Nicaragua: la paura fa… 1990

di Bái Qiú’ēn

«Nikita ha anche sottolineato gli errori commessi da Stalin, il principale è aver acconsentito che il Partito Comunista e il popolo sovietico gli rendessero culto, il che contribuì a far sì che si attribuissero a Stalin i grandi risultati russi nei settori dell’economia, della politica e della cultura. Nel suo discorso Krusciov ha ricordato la tesi marxista che consiste nell’attribuire alle masse popolari il ruolo principale nello sviluppo della società. Un altro errore di Stalin, sottolineato da Nikita nel suo famoso discorso, è che ha infranto la direzione collettiva del Partito, spesso prendendo decisioni di importanza nazionale, senza consultare il parere degli altri membri del vertice. Nel XX Congresso, Krusciov e i suoi compagni hanno affermato che mentre Stalin era in vita era divenuto impossibile criticarlo, perché il popolo, o la grande maggioranza del popolo, non lo avrebbero permesso, dato che Stalin non poteva sbagliarsi. […] In Russia ora si ritiene che nel presente e nel futuro nessun leader potrà deificare sé stesso. E che le decisioni che si prenderanno in Russia, non saranno quelle di un individuo, bensì della maggioranza dei dirigenti».

Queste parole le scrisse un giovane nicaraguense nel 1958, dopo un periodo di carcerazione per essere stato in Unione Sovietica. Aveva ventidue anni e si chiamava Carlos Fonseca (Un nicaragüense en Moscú [pagina 40]).

Negli anni Ottanta era un testo basilare per la formazione dei quadri politici del Frente Sandinista. Oggi ha le pagine parecchio ingiallite, ricoperte da polvere e ragnatele…

Un giorno parecchio lontano nel tempo, interrompendo una passeggiata nel centro terremotato di Managua con il sole a picco sulla testa, ci sedemmo su una panchina proprio sotto un frondoso e rinfrescante albero del Parque Alfonso Velásquez. Attorno a noi c’erano gli escombros dei palazzi terremotati nel dicembre del 1972, oggi scomparsi. E, in un prato poco distante, una mandria di pacifiche mucche stava tranquillamente pascolando a poche decine di metri dall’edificio dell’Asamblea Nacional, il Parlamento.

Seduto accanto a noi c’era un cachorro in divisa che stava leggendo. I cachorros erano i ragazzi e le ragazze del servizio militare: i cuccioli di Sandino. Il libro che aveva in mano era «La montaña es algo más que una inmensa estepa verde». E, appoggiato accanto a lui, sullo zaino, il testo di Carlos. Esattamente la stessa edizione dalla quale abbiamo tratto la citazione. Chiacchierammo almeno per un’ora, fumando Alas, all’epoca le sigarette senza filtro più economiche. Alla fine ci disse: «No es tan chiche ser todo revolucionario. Non è facile essere un vero rivoluzionario. Però, Carlos ci ha indicato il cammino».

Chissà, oggi, dove sarà quel ragazzo.

Chissà, oggi, quanti fra coloro che si dichiarano sandinisti e occupano un ruolo dirigenziale nel governo o nella pubblica amministrazione, ricordano quelle parole di Carlos. Ammesso che le abbiamo lette e capite. Purtroppo, in ogni luogo e in ogni tempo, la storia-maestra ha pessimi allievi.

Certo, Carlos parlava della vecchia Unione Sovietica. Ma non è così assurdo pensare che si riferisse, per quanto in modo indiretto, a ciò che avrebbe dovuto essere il Nicaragua dopo la cacciata del tiranno. Meglio, a ciò che non avrebbe dovuto essere. Nonostante una feroce guerra di aggressione, nonostante il blocco economico e commerciale, nonostante il minamento dei porti, nonostante tutti i nonostante, negli anni Ottanta del secolo scorso il Nicaragua non assomigliava in nulla al grande gulag staliniano. Pur fra mille problemi e centomila errori politici ed economici.

Non è nostalgia del bel tempo che fu, la nostra. Il mondo è cambiato da allora a oggi, lo sappiamo. Non esistono più i due blocchi contrapposti, la guerra fredda fra l’Est e l’Ovest si svolge su piani ben diversi. E i giocatori mondiali in campo sono tre: Stati Uniti, Russia e Cina. Una realtà tripolare, con la quale è necessario confrontarsi, con schemi nuovi rispetto al precedente mondo bipolare. Tutti gli altri, compresa l’Unione Europea, sono semplici don Abbondio: vasi di coccio fra vasi di metallo.

Uno di questi vasi di coccio, con meno abitanti della Lombardia, oggi non è molto diverso dalla descrizione dell’Urss fatta da Carlos. Non esiste neppure la parvenza dello Stato di diritto con la separazione dei poteri che dovrebbe garantire ai cittadini un minimo di democrazia e di libertà. Eppure, chi comanda è arrivato al governo tramite elezioni, nulla a che vedere con una rivoluzione o con un golpe. Eventi che, volenti o nolenti, sono fonte di diritto. La vittoria in uno scontro elettorale, no. La rivoluzione può rivoltare come un guanto il Paese dall’oggi al domani, un trionfo nelle urne no. Neppure se si ottiene una percentuale bulgara. È l’Abc della politica, a qualunque latitudine.

Se si pensa che essendo riusciti a vincere le elezioni ci si possa impossessare dello Stato nel suo complesso, sostituendo allo Stato di diritto il Partito-Stato che tutto controlla e tutto decide, qualcosa non funziona nel “gioco” politico. Ci possiamo raccontare fino allo sfinimento che, sempre e comunque, questa è la democrazia borghese, non certo il meglio, ma neppure il peggio nello scarso panorama delle possibilità attuali. Ha i suoi pregi e i suoi difetti, lo vediamo tutti i giorni con i nostri occhi e lo viviamo sulla nostra pelle. Ma, ne siamo certi, nessuno di noi sceglierebbe di vivere in un Paese dove il partito che è al governo possa fare e disfare le cose a suo piacimento, facendo e disfando le leggi a proprio uso e consumo. O ignorandole tranquillamente, poiché non esistono contrappesi al suo potere.

Non molto tempo fa tutti noi abbiamo visto, seppure in piccolo, cosa può succedere quando un governo e un Parlamento legiferano ad personam. Una assemblea di condominio che dà sempre ragione all’amministratore. Fino a votare la versione che Babbo Natale è il nonno di Gesù Cristo. O qualcosa di simile su una parentela improbabile.

Per quanto l’esempio recente della Bolivia sia indicativo del fatto che la base elettorale di un partito di sinistra possa essere assai più robusta rispetto a quella che sostiene una singola persona che pretende di restare in eterno sulla poltrona presidenziale, e nonostante che le elezioni siano organizzate dalla destra più becera, mostrando che è possibile sconfiggerla con un voto di massa, questa lezione non è servita in Nicaragua. Neppure gli esempi attuali del Cile e del Perù.

Nonostante una opposizione non solo divisa, ma estremamente litigiosa e senza programma, e sebbene l’ultimo sondaggio di M&R Consultores assegni la maggioranza assoluta al FSLN (quasi il 60%), il fantasma del 25 febbraio 1990 incombe come una spada di Damocle legata a un sottilissimo filo. A suo tempo avevamo avanzato l’ipotesi che i primi a non credere a questo sondaggio fossero proprio gli orteguisti. Oggi ne abbiamo la conferma indiretta, ma plateale.

Seguiamo il calendario delle ultime settimane, premettendo che l’opposizione non ha ancora scelto il candidato ufficiale da contrapporre a Daniel Ortega. Ammesso che esista ancora qualcuno che voglia rischiare di finire entre rejas. Un asettico elenco di fatti, a volte, dice assai più di una lunga analisi. Riportando i documenti ufficiali per evitare qualunque possibile e facile insinuazione di parzialità o di manipolazione mediatica.

18 maggio: i componenti dell’appena nominato Consejo Supremo Electoral cancellano la personería jurídica a due partiti: il Partido de reconstrucción democrática (ex contras) e lo storico Partido conservador.

26 maggio: su richiesta del Ministerio de Gobernación (Interno) iniziano le indagini nei confronti di Cristiana Chamorro per il reato di “lavaggio” di denaro. È la precandidata alla presidenza della Repubblica con le maggiori possibilità di ottenere un buon risultato. Due suoi collaboratori sono posti in stato di fermo, stabilito il 29 maggio in novanta giorni.

2 giugno: Cristiana Chamorro è accusata di lavaggio di denaro e posta agli arresti domiciliari con l’impedimento dal partecipare alle elezioni. I suoi conti bancari sono bloccati e gli apparati di comunicazione sequestrati.

3 giugno: il Consejo Supremo Electoral avverte i partiti che i loro candidati devono ottemperare ai requisiti previsti dalla recente riforma della legge elettorale. Pena l’esclusione dalla competizione.

5 giugno: appena atterrato all’aeroporto di Managua è arrestato Arturo Cruz, altro precandidato alla presidenza, con l’accusa di aver agito contro la società e contro i diritti del popolo. È immediatamente rinchiuso nelle patrie galere e due giorni dopo, il magistrato di turno, stabilisce il suo fermo preventivo in novanta giorni.

8 giugno: altri due precandidati, Félix Maradiaga, e Juan Sebastián Chamorro sono posti in stato di fermo preventivo con svariate accuse. Nella notte, con le medesime imputazioni è tratto in arresto l’ex presidente del Cosep (Confindustria) José Adán Aguerri ed è posta ai domiciliari la liberale Violeta Granera. Non precandidati.

9 giugno: nel primo pomeriggio è tratto in arresto José Pallais, politico liberale di lungo corso. Non precandidato.

Questa è la pura e semplice cronologia, asettica come l’elenco della spesa, dalla quale ciascuno può trarre le proprie deduzioni. A questa, andrebbero aggiunti numerosi interrogatori di giornalisti, di politici, di intellettuali…

Nessuno di questi personaggi appartenenti a una destra picapiedra e oligarchica, alla quale il Paese interessa solo come proprietà privata, è un santo de nuestra devoción. Che siano colpevoli o innocenti delle accuse che sono mosse contro di loro, però, non spetta a noi deciderlo. Come invece fa qualche commentatore nostrano che a priori condannerebbe all’ergastolo chiunque non la pensa come lui, ritenendolo un imprescindibile dovere rivoluzionario. Essendo garantisti nei confronti di chiunque, da parte nostra attendiamo i verdetti definitivi, nella speranza che le eventuali condanne siano basate su prove inconfutabili (habeas corpus) e possibilmente rese di pubblico dominio. Non sui semplici «fuertes indicios» citati nei comunicati ufficiali.

Del resto, questo principio è stabilito dall’articolo 34 punto 1 della Costituzione vigente: «Toda persona en un proceso tiene derecho […] A que se presuma su inocencia mientras no se pruebe su culpabilidad conforme la ley». E il punto 7, che piaccia o meno ai suddetti commentatori nostrani, stabilisce che nessuno può essere obbligato a fare dichiarazioni auto-incriminanti. Resta il fatto che non esistendo in Nicaragua nulla di simile alla nostra Corte costituzionale (sostituita con un meccanismo farraginoso e “improbabile”) possono essere emanate leggi o decreti presidenziali che stabiliscano il contrario di quanto sancito dalla Carta fondamentale. E possono essere applicate senza nessuna remora, non solo ideologica, ma soprattutto morale. Dal canto loro, mancando di qualunque indipendenza, tutti gli organi dello Stato agiscono come ordina il potere. Trasformando la Costituzione in un semplice chiffon de papier, come disse a suo tempo un nostro presidente della Repubblica.

Nel caso concreto, comunque, ci pare del tutto incomprensibile e inspiegabile per quale motivo si proceda solo ora nei confronti di questi squallidi personaggi che non meritano alcuna considerazione come “paladini” della democrazia e della libertà – la loro attività reazionaria finanziata dagli Stati Uniti è nota da anni (il nostro è un giudizio politico, non giudiziario). Ma che dire quando tutti, ma proprio tutti, sono stati accusati di vari crimini nel giro di pochi giorni, immediatamente dopo l’apertura del processo elettorale? Peraltro con imputazioni copia-incolla che, come minimo, denotano una scarsa fantasia.

Poco ha a che fare, a nostro avviso, questo modo di procedere della “giustizia” locale con l’antico Dura lex sed lex. E ancora meno ha a che vedere con la “giustizia divina”, come lascia intendere Rosario Murillo: «Ebbene, leggendo le Sacre Scritture, sappiamo che la Giustizia richiede tempo, ma arriva» (“omelia” del 9 giugno).

Poiché mai abbiamo creduto nelle coincidenze, sospettiamo che, invece del leale e aperto confronto-scontro politico, si usino “armi” di altro tipo per eliminare dalla competizione elettorale chiunque possa dare fastidio. E, per non perdere l’occasione, pure qualcun altro. Il che può significare solo una cosa: si dubita di essere ancora maggioranza nel Paese, per cui si teme la candidatura di un nome di richiamo in grado di coagulare il voto degli elettori dell’opposizione.

Del resto, proprio alla fine di maggio sono filtrati i risultati di una indagine demoscopica realizzata dalla costaricana Cid-Gallup e non ancora resa pubblica (per cui, da prendere con beneficio d’inventario). Alla domanda posta agli intervistati: «¿Qué candidato tiene mayor probabilidad de ganar las elecciones y ser próximo presidente?», il risultato è stato: Daniel Ortega 30%, Cristiana Chamorro 21%, Medardo Mairena 7%, Arturo Cruz 6%, Juan Sebastián Chamorro 5%, Félix Maradiaga 4%, Miguel Mora 3%, Rosario Murillo 3%. Per quanto non sia una operazione politicamente corretta, sommando le preferenze dei vari precandidati dell’opposizione si arriva al 48%, mentre la coppia presidenziale si ferma al 33%. Il 20% non sa o non risponde.

Numeri assai diversi da quelli resi noti da M&R Consultores, che qualcuno sospetta al soldo della famiglia Ortega-Murillo, la quale non è da escludere che consideri più affidabile il sondaggio della Cid-Gallup. E pertanto…

Saremo ingenui, ma riteniamo che l’avversario politico debba essere sconfitto con “armi” politiche, non con inchieste giudiziarie che, almeno in questo caso, a noi paiono davvero a orologeria. Altrimenti si corre il rischio di cadere dalla padella nella brace. Per quanto la cronaca-professoressa abbia allievi assai distratti, «Mani pulite» dovrebbe averci insegnato almeno questo.

Non ci meraviglieremo se entro breve saranno arrestati pure il leader campesino Medardo Mairena e l’ex proprietario-direttore del canale televisivo 100% Noticias, che hanno già trascorso un lungo periodo in carcere con l’accusa di «tentato golpe». E, in ogni caso, saranno inibiti dalla candidatura in quanto «traditori della Patria». A questo punto, degli undici precandidati resterebbero in campo cinque Pinco Pallino dei quali in pochi hanno sentito parlare e contano come il due di coppe quando si gioca a scacchi: María Eugenia Alonzo, Luis Fley, George Henríquez, Américo Treminio, Noel Vidaurre (l’unico con un passato politico di una certa rilevanza). «Ti piace vincere facile?» diceva uno spot pubblicitario di alcuni anni fa.

In relazione a questi fatti, è stata immediata la reazione sia di Washington, sia dell’ONU, sia della OEA, sia della UE, sia di buona parte dei Paesi dell’America latina. L’8 giugno con l’ordine esecutivo 13851 Washington ha sanzionato ad personam Camila Ortega, Edwin Castro, Ovidio Reyes e Julio Rodríguez: uno dei figli della coppia presidenziale, il capogruppo parlamentare del FSLN, il presidente del Banco central, il direttore dell’Instituto de previsión social y militar. È a tutti gli effetti una interferenza negli affari interni di un Paese sovrano, ma era impensabile che non accadesse. Viene da domandarsi: se uno si dà una martellata sul dito, la responsabilità è del martello? o del chiodo? o del muro? o di un colpo di vento? E se continua imperterrito a darsi martellate sulle dita?

Inutile lamentarsi per ciò che si sapeva sarebbe inevitabilmente successo. Tutto come da copione…

All’improvviso – chissà perché? – ci è tornata in mente una vecchia commedia di Dario Fo: «La colpa è sempre del diavolo» (1964-’65). Ambientata nel medioevo lombardo, con la strega un po’ pasticciona Amalassunta (Franca) innamorata del diavolo-nano Bracalone (Dario). Vediamo già spuntare un sorriso ironico sul vostro volto: nessun riferimento alla coppia presidenziale. Più che altro per le parole della canzone con la quale inizia la storia: «Perché far recitare a ognuno ‘sta commedia?»

Nell’immagine Carlos Fonseca

La Bottega del Barbieri

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