Pasolini: «Petrolio» e la globalizzazione finanziaria

di Gianluca Ricciato

Di Pasolini non si deve sapere quello che aveva previsto sarebbe successo nella fase di transizione del capitalismo verso la globalizzazione: l’ascesa del potere delle multinazionali; la riduzione del popolo in massa automatizzata definitivamente alienata e schiava del consumismo ossessivo-compulsivo; il neofascismo dell’omologazione che smaterializza luoghi, territori e identità. Transizione gestita in Italia dai cosiddetti “poteri occulti”, cioè dalla politica e dalla finanza deviate e corrotte, che si candidavano da allora a beneficiarie del nuovo potere allora in ascesa e ora in atto. Di questo parla “Petrolio”, il romanzo che stava scrivendo quando fu ucciso.

 

Pier Paolo Pasolini fu ucciso il 2 novembre 1975. Lasciò incompleto il romanzo Petrolio, ispirato alla figura di Eugenio Cefis, protagonista della scalata ENI-Montedison e probabile fondatore della P2. Le ricerche di PPP prendono avvio da un discorso pubblico in cui Cefis descrive la nascita della finanza multinazionale, che per Pasolini era la causa del furto dell’identità, della storia, della cultura e della dignità dei popoli e la loro riduzione a ridicoli automi servi del mercato e del consumismo. Il film La Macchinazione di David Grieco descrive come PPP fu ucciso da un gruppo neofascista assoldato da “poteri forti”. 

Ma il 2 novembre 1975 gli italiani seppero che Pasolini morì perché era omosessuale e aveva giri torbidi. E 45 anni dopo gli italiani pensano ancora questo. O non pensano più niente perché pensa la finanza multinazionale al posto loro. (Dal blog Fiabe Atroci)

 

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Pasolini e l’omologazione della società dei consumi

 

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MALASTORIA (Dal Blog Sconfinamento)

Arriva in libreria Malastoria di Giovanni Giovannetti. In questo libro l’autore rende conto dell’intrepido rapporto a distanza tra Cefis e Pasolini in funzione di Petrolio, il suo incompiuto romanzo. Fa da sfondo la storia d’Italia del secondo dopoguerra. Sono settecento pagine con tante immagini e tanti documenti: dalla morte nel 1945 di Guido Pasolini “Ermes” (il fratello partigiano ucciso a Porzûs), alle stragi degli anni Sessanta e Settanta, nell’ombra del neofascismo e della P2. Di seguito, l’introduzione al volume.

Materiali sul blog del libro, Malastoria

 

Basta Pasolini

Nei suoi ultimi anni di vita Pier Paolo Pasolini riceve dossier su notabili democristiani, raccoglie informazioni su potenti manager dell’industria pubblica, va in giro «a fare domande che non dovrebbe fare» sulle infiltrazioni della criminalità, la più asservita, in gruppi eversivi dell’estrema destra e sinistra. Non è un curioso qualsiasi: scrive di politica e società sulla prima pagina del “Corriere della Sera”, il più letto e autorevole quotidiano della borghesia italiana; un giornale che, dall’agosto 1975 (poco prima che Pasolini venga ucciso) è in mano al presidente di Montedison Eugenio Cefis, elemosiniere occulto dei Rizzoli, che formalmente ne sono i proprietari.
Pasolini è anche un affermato regista cinematografico, poeta, critico, romanziere e sta scrivendo Petrolio, un romanzo sul nuovo Potere (con la maiuscola) di cui Cefis, chiamato Troya, è uno dei principali protagonisti: il vicepresidente dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni) coinvolto nell’uccisione del presidente Enrico Mattei. Quindi Pasolini sta inconsapevolmente raccogliendo notizie, foto e altri documenti su colui che nel frattempo è diventato un suo editore.
Pasolini stesso è sotto la lente dei Servizi, almeno dal finire degli anni Cinquanta, da quando il Sifar (il Servizio informazioni forze armate, istituito nel marzo 1949 in stretta, anzi strettissima, collaborazione con la Cia, dall’allora ministro della Difesa Randolfo Pacciardi, ma senza alcun dibattito parlamentare) predispone una informativa sulla sua vita privata. Da quel momento diventa un comodo bersaglio politico e giudiziario, tanto da avere un rapporto quasi quotidiano con le aule dei tribunali, come se fosse dentro un unico grottesco infinito processo.

Cosa può aver percepito o saputo Pasolini su chi, in forma occulta e criminale, ha governato la drammatica stagione dello stragismo e la successiva stabilizzazione del potere con altri mezzi? Ciò che sa, Pasolini lo scrive in alcuni tra i suoi ultimi e più corrosivi articoli per il “Corriere”, e in particolare nell’ormai famoso articolo Che cos’è questo golpe?, quello che comincia con “Io so”. Pasolini scrive questo articolo nel novembre 1974, subito dopo l’arresto del capo dei Servizi segreti militari Vito Miceli e dei cospiratori del golpe Borghese, collegati allo stragismo. Passerà altro tempo prima che le tessere di un tale orribile mosaico trovino una loro collocazione giudiziaria; ma per farsi un’idea sia pure approssimativa della situazione, già allora poteva bastare la lettura di Pasolini.
E si ricordi che l’incompiuto Petrolio (o Vas: l’autore non aveva ancora risolto il titolo) verte sì sul nuovo Potere, ma contiene anche il Romanzo delle stragi, il romanzo delle bombe atlantiche fatte deflagrare per mercanteggiare le libertà democratiche con la finta sicurezza, «Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile», scrive Pasolini.

Che cos’è allora questo golpe? Provano a dare scacco alla Repubblica parlamentare i militaristi teorici della strategia stragista della tensione, quelle brave persone «che, tra una Messa e l’altra», stanno alimentando con bombe e morti quel finto stato di necessità che renda accettabile e anzi ineludibile la temporanea sospensione delle garanzie costituzionali, così da ripristinare l’ordine a fronte del disordine da loro stessi procurato; poi ci sono i gruppi neofascisti, poche persone che, mestando nel torbido e calcando la mano, spingono per soluzioni golpiste come in Grecia nel 1967; infine ci sono i fautori del colpo di Stato incruento, efficentista e tecnocratico. Questi ultimi perseguono la nuova tattica degli opposti estremismi, un’efficace finzione prima anticomunista e poi “antifascista” (lo ha scritto anche Pasolini, nel suo Romanzo delle stragi sul “Corriere” e in Petrolio). Tre tattiche e un unico fine: stabilizzare in senso moderato e pilotato gli equilibri del Paese, mettendo fuori legge o quanto meno fuori dai giochi le forze di sinistra.
In questa tripla e delinquenziale strategia della “confusione” – come l’ha definita l’autore dell’attentato di Peteano, il terrorista nero Vincenzo Vinciguerra (tre Carabinieri uccisi il 31 maggio 1972 da un’auto esplosiva; Vinciguerra è oggi tra i più acuti osservatori da dentro quegli anni) – il neofascismo stragista ha vestito i panni della rivoluzionaria forza anti-borghese, ma portando sul capo il fez degli ascari al servizio prezzolato di potenze straniere, dei Servizi segreti italiani e del grande capitale. Pasolini avvertitamente lo definisce un criminale artificio del potere «senza un’ideologia propria», separando comunque le responsabilità dei mandanti burattinai (alla guida di distinte catene di comando nazionali e internazionali, spesso in conflitto tra loro) da quelle dei loro esecutori materiali.

Col tempo si capirà che molte delle stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 1969 appartengono a un’unica matrice organizzativa, che risponde a direttive ricevute da apparati inseriti nelle istituzioni, e per l’esattezza – come ha detto Vinciguerra – in una struttura parallela e segreta del ministero dell’Interno; e gli attentatori, scrive avvedutamente il magistrato milanese Guido Salvini, «non erano una scheggia impazzita. Freda e i suoi camerati godevano del complice appoggio del Sid. Gli uomini dei Servizi segreti seguivano le loro mosse, le sorvegliavano, le coprivano». Salvini guarda soprattutto a piazza Fontana, la “madre” di tutte le stragi, ma queste sue parole riguardano la stagione stragista nel suo insieme.
Insomma, non fu un complotto ma una feroce scelta politica. I terroristi di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale sono teleguidati da uomini dello Stato, ovvero da coloro che avrebbero dovuto proteggerci dal terrorismo e invece hanno tradito, agendo in deliberato spregio del Codice penale e della stessa Costituzione. Molte tra le figure apicali di questo ambizioso programma eversivo (generali, politici, imprenditori, funzionari dello Stato) hanno condiviso l’appartenenza alla loggia massonica segreta Propaganda 2 (P2) di Licio Gelli.

E fino a dove Pasolini sarebbe potuto arrivare nell’incalzare i burattini e i burattinai di questo nuovo Potere così centrale nella sua riflessione, se non lo avessero fermato in quella notte buia all’Idroscalo di Ostia?

(continua su https://sconfinamento.wordpress.com/2020/09/01/malastoria/)

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EUGENIO CEFIS (Da Wikipedia

Pier Paolo Pasolini si interessò al ruolo di Cefis dopo aver letto il discorso che tenne all’Accademia Militare di Modena il 23 febbraio 1972 sulla rivista di psicoanalitica L’erba voglio di Elvio Fachinelli intitolato La mia patria si chiama multinazionale: Cefis descriveva l’imminente nascita della finanza multinazionale e il tramonto delle economie nazionali (questo sarà il contesto del romanzo Petrolio); in più chiedeva una riforma costituzionale verso un presidenzialismo autoritario, cosa che avrebbe escluso per sempre il PCI dalla partecipazione al governo del Paese. Quel discorso lasciava intravedere la possibilità di colpo di Stato, un «tintinnio di sciabole». Fu lo stesso Fachinelli a donare a Pasolini nel settembre del 1974 la copia della rivista con il discorso di Cefis, insieme a un’altra fonte: il libro Questo è Cefis, l’altra faccia dell’onorato presidente pubblicato nel 1972 dall’AMI (Agenzia Milano Informazioni) scritto da Giorgio Steimetz (pseudonimo dello stesso proprietario dell’AMI Corrado Ragozzino).

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Le fonti di Petrolio

L’introvabile libro di Steimetz è stato una delle fonti di Petrolio, da cui Pasolini riprende dati e notizie relative all’Eni e a Cefis, e a volte anche intere frasi. Ma ad accorgersene non è stato un filologo bensì un magistrato, il sostituto Procuratore pavese Vincenzo Calia, mentre stava svolgendo una nuova inchiesta sull’omicidio di Mattei. L’aereo del presidente dell’Eni, in volo tra Catania e Milano, precipitò infatti la sera del 27 ottobre 1962, nella campagna di Bascapè, presso Pavia. La procura di Pavia aveva già svolto anni prima un’inchiesta su quella morte, che però si era conclusa con una sentenza di «non luogo a procedere, perché i fatti non sussistono», avendo attribuito la caduta dell’aereo a un incidente, dovuto all’errore del pilota Irnerio Bertuzzi (la prima inchiesta, condotta dal pm pavese Edgardo Santachiara, si era conclusa il 31 marzo 1966). Calia riapre l’inchiesta il 20 settembre 1994, sulla base di nuovi fatti, e la conclude il 20 febbraio 2003 con una Richiesta di archiviazione.

Calia legge Petrolio, titolo irresistibile per un magistrato immerso nell’indagine sulla morte del presidente dell’Eni e vi trova una sorprendente coincidenza. Venticinque anni prima di lui, Pasolini era giunto alla stessa ipotesi a cui lo stava ora portando la sua lunga indagine: Mattei fu eliminato da un’oscura regia politico-istituzionale interna all’Italia, di cui Cefis teneva le fila. Ecco cosa scriveva Pasolini in uno schema riassuntivo di Petrolio intitolato Storia del petrolio e retroscena: «In questo preciso momento storico (I° BLOCCO POLITICO) Troya sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)» (Appunti 20-30. Storia del problema del petrolio e retroscena, p. 118).
Calia commenta alcune pagine di Petrolio nella sua Richiesta di archiviazione. E per primo coglie le analogie tra Questo è Cefise il romanzo di Pasolini, collegando tra loro i fili di questa intricata matassa. Fatica però a reperire il libro di Steimetz. Non sa che una fotocopia si può trovare al Gabinetto Vieusseux di Firenze (cartella V – Materiali Vari), proprio tra le carte di Pasolini, il quale a sua volta l’aveva ricevuta nel settembre 1974 da Elvio Fachinelli, psicoanalista e animatore della rivista “L’Erba Voglio”. Nella cartella dell’Archivio si conserva anche la lettera di Fachinelli a Pasolini, datata 20 settembre 1974: «Caro Pasolini, le faccio avere una conferenza di Cefis e una fotocopia del libro su di lui, ritirato. Forse le possono servire».
La “conferenza” di cui parla Fachinelli è il testo del discorso tenuto da Eugenio Cefis all’Accademia militare di Modena il 23 febbraio 1972 (pubblicato sulla rivista “L’Erba Voglio”, n. 6). Pasolini si riproponeva di inserirlo integralmente nel romanzo, a mo’ di cerniera «a dividere in due parti il romanzo in modo perfettamente simmetrico e esplicito» (Appunti 20-30. Storia del problema del petrolio e retroscena, in Petrolio, p. 118).

Tratto da:  Pasolini compie novant’anni

 

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Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, di Giorgio Steimez

Nuova edizione di Effigie

 

Questo è Cefis, firmato da un fantomatico Giorgio Steimetz, è un libro-verità assai documentato, dal piglio ironico e a volte canzonatorio. Arriva in libreria nel 1972, ma subito viene fatto sparire. E si capisce: è la documentata «inchiesta dal vero» sul potentissimo nonché “invisibile” presidente di Eni e Montedison Eugenio Cefis, una delle figure più inquietanti e controverse della storia repubblicana, che una informativa riservata del Sismi (il Servizio segreto militare) indica come «il vero capo della P2» e che nel 1971 viene nominato ai vertici di Montedison, il colosso chimico privato poco prima acquisito dall’Eni. Nelle sue mani – ha scritto il politologo Massimo Teodori – Montedison «diviene progressivamente un vero e proprio potentato che, sfruttando le risorse imprenditoriali pubbliche, condiziona pesantemente la stampa, usa illecitamente i servizi segreti dello Stato a scopo di informazione, pratica l’intimidazione e il ricatto, compie manovre finanziarie spregiudicate oltre i limiti della legalità, corrompe politici, stabilisce alleanze con ministri, partiti e correnti». Nel 1974 si scoprirà che il capo dei Servizi segreti Vito Miceli – tessera P2 n. 1605 – quotidianamente inoltrava informative al presidente di Montedison, quasi che il Sid fosse la personale polizia privata di Eugenio Cefis. Fiancheggiato dagli spioni di Stato Cefis monitora politici, industriali, giornalisti, aziende pubbliche e private. Questo inquietante scenario da pre-golpe è ripreso da Pier Paolo Pasolini in Petrolio, il romanzo sul Potere che la sua morte violenta gli impedì di terminare. Petrolio riprende quasi alla lettera ampi paragrafi di Questo è Cefis e dei “mattinali” del Sid al «grande elemosiniere», reinventandoli narrativamente. Sono temi brucianti, che Pasolini tratta contemporaneamente sia nel romanzo che sulle pagine del “Corriere della Sera”. La sua denuncia avrà breve durata: la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 Pasolini muore massacrato da «tre siciliani» quarantenni (e non dal diciassettenne Pino Pelosi); nel frattempo altri provvedono a sottrarre da Petrolio il capitolo Lampi sull’Eni, «che – ha scritto Gianni D’Elia – dall’omicidio ipotizzato di Mattei guida al regime di Eugenio Cefis, ai “fondi neri”, alle stragi dal 1969 al 1980 e, ora sappiamo, fino a Tangentopoli, all’Enimont, alla madre di tutte le tangenti». La “strategia della tensione” non vuole destabilizzare; al contrario vuole consolidare un sistema che si muove con le bombe degli anni Settanta per arrivare con mezzi più subdoli alla presa del potere dei nostri giorni. In questo imperdibile libro-inchiesta di Steimetz, cui deve molto l’incompiuto e mutilato Petrolio di Pasolini, si trova la chiave di lettura di questo criminale asse politico-economico-mafioso. Sono pagine sull’Italia del doppio boom anni Settanta: sviluppo e bombe. Bombe stragiste, piduiste e mafiose. Uno «Stato nello Stato» che nel 1962 ha tolto di mezzo il presidente dell’Eni Enrico Mattei; nel 1968 il giornalista Mauro De Mauro; nel 1971 il giudice Pietro Scaglione; nel 1975, con ogni probabilità, lo stesso Pasolini. La catena dei delitti mafiosi e di Stato prosegue nel 1979 con la morte del vice questore di Palermo Boris Giuliano. Nel 1992 vengono eliminati i magistrati antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

 

Gianluca Ricciato

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