Messico: sulla strage di Ayotzinapa prosegue il depistaggio di Stato

di David Lifodi

 

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Ad oltre due anni dal massacro di Ayotzinapa, del 26 settembre 2014, in Messico continua a prevalere l’impunità di stato. La strage, compiuta da narcos e polizia, che attaccarono gli studenti della Escuela Normal Rural Raúl Isidro Burgos, uccidendone sei, ferendone venti e facendone scomparire quarantatré, tuttora desaparecidos, rimane ancora oggi senza un vero colpevole. Per la caccia allo studente che avvenne ad Iguala, la città del Guerrero dove i normalistas hanno subito un assalto in vero e proprio stile paramilitare, sono attualmente in carcere soltanto l’allora sindaco di Iguala, José Luis Abarca Velázquez e la moglie, nel tentativo di far ricadere tutta la colpa su di loro e sui narcos, come se lo Stato non avesse alcuna responsabilità.
E invece i vertici dello Stato, a partire dal presidente Enrique Peña Nieto, sono i mandanti della strage, anche se, ogni giorno, cercano in tutte le maniere di dissociarsi. Inizialmente, la verdad histórica sbandierata dall’ex procuratore generale della Repubblica Jesús Murillo Karam, fatta propria da Los Pinos, consisteva nel dimostrare che i 43 normalistas scomparsi erano stati uccisi e poi bruciati nella discarica di Cocula (poco distante da Iguala), ma questa tesi è stata subito smentita all’analisi del Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (Giei), secondo il quale ci sono responsabilità dello Stato ad alto livello, nonostante che narcos e polizia possano essere stati realmente incaricati di compiere il lavoro sporco. Negli ultimi tempi, da Los Pinos hanno provato di nuovo a depistare le indagini tramite la nomina di Tomás Zerón in qualità di segretario tecnico del Consiglio nazionale di Sicurezza. Finora, Zerón si è segnalato soprattutto per aver cercato di coprire, ad i più alti livelli, i funzionari federali che hanno offerto copertura alla strage degli studenti, ma anche lo stesso presidente Peña Nieto. Prima di essere praticamente cacciato dal paese, lo scorso mese di aprile, in mezzo a una campagna di linciaggio mediatico orchestrata dai più influenti mezzi di comunicazione vicini al governo, da Televisa a Tv Azteca, il Giei aveva segnalato le molteplici irregolarità in cui era incorso Tomás Zerón, accusandolo di aver falsificato dichiarazioni di persone autodenunciatesi come responsabili del massacro per darle in pasto ai media con il proposito di depistare ancora di più le indagini sulla strage. Inoltre, Zerón è stato indicato dal Giei come l’uomo scelto dal governo per far cadere tutte le responsabilità a carico dei poteri politici, statali, municipali e federali, in relazione ai fatti di Iguala e per sollevare da qualsiasi imputazione i tanti attori armati che hanno partecipato alla mattanza degli studenti. In pratica, Zerón sta compiendo quel lavoro sporco già condotto dall’ex procuratore generale della Repubblica Murillo Karam, che durante il suo incarico aveva fatto di tutto per dimostrare come la verità ufficiale sulla strage di Ayotzinapa fosse quella relativa all’uccisione dei normalistas e alla successiva cremazione nella discarica di Cocula allo scopo di coprire delitti quali la tortura, la detenzione e sparizione forzata e le esecuzioni sommarie extragiudiziali, definiti tutti come crimini di lesa umanità e propri del terrorismo di stato.
Nel rapporto su Ayotzinapa il Giei aveva stabilito con certezza che la caccia all’uomo contro i normalistas era avvenuta sotto un coordinamento composto da civili e militari del 27° battaglione dell’Esercito di stanza a Iguala e della polizia federale e statale del Guerrero, che agirono insieme ad esponenti dei Guerreros Unidos, il gruppo di narcos su cui Los Pinos intende far ricadere gran parte della responsabilità. In più di una circostanza il Giei ha cercato di ottenere il permesso per interrogare gli uomini del 27° battaglione, ritenuti testimoni chiave, e di entrare in possesso delle registrazioni dell’intelligence e dei Gafes (le truppe speciali d’assalto), ma questa possibilità è stata sempre negata. Ad oltre due anni dai fatti di Iguala “la pantomima di Stato prosegue”, ha scritto Carlos Fazio su La Jornada: la Procura generale della Repubblica insiste nel mantenere come unica pista investigativa quella dei Guerreros Unidos, che avrebbero attaccato gli studenti considerandoli erroneamente come un gruppo di narcos nemici, mentre Peña Nieto si occupa solo di tutelare se stesso. Non è un caso che il presidente evitasse di guardare negli occhi i genitori dei normalistas che gli chiedevano spiegazioni e lo invitavano a fare proprio il loro desiderio di gustizia. “Che cosa farebbe se uno dei suoi figli fosse desaparecido?”, hanno chiesto più volte i genitori degli studenti a Peña Nieto, sottolineando che il Messico è un paese pieno di morte e desolazione e in cui non si può guardare al futuro immaginando un paese diverso non ci siano più desaparecidos.
In assenza di verità e giustizia e grazie ad una impunità dilagante è assai probabile che crimini di stato come quello del massacro di Ayotzinapa si ripeteranno molto presto.

 

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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