Se dico «Ia» … voi cosa intendete?

di Fabrizio Melodia (*)

Lo studio dell’Ia – intelligenza artificiale – è una delle più grandi sfide. Anche i filosofi di oggi fanno sentire forte la propria voce.

L’Ia infatti è un settore in cui il vertiginoso progresso tecnologico e scientifico ha raggiunto di fatto un livello tale da metterci davanti a dilemmi stringenti e a problemi reali che vanno oltre la semplice tecnica e richiedono riflessioni approfondite anche sull’identità umana e sul futuro della specie.

Non è un caso che i filosofi siano tanto affezionati alla questione, visto che i computer li hanno inventati loro. Lo sapevate? Sono due filosofi come Blaise Pascal e G. W. Leibniz a creare la prima macchina calcolatrice della Storia. La macchina che faceva semplici addizioni e sottrazioni prese proprio il nome di “Pascalina”: il buon Pascal la creò per aiutare il padre nel suo lavoro di contabile di corte. Fu il matematico Leibniz – famoso per i suoi scritti riguardo alla giustizia divina e papà di uno dei metodi del calcolo infinitesimale – a perfezionare la macchina di Pascal fino a renderla capace di calcolare moltiplicazioni e divisioni.

Arrivando ai giorni nostri, il filosofo John Searle si tuffa sulla questione dell’Ia, andando controcorrente. Searle ritiene infatti che un computer non potrà mai sviluppare una mente simile a quella umana attraverso un programma (come invece sostengono i fautori della cosiddetta “intelligenza artificiale forte”) in grado di ragionare in modo autonomo e autocritico.

Il compito di ogni filosofo anche in questo caso è contribuire alla comprensione della realtà mentre essa cambia e si evolve, introducendo allo stesso tempo nuove prospettive e indicando la via dei possibili sviluppi. Possiamo farlo grazie alla formidabile cassetta degli attrezzi disponibile, nella quale non stona la fantascienza. Come può la science fiction esserci d’aiuto? Continuate a seguirmi e tenterò di offrirvi qualche interessante speculazione.

Tutti bene o male abbiamo a che fare con la tecnologia, in particolare con elettrodomestici, smartphone, tablet e sui luoghi di lavoro. Computer e robot ci facilitano il lavoro e consentono molto più tempo libero. La Società della Tecnica (o meglio dell’ Informatica) è dunque Bellezza e Piacere? O ci sono ombre inquietanti? Cons iderando che molti non sono in grado di capire neppure la differenza tra robot e Ia.

«La fantascienza è quel ramo della letteratura che si occupa dell’impatto del progresso scientifico sugli esseri umani»: così Isaac Asimov.

Proprio un racconto di Asimov ispirerà il film «Io, robot». All’alba del 2035 viene attivato il sistema robotico più avanzato, Viene battezzato VIKI (Virtual Interactive Kinetic Intelligence): è progettato per assicurare il perfetto funzionamento di una intera metropoli. VIKI è connessa a tutto. Tutto controlla e governa: dalla rete elettrica alla metropolitana, compresi i migliaia di robot presenti nelle case. Il suo compito è servire l’umanità, rendere la vita perfetta e godibile.

Essedo intelligente,VIKI ha una mente filosofica e si pone domande che mettono in crisi la sua sicurezza. Qual è il peggior nemico dell’umanità? Ragionando da filosofo e con metodo matematico, VIKI giunge alla conclusione che il peggior nemico dell’umanità è l’umanità stessa. Dunque gli esseri umani vanno salvato da sé stessi, dal proprio insano desiderio di inquinare, scatenare guerre e distruggere il pianeta. In «Io, robot», Asimov s’interroga con filosofico cipiglio su una questione inquietante: data la velocità astronomica con la quale aumenta la potenza dei computer e degli altri supporti analoghi, è possibile che un giorno le macchine prendano il sopravvento sugli esseri umani? Si può immaginare che i robot si evolvano a tal punto da soppiantare l’umanità?

La risposta di molti è no: sostengono infatti che l’idea stessa di Intelligenza Artificiale sia una sciocchezza. Sono infatti in molti a sostenere che non si potranno mai costruire macchine in grado di pensare, in quanto il cervello umano è il sistema più complicato che la natura abbia generato e ogni tentativo di riprodurlo (con una macchina o con l’ elettronica) è destinato al fallimento.

Il filosofo John Searle e il fisico Roger Penrose sostengono con fermezza che le macchine siano fisicamente incapaci di pensare. Ma su questo la comunità scientifica risulta divisa da ormai più di un secolo.

Da sempre l’idea di una creatura meccanica occupa la fantasia degli uomini. Nella mitologia greca, il dio Efesto creò serve meccaniche fatte di oro e dei tavoli a tre gambe che potevano spostarsi da soli. Nel 400 Avanti Cristo il matematico greco Archita di Taranto descrisse nei suoi scritti la possibilità di creare una colomba meccanica animata dall’aria compressa. Andando avanti, nel I secolo dopo Cristo (o Era Comune, come sarebbe più corretto datare) Erone di Alessandria creò i primi automi alimentati a vapore … e in grado di parlare, almeno secondo la leggenda. Novecento anni più tardi fu Al-Jazari a costruire orologi ad acqua, congegni per la cucina e strumenti musicali idraulici. Nel 1495, come documentato dai suoi scritti, quel geniaccio di Leonardo Da Vinci disegnò lo schema di un automa: un cavaliere che poteva alzarsi da terra e mettersi a sedere, muovere le braccia, la testa e la mandibola. I primi automi funzionanti primitivi furono costruiti da Jaques de Vaucanson, che nel 1738 realizzò un suonatore di flauto e un’anatra meccanica. Il termine robot fu introdotto da un’opera teatrale del drammaturgo ceco Karel Capek, intitolata «R.U.R», un acronimo per Rossum Universal Robot.

In ceco Robot significa qualcosa come “sfacchinata” mentre in slovacco significa “manodopera”. In quell’opera Capek immagina che la Rossum Universal Robot produca automi destinati ai lavori più pericolosi e degradanti. Non sono fatti di metallo ma in carne e ossa. Le cose vanno talmente bene con i nuovi schiavetti che l’economia mondiale si trova a dipendere completamente da loro. Ma i robot, esasperati dai maltrattamenti subiti, si ribellano ai loro padroni e li sterminano senza indugio. La loro furia li porta a sterminare anche gli scienziati che potrebbero ripararli e costruirne di nuovi, condannandosi da soli alla totale estinzione. Ma guarda il caso, gli ultimi due superstiti robotici scoprono di essere in grado di riprodursi…

Ritroveremo i robot in uno dei primi kolossal del cinema muto, quel «Metropolis» (1927) realizzato dal regista tedesco Fritz Lang con immane impiego di denaro e risorse. Nel 2026 la classe operaia è obbligata a lavorare in squallide fabbriche sotterranee, mentre l’elite vive in superficie. Maria, una donna bellissima, si guadagna la fiducia degli operai. Ma il padrone della fabbrica incarica un geniale scienziato di costruire un robot con le sembianze di Maria. La furbata . Come tutti (o quasi) sanno – si ritorcerà contro gli oppressori.

E veniamo finalmente all’Intelligenza Artificiale, che è assai diversa da tutto quello sin qui analizzato.

Mentre i fisici conoscono assai bene la meccanica newtoniana, la teoria elettromagnetica di Maxwell, la relatività di Einstein e la quantistica (cui obbediscono gli atomi e le molecole), ancor oggi le leggi che governano l’intelligenza sono avvolte nel mistero. Matematici e informatici sono molto ottimisti: per l’Einstein o il progetto Trinity (che arriverà a creare la IA) è solo questione di tempo.

I primi passi sono stati avviati dal matematico britannico Alan Turing. Padre della rivoluzione informatica, Turing immaginò una macchina (che da quel giorno prese il nome di “Macchina di Turing”) composta da tre soli elementi: ovvero un nastro in entrata, uno in uscita e un processore centrale (come vedete stiamo parlando di un moderno personal computer) in grado di effettuare un gran numero di operazioni. Turing in questo modo riuscì a codificare le leggi delle macchine calcolatrici e a definire l’architettura del mondo digitale governato. Diede anche notevoli contributi alla matematica e alla logica ma nel 1931 il matematico viennese Kurt Godel rivoluzionò il modo di ragionare, dimostrando che in aritmetica esistono enunciati veri ma che non possono essere dimostrati per mezzo degli assiomi della matematica stessa. Andò in frantumi il sogno antico risalente di poter dimostrare tutti gli enunciati veri della matematica.

Questo c’entra con Turing? Sulla base dell’incompletezza di Godel, risultava impossibile stabilire se a una macchina occorresse un tempo indefinito per calcolare. Nel caso di enunciati che non possono essere dimostrati – come la congettura di Goldbach del 1942 – ciò significa che nessuna mcchina, per quanto potente, arriverebbe mai a calcolarli,

Turing non era dell’avviso. Stanco di sterili dibattiti, cercò di introdurre rigore e metodo nella discussione, con il suo «test di Turing». Mettiamo un essere umano in una stanza ben sigillata e una macchina nell’altra. Poi li interroghiamo entrambi separatamente con le medesime domande. Se risulta che le risposte della macchina sono indistinguibili da quelle dell’essere umano, allora la macchina è ufficialmente una Intelligenza Artificiale.

Gli scienziati hanno creato programmi sempre più complessi in grado di simulare il linguaggio di una conversazione trarre in inganno molte persone,

Alexa, l’Assistente di Google e ChatGPT sono solo alcuni degli ultimi nati, come d’altronde previsto da Turing.

Il già citato filosofo John Searle suggerisce addirittura di fare un test nella stanza cinese. Searle sostiene che se bot e Ia riescono a superare certi aspetti del test di Turing è solo perché manipolano simboli alla cieca senza capirne minimamente il significato. Immaginate di essere seduti nella scatola e di non capire nessuna parola di cinese. Avete un libro che vi consente di tradurre rapidamente dal cinese e di manipolare i caratteri. Se qualcuno vi fa una domanda in cinese, vi basta prendere questi strani caratteri senza capirne il significato e tradurli per dare risposte sensate. Una macchina può gestire la sintassi (grammatica, strutturale formale e logica) di un discorso ma non la semantica (ovvero il reale significato del discorso). Provate voi a interagire al telefono con il risponditore automatico di un qualsiasi centralino.

Il fisico Roger Penrose è anche più categorico sull’impossibilità di realizzare una Ia: una creatura meccanica capace di pensare e dotata di coscienza è impossibile a causa delle leggi quantistiche. Penrose afferma che il cervello umano è cosi diverso da qualsiasi cosa si possa creare in laboratorio che ogni tentativo di creare robot con caratteristiche umane sia destinato a fallire.

I robot che vediamo adesso nella nostra realtà e in molti film possono farci pensare che la realizzazione di automi sofisticati sia cosa fatta. In realtà non è così. Nessun robot costruito dall’uomo è stato in grado finora di capire una favoletta per bambini.

Ma allora perché tutto questo allarmismo sull’implementazione della IA nella nostra vita quotidiana? O meglio, cosa stanno cercando di spacciare per Intelligenza Artificiale gli informatici (e i governanti?) di oggi? La discussione è destinata a continuare … evitando di incamminarsi su false scorciatoie.

(*) visto che Fabrizio continua a interrogarsi su questo tema – cfr Liquid(IA)moci: le IA a spasso con IA (Isaac Asimov)… e All’intelligenza artificiale manca un venerdì? – la redazione della “bottega” avanza il dubbio che il cognome sia da mutare in Melo-d-IA. Si accettano reclami solo dalle 13 alle 13,01.

L’IMMAGINE IN EVIDENZA – scelta dalla “bottega” – è di Giuliano Spagnul.

 

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2 commenti

  • Ehi Fabrizio, complimenti! Proprio bello il modo con cui richiami i pezzi della fantascienza che piu’ ho amato per parlare di intelligenza artificiale 🙂 C’e talmente tanto dibattito che non si sa proprio da quale angolo trattare l’argomento. Da estremo “praticone” ho deciso di utilizzare un vecchio laptop con schedia nvidia per trasformarlo nel mio serverino IA e per quel che conta posso confermare: gli LLM stanno migliorando esponenzialmente di mese in mese. Ammetto che non ricordo, a mia memoria, uno sviluppo di cosi’ rapido di una tecnologia. Ma bisogna anche contare che divento vecchietto, ho meno connessioni sinaptiche e… 🙂

    Mi permetto di commentare la tua domanda finale: io temo che il potere politico abbia veramente poco potere sui giganti dell’informatica e cerchi di trarne piu’ vantaggi possibili in maniera passiva. Pensa banalmente alla simil(!!) apertura open-source del LLM llama di Meta. Te lo propongono aperto, lo puoi scaricare, testare, provare, ma non ti dicono da dove hanno fatto web-scraping. Lllama3 diventa un modello “importante”, la politica se ne accorge e il Trump di turno dice “come li posso agevolare per poi trarne vantaggio?”.

    Intanto pero’, mentre loro (ma loro chi?) si domandano come utilizzare la IA in modo da acquisire piu’ potere (e quando mai…?), la rivoluzione e’ gia’ partita dal basso (vedere huggingface…). Chissa’ che un giorno. Chissa’

    • Fabrizio Melodia

      Spero davvero che alla fine la IA combatta al nostro fianco per generare quella Rivoluzione di cui tutti abbiamo bisogno, un mondo più pulito, solidale e amorevole, libero dalla schiavitù del lavoro, del salario e del Potere.

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