KOBE BRYANT, CAMPIONE ANTIRAZZISTA CON CUORE ITALIANO

di Bruno Lai
23 agosto 1978: nasce Kobe Bryant.

Tra i migliori giocatori NBA di sempre, Kobe Bryant, soprattutto nella seconda parte della sua vita, ha investito la propria enorme visibilità mediatica per esporsi a favore dei diritti civili, della giustizia sociale e dell’uguaglianza razziale. All’inizio della sua carriera Bryant era concentrato quasi unicamente sulla competizione sportiva; poi, col tempo, ha sviluppato una profonda consapevolezza sociale. Questa evoluzione lo ha portato a schierarsi apertamente contro le discriminazioni e a finanziare alcune grandi istituzioni culturali afroamericane.

Joe e Kobe Bryant

Il grande campione statunitense era “figlio d’arte”: il padre, Joe “Jellybean” Bryant, ex giocatore NBA, fu ingaggiato da diverse squadre italiane. Così il piccolo Kobe visse in Italia dal 1984 al 1991, dai sei ai tredici anni circa. L’infanzia italiana fu decisiva per la sua formazione personale e cestistica. La famiglia Bryant – il padre Joe, la moglie Pamela, Kobe e le sorelle Sharia e Shaya – si trasferì inizialmente a Rieti nel 1984, dove papà Joe cominciò la sua esperienza nel campionato italiano. In seguito abitò a Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia, ultima tappa italiana della famiglia.
A Reggio Emilia, quando aveva circa dodici anni, Kobe iniziò a giocare nelle formazioni giovanili locali. I suoi coetanei ricordavano già allora una tecnica e una determinazione fuori dal comune.

Joe “Jellybean” Bryant

Kobe imparò rapidamente la lingua e da adulto parlava italiano con notevole scioltezza. Non si trattava soltanto di una conoscenza scolastica: l’italiano era la lingua della sua quotidianità, degli amici, degli allenatori e dei campetti di quartiere. Per questo, anche dopo il ritorno negli Stati Uniti, continuò a considerare l’Italia una parte importante della propria identità.
In varie occasioni disse di avere un “cuore italiano” e ricordò con affetto il cibo, gli amici e la vita trascorsa nelle città in cui era cresciuto. Nel 2013, per esempio, tornò a Cireglio, vicino a Pistoia, visitando vecchi amici e il campetto dove giocava da bambino.

Kobe Bryant ragazzino in Italia

Kobe aveva già iniziato ad avvicinarsi alla pallacanestro negli Stati Uniti, ma fu soprattutto in Italia che imparò i fondamentali: palleggio, passaggio, tiro, movimenti senza palla e disciplina tattica. Da bambino seguiva il padre durante gli allenamenti e le partite, osservando da vicino la vita di un giocatore professionista.
Secondo i ricordi di amici e compagni, Kobe passava molto tempo ad allenarsi, sfidando i coetanei negli “uno contro uno”. La sua competitività, però, non cancellava la dimensione infantile: era anche un bambino inserito nella vita del paese, con amici italiani e una normale esperienza scolastica.

Kobe Bryant bambino segue una partita del padre

In un’intervista alla CNN, poco prima della morte, Bryant raccontò di aver assistito direttamente a episodi di razzismo negli stadi di calcio italiani. Precisò tuttavia che i genitori lo avevano educato a comprendere il fenomeno e a non reagire soltanto con la rabbia: per lui, l’educazione e la conoscenza erano strumenti essenziali per combattere il pregiudizio. «La cosa più importante – diceva il campione – è l’educazione e capire che il razzismo è qualcosa che fa parte della nostra cultura da molto tempo». Ecco perché le destre, negli States come in Italia, si battono con accanimento contro la scuola pubblica! Il razzismo è un sentimento primordiale, da cavernicoli, che alimenta le destre; l’antirazzismo, invece, richiede maggiore consapevolezza, più cultura ed orienta le persone a sinistra, verso l’uguaglianza e la difesa dei diritti umani.
L’Italia fu per Kobe un luogo amato e formativo. Una volta rientrato negli States, i suoi ricordi dell’Italia comprendevano amicizie, appartenenza, sport e familiarità con la cultura del Paese.

Kobe Bryant giovane cestista in Italia

È stato scritto che l’Italia contribuì a formare almeno tre aspetti della personalità di Bryant:
la tecnica, perché qui costruì le basi del suo gioco;
l’adattabilità, perché dovette cambiare più volte città, scuola, squadra e ambiente sociale;
un’identità culturale meticcia, americana ma profondamente legata all’Italia. Del resto, così è sempre avvenuto nella storia umana: noi Sapiens siamo animali migranti e culturali. Abbiamo esplorato tutte le terre emerse ed abbiamo una cultura meticcia, che è il frutto di molteplici influenze e contaminazioni. [1]
Quando tornò negli Stati Uniti a tredici anni, non era ancora una star, ma possedeva già una solida preparazione tecnica, una grande sicurezza ed una familiarità con il gioco europeo.

Kobe Bryant sviluppò il suo impegno sociale soprattutto nella fase adulta e dopo il ritiro, usando la sua notorietà sia per fare beneficenza, sia per ampliare le opportunità educative e sportive dei giovani. I tre ambiti più importanti furono la lotta al razzismo, l’educazione attraverso lo sport e la promozione della pallacanestro femminile.

Kareem Abdul-Jabbar sul razzismo

Il suo approccio era basato su due elementi: denunciare pubblicamente gli abusi e le discriminazioni; investire sulla formazione dei giovani, considerata essenziale per modificare pregiudizi radicati nella cultura. Probabilmente Kobe Bryant era d’accordo con un altro campione del basket USA, Kareem Abdul-Jabbar, che sosteneva che il razzismo è come «il pulviscolo nell’aria. Sembra invisibile fino a che non ci fai luce sopra, e allora vedi che è dappertutto». [3]

National Museum of African American History and Culture

È significativo anche il sostegno al National Museum of African American History and Culture dello Smithsonian. La Kobe and Vanessa Bryant Family Foundation fu tra i fondatori dell’istituzione con un contributo di almeno un milione di dollari; Bryant donò inoltre al museo la maglia delle Finals NBA del 2008. Il museo celebra il cammino dei diritti civili e la storia afroamericana.
Per Bryant lo sport non doveva limitarsi alla prestazione agonistica. Poteva insegnare disciplina, collaborazione, gestione della sconfitta, responsabilità e fiducia in sé. La Kobe and Vanessa Bryant Family Foundation dichiarava infatti di voler migliorare la vita dei giovani attraverso esperienze educative e culturali, incoraggiandoli contemporaneamente a rimanere attivi attraverso lo sport.

Mamba and Mambacita Sports Foundation

Tra le iniziative sostenute dalla fondazione vi furono: borse di studio e programmi per giovani atleti; la Kobe Basketball Academy, rivolta a ragazze e ragazzi dagli 8 ai 18 anni; esperienze formative per studenti appartenenti a minoranze; programmi rivolti a giovani provenienti da comunità svantaggiate; attività con organizzazioni impegnate contro la povertà e la condizione dei giovani senza dimora. Bryant insisteva sul fatto che i giovani dovessero imparare non soltanto a vincere, ma anche ad accettare se stessi e, da questa accettazione, imparare ad accettare gli altri.
L’impegno del campione afroamericano per lo sport femminile fu particolarmente intenso negli ultimi anni di vita. Non si limitò a dichiarare il proprio sostegno alla WNBA: partecipava alle partite, seguiva le giocatrici, le allenava e utilizzava la propria visibilità per far conoscere il loro talento.
La sua presenza pubblica accanto alla figlia Gianna – grande appassionata di pallacanestro e aspirante giocatrice WNBA – contribuì a rendere più visibile l’idea che il basket femminile meritasse la stessa attenzione, rispetto e investimento riservati a quello maschile. La WNBA ha ricordato che Bryant contribuì alla crescita del movimento attraverso relazioni personali, mentoring, allenamento di giocatrici di vari livelli e il lancio della Mamba Sports Academy.

Sabrina Ionescu, Jewell Loyd e Breanna Stewart

Tra le attività più rilevanti ci furono: sviluppo di programmi e tornei di basket femminile attraverso la Mamba Sports Academy; allenamento e mentoring di giovani giocatrici; sostegno pubblico a cestiste universitarie e professioniste; collaborazione con iniziative come Her Time to Play, promossa da NBA e WNBA per favorire la partecipazione delle ragazze allo sport; promozione dell’idea che ragazze e ragazzi dovessero avere pari accesso alle strutture, agli allenatori e alle opportunità agonistiche. Kobe Bryant ha investito tempo e risorse per allenare e dare visibilità alle giovani atlete, fungendo da mentore per star di prima grandezza come Sabrina Ionescu, Jewell Loyd e Breanna Stewart.

Giannis Antetokounmpo

Perché Kobe Bryant assegnava tanta importanza allo sport? Negli Stati Uniti, il concetto di “sogno americano” descrive una terra di opportunità dove chiunque, con il duro lavoro, può farcela. Tuttavia, il sogno è spesso, se non sempre, una menzogna! La realtà USA è segnata da profonde disuguaglianze strutturali e da un welfare ridotto al minimo. In questo contesto di forte disparità economica e sociale, lo sport si è trasformato in uno dei pochissimi e reali “ascensori sociali” rimasti a disposizione delle minoranze etniche e di chi nasce in famiglie svantaggiate.
Lo sport assume un ruolo cruciale nella società americana come passaporto per l’istruzione, come opportunità di ottenere visibilità e riscatto sociale e come investimento comunitario.

Serena Williams

Passaporto dell’istruzione: negli USA il sistema scolastico e universitario ha costi proibitivi. Le borse di studio sportive, athletic scholarships, rappresentano l’unico modo per milioni di ragazzi poveri, neri o ispanici di accedere ai college della Ivy League o alle grandi università pubbliche, ottenendo una laurea che altrimenti non avrebbero mai potuto permettersi.
Visibilità e riscatto immediato: i circuiti dello sport giovanile, della NCAA, il campionato universitario, e delle leghe professionistiche come NBA, NFL e MLB, funzionano come una gigantesca vetrina “meritocratica”. Se hai talento, le statistiche non guardano al tuo codice postale o al colore della tua pelle.
Investimento comunitario: nei quartieri più degradati delle metropoli americane o nelle aree rurali impoverite, i campetti di basket o i campi da football sono spesso gli unici luoghi sicuri. Diventano centri di aggregazione sociale e alternative concrete alla strada, alle gang e alla criminalità.

LeBron James

Atleti famosi come LeBron James, Serena Williams o Giannis Antetokounmpo – sebbene quest’ultimo sia di origine greca, la sua storia incarna perfettamente il sogno afroamericano della NBA – dimostrano visivamente che l’ascesa è possibile. Questi atleti spesso reinvestono milioni di dollari nelle proprie comunità d’origine, creando scuole, fondazioni e posti di lavoro.
Sebbene lo sport sia un motore di mobilità straordinario, nasconde un’insidia sistemica. Le probabilità statistiche di passare dal ghetto al professionismo milionario sono infinitesimali: meno dell’1%. Questo crea una narrazione a volte distorta, in cui l’eccellenza fisica diventa l’unica via di fuga percepita per un giovane delle minoranze, lasciando indietro chi non ha un talento atletico fuori dal comune. Inoltre, discipline storicamente costose come il tennis, il golf o il nuoto continuano a mantenere barriere d’accesso economiche molto alte, accentuando le divisioni di classe.

Kobe Bryant

La frase che compare nella maglietta, «I can’t breathe» ricorda diversi omicidi razzisti compiuti da poliziotti statunitensi ai danni di cittadini afroamericani. È diventata un simbolo delle lotte anti-razziste negli USA.
«I can’t breathe» è la frase pronunciata ben undici volte da Eric Garner nel luglio 2014, prima di essere ucciso per soffocamento da un agente di polizia bianco, che non venne nemmeno incriminato.
«I can’t breathe» è la frase pronunciata più volte da George Floyd nel 2020 prima di essere assassinato per soffocamento da un poliziotto bianco. Questa volta, però, l’assassino è stato incriminato, processato e condannato. [2]

Eric Garner, George Floyd, Abderrahim Fakir

Nel dicembre 2014 Bryant organizzò la partecipazione dei Los Angeles Lakers alla protesta con le magliette «I Can’t Breathe», durante il riscaldamento e la partita contro i Sacramento Kings.
In Italia, quest’anno, nel quartiere Pilastro di Bologna, Abderrahim Fakir, imprenditore di origine marocchina di 43 anni (la stessa età di Eric Garner!), è morto a seguito di una manovra di soffocamento simile a quella che ha ucciso George Floyd. Una manovra rivelatasi più volte letale! Sul (presunto) omicidio di Abderrahim Fakir sono in corso indagini. In tutti e tre questi casi sappiamo quel che è successo anche perché altre persone hanno filmato quanto accadeva.

Lakers

Nel 2014 Kobe Bryant espresse il suo sostegno al movimento Black Lives Matter e supportò le rivendicazioni delle comunità minoritarie denunciando apertamente gli abusi di potere. Il suo impatto è stato tale che, durante le proteste nazionali negli Stati Uniti, i cittadini hanno protetto spontaneamente i murales a lui dedicati a Los Angeles.
Le persone nere, latine/ispaniche, native americane e nativi hawaiani/insulari del Pacifico continuano a essere uccise dalla polizia USA in proporzione maggiore rispetto alla loro presenza nella popolazione totale. Nel 2024, secondo il database Mapping Police Violence, la polizia USA ha ucciso almeno 1.365 persone, l’anno più letale dal 2013. I neri sono stati uccisi con una percentuale 2,9 volte superiore rispetto ai bianchi. I nativi americani circa 3,1-3,2 volte più dei bianchi. I latini/ispanici circa 1,3 volte più dei bianchi. I nativi hawaiani/insulari del Pacifico mostrano la disparità più alta: 7,6 volte i bianchi.
I neri rappresentano circa il 13% della popolazione ma oltre un quarto delle vittime.

COSA SONO LE “SCOR-DATE”
Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Dal primo marzo questa rubrica si rafforza, grazie all’impegno di Bruno Lai che proporrà almeno tre “scordate” (ma se saranno di più mica vi lamenterete, vero?) a settimana. Le troverete alle 22 e dintorni. Grazie in anticipo a chi commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa, farà proposte … o anche solo ci leggerà.
La redazione – sempre un po’ ballerina – della bottega

NOTE

[1] Per illustrare come le culture umane siano meticcie, cito un celebre brano dell’antropologo statunitense Ralph Linton, intitolato Cento per cento americano. La cultura, quella della nostra società come quella di ciascuno di noi, è frutto di scambi, prestiti, innesti ed acquisti da altre culture. Perciò il professor Linton cominciava la sua prima lezione di antropologia con questo testo: «Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell’India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente addomesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti inventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell’Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani. Tornato in camera da letto, prende i suoi vestiti da una sedia il cui modello è stato elaborato nell’Europa meridionale e si veste. Indossa indumenti la cui forma derivò in origine dai vestiti di pelle dei nomadi delle steppe dell’Asia, si infila le scarpe fatte di pelle tinta secondo un procedimento inventato nell’antico Egitto, tagliate secondo un modello derivato dalle civiltà classiche del Mediterraneo; si mette intorno al collo una striscia dai colori brillanti che è un vestigio sopravvissuto degli scialli che tenevano sulle spalle i croati del XVII secolo. Andando a fare colazione si ferma a comprare un giornale, pagando con delle monete che sono un’antica invenzione della Lidia. Al ristorante viene a contatto con tutta una nuova serie di elementi presi da altre culture: il suo piatto è fatto di un tipo di terraglia inventato in Cina; il suo coltello è di acciaio, lega fatta per la prima volta nell’India del Sud, la forchetta ha origini medievali italiane, il cucchiaio è un derivato dell’originale romano. Prende il caffè, pianta abissina, con panna e zucchero. Sia l’idea di allevare mucche che quella di mungerle ha avuto origine nel vicino Oriente, mentre lo zucchero fu estratto in India per la prima volta. Dopo la frutta e il caffè, mangerà le cialde, dolci fatti, secondo una tecnica scandinava, con il frumento, originario dell’Asia minore. Quando il nostro amico ha finito di mangiare, si appoggia alla spalliera delle sedie e fuma, secondo un’abitudine degli indiani d’America, consumando la pianta addomesticata in Brasile o fumando la pipa, derivata dagli indiani della Virginia o la sigaretta, derivata dal Messico. Può anche fumare un sigaro, trasmessoci dalle Antille, attraverso la Spagna. Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi semiti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato in Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che si agitano all’estero, se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indo-europeo, ringrazierà una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento americano».

[2] Eric Garner era un cittadino afroamericano di 43 anni, padre di sei figli, la cui uccisione il 17 luglio 2014 a Staten Island, New York, per mano della polizia, divenne uno dei catalizzatori del movimento Black Lives Matter. Fermato dagli agenti della polizia di New York, NYPD, Garner fu bloccato a terra dal poliziotto Daniel Pantaleo tramite una mossa di soffocamento, una pratica vietata dal regolamento interno del dipartimento. Durante l’arresto, ripreso in diretta dal cellulare di un passante, Garner pronunciò la frase «I can’t breathe», «Non riesco a respirare», per 11 volte prima di perdere conoscenza e morire poco dopo in ospedale. L’autopsia stabilì che il decesso fu un omicidio causato dalla compressione del collo e del torace, aggravato dall’asma cronica di cui soffriva. Il caso suscitò un’ondata massiccia di proteste negli Stati Uniti, esasperate dalla decisione del Gran Giurì di non incriminare penalmente l’agente Pantaleo. Le ultime parole di Eric Garner si trasformarono immediatamente in uno slogan globale contro la brutalità poliziesca e il razzismo sistemico, tornando a risuonare con forza sei anni più tardi, nel 2020, in seguito all’omicidio di George Floyd avvenuto in circostanze drammaticamente simili. Le ultime parole di Eric Garner furono:
«Vi prego, lasciatemi stare.
Ve l’ho già detto, lasciatemi stare, per favore, non mi toccate.
Non mi toccate.
I can’t breathe.
I can’t breathe.
I can’t breathe.
I can’t breathe.
I can’t breathe.
I can’t breathe.
I can’t breathe.
I can’t breathe.
I can’t breathe.
I can’t breathe.
I can’t breathe».

[3] Prendo la citazione di Kareem Abdul-Jabbar dal prezioso libro di Alessandro Portelli, Il ginocchio sul collo. L’America, il razzismo, la violenza tra presente, storia e immagini, Donzelli 2020. Cfr. https://www.cbsnews.com/news/kareem-abdul-jabbar-on-racism-in-america-george-floyd-30-years-since-rodney-king-nothing-has-changed/

SITOGRAFIA

https://it.uefa.com/news-media/news/0259-0f8e7483bee6-be09bcb9ad8f-1000–il-presidente-uefa-ricorda-l-impegno-di-kobe-bryant-nella-lo/

https://sport.sky.it/nba/2020/01/27/kobe-bryant-figlia-gigi-basket-femminile

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/27/kobe-bryant-il-mezzo-italiano-linfanzia-nel-nostro-paese-tra-milan-e-fantozzi-le-ultime-visite-tra-emilia-e-pistoia-la-piazza-a-suo-nome/5686656/

https://www.gazzetta.it/Nba/27-01-2020/kobe-nebbia-causa-dell-incidente-ecco-chi-sono-altre-vittime-360440335458.shtml

https://www.gazzetta.it/Nba/04-02-2024/chi-e-sabrina-ionescu-la-regina-del-tiro-da-3-che-sfidera-curry-all-all-star_preview.shtml?reason=unauthenticated&origin=http%3A%2F%2Fwww.gazzetta.it%2FNba%2F04-02-2024%2Fchi-e-sabrina-ionescu-la-regina-del-tiro-da-3-che-sfidera-curry-all-all-star.shtml

https://www.gazzetta.it/Nba/03-03-2021/intervista-people-vanessa-bryant-kobe-gianna-mi-aiutano-ad-andare-avanti-4001157187564.shtml

https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/cronaca/cards/kobe-bryant-l-italiano-l-infanzia-reggio-libro-film/piazza-reggio-emilia.shtml

https://www.corriere.it/sport/20_gennaio_26/morto-kobe-bryant-campetti-italia-campione-totale-nba-cosi-black-mamba-diventato-leggenda-cca0298a-407b-11ea-a133-84fd84fc9cfa.shtml

https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/sport/20_gennaio_28/lacrime-cireglio-kobe-il-bambino-che-correva-forte-2d2f062e-41b5-11ea-8134-b1202666557e.shtml

https://www.deejay.it/articoli/kobe-bryant-documentario-italia-interviste-italiano/

https://www.avvenire.it/agora/sport/quando-kobe-andava-a-scuola-dalle-suore_60195

https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/04/20/morte-di-george-floyd-lex-agente-di-polizia-derek-chauvin-e-stato-condannato-per-omicidio/6171861/

Stati Uniti d’America

Violenza di Stato: il virus diffuso dagli Usa

#8. Underreported, Often Deadly Abuses of Police Authority

https://lespresso.it/c/mondo/2025/12/10/stati-uniti-femminicidi-fbi-taglio-fondi-federali/58699

https://www.repubblica.it/esteri/2026/01/08/news/george_floyd_minneapolis_donna_uccisa_proteste-425082213/

 

 

 

Informazioni sull'autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *