni più precise in proposito al mio fratellone zoologo o, meglio ancora, a un caro amico di FB oceanologo in attività, che proprio con mio fratello fece la tesi di laurea) mi ha ricondotto alla mente un testo che non mi stanco mai di consultare dopo averlo letto con sgomento cioè La banalità del male di Hannah Arendt. Pagine nelle quali – senza risparmiare critiche al sistema adottato dai servizi segreti israeliani per “impadronirsi di Adolf Heichmann – la scrittrice (filosofa, saggista, giornalista) si sofferma spesso sugli atteggiamenti del criminale nazista e ci propone l’immagine di un uomo sperduto, dallo sguardo sperduto e dai pensieri sperduti, del tutto fuori dalla sua zona di comfort (passatemi il paragone un po’ azzardato). Un uomo banale come pochi altri o, forse, come tutti i tedeschi che caddero nelle trappole mentali del signore degli squali (e della sua remora cioè Himmler). Perchè anche qui c’è un paradosso enorme, gigantesco, incredibile. Come hanno fatto i tedeschi, il popolo uber alles, i discendenti degli ariani splendenti, biondi, alti, muscolosi e con gli occhi azzurri, a credere alle parole di un uomo bassino (Mussolini accanto a lui pareva un gigante), con un paio di baffetti inconcludenti, capelli che sembravano perennemente unti – comunque neri – e con gli occhi ugualmente scuri, certo non azzurro cielo come i suoi amati ariani. Se io fossi stato un SS alto un metro e ottanta, spalle larghe, capelli color del grano e sguardo ceruleo, a sentirmi dare ordini da lui o dall’altro (occhialetti da miope, senza mento, espressione sfuggente) come avrei fatto a esclamare Hail Hitler e sbattere i tacchi ubbidendo ai suoi comandi? Insomma, a portare dolore, morte, distruzione, follia sui campi di tutta Europa (non parlo di Hirohito, così vicino fisicamente ai suoi alleati) è stato un popolo di ebeti, di persone banali che non osavano alzare lo sguardo (ecco, ci risiamo con gli occhi) anche solo per chiedersi “Ma che vole questo?”.

Il problema grave dunque è … la coscienza. Non quella che spinge a empatizzare con gli altri, ma quella di chi è in grado di pensare alle conseguenze delle proprie azioni. E del perché dovrebbe stare ad ascoltare gente che – per farsi gli affari suoi, si badi bene – fa in modo che siano altri ad agire. Senza mettere in funzione il cervello, rispondendo in modo banale a stimoli atroci.

Oggi sembra di nuovo che si voglia questo. E senza che nessuno se ne accorga. Ci sono in ballo questioni come l’autonomia differenziata che se spiegata ai tanti “veri italiani” citati dall’amico Fabio li farebbe rivoltare più volte nella tomba. Ma come? Noi ci siamo strappati l’anima in due, abbiamo accettato di essere fucilati, impiccati, uccisi sui campi di battaglia e adesso tutto questo lo vogliono mandare a puttane? E chi lo farebbe? Un certo Roberto Calderoli? Ma chi è? Un’otaria?…

 

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