Laurie e il mercato della carne

di Anna Sterling

(per “Feministing“, 6 ottobre 2012, traduzione e adattamento di Maria G. Di Rienzo)

Il recente libro di Penny “Meat Market: Female Flesh Under Capitalism” è un incisivo commentario sullo sfruttamento della carne femminile nell’economia globale. Penny scrive: “La femminilità stessa è diventata un marchio, una formula angusta sempre più ristretta di identità mercificata, che può essere rivenduta alle donne alienate dal loro stesso potere di esseri viventi, amanti, che lavorano.” Questa frase illustra perfettamente il suo affermare che il capitalismo moderno si basa completamente sull’alienazione delle donne da se stesse. Penny sostiene che tutta la sessualità femminile sia lavoro, e che le donne siano allo stesso tempo consumatrici e consumate. E’ una lettura affascinante, un libro che spazia fra le teorie di Marx, Engels e Shulamith Firestone fornendo una visione materialista del genere e della società.

Laurie Penny è una giornalista, blogger, scrittrice di Londra. Lavora per il quotidiano “The Independent” e ha una rubrica su “The New Inquiry”. In passato ha scritto per “New Statesman”, “The Guardian”, “The Nation”, “Salon” e altri.

Anna Sterling (AS): Nel tuo libro scrivi: “Se tutte le donne della Terra si svegliassero domani sentendosi veramente bene e potenti nei loro corpi, le economie del globo collasserebbero entro la notte successiva.” Cosa possiamo fare per avvicinarci a questa rivoluzione?

Laurie Penny (LP): Darei tutto quel che ho per poter agitare una bacchetta magica e far sentire istantaneamente bellissima ogni donna e ogni ragazza che odia il modo in cui appare, incluse donne e ragazze che mi sono molto care e che vedo soffrire. Ma non basta. Non basta sentirsi così, dobbiamo ripensare a cosa la bellezza significa, se è qualcosa con cui vogliamo aver a che fare, a che servono i nostri corpi, a quanto tempo ed energia vogliamo dedicare alla ricerca infinita della conformità ad un modello: tempo ed energia che potremmo impiegare altrove.

Immagina lo shock se le donne dappertutto cominciassero a dire: “Veramente non me ne importa se sembro bella o no.” Per questo, secondo me, le proteste delle Pussy Riot sono state così efficaci: hanno rovesciato sottosopra le aspettative tradizionali sul genere, sulla bellezza e sul comportarsi bene, ed hanno usato quest’attitudine radicale per attirare l’attenzione sugli abusi del regime di Putin.

AS: Tu dici anche che gli stereotipi sul femminismo esistono perché “terrorizzano le donne con la paura che la politica radicale distruggerà la loro sessualità e la loro identità di genere”. Perché pensi sia questa la paura più grande delle donne?

LP: Di qualsiasi sesso noi si sia, finiamo per imparare – in particolare dopo l’inizio della scuola e della segregazione sociale – che la nostra identità di genere è la parte più importante della nostra identità totale, e che non adattarsi bene alla scatola rosa con il marchio F o a quella blu con il marchio M significa subire ostracismo, solitudine e vergogna. Una delle cose che ho appreso dai miei amici transessuali è quanto potente e spaventosa è la paura di essere “sbagliati” rispetto al genere: è vissuta come una forma di distruzione dell’identità, come se una parte di noi venisse uccisa.

Gli stereotipi sulle femministe (siamo asessuate, mascoline, con le gambe pelose, aggressive, ecc.) sono spesso ideati per implicare questo: le donne che mettono in discussione norme di genere a livello personale o politico perdono l’identità femminile, che è importante oggi quanto lo era trent’anni fa per l’accettazione sociale e personale. Il fatto che non sia vero non è la cosa più importante. La cosa più importante è che abbiamo permesso si ridefinisse il femminismo come anti-sesso e anti-genere, mentre al suo centro c’è la liberazione del genere e della sessualità.

AS: Tu pensi sia possibile continuare ad assumere stereotipi di genere ed essere allo stesso tempo delle rivoluzionarie?

LP: Ascolta, tutti e tutte assumiamo stereotipi di genere. Viviamo in un mondo la cui socializzazione è costruita quasi interamente sugli stereotipi di genere: la prima cosa da capire sono le scelte che facciamo su quali assumere. Alcuni sono più dannosi di altri, particolarmente se non interrogati; io sono preoccupata, ad esempio, dalla tendenza delle mie coetanee (sotto la trentina, ndt.) di giocare con questa “gentilezza domestica retrò finti anni cinquanta”, mentre le battaglie dell’epoca di Betty Friedan sono lungi dall’essere state vinte e le donne in tutto il mondo svolgono la stragrande maggioranza del lavoro di cura e del lavoro domestico gratuitamente. Ma dire che puoi essere una femminista solo se rinneghi tutti gli stereotipi di genere sarebbe come dire che puoi essere anti-capitalista solo se non compri più nulla in alcun negozio.

AS: Quando hai cominciato a identificarti come femminista? In che punti vedi la collisione fra femminismo accademico e femminismo attivista?

LP: Ho deciso di essere una femminista a dieci anni, quando ho letto per caso un libro di Germaine Greer che mia madre aveva lasciato in giro per casa. Le scrissi una lettera assieme alle mie amiche, dicendole che volevo diventare una scrittrice femminista proprio come lei, e gongolai di delizia quando qualche settimana più tardi ricevetti una sua cartolina come risposta. Crescendo, tuttavia, sono giunta a credere che essere femminista non è sui termini dell’identità, è una cosa attiva, un verbo, qualcosa che fai. Io faccio femminismo quando scrivo, quando leggo, quando imparo, quando tento di costruire solidarietà assieme alle forti donne che conosco e di suscitare consapevolezza nelle indecise. Ogni volta in cui lotto contro l’ingiustizia di genere su scala macro o micro, faccio femminismo. Altre lo fanno in modo diverso, e magari non pensano neppure che lo stanno facendo. Il femminismo accademico è indispensabile, altrimenti il resto di noi da dove prenderebbe le statistiche che scriviamo sugli striscioni e sui cartelli? Scherzi a parte, nessun movimento sociale che voglia essere efficace può limitarsi all’accademia, neppure un movimento di studenti radicali.

AS: Chi è la tua eroina da romanzo preferita, e chi sono le tue eroine nella vita reale?

LP: Oh, questa è davvero una domanda difficile. Diciamo Jane Eyre, l’eroina del mio libro preferito. Devo averlo letto venti volte. Nella vita reale ci sono così tante donne che mi ispirano: Mona Eltahawy, Naomi Klein, la scrittrice Bonnie Greer, le giovani e coraggiose Pussy Riot, Arundhati Roy, l’attrice comica Josie Long, Selma James, la sceneggiatrice televisiva Lena Dunham, Valerie Solanas, la scrittrice inglese Nina Power, e naturalmente Molly Crabapple, un’artista e una vera “dura” con cui ho scritto il mio ultimo libro, “Discordia”. La maggior parte delle mie eroine non sono famose. Sono scrittrici, artiste ed attiviste che io vedo ogni giorno fare cose ambiziose e coraggiose per cambiare il mondo. E le due mie eroine più grandi sono le mie due sorelle minori.

AS: Stai andando su un’isola deserta e puoi portare con te un cibo, una bevanda e una femminista. Cosa scegli?

LP: La focaccia che faceva mia madre. La chiamava “focaccia del giorno via”, perché la preparava per noi quando era fuori per partecipare a corsi d’addestramento. Poi porterei infinite quantità di tè forte (ho deciso che sull’isola deserta fa freddo, ma anche se non è così avrò bisogno di tè per curare il disappunto e la nostalgia di casa). Se la femminista deve essere una famosa, penso che bell hooks (le minuscole furono una scelta dell’autrice citata, ndt.) sarebbe una grandiosa compagna. Ma quando finirà la focaccia avrei davvero difficoltà a mangiarla, per cui mi porterei dietro Sarah Palin, il cui abuso della parola “femminismo” la renderà ancora più deliziosa da mangiare.

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