Quasi una rissa fra Db e Asea

Db sono io, Asea è «amico saggio e arrabbiato» (intendo: arrabbiato con me) che preferisce restare anonimo.

Un titolo (lungo e quasi gucciniano) a questo post potrebbe essere:«Io razzista? Io confuso? Chissà. Ma io censore spero mai, neanche degli errori miei».

Ultima premessa. «Chiedo scusa se vi parlo di Maria» (con la i, non con la j) cantava Gaber e io chiedo scusa se parlo un po’ di me però la polemica mi sembra interessante nel merito (soprattutto) come nel metodo.

Mettetevi comode/i che parto dall’inizio.

Nella rubrica «Sparite-Sparate» del 24 novembre ho scritto questo:

IX– Bambine mai nate

Nelle comunità migranti cinesi e indiane c’è, anche in Italia, una mancanza sospetta di bimbe femmine. Si sospetta una sorta di aborto selettivo (meglio un maschio a qualunque costo) come purtroppo accade in molti. Paesi Il «Corriere della sera» del VI novembre dedica un lungo articolo al libro «Mai nate» di Anna Meldolesi che fotografa questa drammatica realtà.

(avviso a chi di solito non frequenta le «Sparite sparate»: l’uso dei numeri romani è una presa per il culo).

Da qui si innesca la polemica con Asea (Amico saggio e arrabbiato) che racconterò passo per passo, riassumendo i contenuti, eliminando le ripetizioni e omettendo solo i grazie, buongiorno, “ma daaaaai” e saluti al pupo.

Il primo msg (privato come i successivi) di Asea è questo:

«Non è vero un cazzo. Allego le statistiche del mio circondario dove i medici raccontano
le stesse cose ma il Centro elaborazioni dati della ASL dice il contrario. Si tratta di un
piccolo campione, ma perché dovrebbe essere particolarmente lontano dalla realtà?».

Secondo msg di Asea: 
«La Meldolesi non mi pare parli degli immigrati cinesi e indiani, e comunque non ha dati
relativi all'Italia. Perchè favorire stereotipi atroci?».

Gli rispondo che anche in Italia ci sono indizi che in queste comunità si facciano aborti selettivi.

Subito Asea replica (terzo messaggio): «Non ci sono dati recenti riguardanti tutta l’Italia, che io

sappia. So che si dicono queste cose e succede il contrario Gli “indizi” quali sono? Io ho indizi

di alcune migliaia di cinesi conosciuti personalmente (e dicono che non è così) ma uso cifre (che ribadiscono che così a livello locale non è). Se usassi come indizi le voci direi cazzate».

Quarto e quinto msg (riassunti) di Asea: «Ti prego vivamente di cancellarla, non hai prove per

“sospettare”. E’ una questione di deontologia. Sul tuo blog c’è una leggenda metropolitana

razzista. Io la toglierei, e poi verificherei. Se non lo fai, ti prego di cancellarmi dall’indirizzario.

Amici quasi come prima».

Sesto (lungo e documentato) messaggio di Asea: «guarda http://demo.istat.it/str2010/index.html da cui risulta che il rapporto f/m tra i nati non di cittadinanza italiana è di 106,43, appena appena superiore alla media di quelli di cittadinanza italiana. Dati eclatanti ci sono a Cremona e Lodi (122 circa – nelle contigue Mantova e Piacenza si scende a 109), dove ci sono forti presenze sikh, non a Firenze e Prato (107 e 107,75), a forte presenza cinese. Ma bisognerebbe avere serie storiche, anche perché ci possono essere oscillazioni notevoli (…). Come suggerisce il buon senso, è probabile che ci siano casi di aborto selettivo fra donne asiatiche immigrate in Italia, ma, sempre come suggerisce il buon senso, con una ristrutturazione delle cause che portano a tale selezione (suggerite dalla società locale e non portate col sangue) e una diminuzione, a volte netta, rispetto alle tendenze rilevate già da Sen. Parlare di “contagio” di tali abitudini regressive mi sembra criminale. Vedi scheda editoriale del libro di Meldolesi, ricopiata qui sotto (…)

Venti anni fa Amartya Sen calcolava in 100 milioni il numero delle bambine scomparse nel mondo a causa di negligenza, infanticidi, aborti sesso-specifici. E’ un fatto innegabile che tutti noi abbiamo prestato a questo dramma ben poca attenzione. L’autrice cerca di capire il perché di questa distrazione, di ricostruire l’intreccio tra fattori sociali e culturali, politici ed economici che ha portato al genocidio di genere, di capire se il fenomeno è rimasto confinato a Cina e India o rischia di contagiarealtre regioni. Esiste il rischio che le scelte individuali, sommandosi, determinino uno sbilanciamento complessivo del rapporto numerico tra i sessi? Il dibattito sulla selezione del sesso dei figli in Asia, ed eventualmente nel mondo, diventa inevitabilmente un dibattito sulla modernità. Il vero pericolo è il progresso tecnologico, l’arretratezza oppure l’incontro tra vecchio e nuovo? La modernità è parte del problema o rappresenta la cura? Provare a scalare queste domande, impervie e scivolose, è cruciale per capire cosa è successo e cosa potrebbe accadere. Prima di intraprendere questo percorso, però, è necessaria una sosta sul terreno della scienza. Perché per identificare le fluttuazioni del rapporto numerico tra i sessi causate dalla selezione “innaturale”, bisogna innanzitutto quantificare il rumore di fondo legato alle variazioni naturali. Questo significa muoversi nei labirinti della fisiologia della riproduzione e della biologia evoluzionistica. http://www.ibs.it/code/9788861841871/meldolesi-anna/mai-nate-perch-eacute-il.html
(…) Ti prego ancora di rimuovere la citazione ».

A me pare – obietto ad Asea – che i dati (di Amartya Sen e non solo) siano spaventosi. La tragedia contiinua, con modalità diverse, soprattutto in Paesi dell’Asia. Ci sono così poche donne in certe zone che bisogna “importarle”. Poi se toccasse a me parlarne eviterei il brutto termine di «contagio» e poco mi interesserebbe il discorso sulla modernità in quei termini ma al di là della Meldolesi resta, grande come una montagna, la questione dell’aborto selettivo (talvolta dell’infanticidio) contro le bambine.

Settimo messaggio di Asea: «L’integrità del blog è superiore al richiamo alla deontologia? Non

ti dispiace citare senza virgolette (e quindi far tuo, o farti far suo) il discorso di Polito? Non

scorgi la strumentalizzazione culturalista del discorso di Meldolesi? Togli quella riga, non

lasciarla fino a lunedì,  ti prego».

Polito (Antonio) è il giornalista del «Corriere della sera» che ha firmato l’articolo dal quale

ho tratto quella breve notizia-polemica.

L’ottavo messaggio di Asea è in realtà un lungo, interessante, direi prezioso intervento di

Maria Omodeo sul blog della Meldolesi.

«Mi introduco in questo dibattito che ho letto con crescente stupore
tristezza. Mi sembra infatti che l'allarme che la Sig.ra Meldolesi lancia
contribuirà ad approfondire il solco fra chi si sente di dover tirare fuori
sempre nuovi motivi di allarme per la presenza di cittadini d¹origine
straniera sul suolo italiano e chi cerca in tutti i modi di inserirsi in
questa società. Anna Meldolesi si presenta come una persona molto attenta
ai diritti delle donne, ma ho già visto capitare anch'io quel fenomeno cui fa
riferimento Mimma per le donne musulmane. Per quanto riguarda le donne
cinesi mi è successo di sentir dire che “la dimostrazione che le donne cinesi
sono sfruttate è anche il fatto che ad accompagnare i bambini a scuola di
solito sono i padri”. Quand'ero giovane io, ricordo che si diceva che il fatto
che i padri non si occupassero dei figli era prova di maschilismo.
Lavoro da esattamente 20 anni con cittadini d'origine cinese residenti in
Toscana (e non solo). Mi sono laureata in cinese all'università, 30 anni fa,
e ho vissuto per anni in Cina. Ho sempre cercato però di mantermi curiosa
nei confronti di ciò che mi circonda e neutrale nelle prese di posizione
finché non ho in mano prove concrete delle cose. Il fatto che in Cina
manchino tante donne all'appello è un dato di fatto. Assieme alla mia
associazione lavoriamo anche con un'associazione cinese che opera per
salvare le bambine e i bambini abbandonate e abbandonati in aree rurali
della Cina centrale. Abbiamo capito una cosa, in questo lavoro terribile:
non vengono abbandonate e abbandonati per motivi culturali ma perché le
famiglie non sanno come mantenerle e mantenerli. Finché sono sani, ad
esempio, le famiglie li tengono, ma alla prima malattia li portano in
ospedale e poi ­ non essendo in grado di pagarne le cure ­ li lasciano lì.
Quando qui si pensa alla Cina, si dà per scontato che sia tutta, o quasi
tutta, come ce la dipinge il nostro immaginario: una stampa poco accorta,
mal informata o in cattiva fede ci presenta una economia in sviluppo così
veloce da mettere in ginocchio il resto del mondo, pochi ci raccontano le
tante contraddizioni di questo Paese. Uno sviluppo ineguale che spinge le
persone a cercare soluzioni diverse per i problemi che affrontano tutti i
giorni e a scegliere modi diversi per raccogliere le opportunità che la
nuova liberalizzazione economica offre. Non voglio qui entrare nel merito
di che cosa possa significare una “cultura cinese”, analogamente a come
non saprei dire che cosa potrebbe significare una “cultura europea”. Ma
voglio parlare di una cosa che conosco in modo diretto: sono 20 anni che
sul territorio italiano mi confronto su quanto danneggia le migliaia di
cittadini cinesi che vivono qui il fatto che il contesto locale li voglia
inserire in un¹unica categoria. Ho sentito dire di tutto (da parte degli
italiani): quando non vanno a scuola i bambini è “perché in Cina si dà poco
peso all'istruzione”; quando non imparano l'italiano è “perché sono chiusi”;
quando in classe si addormentano “é perché i genitori li fanno lavorare,
vedono i figli solo come forza lavoro”. A volte ci sono anche pregiudizi
positivi: “i bambini cinesi a scuola non fanno confusione” (e quello che
 fa confusione è visto come l'eccezione) ecc. Tutti facciamo i dovuti distinguo
fra due bambini autoctoni: noi tutti diversi, gli altri tutti con lo stampino?
Ho avuto modo di condividere migliaia di storie personali di speranze,
dolori, frustrazioni, successi, ecc. di tante e tante persone diverse, che
hanno/avevano come unico comune denominatore il fatto di essere di
nazionalità cinese e residenti in Italia.
Mai una volta in 20 anni mi è successo che una donna di cittadinanza
cinese mi dicesse che voleva abortire perché incinta di una femmina. Mi
è successo moltissime volte che mi dicessero che non sapevano come
tenere il bambino o la bambina che avrebbe dovuto nascere (“non ho
i soldi per mandarlo in Cina”, “non me lo prenderanno al nido”,
“perderò il lavoro perché non ho a chi lasciarlo e non posso portarlo
nel capannone dove lavoro”.). In angosciosi e lunghi colloqui mi
trovo a fare la sorella ottimista, più che l'operatrice, ad essere un
orecchio amico per persone in crisi, che spesso hanno solo bisogno
di fermarsi e parlare a se stesse. A queste aspiranti mamme spaventate
chiedo: “ma tu lo vorresti tenere?”. “Certo che sì, ma come faccio?”.
Parlano, parlano, piangono, prendono una loro decisione. Poi mi
portano a conoscere il bimbo o la bimba, maschio o femmina,
non ho mai pensato di trarne una statistica. Quando erano venute
a chiedermi consiglio su dove potevano andare per l¹interruzione
di gravidanza, l¹aspetto centrale è sempre stata la preoccupazione
di non avere gli strumenti per crescere bene il proprio figlio o la
propria figlia in un contesto per loro troppo ostile. Ricordo ancora
 in modo traumatico l'episodio di una coppia a cui era nata una bimba
 affetta da sindrome di Down: i servizi tentavano in tutti i modi di
convincere i genitori a darla in adozione ad una famiglia italiana (di
 origine e di cittadinanza italiana) così avrebbe potuto “essere seguita
meglio, con tutte le cure di cui avrà bisogno”. La madre stringendola
 diceva “ma è figlia mia, io le voglio bene. Potete aiutare me a curarla
 per bene? Posso tenerla?”.
Gli oltre settemila casi non fanno statistica, lo so bene. Ma per una come
come me che ha visto e sentito davvero di tutto, la mia personale statistica
ha valore, è quella dell'esperienza. I cittadini cinesi con cui ogni giorno
mi confronto mi chiedono dove possono iscrivere i bambini al nido (un
 problema enorme, per chi fa lavori atipici come quello dei cinesi è
 difficilissimo fare il punteggio che serve per ottenere il posto negli
 asili nido. I giovani genitori non hanno nonne e zie che possano badarli
 e chi non lavora per badare ai figli perde la possibilità di rinnovare il
 permesso di soggiorno). Il nido lo chiedono sia per i maschi che per le
 femmine.
Tantissimi mi dicono che sono emigrati perché avevano avuto un secondo,
 un terzo figlio o figlia: in altri Paesi d'Europa in casi analoghi danno loro
lo status di rifugiato, perché si considera un diritto l'avere un figlio. La
cattolicissima Italia invece preferisce dare lo status di clandestino, ma
questa è un'altra storia.
Sono stata intervistata da “Repubblica” quando è uscito l'articolo cui qui
sopra si è fatto spesso riferimento: non avevo letto il libro, né l'ho letto
dopo e non entro quindi nel merito delle statistiche che riporta. In quella
intervista ho detto una cosa che voglio ridire anche qui: il contesto cinese
in cui mancano all'appello così tante bambine è stato provocato da una
legge, quella che impone un unico figlio. Non mi risulta che esistesse
questa differenza fra maschi e femmine nei decenni precedenti e quindi mi
sembra davvero improprio parlare di “cultura”.
In quella intervista, mi è stato chiesto se in Cina c'è una preferenza per
il maschio. Certamente per molti ancora conta avere una discendenza
con il proprio cognome (è una cosa che condanno, ma non mi sembra
 affatto che sia un aspetto tipico solo della “cultura cinese”). Per le
 famiglie contadine avere una sola figlia, inoltre, vorrebbe dire
 destinarla a una vita molto dura, dato che non esiste un sistema
 pensionistico per i contadini. Proprio questo ragionamento rispetto
 al lavoro e per la migliore capacità di adattamento delle ragazze
 rispetto ai coetanei maschi, su cui ho sentito discutere tanti e tanti
 cittadini cinesi in Italia, li spinge qui a non avere un'analoga
 predilezione per il figlio maschio».

L’ultimo msg di Asea è questo: «Hai lasciato per giorni parole di

Polito non virgolettate sul blog, facendole tue. Te l’ho detto e

ripetuto. Non ti rendi conto».

Mi ritaglio (a fatica) un po’ di tempo per rispondere al torrenziale,

incalzante, qua e là un po’ scortese (secondo me) Asea.

Se ho sbagliato (ci ragiono con voi che leggete, “in diretta”) è

meglio che renda noti i passaggi della discussione e le mie riflessioni.

Penso che eliminare due righe dal blog, fingendo che non siano esistite,

è censura (o auto-censura, visto che in questo caso erano mie). Non

mi piace la rimozione per ragioni politiche prima che psicoanalitiche.

L’articolo di Antonio Polito uscì sul «Corsera» con grande evidenza:

una pagina intera se si escludono due mini-notizie e una pubblicità

quasi piccola. Non saprei dire se le forzature della titolazione (non

far capire dove si parla dell’Italia e dove del mondo) siano volute

o frutto della confusione di chi titola e/o di chi scrive. Non ho

alcuna consonanza con le idee di Polito che definirei pacatamente

«un uomo di quella sinistra che si vanta di essere alla destra della

destra del Pd»; con l’ex direttore de «Il riformista» e ora editorialista

del «Corsera» in generale dissento anche sul modo di bere il

cappuccino. Non mi sono appropriato delle sue parole, non le ho

avvalorate ma ho riassunto quello che, a mio avviso, resta un grave

problema. Chiunque lo ponga.

Se la (oggi) super-star Roberto Saviano nel suo libro più famoso

accreditò, senza prove, uno stereotipo (“i cinesi che non muoiono”)

è giusto dire che ha sbagliato e che – senza volerlo? – ha creato un

problema in più al già difficile dialogo. Ma se poi Saviano parla di

mafia cinese sarebbe difficile negare che il problema esiste ed è

pesante. Si obietterà che non tutti i cinesi sono mafiosi. Giustissimo

e non tutti gli italiani sono Berlusconi o Dell’Utri; se un finnico (o

un paraguaiano) mi chiamasse “mangiaspaghetti mafioso” potrei

risentirmi assai.

Ha ragione Asea a dirmi che non ci si basa su sospetti ma che ci

vogliono prove, numeri. Spesso però le cifre non ci sono o alcuni

dati non vengono cercati; a volte le interpretazioni dei numeri divergono.

Al fondo – e in attesa di verifiche approfondite – in Italia il problema

esiste? Non si arrabbi Asea se ripeto: «io (Daniele Barbieri, 63 anni ecc)

sospetto di sì». Se per ragioni diverse e complesse in India e in Cina è

diffuso l’aborto selettivo contro le bambine, perchè una parte della

popolazione che migra non dovrebbe proseguire questa pratica? Il

discorso della Omodeo è importante ma io non credo che sia solo

questione di cultura (anzi: di condizione sociale) dei contadini. Mio

padre era un uomo per certi versi modernissimo ma aveva una

misoginia di fondo che spesso andava oltre la superstizione.

So bene – e su questo blog di continuo ne dà documentazione

Maria G. Di Rienzo – che le discriminazioni (sino al femminicidio,

allo stupro come “buona abitudine”) sono diffuse ovunque,

Occidente compreso. E so bene le strumentalizzazioni politiche

che si tentano. Ma le pratiche delle spose bambine (cioè dei

matrimoni forzati) o delle mutilazioni genitali femminili sono

rimaste in alcuni Paesi e in altri no. Perchè dovrei nasconderlo?

Con grande fatica – e varrebbe in un’altra occasione discutere il

perchè di certe resistenze – emerge che anche da noi (cioè in segmenti

delle migrazioni da certi Paesi) quelle pratiche proseguono. Non è

questione di razza (che non esiste) o di religione: in alcuni Paesi detti

arabi grazie alle lotte (soprattutto delle donne) sono state ottenute leggi

ottime e avvengono interessanti, profondi mutamenti dei costumi (più

facilmente nelle città che nelle campagne). Se qualcuna/o volesse

accomunare il patriarcato fascista dell’Arabia Saudita con l’assai laicizzato

Marocco sarebbe un ignorante o in mala fede. Per dirla con una mezza

battuta: chi fa d’ogni erba un fascio… spesso è un fascista.

Ciò chiarito, ribadisco che la tragedia delle femmine meno “gradite” dei

maschi già al momento della nascita esiste e persiste in alcuni Paesi; è

ragionevole che, almeno in parte, si riproponga nelle migrazioni.

Quanto alla “chiusura” di certe comunità sicuramente molto dipende

dall’ostilità e dai pregiudizi della società dove vanno a vivere (in

questo caso l’Italia) ma anche qui non vorrei che ci si nascondesse

un problema: anche chi è immune dalle molte patologie del razzismo

si trova a comunicare più facilmente con persone cresciute in certi

luoghi del mondo che in certi altri. Capiamone di più – e cerchiamo

ponti invece di alzare muri – ma senza nasconderci i problemi.

Di certo il mio errore – non ho difficiltà ad ammetterlo – è stato

affidare un problema così grande a una citazione di poche righe. E’

il rischio delle rassegne stampa e in qualche modo «Sparite sparate» lo è.

Aggiungo che anche fra noi ci capiamo poco; il dialogo con Asea mi

pare un buon esempio di ciò. A volte i miei commenti sarcastici (o

perfino l’uso dei numeri romani) vengomo definiti «geniali» e altre

volte anche persone che condividono le mie idee trovano la mia

scrittura poco seria: «sei troppo guitto» mi dice una stimabile e

saggissima amica. Chissà. Io mi inchino, ci penso su e poi torno

a saltare nel cerchio di fuoco senza mollare il mio naso rosso da

clown (ogni tanto triste, come tutti i pagliacci).

Una nota finale di «netiquette». Mi hanno insegnato che la

netiquette indica un minimo di “galateo” per la rete. Non

sono un fan delle buone maniere ma ogni tanto aiutano. Qui

in blog a esempio ci sono state alcune polemiche lunghe e

quasi incomprensibili oppure ping pong (cioè persone che

monotamente tiravano la stessa pallina-argomento)

fastidiosi. Dipende dalle persone certo ma anche dallo

scarso tempo dato alla riflessione, al confronto, persino

alla scrittura. C’è una soluzione? Disapprovo,

l’ho già detto, la censura. Forse si può tentare di

proporre prima e poi osservare alcune regole condivise. Nei

prossimi giorni, d’intesa con la piccola redazione di codesto

strano blog, posterò un paio di indicazioni piccine-picciò.

Vedremo se piaceranno e… aiuteranno.



Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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