Passeggiare fra visibile e invisibile…

… e parecchio altro al «Festival ExPolis ’16», Teatro della Contraddizione: regia di Marco Maria Linzi, 14-28 maggio

di Susanna Sinigaglia   

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Ero già stata al Teatro della contraddizione per assistere ad alcuni spettacoli, ma non prodotti dalla sua compagnia, e non avevo mai partecipato al festival Expolis, nato nel 2011 con la collaborazione di varie altre compagnie teatrali e il sostegno di partner prestigiosi come la Scuola di scultura dell’Accademia di Brera, lo Iulm, la Triennale, il Politecnico oltre che di vari altri soggetti a livello nazionale e internazionale. Quel progetto ambizioso ora si è senz’altro ridimensionato ma l’intenzione sembra restare la stessa: promuovere l’incontro di linguaggi diversi in luoghi diversi dal teatro, la ricerca di spazi in cui trovare l’arte e dare vita all’arte.

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Pochi mesi fa ero stata attratta da un’iniziativa della compagnia, uno spettacolo-evento fra ballo, danza, performance teatrale intitolato «Balerhaus», ed Expolis si è inaugurato proprio con una riproposizione di «Balerhaus».

Costante del festival nel corso degli anni, è stata l’attenzione verso alcuni termini: instabilità (dell’arte), relazione, esposizione, manifestazione (d’arte), abitazione (di distanze); altra costante del festival, la proposta al pubblico di passeggiate “archemiche” (fra arte e alchimia?) per la città – in questa edizione quattro ufficiali ma in realtà, come vedremo, cinque di cui una in bici – e di spettacoli in teatro. Ho partecipato a due passeggiate, il 17 e il 24, e a uno spettacolo, quello del 21 sulla poesia.

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Le passeggiate hanno avvio da un punto di ritrovo dove si viene convocati poco prima dell’orario convenuto. Per quella del 17, il punto di ritrovo era la sede del Teatro della contraddizione in via della Braida, una stradina corta infilata fra viale Caldara – vialone di scorrimento su una delle circonvallazioni interne della città – e via Orti, strada storica della vecchia Milano.

Siamo stati accolti in teatro da Miriam Camerini, una performer che – come gli altri – ci avrebbe accompagnato per tutto il tragitto. E già dall’inizio abbiamo intuito che il percorso non sarebbe stato solo per le strade della città ma in qualche modo anche interiore, senza grandi pretese ma con un pizzico di riflessione su visibile-invisibile. Infatti la passeggiata era dedicata “alla vita invisibile” e Miriam Camerini, fra le varie domande cui non era richiesta esplicita risposta, ce ne ha rivolto una sulla parte segreta di noi stessi: quale il nome del nostro misterioso Hyde?

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Dopo la breve premessa propedeutica in teatro, abbiamo cominciato a percorrere le strade limitrofe come gente che, accorsa in strada all’arrivo della troupe di attori ambulanti, diventi essa stessa coprotagonista dello spettacolo (ma non lo è da sempre il pubblico, anche se gli tocca quasi ogni volta la parte di chi paga il biglietto?)

Abbiamo quindi seguito le nostre guide, mentre qualche performer sbucava di tanto in tanto da chissà dove materializzandosi in mezzo al selciato magari con i pattini ai piedi (Micaela Brignone) e intralciando il traffico, fino ad arrivare a una piazzetta alberata dove assistiamo a una specie di magia. La violinista che qui ci aspetta (Marta Pistocchi, dell’Orchestra di via Padova) durante la sua performance musicale solleva d’un tratto l’archetto dallo strumento e le note del pezzo che sta suonando continuano a diffondersi, dimostrandoci con questo piccolo espediente che l’invisibile è, a nostra insaputa, tra noi.

Vagando da una strada all’altra, da un marciapiede all’altro, si arriva a sorpresa davanti alla sinagoga, in via Guastalla. Miriam Camerini intona canti in ladino degli ebrei sefarditi accompagnata da violino, tromba (Massimo Marcer) e chitarra (Manuel Buda, che sembra appena uscito da un film di Radu Mihaileanu o di Emir Kusturica); la sua voce melodiosa e cristallina crea un’atmosfera che incanta e forse conforta anche i due militari di guardia.

Si prosegue e ormai il senso dell’orientamento è perso. A un tratto ci raccontano di un commiato inevitabile, di qualcuno che deve scrivere un biglietto d’addio poiché sa che non tornerà; ci invitano quindi a scrivere su un pezzetto di carta qualche parola, una frase di saluto che scriveremmo prima di avviarci verso un viaggio senza ritorno. Arrivati davanti a una casetta a un piano (Casa Lincoln) entriamo nel piccolo cortile-giardino e lì al balcone del primo piano vediamo affacciarsi un personaggio (Francesco Manenti) imbrattato di rosa che indossa una specie di sacco… no, un cappottone marrone che assomiglia tanto a un sacco. E un’attrice (Monica Bonomi) tutta infagottata comincia a narrare la vicenda di 1.500 ebrei fuggiti dalla Francia di Petain con la protezione di un contingente dell’esercito italiano; ci parla di qualcuno che aveva intravisto un giorno la possibilità di lanciare un biglietto d’addio dalle fessure-inferriate di un treno merci e poi ci invita a leggere tutti insieme le frasi che abbiamo scritto noi stessi in precedenza. Capiamo così che, almeno in parte, quel percorso ha un filo conduttore: la vita nascosta nella città, in questo caso degli ebrei di Milano o passati da Milano. Nello stesso contesto s’inserisce, dopo molto girovagare, la sosta davanti alla cosiddetta casa 770 che serve da dimora al più illustre esponente milanese degli ebrei Lubavitch, quelli con il pastrano nero, la barba lunga e i riccioli alle tempie.

Il racconto di quest’esperienza può solo procedere per flash e andirivieni temporali: l’incontro con la statua di Pinocchio in un giardinetto dove un personaggio che popola ormai molte delle nostre città ci ha ricordato che sono mutati i soggetti del disprezzo ma non i sentimenti di disprezzo verso chi è considerato “altro da noi”, soprattutto se è privo di mezzi; la danza collettiva sul sagrato della chiesa di Santa Francesca Romana e infine l’approdo in un appartamento con giardino (Casa Boscovich) in cui il personaggio dipinto di rosa si toglie il cappottone, i pantaloni e la camicia, resta coi fianchi avvolti in una specie di perizoma di tela bianca e porta a termine la serata interpretando una performance che lo vede, da elfo-clown-scimpanzé, arrampicarsi sugli alberi e poi scenderne per abbandonarsi alla frescura dell’erba e dei fiori.

La seconda passeggiata è dedicata “alla vita instabile”, dove per instabilità s’intende «una condizione di confine che può mutare da un momento all’altro, il valore del cambiamento in potenza, la vibrazione, l’oscillazione che presuppone un’altra meta da quella presente…» e per arte instabile «l’identità artistica o il suo germe che si mette in relazione ad un luogo sconosciuto, inconsueto… L’arte in disequilibrio, in gioco, che abita le distanze e costruisce una città nella città».

Caratteristica di questa passeggiata – che ha il suo punto di partenza nel Parco delle Basiliche e il suo fulcro nei Navigli con i quartieri limitrofi – è l’incontro con altri artisti in spazi teatrali (il Teatro i, il LabArca) e in spazi non teatrali: la Trattoria da Lina, il circolo Arci Cicco Simonetta. Al Teatro i, assistiamo a un breve saggio dello spettacolo su Testori che stanno preparando Renzo Martinelli e Federica Fracassi, rispettivamente regista e attrice dell’ormai storico teatro cittadino; possiamo così apprezzare il loro lavoro sul linguaggio e i testi del grande artista scomparso diversi anni fa e non ancora valorizzato appieno.

Nel nostro percorso, ci accompagnano la performance – grottesca ma velata di malinconia e inquietudine nel suo evocare la solitudine, la vecchiaia e il suicidio – di Casanova&Scuderi e quella di Vincenza Pastore con le sue strane “Confessioni di una donna arbitro”. Lungo la Darsena e il Naviglio Grande, sulla banchina e attraverso il ponticello che li scavalca, una danzatrice (Giselda Ranieri) s’immerge nel flusso dei passanti e non manca l’accompagnamento musicale, quello dei Bluklein.

Fra una performance e l’altra, o insinuandosi nelle loro pieghe, fanno improvvise incursioni “6 personaggi in cerca d’autore” (la compagnia delle Scimmie nude) che concludono la loro interpretazione sotto l’arco di porta Ticinese interrompendo stavolta la performance dei direttori d’orchestra improvvisati e infrangendone il sogno, che stavano finalmente realizzando, di dirigere almeno per qualche attimo un gruppo musicale, nel caso specifico i Bluklein.

Dopo uno scatenato e memorabile “Tuka tuka” cui nessuno si sottrae e la tappa ristoratrice alla Trattoria da Lina con bevute allietate dalla compagnia dei Campoverdeottolini, ci avviamo al circolo Arci Cicco Simonetta dove, oltre all’esibizione di Amy & Blake dell’Ortika, ci aspetta un meritato meraviglioso piatto di lasagne.

La serata dedicata alla poesia, che in ordine di tempo ha preceduto la “passeggiata instabile”, è stato un evento ibrido e con caratteristiche proprie, che ci ha riservato a sorpresa un giro in metrò prima del recital di Cinaski.

Appesi a fili come panni al sole, accanto all’entrata della metropolitana, ci aspettavano i fogli con alcuni versi diffusi dal «Movimento per l’emancipazione della poesia». Durante il viaggio in sotterranea, abbiamo elaborato questi versi per adattarli alle nostre vesti, declamandoli poi fra lo sferragliare del treno nelle gallerie e fra una fermata e l’altra; abbiamo cantato la canzone più poetica – scelta fra le tante proposte dai partecipanti, «Amore che vieni, amore che vai» di Fabrizio de André – percorrendo i corridoi che collegano i passaggi fra linee diverse.

Ritornati in superficie, eravamo ora pronti ad accogliere la lettura di poesie di Vincenzo Costantino Cinaski.

Per maggiori dettagli, vedi ai link:

#0000ff;">http://www.expolis.org/programma2016.html

#0000ff;">https://www.facebook.com/events/1624894651164357/?active_tab=posts

 

Susanna Sinigaglia
Non mi piace molto parlare in prima persona; dire “io sono”, “io faccio” questo e quello ecc. ma per accontentare gli amici-compagni della Bottega, mi piego.
Quindi , sono nata ad Ancona e amo il mare ma sto a Milano da tutta una vita e non so se abiterei da qualsiasi altra parte. M’impegno su vari fronti (la questione Israele-Palestina con tutte le sue ricadute, ma anche per la difesa dell’ambiente); lavoro da anni a un progetto di scrittura e a uno artistico con successi alterni. È la passione per la ricerca che ha nutrito i miei progetti.

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