Scoprendo una Roma invisibile, sconosciuta e rimossa

SOMMARIO: I passi di Igiaba Scego e gli occhi di Rino Bianchi ci regalano un libro bellissimo oltre che necessario: «Roma negata» ovvero «Percorsi neocoloniali nella città». Una recensione volutamente reticente… e capirete perché. (*)

Impossibile immaginare che oggi nella capitale tedesca siano in bella mostra gli antichi simboli del Terzo Reich o che in Germania si spenda denaro pubblico per dedicare un sacrario a qualche massacratore nazista. Nell’Italia democratica invece accade. Con stupore prima che con rabbia, «Roma negata: Percorsi neocoloniali nella città» (Ediesse: 160 pagine e 13 fotografie per 13 euri) ci ricorda che non abbiamo ancora avuto il coraggio di fare i conti con la nostra storia.
C’è chi si chiede perché una via o una piazza ha quel nome e chi (di più) resta indifferente. Ci sono persone che passando in via Cola di Rienzo (magari chiedendosi “e questo chi è?”) a Roma non notano il busto per Totò e tanto meno la targa fascista sull’altro lato del marciapiede mentre altre persone (poche?) sanno bene le storie – belle o brutte – dentro molti angoli della città.
Igiaba Scego vive a Roma e l’ama che più non si può: «il mio ombelico e quello del mondo, forse dell’intero universo» spiega. Ma in questo libro inizia a camminare spinta da un dolore che si nutre di assenze, presenze, ignoranze e rimossi (psico-storici). I piedi di Igiaba vanno in piazza di Porta Capena a guardare due targhe, Non vi dirò cosa c’è scritto e neppure cosa manca in quella piazza per due motivi: il primo è che il recensore rispettoso non deve svelare troppo delle trame (anche se questo non è un giallo però ci sono mooooolte sorprese); il secondo è che questo libro dovete assolutamente leggerlo, specie se vivete a Roma e/o se amate la storia.
Dopo piazza di Porta Capena i passi di Igiaba vanno verso la periferia, via dell’Acqua bulicante. Sembra che la nostra guida si perda nei film di «Sissi l’imperatrice» ma in realtà ci sta guidando con fermezza verso un cinema, quello che campeggia anche in copertina, e le molte vicende che lì si intrecciano. Storie del passato e dell’ultimo 3 ottobre (ricordate? 369 vittime a Lampedusa, quasi tutte dall’Eritrea ovvero di un’ex colonia italiana… per chi ne conserva memoria).
Prima di riprendere il viaggio ecco 13 particolari fotografie, molto belle, di Rino Bianchi. Ne manca una però che era stata pensata, discussa con entusiasmo e poi bocciata. Vi svelerò l’idea ma tacerò il motivo per cui non è stata realizzata. «Questo libro si doveva concludere con una foto che non siamo riusciti a fare. La foto del balcone di piazza Venezia, il luogo occupato dal corpo di Benito Mussolini in 20 lunghi anni di dittatura fascista. La nostra prima idea era molto suggestiva. Avevamo pensato che da quel balcone dovevano affacciarsi richiedenti asilo somali, eritrei, etiopi. Uomini e donne sorridenti che rivendicavano quel passato in comune con un’Italia sorda e assente». Provate a indovinare perché quella foto non c’è; poi magari riflettete se quella scelta (di non farla) che viene spiegata nelle «conclusioni» vi convince… a me sì.
Dopo le foto, il libro si incammina verso il vecchio cuore di Roma, «piazza dei Cinquecento», come dire la stazione Termini. Ho vissuto i primi 40 anni della mia vita a Roma senza chiedermi chi fossero quei 500; l’ho scoperto da poco, con stupore. Torniamo poi con Igiaba in piazza di Porta Capena ma incrociando Carducci, Pascoli, D’Annunzio, processioni, Giulietta Masina (in «Le notti di Cabiria») e un piccolo, grande uomo che fu nemico e vittima dell’Italia fascista ma che nel novembre 1970 fu accolto con un misto di rispetto e smemoratezza. Non vi dirò il suo nome (ma penso lo abbiate capito) perché – lo ripeto – spero che chi sta leggendo questa recensione così reticente abbocchi agli ami che getto e… compri questo bellissimo libro/pesce.
I penultimi passi di Igiaba Scego ci portano verso un ponte di Roma davvero brutto quanto inutilmente pesante: come sempre saltando avanti e indietro nel tempo, l’autrice ci racconta storie – personali e collettive – scordate o meglio rimosse perché, come insegna la psicoanalisi, se non vogliamo fare i conti con un dolore o con un problema… lo mettiamo nel “dimenticatoio”; però alla lunga la questione irrisolta si aggrava.
Gli ultimi passi ci portano un po’ fuori Roma; il capitolo si intitola «Affile, una vergogna nazionale». Se abitualmente leggete «Corriere delle migrazioni» (oppure codesto blog) sapete cosa è accaduto – e accade – ad Affile. Ma in tante/i purtroppo non sanno. In questo capitolo c’è anche un’idea molto bella (di Serena Fiorletta) e questa ve la svelerò: «fare un museo del fascismo. Un museo che spieghi, contestualizzi; non certo un museo agiografico»; la sede ideale sarebbe proprio Palazzo Venezia. Le ultime parole di Igiaba Scego sono rivolte a un popolo sempre più meticcio: «Buona Italia a tutti e che la forza sia con noi».
«Roma negata» si chiude con «Il fascismo come sintomo di squilibrio mentale?», una post-fazione di Andrea Branchi: titolo azzeccatissimo e un testo ricco di notizie interessanti ma l’insieme è piuttosto confuso – è l’unico difetto di un libro riuscitissimo – a precedere i «titoli di coda» (un’utile bibliografia).
Fra tanti discorsi seri e tragici, Igiaba Scego infila anche alcune battute eccellenti e almeno una (per farmi perdonare) ve la riporto. A proposito dell’ossessione di Mussolini per Roma antica che lui immaginava tutta marmi, bighe e doghe è bene invece ricordare – come scrive l’autrice – che all’epoca Roma somigliava più a «Rocky Horror Picture Show» (spiegazione per chi avesse perso il film: un casino totale). Chi leggerà questo bel libro incrocerà anche un ambiguo Indro Montanelli, una rabbiosa Elvira Banotti, un riflessivo (o pentito?) presidente della repubblica cioè Oscar Luigi Scalfaro, canzoni di Pierangelo Bertoli e Gabriella Ferri, una bella definizione dei Wu Ming, molta Italietta ma anche una certa bell’Italia che c’era e per fortuna c’è.
Sarebbe bello se davvero gli spunti di questo libro diventassero la “guida”, o solo un primo spunto, per qualche “giro nella memoria di Roma” un po’ come nella Buenos Aires dello croccante romanzo-tour «Le irregolari» di Massimo Carlotto oppure nella logica con la quale l’associazione Todo Cambia anni fa “presentava” Milano alle persone migranti… e viceversa.
Se posso – mi dò il permesso da solo, grazie – vorrei aggiungere due notazioni personali. La prima è che non sono parente dell’Ulisse Barbieeri citato ma faccio miei i suoi versi (li trovate a pagina 56) e in particolare «non capite o branco di cretini» con quel che segue. La seconda nota personale è evidentemente scaturita da alcuni passaggi del libro di Igiaba Scego: io vivo da molti anni a Imola, città che ha pagato un prezzo antifascista molto alto, e anche qui purtroppo resistono alcuni simboli orribili, a partire da tre enormi fasci contornati da iconografie del losco ventennio, a pochi passi da piazza Gramsci e da piazza Matteotti. Buttarli giù o ri-contestualizzarli? La terza via (far finta di nulla) non mi pare intelligente e rispettosa di chi è morto per liberarci dal nazifascismo.
(*) Questa mia recensione è uscita – un po’ diversa e senza reticenze – su «Corriere delle migrazioni» che vi consiglio per molti motivi. (db)

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