Recensione a «La tragedia di Sumgait»

di Sonya Orfalian (*)

Si tratta di un’importante raccolta di testimonianze dei sopravvissuti armeni alla carneficina di Sumgait, città di un Azerbaigian all’epoca ancora repubblica sovietica. Il volume uscì per la prima volta in russo, e venne portato in seguito all’attenzione del pubblico occidentale nelle traduzioni inglese e francese. Questa, a cura di Pietro Kuciukian, è la prima edizione in lingua italiana.

«Scrivere una prefazione per questo libro è difficile. Ma il libro è ancora più difficile, insopportabilmente più difficile. Non si tratta di letteratura. È una tragedia ancora viva, la piaga sanguinante di tutti coloro che hanno vissuto quei giorni. I loro ricordi sono una sorta di dialogo con se stessi».Così scrive la celebre attivista per i diritti umani Elena Bonner, in apertura.E’ il 20 febbraio del 1988 quando il Soviet del Nagorno Karabagh fa passare una mozione che chiede il passaggio e l’annessione di questa storica regione alla repubblica sovietica d’Armenia. Dopo una settimana, e per tre giorni, gli armeni di Sumgait – piccolo borgo nei pressi di Baku – subiscono il loro atroce pogrom da parte della popolazione azera. Le motivazioni: oltre alle rivendicazioni degli armeni, considerate imperialiste, si aggiunge una propaganda ben organizzata che racconta di violenze nei confronti della minoranza azera in Armenia. La miccia è accesa. Come per il genocidio del 1915, gli armeni vengono stanati dalle loro case: bruciati vivi, violentati, torturati, infine sterminati. Alla fine si contano migliaia di morti e circa 460.000 profughi si rifugiano nella vicina repubblica d’Armenia.

Il medico e attivista Bernard Kouchner nella presentazione al volume denuncia in poche righe la preparazione, il meccanismo e lo scopo di questa azione abbietta e feroce e conclude così il suo intervento: «All’ombra della perestroika si svolgono delle malvagità che bisognerebbe denunciare più fortemente. Non si sono fatti i conti con l’oppressione per il fatto che si è salutato l’arrivo di Gorbaciov, geniale curatore fallimentare, come il male minore. Solo l’indipendenza di una repubblica garantisce contro l’oppressione».

I sopravvissuti portano negli occhi l’orrore di ciò che hanno vissuto, storditi dal dolore e dalla paura; raccontano di notte, per la strada, al freddo; parlano ai ragazzi che li accolgono e che prestano loro aiuto come possono. La repubblica sovietica d’Armenia è sconvolta dal devastante terremoto del 1988 che ha provocato più di centomila morti e i volontari si dividono come possono per prestare soccorso e conforto a tutti. Tra quei giovani volontari c’è anche Samuel Shahmuradian. Interroga i sopravvissuti al pogrom, ascolta e registra le loro voci sommesse.

Alcune di queste testimonianze vengono inizialmente pubblicate da una rivista di letteratura armena. In seguito, il giovane autore perderà la vita in battaglia nel corso della guerra del Karabagh, nel 1993. A lui e alla sua pervicacia dobbiamo questo lavoro.

Samuel Shahmuradian

La tragedia di Sumgait. 1988, un pogrom di armeni nell’Unione Sovietica

Guerini e Associati   

(*) Riprendo questa recensione – per concessione dell’autrice  – dall’edizione italiana del mensile «Le monde diplomatique» (pubblicata in collaborazione con «il manifesto»).

 

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