Mini dossier fantascienza – 6

di Giuseppe Lippi (quarta parte)

La musa festeggiata: Urania 1952-2012

Questo collage di parole è ottenuto rimontando tre pezzi scritti in diverse occasioni. La data è in fondo a ciascun pezzo, seguita (se è il caso) da quella di revisione o aggiornamento. Il primo capitolo, su Urania rivista, è stato scritto nel 2011 per un libro di prossima uscita dalle Edizioni Profondo Rosso, Il futuro alla gola (una mia storia di Urania): naturalmente, nel volume il testo sarà più corposo e dettagliato. Il secondo, Urania dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, fu scritto nel 1992 per festeggiare i quarant’anni della collana ed è stato lievemente aggiornato. Il terzo ed ultimo, 1952 & 2012, si intitolava originariamente 1952 & 2002 e fu pubblicato nel volume speciale del cinquantennale. Anche in questo caso, solo piccoli ritocchi. Quando si fa un montaggio, a volte ci sono delle ripetizioni: ho deciso di non eliminarle perché, se è vero che si tratta degli stessi fatti, sono visti però da tempi o angolazioni diverse. Concludo questa breve nota promettendo un nuovo aggiornamento a ottobre, nel volume del sessantesimo anniversario. Ci rivediamo tutti là.

3. 1952 & 2012

Il 10 ottobre 2012 “Urania” festeggerà i sessant’anni di vita, qualificandosi (ma non è certo una novità) come la più longeva collana italiana di fantascienza. Il secondo posto spetta a “Nova sf*” della Perseo, inaugurata nel 1969, e il terzo a “Cosmo argento” dell’Editrice Nord, una collana libraria che è stata presente dagli anni Settanta ai primi anni Duemila. Il quarto posto andrebbe a “Futuro” della Fanucci se uscisse ancora (è iniziata nel 1972): ma, visto che una Biblioteca di fantascienza la casa romana l’ha tuttora, diremmo che meriti il piazzamento. In coda tra le longeve – nonché, purtroppo cessate – “Galassia” della Tribuna, uscita per vent’anni dal 1960 al 1980, e “Cosmo” Ponzoni, uscita per circa dodici anni tra il 1958 e il 1970.

Nel 1952 la collana fondata da Giorgio Monicelli costituì un atto di fiducia verso la ripresa dell’Italia, distrutta dal fascismo e dalla guerra ma ansiosa di ricostruirsi e proiettarsi al futuro (piano Marshall permettendo… e in effetti, il piano arrivò e permise). Diventammo un paese satellite, bisognoso a sua volta di satelliti immaginari. Nacquero le prime odissee spaziali, i primi viaggi seriamente organizzati sulla Luna, le prime, orrende invasioni di mostri dal cosmo. Non erano, salvo che in rari casi, farina del sacco di autori italiani, ma in quegli anni il bisogno di sprovincializzazione era estremo, e mentre Vittorini e Pavese traducevano gli americani rimasti inediti durante il ventennio, così Monicelli, loro compagno e collega, tradusse Ray Bradbury nella “Medusa” e con Arthur Clarke tenne a battesimo “Urania”, suo Politecnico personale.

Scannerizzazione di Stefania Guglielman

Questo per dire che il dopoguerra non fu solo neorealismo e casa editrice Einaudi. Fu anche la rinascita dell’editoria popolare, del sogno americano importato grazie a testate come “I Gialli Mondadori” (riaperti nel 1947), “Topolino” tascabile (fondato nel 1949), i fotoromanzi e a suo tempo “Urania”. A quell’epoca tutti volevano fare l’americano, come cantava Carosone. Tutti a parte i Pepponi, che comunque si erano ritagliati la parte del diavolo in un’eroica commedia destinata a durare quarantacinque anni, e si sa che l’importante non è tanto vincere quanto partecipare. In questo clima Giorgio Monicelli poté realizzare un desiderio che covava già da anni, quello di trapiantare la fantascienza in Italia. Anzi, fu lui stesso a coniare il termine che prima non esisteva. Ci aveva già provato negli anni Quaranta – e come lui avevano tentato altri, fra cui l’ingegner Armando Silvestri – ma allora non c’era l’USIS e il ministero della cultura popolare non incoraggiava l’importazione di materiale americano. Arnoldo Mondadori, zio di Monicelli, non si era fidato e si era dovuta aspettare la fine del conflitto per assistere, insieme all’arrivo del Piano Marshall, all’attuazione del Piano 9 dall’Oltrespazio, quello che prevede l’assimilazione dei pianeti arretrati.

La leggendaria “Urania” di Giorgio Monicelli non era ancora una collana sofisticata. I romanzi che pubblicava a volte lo erano, ma la veste ultrapopolare e le copertine sognanti di “Corrado” Kurt Caesar, il grande disegnatore tedesco trapiantato a Roma, somigliavano alle locandine dei film e a quelle dei pulp anni Cinquanta, e insieme al mostro o all’astronave c’era sempre una ragazza. C’erano altre cose, naturalmente: aerei futuristici, nella cui realistica pittura Caesar eccelleva, robot e automi, paesaggi siderali, desolate superfici di pianeti. Cose impensabili anche solo dieci anni prima, ma che ormai potevano essere visualizzate con la precisione di una cianografica (anche se con molto più colore). Caesar inventò da solo la copertina di fantascienza, che in Italia non esisteva.

Per gentile concessione di Stefania Guglielman. Alla stessa appartengono anche le scannerizzazioni delle copertine mondadoriane fin qui pubblicate, anche se il suo nome non è citato.

Intanto era scoppiata l’atomica, i dischi volanti sfarfallavano in cielo, il blocco sovietico rappresentava il nemico più subdolo che il mondo libero riuscisse a immaginare: c’è poco da stupirsi se a qualche cercatore di significati riposti sia venuto in mente, col senno di poi, che dietro gli ultracorpi, dietro Il terrore dalla sesta luna di Robert A. Heinlein si nascondesse un altro terrore, una pacchiana specie d’isterismo maccartista. Tutto questo è assodato, pacifico. Ma non risolve il problema! Perché gli ultracorpi del film di Siegel (e del romanzo di Jack Finney, puntualmente uscito su “Urania”), gli invasori-sanguisuga di Heinlein, i mostri fertilissimi di John Wyndham erano creature dell’ignoto, ricche di valenze molto più sottili e tenebrose; tanto che limitarsi alla loro schedatura politica le avrebbe lasciate del tutto indifferenti e libere di agire per il nostro peggio sotto mille altri aspetti.

Monicelli, che s’infischiava di simili sottigliezze, fece quello che Paperino aveva già fatto in una storia di Zavattini e Pedrocchi: andò su Marte e ci portò qualche migliaio di suoi connazionali. Qualche decina di migliaia, per essere esatti. Altro che Africa orientale! Qui era questione di Phobos e Deimos, di sospensione cardanica, di un mondo finalmente svecchiato e civile che grazie all’astronautica gettava un ponte verso il futuro. Allora l’astronautica non era ancora ufficialmente nata, ma sulla carta era lì e in poco tempo sarebbe diventata la vera corsa all’oro del dopoguerra. Che in un numero di “Urania” si andasse sobriamente su Marte in compagnia di Arthur Clarke – il futuro autore di 2001 – e nel prossimo si viaggiasse fra maledette galassie francesi, conta poco: in quegli anni, al lettore medio, non doveva sembrare enorme la differenza tra il pianeta a noi più vicino e qualche remota costellazione. Nella posta di uno dei primi numeri il redattore scientifico (sempre Monicelli) cerca di spiegare a un lettore cosa sia una galassia: non c’è dubbio che l’astronomia popolare sia stata incoraggiata dalla sua Musa.

In quegli anni i cinegiornali e i periodici a larga tiratura, per non parlare della televisione nascente, diedero ampio risalto a una serie di derivati dal boom scientifico. Il mistero dei dischi volanti raggiunse il culmine della popolarità fra il 1947 e il 1952, e sebbene le fonti ufficiali lo sconfessassero, il credo negli UFO è rimasto vivo e vegeto per mezzo secolo. La storia editoriale di “Urania” corre parallela a quella dei “fringe cults”, anche se raramente fantascienza e UFO condivideranno gli stessi obbiettivi; eppure, l’idea dei dischi volanti e quella dei viaggi nello spaziotempo hanno in comune la stessa premessa mitologica, lo stesso presupposto teoretico. Si tratta di questo: le risorse della scienza attuale non possono spiegare tutto, né arrivare ovunque; altri orizzonti saranno spalancati dalle scienze future, quando si potrà viaggiare a velocità prossime a quella della luce o ricevere i messaggi di altre intelligenze dall’universo. (E qui ogni rapporto fra le due sponde dell’ignoto cessa, perché la fantascienza si affida al futuro con aspettative tutto sommato “razionali”, mentre il culto degli UFO e la parapsicologia sono andati sconfinando sempre più nel mistico). La scienza “crea” fantascienza e viceversa, e il rapporto fra le due sembra quello fra il sognatore e il suo sogno. Gli UFO, nati come sottoprodotto di paure e aspettative scientifiche, col tempo finiranno per lo schierarsi contro ogni verosimiglianza, scrivendo un nuovo vangelo dell’insofferenza al pensiero razionale (nel che, naturalmente, non vi è nulla di scandaloso per se.)

Quando “Urania” diventa sofisticata davvero, è con l’arrivo della congiuntura. Passati gli effetti del “boom” economico, ricostruito il ricostruibile, lanciata da nord a sud l’Autostrada del Sole, cominciano le domande. Ma qui, dove andiamo a finire? La crisi è nell’aria, e mentre si studia la ricetta del centrosinistra la nostra collana cambia completamente stile. Kurt Caesar prima e Carlo Jacono poi si ritirano fra le quinte; le copertine diventano surreali e angosciose, secondo la mano maestra dell’olandese Karel Thole. La veste grafica diventa, se non più sobria, più futurista o addirittura cubista. Certi dipinti di Thole ricordano De Chirico e Balla, ma soprattutto Escher, Magritte, Max Ernst e Dalì. La testata è inscritta in una losanga colorata, simbolo di ipnosi collettiva e di pop-art avanti lettera. Carlo Fruttero e Franco Lucentini, i curatori succeduti a Monicelli, pubblicano autori inglesi che poco hanno da spartire con Wyndham ed Eric Frank Russell: dal 1962 al 1966 è un alternarsi di space opera revisioniste, racconti brevi e inquietanti, mutanti e mostri. Soprattutto mostri. E catastrofi: H.P. Lovecraft, J.G. Ballard, Philip K. Dick, Thomas Disch occhieggiano fra un Murray Leinster ritrovato e un Poul Anderson siderale, mentre da Londra avanza la fine del mondo aggiornata da Charles Eric Maine e John Creasey. Il grande contagio. Il diluvio. La lunga ombra della fine. H su Los Angeles. Xeno, l’abominio che ci aspetta. Sarà un futuro d’inferno. Sono solo alcuni titoli dell’“Urania” di F&L. Persino le pagine dedicate all’enigmistica, nell’appendice ai volumi, si colorano di sconvolgenti “romanzi fantacrittografici”, come il kafkiano K contro i mostri di Mario Galli.

Autori come Robert Sheckley e Fredric Brown impongono la rivoluzione del racconto breve su “Urania”. E se Robert A. Heinlein agita ancora una volta il fantasma del socialismo reale (La luna è una severa maestra), quell’opera profetico-politica che è Cronache della galassia di Isaac Asimov ci permette di sperare in un futuro liberato in cui il centrosinistra si farà e la stabilità tornerà nel Paese di bengodi. Negli anni Settanta, tuttavia, la crisi è di tale portata che nemmeno Asimov con la sua psicostoria – anzi, Neanche gli dei – potranno fare nulla per accorciare il gelido periodo d’interregno. “Urania” adotta una bianca veste ospedaliera con un bel cerchio rosso nel mezzo, mentre un’altra striscia rossa corre sotto la testata. Arrivano i romanzi dell’orrore, le avventure spaziali sempre un po’ sul caustico, la fantapolitica di Ron Goulart, la parapsicologia di L.P. Davies e James Herbert. Arrivano anche i nuovi romanzi di Arthur C. Clarke, e negli anni Ottanta quelli di Isaac Asimov, costretto a suon di assegni a riprendere a scrivere (non sono pettegolezzi: lo ha raccontato lui stesso).

Quando nel 1992 Asimov muore, per quella che oggi sappiamo essere un’infezione da HIV contratta durante una trasfusione, “Urania” ha ancora la veste bianca ma è una collana profondamente cambiata. Nel 1986 la coppia Fruttero-Lucentini ne ha lasciato la guida e poco dopo Karel Thole ha dovuto smettere di illustrarne le copertine per una malattia agli occhi. La cura editoriale passa a Gianni Montanari, ex-editor di “Galassia”, che ricomincia a dare la caccia alle novità del settore. “Urania” lancia una collana parallela dedicata alla fantasy e alcune collane da libreria. Sbarca anche da noi il “cyberpunk” con autori come William Gibson e Bruce Sterling, mentre Dan Simmons crea la più convincente space opera di fine secolo con Hyperion e i suoi seguiti. Nuovi e a volte grandi illustratori si avvicendano sulle copertine: lo spagnolo Vincente Segrelles e l’argentino Oscar Chichoni, ma anche il torinese Marco Patrito.

La veste bianca, però, ha fatto il suo tempo. Dura da trent’anni, le copertine quasi non si distinguono più. Nel 1996 (e ormai sono personalmente il curatore della collana), Mondadori lancia l’ambizioso progetto “mass-market”, volto a trasformare “Urania”, i “Gialli” e le altre collane da edicola in moderni libri tascabili. Per molti lettori abituati al fascicolo questa rivoluzione rappresenta uno shock, ma la nuova veste permette ad “Urania” di sbarcare in libreria e sfruttare, per circa tre anni, il nuovo canale di vendita. Poi l’operazione rientra: “Urania” resterà un tascabile ma assumerà una veste più vicina a quella classica e in libreria andranno solo gli “Oscar” e “I Miti”. Altre formule editoriali, altra fortuna…

La più famosa collana di fantascienza torna a lottare in edicola, potenziando il Premio annuale dedicato agli autori italiani (dal 1989) e facendo conoscere una nuova leva di autori, da Valerio Evangelisti a Robert J. Sawyer, da Peter F. Hamilton a Greg Egan. I tempi cambiano. Giorgio Monicelli è morto nel 1968, prima che l’uomo mettesse piede sulla Luna; oggi sulla Luna non andiamo più, ma abbiamo a disposizione la prima stazione spaziale dell’umanità. “Urania”, nel 2012, è la continuazione ideale della collana fondata da Giorgio Monicelli: pur nel diverso formato e nel prezzo espresso in euro – una rivoluzione che Giorgio avrebbe potuto difficilmente immaginare – rimane la sua Musa, la sua invenzione sospesa fra avventura e sogno, fra scienza e romanzesco: “classica collana di fanta-scienza, per usare un neologismo abbastanza efficace…”. Sessant’anni dopo il neologismo è ancora giovane.

Cosa ci porterà il futuro?

[2002-2011]

a cura di Mauro Antonio Miglieruolo

Redazione
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