Ogni maledetto/benedetto Marte-dì

1 – «Angelo meccanico» di Richard Paul Russo; 2 – Kameron Hurley raccontata da Maria G. Di Rienzo ; 3 (e 3 bis) – Posso darvi un consiglio?

 

1 –

Rifiuti. Morti incatenati. Contrabbando di medicinali. Cantare la speranza. Ali d’angelo. Poliziotti ed ex. “Lumache” che lavorano per le indagini. Umani, disumani, cyborg e non so. Massacratori, puristi, «veri» millenaristi. Ragazzi con svastiche e il protagonista che pensa: «questa merda non finisce mai». Ha un gran bell’inizio e poi mantiene un buon ritmo «Angelo meccanico» (del 1992, traduzione di Stefano Negrini) di Richard Paul Russo che Urania rimanda in edicola nella serie “capolavori” (224 pagine per 4,90 euri). Non è proprio il mio “genere” – anche perché qui di fantascienza ce n’è pochina, quasi il minimo – ma tanto di cappello a Russo per personaggi e scrittura. Dovessi lasciar spazio a Severo De Pignolis direi che il finale è un po’ retorico («Lo sai che è proprio un mondo del cazzo?» a cui si risponde «Sai che sorpresa… è il solo mondo che abbiamo» e via così).

A completare questo Urania 1611 la prima parte (una quindicina di pagine) di «Se solo non dovessimo morire» di Fabio Feminò, un bel dossier che si muove – tra scienza e fantascienza – intorno alla vita eterna o quanto meno alla possibilità allungare assai la vita umana; con qualche interessante «dettaglio»… per esempio i «risparmi economici» (meno spese mediche) che «la scomparsa della vecchiaia apporterebbe alla società». Ma d’altro canto… c’è una seconda puntata, no?

2 –

Mostrare il possibile di Maria G. Di Rienzo (*)

Kameron Hurley è una scrittrice di fantascienza e fantasy, vincitrice per due volte del Premio Hugo, uno dei quali lo ha ricevuto per il saggio «Abbiamo sempre combattuto», che parla delle donne nei conflitti in ambito storico e letterario. Ha due diplomi universitari in Storia conseguiti negli Usa e in Sudafrica. Il suo ultimo romanzo «The Mirror Empire», pubblicato nell’agosto 2014, sta suscitando un grande clamore nell’ambiente del fantastico: fantastico che Hurley ha usato come attrezzo per puntare la luce su istanze politiche e sociali contemporanee… di conseguenza, il romanzo è franco e talvolta brutale.

In un’intervista precedente l’uscita del libro aveva detto: «Sono profondamente interessata ai modi in cui giustifichiamo l’oppressione e la violenza su altre persone, in nome della percezione che abbiamo della loro razza, del loro sesso, della loro classe sociale o delle loro convinzioni. Nel passato e ancor oggi è visibile come la religione e la scienza siano usate per giustificare i pregiudizi esistenti. Noi tendiamo ad enfatizzare le prove che sostengono i nostri attuali convincimenti e ad ignorare le prove che li refutano. Sui media va così tutto il tempo. Si spingono sino a pubblicare studi non ancora controllati dalla comunità scientifica, solo per far sentire tutti meglio rispetto ai loro pregiudizi».

Non ho idea se «The Mirror Empire» verrà (o sia già stato) tradotto in italiano, ma nel mentre lo spero devo dire che Kameron mi piace davvero molto. Il brano seguente è tratto da «On Responding to Reviews» del 25.9.2014, in cui l’autrice risponde a chi le chiede perché non si impegna in dibattiti sui commenti negativi al romanzo suddetto.

«Ci sono delle ragioni molto buone per questo. Innanzitutto, sono un’autrice professionista e ho cose migliori da fare che discutere con un lettore quattordicenne su internet (specialmente con i troll che fingono di essere lettori). Non c’è miglior segno a indicare un dilettante dell’andar dietro al lettore Pinco Pallino e prenderlo sul serio perché è seccato per quanto sono difficili i nomi nel tuo libro, o perché pensa che tu stia tentando di imporre la tua agenda gay-femminista e la promiscuità socialista/comunista alle masse. E’ solo un libro. Ne ho pubblicati 4 e devo terminare il quinto. Che della gente sia scocciata dalle tematiche che io affronto sulle mie pagine di fiction è qualcosa che mi aspettavo. Il contrattacco dei troll, con tizi che fingono di essere donne queer di colore oltraggiate, pure (e sono anche i troll più facili da individuare). Il comportamento classico dei troll mira al crollo dell’autore. Io effettivamente non sono molto brava con i crolli. I troll tendono a essere sadici che si deliziano del dolore altrui. Ho scoperto che un mucchio di responsi al mio lavoro mi dicono più cose del lettore che del libro, e li trovo assai divertenti, anziché dolorosi. Ecco perché non potrei mai avere una relazione con un sadico: morirebbe disperato mentre io rido. (…)

Non intendo smettere di scrivere perché la gente si arrabbia su internet. Sentite un po’. La gente si arrabbia su ogni sorta di cose. C’è un tipo di rabbia del tutto legittima e comprensibile. Io sono in grado di distinguere se ho urtato davvero qualcuno o se ho sbagliato qualcosa dalla rabbia delle persone che sono a disagio perché hanno dovuto pensare a cose a cui non avevano mai dovuto pensare prima. Perciò, non preoccupatevi. C’è differenza e io sono capace di vederla. Fatevi coraggio. Abbiate un po’ di fiducia. Dirò anche che in un mondo in cui le mail dei miei fan superano di gran lunga le mail degli odiatori, e dove gran parte delle mail dei fan sono del tipo “hai cambiato/salvato la mia vita”, io non intendo smettere di scrivere perché alcune persone sono a disagio. Cos’è un tizio che mi urla addosso di aver rovinato la fantasy epica a confronto del mostrare alle persone cos’è possibile e dell’aver creato una reale, tangibile differenza nelle loro vite? Il tizio finisce per contare zero. Ok, magari conta al punto che mi faccio del popcorn e mi godo il suo spettacolo. Ma emotivamente, intellettualmente, per la carriera? Nulla».

(*) ripreso dal bellissimo blog «lunanuvola» di Maria G. Di Rienzo.

3 –

Posso darvi un consiglio, senza neanche chiedere il permesso? Pochi giorni fa è uscito (da Tragopano edizioni) «I pianeti impossibili» (184 pagine, 14 euri) di Riccardo Dal Ferro. Il consiglio è cercatelooooooo, leggeteloooooo. D’accordo, abbasserò i decibel: cercatelo, leggetelo. E’ uno dei più bei libri italiani (e non solo di fantascienza) che ho letto negli ultimi anni. Ho già accennato in blog alle ragioni del mio entusiasmo-innamoramento. Su richiesta dell’autore le ho riprese (con il titolo “Impossibili” glielo dici a tuo cugino. Io dico che 37 son sol l’inizio) nella prefazione al libro che vi propongo qui di seguito.

3 bis –

Nulla sapevo di Riccardo Dal Ferro (beh, ha l’aria giovane ma potrebbe anche essere un amico di Dorian Gray) quando a Schio mi allungò una copia provvisoria di «I pianeti impossibili».

Fra un treno e l’altro ho subito letto il libro. Non sapevo che stavo scivolando nella canzone di Tenco «mi sono innamorato di te perché quel giorno non avevo niente da leggere» (o una cosa del genere): al primo vagone fu interesse, a metà strada era già amore, all’ultima fermata – cioè a libro finito – ululavo «ancora, ne voglio altre 130 pagine».

Ne ho subito scritto sul mio blog (in realtà una strana bestiaccia collettiva e quantofrenica) dove il Marte-dì abito per occuparmi di fantascienza, altriquando e dintorni, augurandomi di vedere presto il libro stampato così che altre/i ne godessero («il piacere è una merce fantastica» ha scritto qualcuno – forse Blaise Pascal – «più se ne dà e più se ne ha»).

Ora che «I pianeti impossibili» arriva in libreria recupero il filo del mio entusiasmo e ne tesso una sorta di prefazione-peana (sì, ricordate bene: un canto in onore dell’Apollo volante; mica uso le parole a casaccio, poffarbacco).

Il romanzo – o insieme di storie, se preferite – di Apollo Dal Ferro subito dichiara con onestà i suoi debiti e/o il suo albero genealogico: Borges e Lem ma soprattutto «Le città invisibili» di Italo Calvino. Niente scopiazzature però e “oso” dire che Dal Ferro non sfigura … di fronte a tal trio. Oso. So.

Tutti i pianeti che questo libro ha visitato erano invisibili, inesplorati, inimmaginabili o sinora mal raccontati, capiti a rovescio.

Le parole chiave del libro sono 8: desiderio, forze, luce, memoria, processi, sensi, supplizio, trapasso. La cornice è un «diario di bordo» ma anche qui ci sarà da sorprendersi spesso e da chiedersi se pittore e corniciaio siano figure distinte.

Molti pianeti dunque (37 a essere precisi). Esagera il titolo chiamandoli «impossibili?».

Vediamo.

Il pianeta Tamben «è l’unica cosa, in tutto l’universo che io abbia potuto chiamare amore». Su Redhia la genesi è eterna. Io non avrei mai immaginato guerre perenni come su Rakma né un (felice) pianeta dell’assoluta diversità come Qatre. Ho anche scoperto che a Subernia il succo dei limoni ha, fra le altre virtù, quella di consentire a certuni di «rivivere i momenti del passato» e se mi capita un “last minute” ci farò un salto volentieri. I pianeti gemelli (e opposti) Etis e Tan sono finalmente diventati visibili, sia pure per un solo attimo, ai miei occhi.

Invece nel visitare Ostecya che «conserva memoria dell’avvenire» (un po’ come certa fantascienza) ho avuto la quasi certezza di aver già vissuto in luoghi dove «ricordarci del futuro è un compito arduo per tutti e il passato è comunque una delle cose più imprevedibili che possiamo incontrare».

Naturalmente ho sospettato che fra i pianeti impossibili di Dal Ferro almeno uno fosse la Terra, mascherata o metaforizzata: il mio candidato numero uno resta Miranda ma anche Ataras e Gaudya mi suonano loffi, probabilmente sto andando fuori strada e si sa… ognuno ha la sua Terra. Del resto: «ciò che viene immaginato è più reale di ciò che appare in verità».

Vagabondando fra le pagine di Dal Ferro ho intravisto «un cucciolo di trapezio», una mela addormentata colpita da Newton sottosopra, il tempo «raffermo», una «eclissi di buio».

Ho persino preso un po’ di appunti per litigare con me stesso.

«Quale sia la sofferenza più grande, se conservare il ricordo potendo immaginare un futuro o se dimenticare ogni cosa perdendo di volta in volta l’avvenire del costruire insieme, solo gli dèi lo sanno. O forse no…». Le civiltà dei «ricordanti» esistono già (come a Pormide) o dobbiamo crearle noi? Altra questione squassante: «che in tutto l’universo non sia possibile trovare una giusta via di mezzo fra la passione distruttiva e l’infelicità dell’atarassia?». Almeno la poesia-emblema del pianeta Hertel va citata: «Di ogni libertà fare prigione. Di ogni prigione fare evasione. Di ogni evasione fare libertà. Poi ricominciare daccapo».

Nel diario di bordo ho incontrato nuove forme di «tirannia degli oggetti». Ma soprattutto ho ri-conosciuto l’«astralgia» ovvero «la nostalgia dei luoghi mai vissuti»: deve essere infettiva e progressiva, ne soffro sempre più.

Però ora ci sto ripensando: impossibili? Nel momento in cui Pascal Dal Ferro li ha resi visibili questi mondi esistono. Anzi, son sempre esistiti. Forse.

L’autore è un microscopio, un periscopio, un macroscopio. Le galassie già cantano la sua gloria, io son contento di salire sul Grande Carro.

Si parte.

 

Redazione
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