La terza repubblica nell’urna?

di Gian Marco Martignoni

Anche in molti ambienti democratici ha destato sorpresa la scelta compiuta da Mario Monti di farsi portavoce di una area ben precisa della borghesia del nostro Paese, mentre al contempo affermava nella trasmissione ben condotta da Lilly Gruber «di non sentire alcuna passione per la politica».

Per comprendere l’atteggiamento solo apparentemente contraddittorio di questo austero funzionario del capitale transnazionale, è necessario ritornare con la memoria all’esito infausto delle elezioni politiche del 2008, che – con la sconfitta prevedibile ma clamorosa del duo Veltroni/Bertinotti – aveva consegnato le chiavi del governo a un centro-destra dai proclami assai roboanti e dilagante sul piano del consenso elettorale.

Come il sopraggiungere della crisi economica a livello internazionale abbia investito in maniera drammatica il nostro Paese già declinante da circa un ventennio, disvelando la demagogia intrinseca al discorso populista berlusconiano-leghista e contribuendo a delegittimare ulteriormente la coalizione di centro-destra (che peraltro aveva ingaggiato una lotta furibonda con la Cgil rispetto alla struttura della contrattazione e alla tenuta dello Stato sociale) è storia ben nota.

Che poi Giorgio Napolitano e i poteri forti a livello internazionale della cosiddetta troika, a fronte di rapporti di forza non mutati fra centro-destra e centro-sinistra rispetto al 2008, abbiano visto – defenestrato Berlusconi – nella compagine di tecnici guidata da Monti l’occasione propizia per applicare il decalogo della Bce contro il mondo del lavoro (controriforma delle pensioni, legge 92 della Fornero comprensiva della modifica dell’articolo 18, ecc.) e le classi popolari (Imu, tagli su tagli alla scuola, l’università, la sanità e agli enti locali) preservando le rendite del sistema creditizio e della speculazione finanziaria, nonché i grandi patrimoni (che non sono stati tassati) è la realtà che drammaticamente ha inasprito il quadro delle diseguaglianze.

Un quadro che l’economista Mario Pianta ha ben descritto nel pampleth «Nove su dieci» (Laterza), non a caso sottotitolato «Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa». Sicché c’è da augurasi che un possibile cambio di governo inauguri un’agenda diversa rispetto a quella avanzata da Monti e dalle istituzioni europee, giacchè l’ascesa di Hollande in Francia e le elezioni dopo l’estate in Germania potrebbero segnare un mutamento degli equilibri in Europa e soprattutto un cambiamento delle politiche economiche. Come peraltro auspica il rapporto Euromemorandum 2013, lanciato nel mese di dicembre da 400 economisti europei, a fronte dell’aggravarsi della crisi, poiché come Perry Anderson ha giustamente rilevato su «Le Monde diplomatique» di dicembre: «Per poter funzionare, l’Unione richiede che lo Stato più forte in termini di ricchezza e popolazione le dia coesione e orientamento».

Anche perché il problema che emerge nazionalmente e su scala internazionale è l’esplosione della disoccupazione, non solo giovanile, a livelli intollerabili, per via delle politiche rigidamente monetariste perseguite dalle tecnocrazie neo-liberiste, che incentivano paradossalmente la decrescita della zona euro, in assenza di qualsiasi prospettiva di ripresa a breve termine, come ha candidamente segnalato nel mese scorso la cancelliera Merkel. Al punto che, fra il 2013 e il 2016, il Pil potrebbe ridursi di circa il 3,5% nel complesso della zona euro e addirittura di circa il 5/8% in Italia, Portogallo e Spagna.

Pertanto è la prospettiva di un cambio di governo e di agenda che ha messo in fibrillazione la frazione tecnocratica della borghesia italiana, che giustamente dal suo punto di vista gioca la carta del condizionamento da destra di Bersani e compagni, chiedendo poco elegantemente il silenziamento di quanti si sono opposti e si oppongono a una ulteriore svalorizzazione della forza lavoro e alla mercatizzazione dello Stato sociale, nel mentre non cela il suo sostegno alle tesi “americane” propugnate da Marchionne e ha un fido alleato nell’ascaro Raffaele Bonanni.

Ovviamente le scelte compiute da Montezemolo, Casini, Fini e Monti non sono indolori nemmeno per il centro-destra, in quanto esplicitando la loro rottura con il retrivo populismo berlusconiano-leghista, contribuiscono dal loro versante ad affossare quel bipolarismo invocato solo a parole dai sostenitori del sistema elettorale maggioritario.

La contesa elettorale è dunque assai aspra e quanto mai incerta rispetto all’esito finale.

Per questa ragione è grave che a differenza del Front de Gauche in Francia e della Linke in Germania la sinistra radicale e comunista nel nostro Paese, al di là delle personalità di Ingroia e Vendola, si presenti a questo appuntamento divisa e senza quella forza organizzata in grado di sviluppare un’azione di lotta più incisiva rispetto alla difesa degli interessi delle classi popolari e del mondo del lavoro.

Stante che l’avvento della cosiddetta Terza Repubblica si preannuncia con caratteri assai regressivi sul piano dei rapporti economico-sociali e culturali.

(Varese, 18.1.2013)

 

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