Intervista al fucile Itaka…

… scritta il 24 marzo 2006, a trent’anni dal colpo di Stato in Argentina.
di Sabatino Annecchiarico (*)
Lei da molti anni abita in Argentina, ha deciso definitivamente radicarsi in questo Paese?
Considero che ognuno di noi, quando trova il suo habitat ideale, non lo debba lasciare più. Quanto meno se quel posto offre un lavoro permanente e anche valorizzato nell’aspetto personale. Qui in Argentina ho trovato tutto questo e anche di più. Sono stato lusingato dall’affetto che mi ha dato una parte consistente della popolazione al punto tale che ho deciso di rimanere in questo meraviglioso Paese.
Quindi ha molti amici?
Non ci sono forze di polizia che non mi conoscano. Ho profondi rapporti di amicizia con tutti loro. Sono molto conosciuto persino in tutte le caserme delle Forze armate. Ci tengo a precisare, e con molto orgoglio, il profondo affetto che reciprocamente si è creato tra me e le forze paramilitari. Loro hanno dimostrato di rispettarmi e soprattutto di amarmi. Per questa ragione sono sempre al loro fianco e non ho deluso mai le loro attese. Ho amici in tutto il territorio nazionale. Per me questo è un orgoglio e sento che fa onore alla mia razza.
E nemici?
Purtroppo le marmaglie non mancano mai, loro sanno che non li considero e per questo fuggono. Sono quelli delle fabbriche. Molti appartengono ai ceti medi e persino studenti universitari. Però quelli peggiori sono quei disgraziati che vivono nei quartieri poveri delle città, nelle fatiscenti baracche che sporcano la bellezza argentina. Loro mi odiano. Sono stupito dal fatto che non capiscano che proprio tra di loro è covata la peggiore sovversione di terroristi del Paese. Terroristi e con idee comuniste.
Commenti di noti magistrati degli anni ottanta e novanta sostengono che lei ha lavorato sodo per riportare la giustizia in questo Paese, mettendolo al riparo da idee contrarie all’essenza morale dell’intera Nazione, quella di cultura occidentale e cristiana.
Certamente, e ne sono fiero. I migliori anni, quelli in cui il lavoro non finiva mai, furono tra il ’76 e il ’83. In quegli anni si lavorava senza sosta. Erano anni felici, tutto funzionava a meraviglia sotto gli ordini dei generali. Ricordo la sera in cui, dopo aver fatto il primo turno, mi avevano chiesto di restare anche dopo l’alba per concludere una missione di risanamento cittadino, una giornata che non finiva mai. Ho perso il conto del numero di sovversivi che ho colpito quella volta. Tanti, ma proprio tanti! Mi faceva male il grilletto e la mia canna diventava rossa. Al sergente, che mi guidava nelle azioni, chiedevo di fermarsi un po’, «fammi prendere fiato, per favore», altrimenti non potevo garantire più la precisione. Ricordo un’altra sera di luglio, in pieno inverno e con un freddo che faceva tremare l’anima. La mia squadra, composta di una ventina d’uomini, svegliò alle 3 del mattino tutto un quartiere periferico a sud di Lanus, pochi chilometri da Buenos Aires. Ricordo molto bene una casa, per modo di dire, bassa fatta alla meno peggio e messa in piedi con cartone e lamiere arrugginite. C’erano bambini che piangevano aggrappati alle loro mamme. A tuttora ho nelle mie orecchie quei pianti. All’inizio mi rifiutai di fare il lavoro, ma poi decisi di non fermarmi perché era il mio dovere per il bene della Patria. Quel quartiere ancora oggi si ricorda di quella nottata e sono passati 30 anni. Avevamo disposto in fila indiana intere famiglie, quasi nudi e per molte ore su quella strada sterrata e infangata dalla pioggia caduta ore prima. Così li tenemmo buoni mentre finivamo il nostro lavoro. Ci siamo attardati per quasi sei ore cercando dappertutto. Non potevamo credere quanti sovversivi c’erano in quelle baracche.
Quale futuro prevede per il suo Paese?
Dal mio punto di vista ci sarà ancora tanto lavoro. Molte guardie giurate, che lavorano garantendo la sicurezza dovunque, prediligono il nostro servizio per l’alta affidabilità che sempre abbiamo garantito. Sono gli stessi paramilitari o poliziotti di prima, solo che adesso hanno creato cooperative di vigilanza e offrono il loro servizio nei ricchi quartieri della città, davanti ai supermercati, all’ingresso di ristoranti, nelle aree di servizio, persino nei caselli autostradali. Come dicevo, dovunque sia necessario, noi continueremo a essere presenti. Per questo motivo ritengo che il futuro in questo Paese sia ancora gioioso.
Mi parli di lei.
Cosa vuole che dica. Ho già un po’ di anni e comunque mi sento giovane. Anzi, direi ringiovanito per la varietà di lavoro che ci offrono, se pur non del tutto di nostro gradimento. Nei tempi di gloria, quando a governare c’erano i militari, la gente non usciva per strada a fare quel bordello manifestando in piazza per ogni cosa. Noi la bloccavamo alla fonte e mettevamo nel sangue quel rispetto per cui poi nessuno aveva il coraggio di contraddire le nostre idee. Adoperavamo solo pallottole vere. Certo che la gente per bene, che mai ci ha dato fastidio, non si è mischiata con questa marmaglia che si faceva incantare dai comunisti. Oggi non è così, ci riempiono pallottole di gomma per dissuadere i manifestanti. Oggi chiunque scende in piazza a fare casino: non c’è più quel rispetto nei nostri confronti. Su questo piano sono un po’ addolorato. Poi c’è quella stampa di sinistra che sempre parla male di noi, ignorando, spudoratamente, l’eroico servizio che abbiamo dato alla Patria, aver spazzato via il rischio del comunismo nel nostro Paese. Le confesserò, perché lo so, che questa stampa non è nostrana. Viene dall’estero, dove si sono rifugiati i traditori della Patria. Purtroppo lì poco possiamo fare, non ci consentono di lavorare liberamente. Sempre quando ci penso mi ripeto… peggio per loro. In questi giornalisti, salvo eccezioni come lei, cela il covo di sovversivi e sono i più pericolosi per la nostra libertà. Fanno il fine lavoro di lavaggio di cervello, ed è bene che si sappia che noi siamo sempre vigili nei loro confronti e interveniamo preventivamente mettendo le cose al posto giusto. Malauguratamente oggi dobbiamo intervenire con prudenza, non c’è più la sicurezza di una volta ed è facile trovare il terrorista di turno che, pur di alimentare vendetta, nascondendosi dietro un incauto giornalista ci accusa pubblicamente facendo in modo che questi pseudo-giornalisti scrivano nella stampa locale, e magari anche in quella internazionale, ignominie nei nostri confronti; rammento che le leggi sono sciaguratamente cambiate. Sentivo l’altra sera in un bar vicino al palazzo di governo, a due passi da Plaza de Mayo, dire da due neo ufficiali dell’esercito, molto giovani, che «se tutti ci mettessimo seriamente a lavorare sodo, quei bei tempi ritorneranno». Magari; sottovoce io consentivo.
Nel mettere le cose al posto giusto, come lei asserisce, quale fu il vostro ruolo nella tecnica di far scomparire le persone, quelle poi conosciute come “desaparecidos”?
Mai abbiamo fatto simile lavoro. Noi eravamo puliti e trasparenti in ogni operazione assegnata e mai abbiamo avuto bisogno di nascondere quel che facevamo. Qualunque persona poteva verificare ocularmente il nostro lavoro finito. Sempre abbiamo firmato con le nostre impronte di piombo ogni missione. Mai ci siamo nascosti e neppure oggi lo facciamo. Siamo fieri e non siamo delle canaglie. La nostra arguzia è quella di far vedere cosa siamo in grado di fare e per questo motivo mai abbiamo fatto scomparire nessuno, qualora ci fossero stati davvero scomparsi in questo Paese. In ogni modo mi faccia chiarire un passaggio di vitale importanza sull’argomento che lei ha sollevato, quelli dei “desaparecidos”, come internazionalmente si è pubblicizzato. Dicono che ci sono migliaia di persone scomparse nel nulla, forse 30 mila che non si trovano più. Questa diffamazione sovversiva mi fa sputare fuoco dall’ira. Vuole sapere la verità? Questi disgraziati, pur di non affrontare le loro responsabilità sul degrado in cui trascinarono il Paese con le loro idee socialiste, e poi non avendo neppure il coraggio di affrontare le nostre ragioni, emigrarono all’estero. Lei vada un po’ in giro per il mondo e ne troverà migliaia di questi balordi. Lì si fanno chiamare argentini. Solo in Europa ci saranno oltre 30 mila, ma che dico, milioni. A volte penso quanta sofferenza dovrà affrontare l’Europa con questa gentaglia. Ho un consiglio da dare agli europei: di non ascoltarli. Per favore questo consiglio lo scriva chiaro, forse qualcuno da quelle parti lo leggerà. Scriva anche che questi qua hanno la parola facile e sono bravi a incantare serpenti. Sono perversi fabulatori. Noi li conosciamo molto bene, e mi stiano ad ascoltare gli europei che già hanno capito da cosa devono proteggersi: chiudete ancora di più le vostre frontiere e affondate in mare quelli che non riuscite a rispedire indietro, che qui ci pensiamo noi. Metta anche questo in chiaro nella sua intervista. Per favore non si dimentichi di scrivere, e lo rimarchi con forza, che in questo Paese non ci sono stati mai desaparecidos.
(*) Questa improbabile – ma tristemente veritiera nel suo assurdo – intervista al fucile Itaka fu pubblicata nel 2006 (a 30 anni dunque dal colpo di Stato in Argentina) da «El Ghibli», rivista online di letteratura della migrazione. La trovate qui
http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/id_1-issue_03_14-section_6-index_pos_1.html
«El Ghibli» è nata nel 2003, con il contributo della Provincia di Bologna, ed è ospitata sul sito dell’ente provinciale all’indirizzo:
www.el-ghibli.provincia.bologna.it
È una rivista online di letteratura della migrazione – la prima di questo genere in Italia – il cui comitato editoriale è costituito prevalentemente da scrittori e scrittrici stranieri. A giugno «El Ghibli» festeggerà – con un convegno e altre iniziative – i suoi 10 anni di vita e nei prossimi giorni qui in blog ne daremo notizia. (db)

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2 commenti

  • Sabatino Annecchiarico

    Grazie… visto e riletto… A dopo. Domani sono a Roma… e tu? S.-

  • Sicuramente l’ intervistato immaginario, con il soprannome di Ithaka dal fucile che utilizzava nei sequestri o per sparare alla nuca di coloro che si uccidevano direttamente, senza gettarli da un aereo nella foce del Rio de La Plata, guidava anche un Ford Falcon verde oliva senza targa.
    In molti corpi di desaparecidos, apparsi assassinati ,nelle autopsie fatte dall’ Equipo Argentino de Antropologia Forense ( EAAF) di Buenos Aires sono stati trovati proiettili sparati da escopetas ithacas.
    Il fucile a pompa Ithaca 37 è un fucile a pompa a canna mozza, il modello militare fu usato nella guerra del Viet Nam, dallo sconfitto esercito americano.
    In dotazione all’esercito argentino questi fucili furono usati anche dagli squadroni della morte della triple A o erano praticamente in dotazione alle famigerate Ford. Vennero utilizzati casualmente anche dai rivoluzionari, Per esempio i membri del PRT assassinati vilmente a Capilla del Rosario a Tucuman avevano anche dei fucili Ithaca.
    Niente quindi contro il fucile in sé, probabimante qualche Ithaca preso dai Viet Cong a militari yankees, servì a vincere una guerra contro l’imperialismo americano.

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