La violenza non è simmetrica

Intervista ad Ana Carcedo di Cefemina (Centro Feminista de Información y Acción del Costa Rica) di Gabriela De Cicco per Awid, 30.11.2012. Traduzione e adattamento di Maria G. Di Rienzo.

Cosa si intende per “femicidio” e “femminicidio”?

Ana Carcedo(AC): In Honduras e in Costa Rica, quando cominciammo nel 1994 ad indagare sulle morti delle donne, adottammo il concetto di «femicide» sviluppato da Diana Russell (http://www.dianarussell.com/) e lo traducemmo come «femicidio». Contemporaneamente, senza che noi lo sapessimo, nella Repubblica Dominicana Susy Pola stava conducendo ricerche simili alle nostre e tradusse «femicide» come «feminicidio». Marcela Lagarde espanse il concetto di Russell includendo l’impunità: lei sostiene che questo è qualcosa di nuovo e che si chiama «feminicidio».

Per cui, nell’America Centrale ci sono due differenti termini per descrivere due tipi di crimine. Il femicidio è l’assassinio di donne da parte di uomini perché sono donne, a causa della loro “subordinazione” di genere. Tale subordinazione è dovuta alle relazioni diseguali di potere fra donne e uomini a cui ci si riferisce nella Convenzione Inter-Americana sulla prevenzione, la sanzione e lo sradicamento della violenza contro le donne, chiamata Convenzione «Belem do Para».

Questa violenza non è casuale. E’ il prodotto di una particolare struttura sociale in cui le donne occupano una posizione più bassa e subordinata, il che facilita la violenza contro di esse. Il femicidio è la forma più estrema di violenza contro le donne.

«Femminicidio»si riferisce all’impunità e alla complicità relative ai femicidi. Il crimine non viene commesso solo quando si uccide una donna, ma anche quando lo Stato non investiga accuratamente e si fa complice. In questo caso, noi diciamo che lo Stato commette il crimine di non garantire alle donne una vita libera dalla violenza e di non garantire il loro diritto alla giustizia.

Cosa vi ha spinto a indagare sulle morti delle donne nel 1994?

AC: Sin dagli anni ’80, le femministe hanno lavorato duro per rendere visibili le differenti forme di violenza contro le donne. Fu durante il primo incontro latino-americano e dei Caraibi (Bogotà, Colombia, luglio 1981, ndt.) che il 25 novembre fu stabilito come Giorno Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Che la violenza uccidesse era una realtà che avevamo compreso da prima ma durante gli anni ’90 cominciammo a voler portare attenzione su questa realtà. In questo periodo un legge che includeva misure protettive passò in Costa Rica, ma non era quella che le femministe avevano proposto. Le organizzazioni femministe, inclusa Cefemina, avevano proposto una legge che proteggesse le donne all’interno delle relazioni, ma quella che passò parlava invece di proteggere le “persone”. Per cui, nel 1997, cominciammo a lavorare per avere una legge che criminalizzasse la violenza contro le donne.

Restammo irremovibili rispetto al fatto che doveva essere un legge che rispettasse la «Belem do Para» e non una legge neutra rispetto al genere, a uso e consumo degli uomini. In quel contesto volevamo dimostrare che la violenza non è simmetrica, non è lineare; volevamo provare che i femicidi esistevano e che non esisteva situazione paragonabile per gli uomini. Fu così che la prima ricerca sul femicidio ebbe inizio in Costa Rica.

Secondo te i femicidi stanno aumentando? Se sì, perché pensi che accada? Dove sono maggiormente prevalenti?

AC: In Honduras, Guatemala, El Salvador, i femicidi sono aumentati, non solo di numero, sono cresciuti anche in brutalità. Nel resto dell’America Centrale il dato fluttua, a eccezione del Messico che ha un tasso permanentemente alto di femicidi. L’ipotesi che noi avanziamo nella ricerca, che si intitola «Noi non dimentichiamo, Noi non accettiamo. Femicidio nell’America Centrale» è che l’aumento sia collegato agli attuali contesti economici e politici della regione. L’imposizione dell’economia della globalizzazione ha significato perdite consistenti per i nostri Paesi, in special modo per le donne. Ciò ha dato come risultato il crescente successo degli affari di mafia. Le condizioni che nutrono la violenza contro le donne sono create nei nostri Paesi, come il traffico di donne e di droghe. Anche la migrazione comporta rischi seri per le donne. A livello economico esse sono relegate nelle maquilas (laboratori in cui operano in condizioni di semi-schiavitù, ndt.) e anche la militarizzazione e le maras (gang criminali giovanili, ndt.) sono problemi.

Per il passato, le reti mafiose avevano una sorta di codice di condotta che lasciava le donne fuori da tutto. Oggi è l’esatto opposto: i criminali usano le donne come leve. Per esempio, usano le donne delle famiglie “nemiche”, perché esse sono comunque “a disposizione” e i nemici si sentiranno minacciati. E’ quella che Rita Segato (femminista brasiliana, ndt.) chiama il messaggio orizzontale inviato da uomini ad altri uomini uccidendo donne. Esso dice: «Questo è il mio territorio. Se oso uccidere senza temere ritorsioni è perché mi sono già comprato a mazzette le autorità locali». Le giornaliste e le difensore dei diritti umani delle donne, poiché apertamente espongono queste situazioni, sono particolarmente vulnerabili a tale forma di violenza.

Dove hanno fallito le politiche per contrastare i femicidi nei Paesi in cui essi sono in crescita?

AC: Nonostante tutte le leggi, il problema continua a essere la fallacia dell’indagine legale. Non c’è interesse a farla in modo corretto. In Costa Rica noi abbiamo leggi che criminalizzano la violenza contro le donne, ma a più del 70% delle denunce che ricadono sotto queste leggi non viene dato proseguimento legale: il magistrato decide che nessun crimine è stato commesso. Alle donne che chiedono giustizia per le loro figlie si risponde che le ragazze erano mareras (appartenenti alle gang criminali giovanili, ndt.), puttane, tossicomani, quando in effetti erano solo studentesse. E inoltre, cosa importerebbe anche se fossero mareras o prostitute? Alla denuncia deve seguire un’indagine, punto e basta.

Gli Stati reagiscono solo quando organismi internazionali esercitano pressione su di loro. Il Guatemala ha risposto bene alle pressioni: nel 2008 hanno approvato la legge «Contro il femicidio e altre forme di violenza dirette alle donne». Ora hanno avvocati e magistrati specializzati in materia. E quest’anno hanno risolto casi di femicidio commessi dalle maras, dimostrando che la cosa può essere fatta se c’è la volontà politica di farla.

Quali cambiamenti sono necessari affinché queste politiche siano efficaci? Cos’altro dovrebbero fare gli Stati?

AC: Quasi tutti i Paesi dell’America Centrale hanno leggi specifiche sulla violenza contro le donne. Abbiamo bisogno di magistrati che sappiamo come indagare e presentare le accuse, e che vogliamo farlo. Dobbiamo chiedere che il pm raccolga tutte le prove e gli esami specifici richiesti. Più polizia dev’essere istruita a un responso rapido, in particolar modo nelle situazioni ad alto rischio. A livello regionale e internazionale dobbiamo creare spazi dove agli Stati si richieda di rispondere per quanto sta accadendo.

Puoi dirci qualcosa del «Modello di protocollo per investigare e documentare efficacemente il femicidio/femminicidio»?

AC: Ci stiamo lavorando. Tentiamo di mettere insieme alcune linee guida specifiche per indagare sui femicidi, che tendono a non essere seguite quando i femicidi sono indagati come omicidi ordinari. Sviluppare l’ipotesi è cruciale: il primo che arriva sulla scena del crimine crea un’ipotesi basata sulle sue prime impressioni. A esempio, se un cadavere di donna è scoperto in uno spazio vuoto, si può concludere che l’attacco è derivato da un tentativo di rapina; se questa ipotesi diventa la sola ipotesi in campo non c’è altro da fare, il caso è chiuso. La chiave è avere una buona ipotesi investigativa che non sia chiusa e soprattutto che contempli la possibilità di un omicidio intenzionale, commesso da persone che conoscevano la donna. Per le analisi tecniche non è diverso: secondo il nostro modello gli esperti fanno le autopsie al modo solito, ma stanno più attenti (e riportano al magistrato) se vi sono segni di morsi, marchi di coltello, se la parola puta (puttana) è stata incisa sul petto della donna, eccetera.

Io sono fra quelle che pensano che ogni omicidio di donna dovrebbe essere investigato dapprima come possibile femicidio, scartando l’ipotesi qualora nulla la comprovi. Ciò permetterebbe di evitare la perdita di informazioni importanti e più casi potrebbero essere risolti.

SOLITA NOTA

Le traduzioni di Maria G. Di Rienzo sono riprese – come i suoi articoli – dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/.  Il suo ultimo libro è “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo”: una mia recensione è qui alla data 2 luglio 2011. (db)

 

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