«Si dovrebbe insomma pensare a dei poeti operai»
L’esperienza della rivista «abiti-lavoro» (1980-1993) recensita da Gian Marco Martignoni
E’ con il festival della Working class, che si svolge da qualche anno davanti ai cancelli della ex-Gkn di Campi Bisenzio, grazie alla direzione di Alberto Prunetti, che cura anche una collana su questo genere di letteratura per le edizioni Alegre ed è l’autore del doloroso ma graffiante romanzo” Amianto”, che si è verificato il rilancio del legame che non da oggi sussiste tra letteratura e classe operaia.
Infatti, è opportuno sottolineare il vocabolo rilancio, poiché si devono ad alcune avanguardie culturali dello spessore di Luigi Di Ruscio (classe 1930), Ferruccio Brugnaro (1936), Tommaso Di Ciaula (1941), Vincenzo Guerrazzi (classe 1940) le prime raccolte di scritti, poesie, racconti, che partendo dalla condizione di lavoro vissuta nella propria realtà di fabbrica riusciranno a dare voce all’antagonismo operaio e ad una pervicace volontà di riscatto e di emancipazione culturale, sociale e politica.
Non a caso la storica Monica Dati, nell’imponente e sbalorditiva ricerca “Si dovrebbe insomma pensare a dei poeti operai” (tabedizioni, pagg. 409, euro 29), annota come la poesia al ciclostile è nata a Porto Marghera nel 1963, quando il primo volantino di poesia contro la guerra nel Vietnam, scritto da Ferruccio Brugnaro, verrà affisso su tutte le bacheche della fabbrica, “incontrando una generale accoglienza favorevole”.
Senonché, dopo il biennio 68-69 con la costituzione della Federazione Lavoratori Metalmeccanici, la innovativa conquista delle 150 ore nel contratto dei metalmeccanici del 1972 ed un ininterrotto decennio di lotte e mobilitazioni sindacali e politiche, si determinerà una crescita impetuosa dei livelli della coscienza operaia, tanto che una nuova generazione di delegati di fabbrica costituirà, attorno al faro Brugnaro, la rivista Abiti-lavoro, che dal 1980 al 1993 sarà veicolata nelle librerie di movimento, contando nella diffusione militante in parecchi luoghi di lavoro.
Il titolo della rivista scaturì da una delle voci della busta paga operaia, ovvero l’indennità vestiario, mentre ne diventeranno i direttori due delegati di due combattive fabbriche della Brianza lombarda: Giovanni Garancini dell’Autobianchi-Fiat di Desio e Sandro Sardella della Gilera-Piaggio di Arcore. Verranno inizialmente affiancati nella redazione, che idealmente intendeva collegare il Nord e il Sud del paese, oltre ai già citati Brugnaro, Di Ciaula e Di Ruscio, da Pasquale Emanuele, Vincenzo Solli e Roberto Voller. Mentre successivamente non mancarono le uscite di qualche redattore, e l’entrata di altri nuovi redattori, tra i quali anche i varesini Marco Brolpito e Gisa Legatti (classe 1933) insegnante “dal cuore operaio”, come Giovanni Garancini ha ben sottolineato nella sua puntuale prefazione.
In tredici anni furono editati ben diciassette numeri della rivista, tutti redatti in forma artigianale e arricchiti, stante la versatilità dei redattori e dei tanti collaboratori, da immagini, fotografie, disegni, fumetti, Mail Art, arte visiva e collage.
Le copertine di ogni numero esprimevano in una immagine tutta la creatività e la rabbia che unificavano l’istinto di ribellione di questa cerchia di poeti dissonanti rispetto allo stato delle cose presenti. Il pregio del lavoro della Dati è indiscutibilmente notevole, poiché nel mettere a disposizione dei lettori una vera e propria antologia con i testi e le poesie degli autori che hanno qualificato la rivista, nel terzo capitolo del libro dà ampio spazio, mediante la formula dell’intervista, a cinque protagonisti viventi di quell’esperienza (G. Garancini, Michele Licheri, Oscar Locatelli, S. Sardella, Giovanni Trimeri), unitamente a due ampi ricordi dedicati alle biografie di Franco Cardinale e Claudio Galluzzi, nel frattempo deceduti.
Inoltre, nel mettere a fuoco nel primo capitolo il dibattito sviluppatosi nel secondo Novecento rispetto al rapporto tra letteratura e industria, la Dati coglie il vero e proprio salto di qualità che la presa di parola della classe operaia ha determinato nella storia della letteratura. Riprendendo un’interessante osservazione di Giovanni Trimeri, sostanzialmente ”si era passati dagli intellettuali che parlavano del lavoro e dagli intellettuali che raccoglievano i pensieri dei lavoratori (come l’Alfonso Natella del “Vogliamo tutto” di Nanni Balestrini), agli operai che scrivevano loro stessi la propria storia”.

Sono felice che se ne parli, un grazie di cuore a G. M. Martignoni e a tutti coloro che vorranno acquistarlo e diffonderlo (vecchio vizio di antichi ex-librai). Buon anno di lotte e di conflitti sani ai lavoratori di tutti il mondo.
Brava Monica (e bravo anche l’editore).
Giovanni Garancini.
Grazie Gian Marco per la bella recensione, mi fa piacere che si parli del libro in questo blog
Un caro saluto
Monica
il Martignoni ha scritto una nota essenziale esauriente al prezioso necessario lavoro di Monica Dati .. un contributo importante che toglie un vergognoso silenzio col quale la corporazione letteraria aveva coperto un lavoro culturale e di lotta creato dalla rivista “abiti-lavoro” in quegli anni del secolo scorso ..
.. è notevole l’attenzione verso
questa esperienza individuale e collettiva .. che non è semplicemente storico .. ma è .. può essere ancora uno strumento di lotta nel devastante stato presente nel mondo del lavoro .. che non è scomparso !!? ..
consiglio per gli “appassionati” : nel blog laletteraturaenoi.it a cura di Morena Marsilio e Emanuele Zinato : “inchiesta sulla letteratura working class” con interviste a : F. Brugnaro – G. Garancini – S. Sardella – F, Franzin – M. Rusconi – Pia Valentinis ..