In memoria di Stephen (William) Hawking

di Andrea Bernagozzi

Una mente che vagava libera fra atomi e stelle, pur essendo prigioniera in un corpo che doveva ucciderlo già cinquant’anni fa

Fruttero e Lucentini, storici curatori di Urania, rivista mondadoriana di fantascienza, raccontavano che colleghi e amici al bar, il giorno successivo allo sbarco sulla Luna di Apollo 11, li salutavano con decise pacche sulla spalle e sguardi di ammirazione, come se sulla Luna ci fossero andati loro. Questo perché per molti – soprattutto chi la fantascienza non la seguiva oppure la conosceva poco – andare sulla Luna era la fantascienza. Chi scrive è laureato in fisica e stamattina le amiche e gli amici che ho incontrato per strada mi hanno salutato con pacche sulle spalle, che mi hanno ricordato quelle di Fruttero e Lucentini. Sì, perché stamattina attraverso radio e telegiornali, siti web e social, le immancabili notifiche delle app, hanno saputo che è morto Stephen Hawking. E giù condoglianze come se fosse mancato un mio parente, cui rispondevo ringraziando, non senza imbarazzo.

Stephen Hawking è stato uno dei fisici teorici di riferimento dell’ultimo secolo. Non è questa la sede per riassumere il suo contributo alla scienza: in biblioteca, in libreria e in rete si possono trovare resoconti della sua attività decisamente migliori di quanto potrei fare io. Perché, anche se lavoro in un osservatorio astronomico, devo confessare che non sono un esperto del campo di studi d’elezione del famoso fisico teorico britannico. Mettere d’accordo meccanica quantistica e relatività generale, trovare una visione coerente che permetta di definire con matematica eleganza la struttura raffinata del cosmo e la sua evoluzione, comprendere come risalire dallo studio delle interazioni fondamentali della natura al concetto stesso di legge fisica, andare dal big bang ai buchi neri per tornare indietro con un viaggio nel tempo: bastano queste frasi per capire che lo studioso britannico ha cercato di tracciare mappe di territori inesplorati della nostra conoscenza. Certe volte le sue idee sono state accolte con entusiasmo, altre volte contestate in maniera decisa, com’è normale che capiti nella scienza. Hawking non pretendeva di essere sempre nel giusto e sono passate alla leggenda le scommesse con autorevoli colleghi su chi avesse ragione. Abbiamo così scoperto un malizioso interesse per le riviste patinate sexy, spesso messe in palio fra i contendenti per chi avesse avuto la meglio. Ogni tanto ha vinto, ogni tanto ha perso, in certi casi la questione è ancora aperta, ma lui non potrà ritirare il premio o pagare il debito. Il Nobel per la fisica, quello no, non l’ha mai vinto, come tanti altri scienziati meritevoli del resto, quindi non è che ciò aggiunga o tolga qualcosa al personaggio. Né le vicende della sua vita privata divenuta pubblica, tra amori e tradimenti, gioia e malattia, biografie e film di successo. Il suo nome è diventato un marchio di fabbrica, accostarlo a qualcosa implicava automaticamente certificarne il valore.
Personaggio, appunto, perché se il lavoro scientifico di Hawking è stato importante e ci sono fenomeni e formule che portano il suo nome, ancora più influente è stato il suo impegno per avvicinare le persone alla fisica e allo studio del cosmo. I suoi testi non sono considerati propriamente di divulgazione, se con questo termine intendiamo spiegare un concetto scientifico a chi non è esperto. Il libro “Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo” è stato un incredibile caso editoriale, aprendo un varco gigantesco grazie al quale moltissimi ricercatori e divulgatori hanno potuto pubblicare testi che altrimenti mai avrebbero visto la luce. Chi lo legge però non diventa un esperto di cosmologia o gravità quantistica. Certamente resta affascinato, comprende che esiste un mondo di possibilità che prima ignorava, un mondo dentro al mondo e soprattutto la cosa più incredibile: che questo mondo lo possiamo studiare, descrivere, forse anche capire grazie allo strumento più potente di tutti, l’intelligenza umana. Hawking rappresentava popolarmente l’essenza dell’intelligenza umana in quanto tale, mente prigioniera in un corpo che doveva ucciderlo già cinquant’anni fa. Invece quella mente vagava libera tra atomi e stelle, diventando anche un esempio per chi era sofferente.
Ecco, Hawking era certamente un tifoso dell’intelligenza umana, e scusate se è poco. Non stupisce che fosse un cultore dell’ironia, interpretando anche parodie di se stesso nei cartoni animati The Simpsons e Futurama, ovviamente nel telefilm di culto nerd The Big Bang Theory, oppure un delicato omaggio alla storia della fisica giocando a poker sul ponte ologrammi dell’Enterprise-D con Isaac Newton, Albert Einstein e l’androide Data, nell’indimenticabile prologo di una puntata di Star Trek: The Next Generation. Preoccupato proprio del futuro dell’intelligenza umana, recentemente aveva preso posizioni pubbliche contro lo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale (chissà cosa avrebbe detto Data) e ammonito sui pericoli dell’incontro con intelligenze aliene.
Manco a farlo apposta oggi – 14 marzo 2018 – è anche il 135° anniversario della nascita di Albert Einstein. Per gli appassionati di derby, resta la domanda: più intelligente Einstein oppure Hawking? Come dire, più forte Pelé o Maradona? Epoche differenti, paragoni improponibili etc. Riteniamoci fortunati di averli potuti vedere, mentre giocavano chi con il pallone e chi con le equazioni. E cerchiamo di essere abbastanza intelligenti da non dilapidare la loro eredità e magari raccoglierne il testimone.
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2 commenti

  • Andrea Ettore Bernagozzi

    Grazie a dibbì per aver pubblicato questo testo, scritto di getto e mal riletto. Lo si capisce dal fatto che Albert Einstein è nato 139 e non 135 anni anni fa. Il senso cambia poco, ma l’errore aritmetico resta. Mi consola il fatto che si dice che anche Einstein sbagliasse i conti, come si vede nella giustamente famosa partita a poker di Star Trek (http://www.lettera43.it/it/video/stephen-hawking-star-trek-partita-poker/23976/). Nel suo caso, però, era perché mentre faceva addizioni e sottrazioni già vedeva altrove con gli occhi della mente, seguendo la sua intuizione fisica; nel caso del sottoscritto, perché sbaglio e basta. Hawking no, pare fosse studente forse svogliato, ma preciso. Il che lo aiutava a vincere a poker e a fare tante altre cose.

  • Grazie Andrea, e grazie Dibbì. Andrea, ciò che hai scritto, di getto, è molto toccante, quanto se non più di ciò che Dennis Overbye oggi ha scritto sul The New York Times, o Roger Penrose sul The Guardian. La Fisica è già in sé un universo, tanto è vasta, ricca e profonda, e Hawking era infinitamente più bravo di me. In confronto a lui, io valgo molto meno di epsilon. Ma quando avevo 15 o 16 anni e mi sentivo molto solo in una specie di galera incomprensibile e inaccettabile, leggere molto lentamente e con difficoltà il suo Dal Big Bang ai Buchi Neri, senza che nessuno me l’avesse suggerito, e la altrettanto casuale scoperta di 2001 Odissea nello Spazio scatenarono la mia curiosità e meraviglia, mi assetarono, e mi aprirono una finestra, che mi mostrò un universo, lassù e ovunque, intravedibile anche dal fondo di una città molto difficile – Palermo. Quella finestra mi ha salvato la vita.

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