Le ombre dei padri

A volte le recensioni sono un po’ (o molto) strane: qui db cioè Daniele Barbieri, figlio di un colonizzatore, fa i conti con il libro di Alessandro Ghebreigziabiher «Nato da un crimine contro l’umanità» (*)

«Papà, che fai qui?». Non sono abituato a parlare con mio padre, anzi a vederlo comparire all’improvviso. E poi mio padre è morto.

«Ho capito papà, sono fra dormiveglia e sonno. Non è la prima volta che ti sogno e …  inevitabilmente finiamo per litigare». Come è sempre stato in vita.

Ancor più buffo, nella stranezza, è che io stia passeggiando per Roma con mio padre; quasi mai è successo. E’ sera, poca gente in giro. A mala pena si leggono le targhe delle strade. Ah, adesso ho capito: siamo dopo viale Trieste.

«Papà, credo di aver capito dove andiamo e perchè ti sto sognando. Tu lo sai? Già non rispondi, perchè sei morto ma non è che anche da vivo tu abbia mai preso in considerazione le mie domande serie, eri un mago nel sviare i discorsi».

Parlare da solo non accade solo nei sogni. «Però papà io so perchè sei finito qui stanotte ad agitarmi. E’ colpa di Alessandro Ghebreigziabiher e del suo libro che continua a farmi pensare e, tolgo solo una s, il verbo diventa penare».

Penare.

Ho fatto tante strane recensioni ma questa di ragionare su un libro con il fantasma di mio padre è davvero un inedito. Ci proverò.

Cominciando con le parole di Alessandro: «Avendo preso da te la carnagione, oltre a quel meraviglioso quanto complicato cognome, nonostante la cittadinanza acquisita per legge, ho iniziato la mia vita in questo Paese mascherato da bambino africano». Un saggio appassionante quello di Alessandro Ghebreigziabiher ma anche choccante, dolcissimo dialogo con il padre morto. Questione di padri già. Non tutti uguali.

«Eccoci, papà. Grazie davvero di aver risposto. Sono lieto che WhatsApp prenda pure nell’aldilà». Pur avendo una laurea in informatica, Ghebreigziabiher non ama i cosiddetti social ma «trattandosi di strumento venefico, è lapalissiano che funzioni anche nell’oltretomba».

Il padre di Alessandro si chiamava Araya e «venne alla luce in Eritrea, nel maggio del 1936». Sperando in un futuro migliore studiò e poi lavorò a Napoli «dove conobbe mia madre Paola. I due si innamorarono e, malgrado le differenze legate alle origini e alle rispettive famiglie, decisero di sposarsi».

Questa storia così privata si intreccia con le conseguenze di un crimine contro l’umanità: «si chiama colonialismo nel Corno d’Africa e ci riguarda come cittadini di un Paese che ancora oggi dimostra di avere un problema con la memoria». Un doppio problema, si potrebbe aggiungere: di quando noi italiani eravamo poveri e costretti a emigrare; e di quando prima i Savoia e poi Mussolini trasformano quella povertà in miccia per le aggressioni colonialiste, forse “pezzenti” ma crudeli come le altre.

«Hai capito adesso dove siamo?». Io sto continuando a camminare con mio padre e ogni angolo è un pezzetto di storia recente: via Bengasi, via Makalle, via Tigrè, via Tripolitania, via Gadames, via Homs e lì c’è anche piazza Amba Alagi. Poi naturalmente i viali con i nomi del “nuovo millennario impero di Roma” – che durò pochi anni – viale Libia,viale Somalia, viale Eritrea e viale Etiopia. La nostra vergogna in 4 nomi ma ancora ci diciamo macchè, “italiani, brava gente”.

«Sì, papà. E’ il Quartiere africano, a Roma lo chamano ancora così. Da qui ci vuole l’autobus o il nuovo metrò per andare a piazza dei Cinquecento. Ti ricordi qual ‘ è? I romani continuano a chiamarla piazza della stazione Termini. Tu lo sapevi papà chi erano quei 500? Morti a Dogali nel 1887, in una guerra d’aggressione: perlopiù poveri cristi che non sapevano neanche dove erano ma guidati da ufficiali, tanto sanguinari quanto vili (i primi a scappare) e incapaci.

«Papà, prima che tu sparisca dal mio dormiveglia, ti faccio sapere che quando, mesi fa, sono tornato a Roma ho passato 5 minuti a cercare una scalinata e una targa, piccolo e tardivo omaggio ad Andrés Aguyar».

Chi è fuori dal sogno e legge probabilmente non sa chi era Aguyar. Nato in schiavitù vi restò finchè in Uruguay, nel 1842, non venne abolita la schiavitù. Nell’assedio di Montevideo Giuseppe Garibaldi ebbe con sé circa 5.000 ex schiavi, fra i quali un “gigante” di nome Aguyar che lo seguì quando, nel 1848, tornò in Europa. Aguyar fu con Garibaldi nella prima guerra di indipendenza italiana e poi nella “Repubblica Romana”. Si notava quel gigante nerissimo: finì in libri, quadri e nei versi di Cesare Pascarella: «appena ar primo razzo de mitraja / lo vedevi, strillano, che correva / co’ la lancia framezzo a la battaja».

Il 30 giugno 1849 Aguyar, promosso tenente da Garibaldi, venne mortalmente ferito dalle schegge di una granata francese. Morì nell’ospedale di Santa Maria della Scala, accanto a Luciano Manara e a Goffredo Mameli. Aveva sì e no trent’anni. Prima di esalare l’ultimo respiro, dicono che mormorasse: «Lunga vita alle repubbliche di America e Roma».

Lui sì che meritava una piazza.

Mio padre è svanito, così esco dal dormiveglia e torno al libro di Ghebreigziabiher, fra pensieri e pene.

Anche lui – Alessandro – discute con suo padre mentre passeggia fra strade e piazze che a Roma portano i nomi dei colonialisti mai condannati per crimini contro l’umanità. In questo libro – e cammino – incontreremo un bellissimo discorso di Benito Mussolini che l’autore ha scelto di riportare per intero. Io ne condivido ogni parola e mi spiace soltanto che non lo abbia pronunciato, altrimenti sarebbe passato alla Storia come un grand’uomo.

Dopo aver vagabondato fra Roma e Storia maiuscola, Ghebreigziabiher ci guida nella vicenda storica eritrea, incrociando il punto di vista etiope (fra i due Paesi ci fu unuone, separazione e poi una sanguinosa guerra). Anche qui sa essere narratore e storico; non semplice farlo per centinaia di pagine.

L’ultima parte è «la più personale e intima», centrata su difficoltà e sfide di chi è anagraficamente italiano ma con la pelle un po’ diversa.

Alessandro è da anni narratore e teatrante. Sognava e in parte sogna ancora che il raccontare possa essere antidoto contro il razzismo che si nutre di paura e soprattutto ignoranza. Non è sicuro che «il nostro Paese prima o poi farà ammenda delle nefandezze che ha compiuto e compie». Ma ha promesso al padre di «presentargliene il conto con ogni mezzo».

Lui può farlo. Ma anche io, in un’altra maniera, tanti anni fa ho chiesto il conto a mio padre. Neanche più nel sogno ci parliamo ed è giusto così.

«Nato da un crimine contro l’umanità» («Dialogo con mio padre sulle conseguenze del colonialismo italiano»)
di Alessandro Ghebreigziabiher

Tab edizioni, 2022

(*) pubbicato anche su Micromega on line

NOTA PER CHI LO CERCHERA’ IN LIBRERIA

Anche questo, come il precedente romanzo di Ghebreigziabiher «Agata nel Paese che non legge» (Nem editore, pure del 1922) non è semplice da trovare. O meglio: nelle piccole librerie ve lo ordinano e arriva. Invece nelle grandi il sistema automatico di ricerca – non voglio usare la parola algoritmo – pare che non lo riconosca. Nonostante la gentilezza di libraie e librai. Ho deciso di indagare su questa stranezza ma se qualcuna/o mi illumina risparmio laminima fatica. Nel frattempo siate tenaci: i libri di Ghebreigziabiher alla fine si trovano anche “nel Paese che (quasi) non legge”.

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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