Jorge Adur, il cappellano dei montoneros

Un ricordo del sacerdote argentino a 35 anni dalla scomparsa per mano della dittatura militare

di David Lifodi

Fra meno di venti giorni ricorrerà il trentacinquesimo anno dalla scomparsa di Jorge Oscar Adur, il cappellano argentino dell’organizzazione guerrigliera dei montoneros sequestrato e desaparecido dal 26 giugno 1980. Il caso del sacerdote rapito dai militari è tornato alla ribalta pochi mesi fa, quando la Commissione nazionale della verità brasiliana, sorta nel 2012 per far luce sui crimini della dittatura che tenne in scacco il paese dal 1964 al 1985, consegnò alla presidenta Dilma Rousseff  l’elenco delle vittime del Plan Cóndor.

Adur, sacerdote e docente di filosofia, figurava tra i 434 desaparecidos brasiliani: il religioso si stava recando a Porto Alegre quando fu arrestato nella città argentina di Paso de los Libres (dipartimento di Corrientes), al confine con il Brasile: fu l’ultima volta in cui il cappellano dei montoneros fu visto in vita. L’intento di Adur era quello di uscire dal paese per consegnare al papa Giovanni Paolo II, in quel momento in viaggio in America Latina, la lista dei desaparecidos che aveva ricevuto dalle Madres de Plaza de Mayo. Da giovane Adur aveva fatto il suo ingresso nella Congregazione degli Agostiniani dell’Assunzione in qualità di seminarista, ma presto aderì al Movimiento de Sacerdotes para el Tercer Mundo, di cui diventò uno dei principali esponenti.  Il sacerdote cominciò ad avere la polizia militare alle calcagna nel settembre 1970, quando celebrò la messa per Fernando Abal Medina, uno dei principali leader della guerriglia montonera, a cui si era unito dopo la sua militanza cattolica nel Movimiento de Sacerdotes para el Tercer Mundo e attorno al gruppo che costituì la rivista Cristianismo y Revolución. Medina era stato ucciso dai militari e la solidarietà di Adur fu tale che il regime lo voleva morto: il sacerdote fu costretto a riparare in esilio Francia grazie all’aiuto – udite, udite! – di Pio Laghi, il nunzio apostolico conosciuto per essere intimo della dittatura, tanto da partecipare alle sfide di tennis con gli alti vertici della giunta golpista. L’intento di Jorge Adur, al suo ritorno in Argentina, era quello di denunciare i crimini e i sequestri della dittatura, ma dopo il suo arresto a Paso de los Libres fu deportato al centro clandestino di tortura La Polaca, dove operava il famigerato Batallón de Inteligencia 601: da allora risultò desaparecido e, probabilmente, condotto in Brasile nell’ambito del Plan Cóndor. Ordinato sacerdote nel 1961, Jorge Adur aderì pienamente al vento progressista che spirava dal Concilio Vaticano II: prima entrò nel Movimiento de Sacerdotes para el Tercer Mundo e poi si unì ai montoneros. In un reportage pubblicato poco dopo la sua scomparsa, nel luglio 1980, la rivista brasiliana Denuncia riportò quello che rappresentava una sorta di testamento politico di Jorge Adur: “Faccio parte dei montoneros perché combattono per il popolo argentino e per la liberazione della mia patria”. Il sacerdote aveva aderito all’organizzazione guerrigliera fin dalla sua fondazione, nel 1969, e ci teneva a sottolineare come la sua militanza rivoluzionaria non fosse incompatibile con la sua fede in Dio e il suo essere religioso. “Credo che la violenza sia un male”, spiegava Adur, “ma l’uomo deve lottare contro il male”, che il sacerdote identificava nelle ingiustizie sociali che affliggevano l’Argentina e che poi sarebbero sfociate nella presa del potere da parte dei militari il 24 marzo 1976. Adur si ispirava ai religiosi impegnati a difendere i diritti delle comunità indigene contro l’oppressione spagnola del XIX secolo e riteneva il suo impegno, e quello dei sacerdoti che avevano aderito alle organizzazioni rivoluzionarie latinoamericane, come il più nobile dei sentimenti popolari. E ancora, il cappellano montonero ricordava l’enciclica Populorum Progressio, che giustificava l’utilizzo della violenza per liberare le comunità dal male come poteva essere una dittatura militare usurpatrice del potere e che violava i diritti umani, a partire dall’omicidio di monsignor Enrique Angelelli, anch’esso appartenente al Movimiento de Sacerdotes para el Tercer Mundo e ucciso dalla dittatura in un incidente di auto provocato dai militari. Il lavoro di padre Adur con i poveri (non a caso la chiesa dove celebrava messa si chiamava Jesús Obrero) aveva una significativa valenza in chiave sociale e comunitaria e le stesse omelie in occasione delle funzioni religiose erano partecipate e legate ai temi dell’attualità: ad esempio, dalla messa in latino Adur passò ad una caratterizzata dai canti popolari e realmente aperta a tutti. Era evidente che la dittatura considerava Jorge Adur un nemico: il 4 giugno 1976 un battaglione dell’esercito cercò di rapirlo, ma non era in casa. In compenso furono sequestrati due giovani seminaristi divenuti desaparecidos. Fu in seguito a questo episodio che Jorge Adur scelse di rifugiarsi in Francia, dove lavorò in qualità di segretario del vescovo di Parigi, grazie ad un accordo tra Pio Laghi ed Emilio Massera. La persecuzione e la morte di molti suoi amici spinsero però Adur a tornare in Argentina e nel 1978 accettò l’incarico di cappellano militare propostogli dai montoneros, che cercavano di essere riconosciuti dalle Nazioni Unite in qualità di forza belligerante. Il religioso non lasciò l’abito, come in molti speravano, anzi, si sentiva legittimato a ricoprire quel ruolo dopo 17 anni di sacerdozio trascorsi a fianco dei poveri e degli oppressi. Roberto Cirilo Perdía, storico dirigente montonero, ricorda che Adur partecipava alla vita dell’organizzazione guerrigliera in qualità di sacerdote, e non di combattente, con il consenso del suo ordine: non entrò mai in clandestinità, ma fu autorizzato dal suo superiore della Congregazione degli Agostiniani dell’Assunzione, senza partecipare ad operazioni di tipo militare né prendere in mano un fucile.

L’ultima persona che vide Jorge Adur in vita fu la militante montonera Silvia Tolchinsky, anch’essa sequestrata e poi sopravvissuta ai centri di tortura clandestini: sentì le grida di dolore del sacerdote sotto tortura, ma non lo vide tornare in cella. Probabilmente, dopo che i militari brasiliani consegnarono Adur ai loro colleghi argentini, questi ultimi lo gettarono in mare in uno dei voli della morte.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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