Si scrive domani e si pronuncia presente?

Non è detto che oggi sia martedì per tutte/i… Piccolo vocabolario per orientarsi in “questo futuro”che viviamo… e per difendersi dai dibattiti estivi (*)

Come ogni estate qualche giornalista ha risollevato questioncelle tipo “la storia è finita”, “non c’è più futuro”, “la fantascienza è morta”, “la gggente (tre g) ha paura della scienza” e via con le apocalissi, con o senza punto interrogativo. Sarebbero serissime domande – con risposte complesse, certo non in biancoenero – se non partissero da spunti fuorvianti del tipo l’ultimo film, la nuova serie tv, il libro annunciato del vecchio guru, le memorie ritrovate del filosofo Xyz, le previsioni azzeccate (o errate) della science fiction, il pentimento dell’ecologista Kjh, il sondaggio di Onda Muta…

Dovessi prendere sul serio uno di questi deliri estivi sceglierei (per passione e per competenza) la “buona” fantascienza che a me sembra il genere letterario più ricco dei nostri tempi anche se in Italia gode del massimo disprezzo nelle “accademie”.

Tanto i fans che i nemici della science fiction (o sfi, come dicono negli Usa) misurano il suo interesse sulle previsioni azzeccate. Io non sono del tutto d’accordo – poi spiegherò perché – ma se questo è il criterio occhieggiamo alcune questioni a gran velocità come fossero voci di un alfabeto da approfondire.

A – Abbiamo armi in grado di distruggere l’intero pianeta e la razza umana di contorno.

B come biologia; vedi dopo cyborg e genetica

C – Le catastrofi soprattutto “climatiche”, la fine delle risorse? Tutto sotto i nostri occhi. Basti pensare che l’«Earth Overshoot Day» (il giorno del superamento) cioè quando la nostra Impronta Ecologica (ciò che usiamo) supera il budget annuale del nostro pianeta (le risorse di un anno) arriva sempre prima, quest’anno il 14 agosto.

Ancora C – I cyborg sono fra noi, per ora nella forma dei portatori di peacemaker e altre attrezzature mediche, prestissimo nelle forme delle connessioni dirette fra computer e cervello.

D come Demografia – Siamo oltre i 7 miliardi; ci basterà questa Terra?

G – La genetica consente di nascere, morire e sopravvivere in modi che erano impensabili fino a 100 anni fa.

M – Sul pianeta Terra ci sono in giro più macchine che esseri umani e può capitare che in una giornata l’unico “buongiorno” ci arrivi da un ascensore o da un casello stradale.

P – Vi ricorda qualcosa la parola «precog»? Bravi, il film «Minority Report» (tratto da un racconto di Philip Dick): almeno in Texas e in Oregon l’imputato 583 o 7412 può essere condannato a morte in base alla “convinzione” di giudici e psichiatri che «potrebbe uccidere ancora». Precognizione appunto.

R – I robot? Sono fra noi, magari non antropomorfi ma dilagano: dalle sale mediche ai droni nei campi di battaglia.

S – Lo spazio esterno è ancora da conquistare ma comunque siamo arrivati sulla Luna e presto ci sarà una base stabile (robotica) su Marte. Sulle incredibili scoperte invece nello «spazio interno», cioè dentro di noi, il discorso sarebbe lunghissimo e la fantascienza ci aiuterebbe assai.

T – Il tempo accelerato e consumato, non goduto.

Ma anche T come tecnofobia, una morbosa paura di ogni tecnologia minimamente “nuova”. O forse, come disse Asimov, la paura di non essere capaci di «imparare tutta la vita».

U – Come «unificazione sovranazionale»: in parte è avvenuta, pur con l’antitetica tendenza di alcuni Stati a disgregarsi.

V – Il voto elettronico (tramite orologio) era stato anticipato da Isaac Asimov oltre 50 anni fa.

Ma anche V come verità: ben prima di fisici-filosofi come Thomas Kuhn o Paul Feyerabend la sfi aveva invitato, a livello popolare, a dubitare che la scienza si avvicinasse sempre più a contenuti di verità: senza per questo suggerirci di disfarcene ma certamente invitandoci a usarla in modo più critico. Per dirla con Paul Watzlawick, un geniale psicologo-filosofo, «fra tutte le illusioni la più pericolosa è quella di credere che esista una sola realtà».

Alcune di queste voci dell’alfabeto offrono pessime notizie ma altre sono buone o “ambivalenti” cioè … dipenderà da noi. Quasi tutte però godono di uno strano statuto che potremmo chiamare «tecnovudù». Ovvero usiamo le tecnologie senza sapere di scienza, dunque come fossero magie.

In alcuni casi ovviamente la fantascienza ha del tutto “toppato”. Prendiamo l’esempio dei computer: scrittori e scrittrici li immaginavano potenti… ma enormi. Il transistor li ha resi così minuscoli che li portiamo in tasca. In altri casi (i viaggi nel tempo o l’incontro con gli alieni) per ora il reale non compete con l’immaginario ma… può darsi che occorra solo aspettare.

Però a mio avviso il tema centrale della fantascienza potrebbe non essere la previsione. Ma la mutazione o «lo shock del futuro» come lo definì Alvin Toffler. O la necessità di studiare e/o programmare. O il binomio desideri-paure all’epoca della scienza trionfante. Facciamolo dire a Isaac Asimov: «La crescente tendenza a interessarsi di scienza e di fantascienza fa in realtà parte di un medesimo fenomeno: il desiderio di accettare, comprendere e possibilmente guidare i cambiamenti». Se però abbiamo paura… meglio il misticismo e/o la fantasy, così non dobbiamo capire o partecipare.

Un primo chiarimento necessario sarebbe dunque distinguere fra storie (di science fiction) in cui il dato “scientifico” è visto come possibile alleato o almeno elemento da usare e tutte le altre nettamente anti-progresso. Poi ovviamente ci sono romanzi (e soprattutto film) che non si pongono neppure il problema: trasferiscono su Aldeberan un western e voilà. «Guerre stellari» è un buon film… per gli anni ’30, malignava Roberta Rambelli nel 1978 in un articolo significativamente intitolato «I marziani hanno la sveglia al collo». E ancora: «Non vado a vedere film di sfi» – disse Clifford Simak, uno dei “decani” del genere – «perché amo troppo la sfi».

Altro chiarimento obbligatorio è cosa intendiamo per scienze in riferimento alla fantascienza. Solo fisica, chimica, astronomia e biologia? Aggiungendo magari la tecno-cugina informatica? O invece possiamo/dobbiamo includere anche psicologia, antropologia, linguistica, sociologia?

Se avete il dubbio di vivere in un tempo nel quale il presente è così ossessivo da impedirci di sognare (e costruire) un futuro che non sia solo tecnologico cioè tecno-vudù io vi invito a riflettere su due secche frasi di un antico greco e di un moderno pedagogista.

Questo è Eraclito: «Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato, e a cui non porta nessuna strada». Mentre questo è Paulo Freire: «Non è il futuro che ci crea, siamo noi che ci riscattiamo nella lotta per costruirlo».   

(*) Questo mio articolo è stato pubblicato – al solito: parola più, parola meno – il 29 agosto sul quotidiano «L’unione sarda» con il titolo «La fantascienza è morta? Ma no, la stiamo vivendo». Lavorandoci su (e stando strettissimo, è ovvio, in 6400 battute) mi è venuta voglia di allargare l’alfabeto e il discorso: magari lo farò prossimamente…. intanto beccatevi questo. Come (temporanea) conclusione fra Eraclito e Freire ci stanno bene anche le magnifiche parole che un nativo americano – la cronaca dell’epoca dice che era un “capo” ma non ce ne tramanda il nome – rivolse tanti anni fa al presidente Richard Nixon (che certo non le comprese): «Quali visioni offrite ai bambini di oggi perché possano desiderare l’arrivo del domani?».

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