«Si sa che la gente…

… dà buoni consigli / sentendosi come Gesù nel tempio / si sa che la gente dà buoni consigli / se non può più dare il cattivo esempio» come ricorda Fabrizio De Andrè. Ripartiamo da qui, confidando nell’auto-ironia, per ri-ragionare (o magari s-ragionare) sulla «loro» violenza e la «nostra» ma anche (ancor più) su quel che possiamo costruire… e non solo dire.

di Db+2 (*)

Una sorta di indice:

1 – siamo partiti da qui;

2 – l’America e l’Amerika;

3 – «mani callose» e torta del tempo;

4 – sulla strada della nonviolenza?

5 – le utili provocazioni di Euli;

6 – noi longevi;

7 – potere o contropotere?

8 – nessuna conclusione (per ora).

1- Siamo partiti da qui

Ovviamente su questo blog si era già parlato delle molte (e complesse) facce e maschere della violenza, ma la discussione si è accesa dopo il 15 ottobre. Per l’occasione persa? Per le divisioni-incomprensioni fra noi? Perché siamo caduti nella solita trappola dei grandi media che solo di questo (della “nostra” non certo della loro) ci vogliono far parlare? Perché comunque la rabbia tornerà e qualcuna/o di noi teme o ritiene inevitabile che la prossima volta i fuochi saranno ben più alti? O perché – ironizza un’amica – un giorno l’anno ci fanno sfogare, come nei vecchi, violenti Carnevali delle origini?

Ci sembra che la maggior parte delle persone intervenute in blog sia comunque più interessata al futuro, più preoccupata per «la mancanza di idee di noi a volto scoperto» che per quel che fanno gli “incappucciati” e siamo comunque in cerca di «un movimento che non giochi solo a guardie e ladri», tanto per rubare due belle espressioni di Dippold e di Barbara.

2 – L’America e l’Amerika

Noi tre abbiamo l’impressione (ma se siamo male informati… correggeteci) che i 300mila o giù di lì del 15 ottobre a Roma, gli indignati italiani, brillino per assenza. Parole abbastanza ma proposte e azioni poche. Nonostante l’alto muro omertoso dei media arriva invece dall’Amerika la lieta novella che l’altra America si è di nuovo svegliata (fu lei a dare il via al Sessantotto mondiale, casomai qualcuna/o lo avesse rimosso): tenace, piena di idee, arrabbiata, ogni giorno in piazza, con diverse anime (ed età) ma la voglia di durare e costruire concreta unità contro i palazzi del potere. Da quel poco che sappiamo (preziosi gli articoli su «il manifesto», soprattutto quelli del 13 ottobre) sono tante/i. In un Paese dove dal 1946 non c’è uno sciopero generale oggi è «Occupy Wall Street» che lo propone e prepara. Sembra una gran buona novità, non il fuoco di paglia o un Carnevale.

3 – «Mani callose» e torta del tempo

Raccontano i più vecchi (o chi sa di storia) che in certe assemblee del movimento operaio quando chiedeva la parola qualcuna/o non conosciuta/o gli si guardavano le mani: se erano callose poteva dire la sua, altrimenti si metteva in coda e alla fine se proprio restava tempo… Giusto o sbagliato che fosse 100 (o 40) anni fa, oggi non pare quello dei «calli» – cioè del lavoro manuale – il problema principale ma resta la questione dei grilli s/parlanti che vengono a dire, dire, dire e mai a fare. Forse certe riunioni di movimento (o di gente che in movimento vuol mettersi) si dovrebbero aprire con il giochetto della «torta del tempo» già raccontato su codesto blog. Dunque, tu quante ore hai alla settimana da dedicare agli impegni che oggi prenderemo di comune accordo? Solo tre? Peccato, tutti gli altri e le altre ne hanno almeno 12, perciò parlerai per ultima/o. Un po’ rozzo come metodo ma sarebbe già un piccolo passo avanti per uscire da certe «paludi di chiacchiere» come le chiama Emmemme detta pure Mama Miriam.

4- Sulla strada della nonviolenza?

Noi tre, come la maggiore parte (non la totalità) delle persone qui intervenute, non abbiamo orrore della violenza difensiva, non escludiamo a priori che ci si debba ricorrere, però da tempo ci siamo incamminate/i sulla faticosa strada della nonviolenza. Noi la riteniamo radicale e sovversiva (come già spiegato qui, Gandhi era tutt’altro che il “pacioccone” caricaturale che vorrebbero rifilarci) ma se non abbiamo capito… correggeteci di nuovo. Assai siamo sospettose/i verso chi ci invita a «disarmare» (a rifiutare la “nostra” violenza) mentre non si preoccupa mai di «disarmare» la terrificante violenza dello Stato. C’è in giro, in Italia, chi invece vuole anzitutto smontare la “macchina militare” che ha invaso la nostra economia, la vita quotidiana (e dunque anche le nostre teste; di nuovo facciamo riferimento al «Dizionario delle nuove guerre» di Marco Deriu) e vorrebbe farlo con la nonviolenza? Ci interessa molto e vorremmo non solo discuterne – o marciare da Perugia sino ad Assisi – ma agire. Per capirsi sul proverbiale “mare” che c’è di mezzo tra il dire e il fare, merita un accenno una piccola storia nostrana, non troppo vecchia. Anni fa in milioni abbiamo cercato, anche in Italia, di fermare la guerra (degli Usa? del petrolio? delle industrie d’armi? di Bush e Bin Laden? È importante definirla meglio o comunque ci capiamo?). Eravamo così tanti nel pianeta dietro la bandiera della pace che «New York Times» ci definì la seconda potenza mondiale. Forse ci prendeva per il culo o si illudeva; a ogni modo la superpotenza “due” si sciolse subito, neppure tentò di bloccare gli ingranaggi della guerra. Però in Italia qualche migliaio di persone raccolse l’appello di tre riviste («Missione oggi», «Mosaico di pace» e «Nigrizia» tanto per individuare l’area) a togliere i propri soldi – pochi o tanti che fossero – dalle banche “armate”. Solo migliaia…. non i milioni di persone che sventolavano le bandiere arcobaleno. Eppure bastò a far preoccupare le banche armate (le più importanti) e le aziende che a loro si appoggiano per l’export, come diede conto il grido di dolore, in forma di lungo articolo, uscito su «Il sole-24 ore», notoriamente il megafono di Confindustria. E’ interessante no?

5 – Le utili provocazioni di Euli

Ha scritto Emmeemme che se tutte/i «ci fermassimo» anche per un giorno solo… sarebbe un bel colpo. Ne siamo convinti. Siamo pure certe/i che se (o quando) si proverà a organizzare davvero quella pacifica “fermata” la violenza istituzionale si scatenerà. Bisognerà essere pronti. Per questo, verso la fine di Oltre il 15 ottobre: noi e loro? Ma noi chi? la “banda dei 5” ha ripreso le tre piccole proposte di Enrico Euli. Due richiedono un’azione immediata e noi ci siamo dichiarato “arruolabili” anzi siamo in attesa di una convocazione (o auto-convocazione?) da un momento all’altro. E’ evidente che le proposte di Euli – e lui ne è consapevole – non costringeranno il Kapitale alla resa nel giro di poche ore. A cosa servono allora? A dare una prima indicazione, un embrione di proposta, una mini-organizzazione nel segno della nonviolenza (tutto attaccato, cioè la strategia gandhiana) radicale da contrapporre al Carnevale della “nostra” violenza una tantum, alle sfilate innocue e ovviamente all’inazione, al silenzio, al pessimismo e alla non comunicazione spinta fino all’autismo che sono i veri mali del nostro tempo. Per capirsi: ci serve una sorta di (ben più grande) Greenpeace capace anche di bucare il muro omertoso dell’informazione. Gente disposta a esporsi, senza cappucci, in azioni anche illegali.

6 – Noi longevi

Ci consentiamo un breve passaggio auto-ironico. Che un gruppo di ventenni, come è accaduto, venga a chiedere a 5 cinquantenni-sessantenni di assaltare – pur senza armi – le banche e la Borsa è preoccupante, al di là della nostra altalenante artrosi. Ma è una costante: domenica sul quotidiano «il manifesto» una pagina pubblicitaria chiamava «i comunisti e la sinistra» a unirsi, ma nelle tante foto (intitolate «noi ci siamo e tu?») neanche un giovane. Significherà qualcosa o no?

7 – Potere o contropotere?

Ci vuole «forza» per farsi ascoltare, dicono molte/i. E’ ovvio, purtroppo. Ma bisogna intendersi. Abbiamo bisogno di potere (Malcom X e Fabrizio De Andrè sconsigliano)? Di un partito leninista (noi tre ci dissociamo)? Di molti contro-poteri, tutti da re-inventare, fatti di movimenti duraturi ma anche di nuovi stili di vita? Noi siamo d’accordo (uno dei pochi punti per la verità) con Monica quando ricorda la frase di Audre Lorde, «non si può smantellare la casa del padrone con gli stessi attrezzi del padrone». Abbiamo già visto gli orrori del socialismo-formicaio e ci bastano. Però dobbiamo conquistare «la maggioranza» si accalora Emmemme, anzi «prendere il governo». A noi pare irrealizzabile in una «democratura», cioè in una democrazia truccata. Ci pare invece possibile con la forza dei movimenti (si intendono appunto anche pratiche di contropotere e di nonviolenza radicale, boicottaggi e sabotaggi, stili di vita) tenere in scacco il capitale, farlo indietreggiare e intanto riaprire una speranza. Poi si vedrà. Ha ragione Dippold (cfr Pensieri rubati…) che «non esiste modo di riformare il profitto, un capitalismo dal volto umano» ma ha torto (lui come, in altro senso, i Black Bloc) a pensare che allora non possiamo strappare diritti o migliori condizioni di vita (anche… per il pianeta); la storia recente ci insegna che si governa – o meglio si condiziona il potere – anche dall’opposizione se è vera, radicale, organizzata. Anche la Val Susa ha qualcosa da raccontarci; noi tre a esempio crediamo che da lì… «loro» non riusciranno a passare, nonostante soldi, armi e disinformazione bi-partisan a 360 gradi.

8 – Nessuna conclusione (per ora)

Restano da chiarire, è ovvio, questioni gigantesche. A esempio, sulla gravità e velocità della “crisi” (cioè del massacro dei nostri diritti oltre che dell’ecologia) si sono letti in blog giudizi assai diversi. Senza trascurare discussione e studio, noi tre ci permettiamo di consigliar che nella «torta del tempo» trovino spazio fette – le più grandi possibili – di agire e di socialità. Ci piacerebbe che la discussione in blog continuasse anche con il racconto di pratiche. Grandi tempeste – come scrive Emmemme – ma anche grandi opportunità

(*) db+3 rimanda alla «banda dei 5», come la definisce Barbara, di un precedente intervento. Ci siamo ridotti in 3 (db, Agnese e Marco-3) non per dissensi ma perché Eugenio e Pupa erano irraggiungibili. Questa precisazione è a beneficio di curiose/i ma anche – stai a vedere – dell’archivio Digos per aggiornare la voce “vecchie canaglie ancora arzille”.

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