«Silenziosa sfiorisce la pelle»

Esercizio del giorno per db: è possibile convincere (avvincere?) a leggere il romanzo di Tlotlo Tsamaase senza svelare (dire?) quasi nulla?

«Le parole sono troppo povere per l’immaginazione» ragionerà l’Io (un Io frantumato, a dir poco) narrante del romanzo – breve di pagine ma ricchissimo di magie – della scrittrice Tlotlo Tsammase «Silenziosa sfiorisce la pelle», fresco di stampa (144 pagine per 13,90 euri) nella traduzione di Giulia Lenti.

La prima frase del libro: «La mia ragazza è nata sul treno una settimana dopo la morte della madre». Primo enigma.

Seconda frase: «Non fidarti di chi non ha un’ombra – diceva mia nonna –. Se l’ombra si separa dal padrone significa che nel corpo non c’è più lo spirito». Un altro enigma anche se di ombre “perdute” qualcosa sappiamo attraverso il romanzo di Adelbert von Chamisso e un film di Alain Tanner.

Di enigma in mistero e di stranezza in meraviglia incontreremo i dithokolosi, i sognopelle, «sanguinare verità», i vicini numerati, strane malattie e un ancor più insolito treno ma anche «il patriarcato (che) avvelena la lingua dell’anima» e «grandi cancelli con cui sperano di impedire alle idee di strisciare in casa loro».

Non vi basta? Ecco allora «la vita è il male pronunciato al contrario», i grattacieli che consumano il cielo, «il sangue che arriva a ondate, imbottigliato e venduto a caro prezzo», i corpi come «tempio di poesia», la Bibbia masticata come gomma, i Trasparenti, «le funzionalità urbane». Ed è forse la Luna a ustionare «il nostro dialetto», a farci parlare «con accento incerto», a coagulare e deformare «la nostra lingua madre».

Ancora non vi basta? C’è la «Nuova architettura» con i suoi Guardiani (senza corpi ma indossano quelli altrui), ci sono i capelli «sepolti» e una «ferita dentata sulla faccia», c’è lo specchio traditore e «i piedi impolverati di abisso». E la canzone «ke a go rata s’thandwa same» cioè “ti amo, amore mio”.

«Se nessuno mi vede non sono vera»: ma qui evidentemente il mondo irreale del romanzo si intreccia con il nostro universo detto reale. «Non siamo ciechi, siamo solo nati incapaci di vederci l’un l’altro»: pericolosamente verosimile. «La vostra lingua non è adatta all’economia» e subito dopo «Le parole non ci sono più. La memoria è vuota, non ricordo chi sono. Adesso sei adatta all’economia». E proprio alla fine del libro: «viviamo tra le dimensioni, amiamo tra le dimensioni». Questa è la speranza, il resto è guerra.

La traduttrice avrà avuto le sue “gatte da pelare” – vedi la nota introduttiva e il glossario finale – ma credo sia anche rimasta stregata da questo insolitissimo libro; chissà se ci azzecco. In ogni caso Zona 42 è uno di quegli editori che dà il giusto risalto a chi traduce mettendo il nome anche in copertina. Ben fatto.

Breve nota biografica

Tlotlo Tsamaase è una scrittrice motswana. I suoi racconti sono apparsi in The Best of World SF Volume 1, Futuri Uniti d’Africa (*), Clarkesworld, Terraform, Africanfuturism Anthology, The Year’s Best African Speculative Fiction, Apex Magazine e sono risultati finalisti al BSFA Award e vincitori del Nommo Award.
Tlotlo Tsamaase è stata la prima autrice motswana a essere nominata al Rhysling Award nel 2017. È vincitrice del Bessie Head Short Story Award del 2011 ed è socia del PEN America, dell’African Speculative Fiction Society, della SFWA e del Codex Writers Group.

Così la casa editrice. «D’accordo – direte voi, in coro con me – però motswana significa?». Ho controllato: è la forma singolare di Batswana (roba da far ammattire un linguista ortodosso) e può riferirsi a un membro del popolo Tswana, gruppo etnico dell’Africa meridionale, o a chi abita nel piccolo Stato Botswana di qualsiasi origine etnica sia. Insomma un (o una) motswana dei Batswana sta in Botswana e parla lo tswana, un po’ come i 33 trentini che entrarono tutti e 33 trotterellando a Trento.

PS: se un pochino di spoiler lo fa la casa editrice

Zona 42 presenta così il libro. Vedete voi se proseguire.

“Io non brucerò, mi cucirò il colore alle ossa.”

In una città africana una giovane donna senza nome comincia lentamente a perdere la propria identità: la sua pelle scolorisce, le persone che la circondano diventano invisibili e la città da cui è esclusa progetta di distruggere il treno che la comunità utilizza per salutare i propri morti.
Per contrastare un destino all’apparenza ineluttabile la protagonista e la sua compagna metteranno in atto un disperato tentativo di resistenza, mentre uno spaventoso spirito familiare cerca di prepararle ai terribili cambiamenti in arrivo.

Tlotlo Tsamaase esplora i temi del colonialismo e dell’oppressione in una storia che si muove sinuosa tra territori onirici e narrativa speculativa.

Le due foto qui sopra. Se vado in rete le trovo entrambe come Tlotlo Tsamaase. A me sembra che, fatto salvo il diritto a cambiare pettinatura, le due non si assomiglino affatto e la prima invece ricordi Helen Oyeyemi la quale (combinazione?) è citata e osannata da Tsamaase, nella postfazione all’edizione italiana, con Gabriel Garcìa Màrquez. Un piccolo mistero (nel più grande enigma): chi mi aiuta a scioglierlo?

(*) cfr qui «Futuri uniti d’Africa» la recensione di Clelia Farris

db
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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