Lila e l’aggressore progressista

 Traduzione e adattamento di Maria G. Di Rienzo.

Lila è una femminista e un’attivista per i diritti umani. Per quanto riguarda questo suo pezzo non desidera siano forniti altri dettagli sulla sua identità.

«Voglio farti felice». Era solito dire questo dopo ognuno dei suoi scoppi di rabbia. E per circa due anni io gli ho creduto. Gli ho creduto anche dopo che mi aveva colpito la prima volta, quando il colpo mi raggiunse alla spalla. Ho smesso di credergli dopo il secondo, quello sulla schiena. Ho visto l’uomo per quello che era e l’ho lasciato tre mesi dopo.

La prima volta ti lascia intorpidita. Neghi. Te ne stai là a pensare: «Questo non è accaduto. Non a me. Non da lui. Questo non è reale». Ti dici che quella torsione delle sue labbra te la sei immaginata, quella che ha trasformato il suo bel viso in una maschera di odio per una frazione di secondo. E come sei arrivata a questo punto? Tu, che ti dichiari femminista? Tu che parli di indipendenza e bandiere rosse e diritti delle donne? Tu, quella a cui le altre si rivolgono per avere consigli? Quella a cui nessuno crede possa capitare una cosa del genere?

E’ perché nessuno ti mette in guardia verso «l’aggressore progressista». Ti dicono che il violento cercherà di isolarti dai tuoi amici, non che chiederà di conoscerli. Ti dicono che sarà un conservatore che vuole vedere le donne incatenate al secchiaio della cucina, non ti dicono mai che potrebbe essere un tizio di sinistra che pratica il riciclo e sostiene i diritti delle donne.

Avevo una sensazione viscerale negativa su di lui già durante la nostra prima settimana insieme. Sentivo che qualcosa nel suo temperamento non mi andava. Entravo in tensione avendolo vicino. Non era da me. Ma lui era intelligente, attraente e concordava con tutte le mie opinioni politiche e religiose, perciò mi dissi che era solo perché stava passando un periodo difficile. So essere d’aiuto in questi casi, e pensai che dovevamo solo stare attenti a non pestarci reciprocamente i piedi. Funzionò un paio di volte, ma poi i suoi scoppi di rabbia divennero routine. Istintivamente avevo il desiderio di proteggermi la faccia ogni volta in cui lui alzava la voce. Dapprima a essere presi a pugni furono i muri e i mobili. Ancora oggi il suono di un oggetto che si rompe mi fa sobbalzare. «Colpisco i muri per non colpire te» mi disse: «Non voglio farti male».

Ero innamorata, così mi convinsi: il fatto che ne fosse conscio metteva a posto tutto. Sì, aveva questo problema di carattere, ma ci stava lavorando su e non avrebbe mai diretto la sua violenza su di me. Dovevo solo imparare a non farlo infuriare e a mantenere le distanze quando perdeva le staffe. In fin dei conti, quanto spesso poteva capitare? Ma saltò fuori che capitava spesso. Niente di quel che io facevo andava bene abbastanza. Se ero in ritardo, se avevo dimenticato di fare qualcosa, se non avevo lavato i piatti nel modo giusto, se non avevo sentito qualcosa che lui aveva detto… inevitabilmente ne conseguiva una scenata.

Tuttavia, questa non era che la parte visibile della faccenda. Il suo culmine fu ciò che mi spinse a lasciarlo. E’ stato solo in retrospettiva che ho capito quanto aveva abusato di me a livello emotivo, ed è qualcosa che da cui devo ancora guarire, e che mi fa sicuramente più male di un paio di schiaffi. Ha minato la mia fiducia in me stessa e la mia autostima.

Durante tutto il periodo della nostra relazione, lui mostrò sostegno per i miei obiettivi professionali, almeno in superficie: mi incoraggiava a iscrivermi a diversi progetti e poi sminuiva i miei risultati, chiamando le sue osservazioni «critiche costruttive». Mi chiedeva di aiutarlo nel suo lavoro, dicendo che ero più brava di lui in certi campi, e poi mi vomitava addosso tutto il suo disprezzo quando non riuscivo ad aiutarlo nei settori in cui non sono istruita. Mi aiutava a superare le difficoltà nell’interagire con la burocrazia, dicendomi nel frattempo quanto ero stupida a non capire un semplice modulo: quando gli feci presente questo, e gli dissi di non insultarmi più, lui rispose che aveva «libertà di parola» e pretendere che lui usasse o non usasse certe parole era abusare di lui. Da allora in poi, che io stessi abusando di lui divenne la sua argomentazione preferita a ogni nostra discussione.

Diceva di volere il meglio, per me. Diceva che dovevo impegnarmi per migliorare me stessa. Ogni volta in cui, ad esempio, ero troppo stanca per guardare un programma televisivo relativo al mio lavoro, lui sbottava: «Come fai a dire di essere una professionista se non sei neppure interessata a questo?». Dopo un po’ ero del tutto convinta che il mio quoziente intellettivo era appena sufficiente per funzionare adeguatamente in società, e che non ero in grado di fare quel che faccio da quando avevo 18 anni. Dopo che mezzo mondo mi aveva detto quanto intelligente e quanto dotata fossi, due anni con quest’uomo furono sufficienti a convincermi del contrario. E ancora non sono sicura di riuscire a rovesciare tale percezione.

Come ho potuto io, la sedicente femminista, arrivare a questo punto? Perché cercavo costantemente i segni classici ascritti all’aggressore, e non li trovavo. A un certo punto – per istinto – mi immersi in una ricerca approfondita sulla violenza domestica, e lui era l’esatto opposto di quanto era descritto nei testi. Non si mostrava mai geloso o possessivo. Non parlava male dei miei amici maschi. Mi assecondava nelle mie preferenze sessuali. Apprezzava il mio aspetto. Era di sinistra. Parlava dell’importanza dell’istruzione per le donne nei Paesi come l’Afghanistan. Prendeva parte a progetti multiculturali. Non somigliava affatto al tizio grossolano che picchia la moglie nei film. Nessuno mi aveva mai consigliato di evitare un uomo come lui. Eppure mi picchiava lo stesso.

E ancora, com’è arrivata a questo punto una femminista? Questo è ciò che ti chiedono se parli degli abusi che hai subìto, questo è ciò che tu ti chiedi. Sfili in manifestazione contro la violenza e ne biasimi la vittima, te stessa. Ma io mi rifiuto di farlo. Non sono la compagna perfetta, non sono una persona perfetta e faccio errori, ma nulla mi ha meritato un trattamento del genere. Aver subìto violenza non mi rende meno femminista. Semmai, lo sono ancora di più. Essere una femminista mi ha aiutato a uscirne a velocità maggiore quando l’abuso è diventato fisico. Mi ha aiutata ad ammettere la verità. Mi ha aiutata a parlarne. Mi ha aiutata a scrivere questo testo affinché altre donne sappiano che non sempre i segnali d’allarme sventolano bandiere nere. A volte ne sventolano di rosse.

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