Messico: 11 femminicidi al giorno

L’assenza dello Stato favorisce l’impunità, grazie anche alla criminalizzazione delle donne, e dei movimenti femministi, da parte dell’opinione pubblica.

di David Lifodi

                                                 Foto: https://www.animalpolitico.com/

Dall’inizio della pandemia, denuncia Silvia Lorena Villavicencio Ayala, deputata di Morena (Movimiento Regeneración Nacional) e membro della Comisión de Derechos Humanos, in Messico sono state assassinate oltre 3.500 donne. Gran parte di questi casi sono stati derubricati a “semplice” omicidio, ma in realtà la maggioranza di queste morti fa pensare a femminicidi.

In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, del 25 novembre scorso, l’evento online Alto a la criminalización de la protesta y a la persecución del movimiento feminista ha ricordato che in Messico vi è una media di 11 femminicidi al giorno.

La criminalizzazione dei movimenti femministi, che spesso sfocia in femminicidi denominati feminazi perché compiuti da persone che, secondo la stessa deputata Silvia Lorena Villavicencio Ayala, ritengono il corpo della donna come un territorio di appropriazione, non accenna ad arrestarsi.

In questo contesto emerge, una volta di più, l’assenza dello Stato messicano.

A questo proposito Silvia Edith Chuc Aburto, docente e attivista femminista, sottolinea, in particolare, la resistenza dello Stato a vincere l’impunità di coloro che sono certi di farla franca grazie al prevalere di una cultura prevalentemente machista, approfittando inoltre della violenza verbale avallata da gran parte dei mezzi di comunicazione, dove manca una prospettiva di genere che si caratterizza, ad esempio, per l’ossessiva pubblicazione di foto e immagini dei femminicidi senza alcun rispetto delle vittime e all’insegna di un inutile sensazionalismo.

Lo scorso 8 marzo in Messico sono state assassinate 21 donne e nei primi due mesi del 2020, quando ancora il mondo non era stato travolto dalla pandemia da coronavirus, si erano verificati ben 147 femminicidi tanto da spingere Ana Ferraez, deputata di Morena, a proporre un ambiguo coprifuoco per le donne affinché non potessero uscire dopo le 10 di sera, finendo così per dare ragione ai molti giudici che, interpretando un diffuso sentimento popolare all’insegna del peggior machismo, sono i primi a chiedersi cosa ci facessero le vittime in giro per strada nel corso della notte o, per citare una celebre lettera dell’ex subcomandante Marcos in cui si identifica in «una donna sola nel metrò alle 10 di sera».

La criminalizzazione delle donne, nelle aule di tribunale messicane, avviene anche attraverso un altro modo di pensare assai diffuso, quello che definisce i femminicidi come effetti collaterali del narcotraffico, facendo intendere implicitamente che le vittime avessero contatti con i narcos, o in alcuni casi, fossero le loro compagne o prostitute. In una parola, anche in questo caso le donne messicane finiscono per essere descritte come coloro che se la sono andata a cercare.

Eppure, nonostante il protagonismo di migliaia di donne zapatiste di fronte al paese intero, che non poteva ignorare, ma ha preferito farlo, i numerosi incontri promossi dall’Ezln «contro il patriarcato, la violenza e il capitalismo», il Messico ha finito per identificarsi negli ideali moralizzatori promossi soprattutto dalle chiese evangeliche, anche con l’ambiguo beneplacito del presidente López Obrador.

Definite spesso come portatrici di caos e disordine, le femministe messicane hanno ripreso gli slogan urlati in tutte le piazze dell’America latina: ¡la calle y la noche son nuestras! ¡el violador eres tú!

Eppure tutto ciò non basta. Raramente lo Stato messicano si assume le proprie responsabilità e, nonostante solo pochi mesi fa il governo abbia approvato una legge che definisce il femmincidio come un delitto grave, l’impunità degli assassini ha raggiunto un tasso del 98%.

I dati sui casi di violenza intrafamiliare mettono i brividi: dal 2015 al 2019 sono state uccise 264 bambine e sono state picchiate oltre 60.000 minorenni di 18 anni.

Tra le prime 50 città più violente al mondo 15 sono messicane e, poco più di un mese fa, le madri delle vittime di femminicidio (gli stati di Guanajuato, Chihuahua, México, Baja California, Michoacán e Guerrero sono quelli dove si registra un tasso più alto) hanno consegnato una lettera al presidente Andrés Manuel López Obrador affinché si adoperi sempre di più per frenare la violenza e l’odio di genere.

In quest’ultimo anno sono state assassinate 2.874 donne, ma solo per 724 di questi casi sono in corso le indagini e sono stati classificati come femminicidi.

In Messico, e in tutto il mondo, la violenza contro le donne rappresenta un’altra sorta di pandemia contro la quale trovare un vaccino è sempre più difficile.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

2 commenti

  • Letto, terribile-

    Tuttavia l’articolo avrebbe bisogno, se possibile, di una definizione o di una ricerchina sulle motivazioni ed i contesti. Darci un’idea di cosa passa per la testa degli assassini, in che misura la religione, o l’istituto matrimoniale, o la pervasività della violenza nella società, lo sfruttamento e l’induzione violenta alla prostituzione, o altri fattori creano l’ambiente culturale e sociale. Inoltre , il Messico è un paese in cui la piena umanità di coloro che appaiono, per l’aspetto e il modo di parlare, discendenti delle antiche popolazioni Maya, sono soggetti a forme di disprezzo anche violento. Forse l’enormità del fenomeno contiene una percentuale di razzismo.

  • Buongiorno Giuseppe,
    tornerò senz’altro sull’argomento. Avevo letto articoli molto specifici, più di carattere antropologico, sulle motivazioni e i contesti che indichi.
    Sicuramente il razzismo e la discriminazione (doppia, in quanto donna e indigena per quando riguarda le donne nelle comunità) rivestono un ruolo di primo piano nei numerosi casi di femminicidio.
    In generale, in Messico e in tutti i paesi del cosiddetto Triangulo Norte, dove pure la maggioranza degli abitanti è indigena, il razzismo da parte della componente non indigena nei loro confronti è in preoccupante crescita.

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