«Solarpunk: come ho imparato ad amare il futuro»

db legge – con due anni di ritardo (vergogna) – un’ottima antologia internazionale. A seguire una nota sugli Urania in arrivo

Proprio bella questa antologia con alcuni racconti superbi oltrechè ricchi di riflessioni utili per il nostro agire prossimo. Forse la cosa che mi convince meno è il titolo. A parte che «come ho imparato ad amare il futuro» mi ricorda il sarcastico «Il dottor Stranamore ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba» di Kubrick, mi pare che il senso di quasi tutti i racconti (e del solarpunk in generale) sia che esistano altri futuri oltre quello orribile capital-catastrofico che ci viene annunciato ogni giorno; dunque possiamo «imparare a costruire un migliore domani» (o «come sono tornato a sperare nel futuro» se preferite quella formula che mette al centro giustamente ogni io… che si renda disponibile).

Sono quasi tutte storie «dietro l’angolo» con un’ansia di fare che rimanda alle parole di Greta Thunberg (citate da Francesco Verso nelle sue ricchissime considerazioni in coda al volume) rivolte ai potenti del mondo: «Voi non avete più scuse e noi non abbiamo più tempo».

Consiglierei chi legge di seguire questo percorso. Prima tappa godersi i 14 racconti e poi fare i conti con le riflessioni (iniziali e finali) di Fabio Fernandes, Andrew Dana Hudson e appunto Francesco Verso. Il volume – 350 pagine, 16 euri – è stato pubblicato nel febbraio 2020, con la cura di Verso, per Associazione Future Fiction che lo ha poi stampato con Amazon (un punto spinoso, come ho scritto di recente a proposito di un bel romanzo di Diego Rossi; cfr Se vi sembra strano un «25» sulla Luna).

PRIMA TAPPA: I RACCONTI (senza spoiler)

Ci piomba subito in grandi, drammatiche questioni «Empatia bizantina» di Ken Liu: avvincente e originale. Dal punto di vista dello stile lo spiazzante «tu» all’inizio del racconto è una bella pensata, giustificatissima dalla trama, come si scoprirà dopo 3 pagine. «Il problema dei generali bizantini è una metafora» che non conoscevo. Ma sapevo che «l’America è una democrazia solo per chi è abbastanza fortunato da essere americano; per chiunque altro è solo un dittatore con le bombe e i missili più grossi». Da citare tristemente che «in Occidente l’apatia personale è più forte di ogni censura ufficiale». Se fra oggi e domani non sapremo coniugare ideali e competenze siamo perduti? «Il consenso dei sentimenti» può (pericolosamente) sostituire «il consenso dei fatti».

Anche il secondo racconto «Nina e l’uragano» della brasiliana Ana Rùsche è bello e insolito.

Una donna nera in una strana Puglia è al centro di «Somaterra» dell’italo-americano (lui preferisce definirsi texano-pugliese) Ciro Faienza. Citabili alcuni pensieri sull’eco-socialismo ma anche questa frase secca: «Un uomo di destra significa un uomo che ha paura e nient’altro».

Memorabile «Serpenti d’energia» di Brenda Cooper. Viva l’insubordinazione e chi salva una nonna.

Ingegnoso ma troppo tenero «Previsione di vuoto» del brasiliano Renan Bernardo: chi è potente, si sa, ruba le rivoluzioni altrui e le stravolge. Ogni riferimento alla “sostenibilità ambientale” è appropriato.

Quasi per nulla fantascientifico «Il guardiano del faro» di Andrew Dana Hudson, una colonna del solarpunk. Un bel ragionare sulla necessità di «prendersi cura delle cose» … oltre che delle persone.

Due racconti mi hanno convinto poco: «Fallacia affettiva» del cinese Chen Qiufan (è noto anche come Stanley Chan) è ben scritto ma l’idea di base viene gettata via; «Il ranch a spirale» di Sarena Ulibarri è tutto azione (niente di male) però “scavo” pisicologico e sociale quasi a zero.

«Linea di fronte» dell’argentino Gustavo Bondoni si presenta come una storia leggera ma quel che conquista spazio nella testa di chi lo affronta è il contesto. Una delle parole-chiave è «laboratori». Tra le frasi citabili: «L’armonia non la puoi ottenere a suon di bastonate o facendo saltare in aria le banche». Colonna sonora consigliata: «Gocce di pioggia su di noi» di Burt Bacharach.

Il più strano è «Biston Berularia» di Maria Antonia Marty Escayol (spagnola o per essere precisi catalana).

Niente sole a «Mailos Aires» ma si resiste e ci si mette in cammino per ritrovare l’aria buona: scritto a 4 mani dall’argentina Teresa Mira de Echeverrìa e dal basco-argentino Guillermo Echeverrìa (parenti?) «Omnia sol temperat» costringe a fare i conti con il tremendo mix di «fallacie logiche, retorica della paura e stupidità» ma anche, per fortuna, con «minuscoli pezzetti di bellezza» che affiorano.

Interessante ma tirato per le lunghe «Contaminazioni» della francese Sylvie Denis; occhio alle api robot e … «il sistema solare interessa solo i vecchi».

Il racconto «Ho la bici, andrò nello spazio» di Ingrid Garcia è davvero un piccolo vulcano; persino il nome del sindacato (Cit ovvero Contradictio in Terminis) è indimenticabile. Consigliabile in particolare a chi riflette, studia, lavora, soffre o progetta sulle disabilità.

Ricette da pazzi in «Il ragno e le stelle» firmato dall’australiana D. K. Mok: «possono ridere di noi ma non possono fermarci». Cuore, scienza e necessità.

SECONDA TAPPA: RIFLESSIONI

Come ricorda Fabio Fernandes nella breve nota iniziale – citando Frederic Jameson – il sottogenere cyberpunk è «la letteratura del tardocapitalismo per antonomasia» mentre il solarpunk si schiera contro il mercato.

Non mi azzardo a riassumere i saggi (densi ma scorrevoli) di Andrew Dana Hudson e di Francesco Verso.

Le parole chiave di Hudson sono: «macerie, semi e nebbia» ma anche «ottimismo prudente», muoversi fra «il qui, l’adesso e il tra pochissimo», «agire significativo», i mille «lavori di merda» e «l’immaginazione politica». Jugaad è un vocabolo hindi che indica un’idea improvvisa, una scorciatoia: Hudson la “usa” per muoversi fra le pratiche contraddittorie di una resistenza con scarsa progettualità. C’è una gran bella frase di Vàclav Havel per spiegare le differenze tra speranza e ottimismo.

Di «automation bias», di futuri possibili, di climate fiction, di «una cauta speranza» ma anche di «dataismo» e di Yuval Noah Harari, di Assange e della «piramide dei bisogni», di una frase di Oscar Wilde stra-citata (ma sempre a metà) e di mooooooooolto atro ci parla Verso. Anche lui cita Frederic Jameson: «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Vogliamo pensarci su?

L’antico detto latino «Mala tempora currunt, sed peiora parantur» (anche questo è citato da Francesco Verso) mi ha sempre fatto incazzare: e anche se i tempora mala davvero stanno cooooooorrendo io resto pessottimista cioè continuo a credere che il futuro dipenda almeno in parte da quel che faremo e dunque spero che bloccheremo i peiora; e poi chissà. Come ci ha ricordato Marge Percy: «per costruire un futuro bisogna prima sognarlo»… poi lottare.

In bottega trovate anche due recensioni a un’analoga, ottima antologia italiana (cfr «Assalto al sole» e Solarpunk: immaginari (e ideali) non in vendita) mentre di solarpunk e dintorni hanno scritto di recente Franco Ricciardiello (Solarpunk: raccontare il mondo, cambiarlo) e Mauro Antonio Miglieruolo (Riflessioni sul Solarpunk).

 

 

NOTA SUGLI URANIA IN ARRIVO

Sono arrivate 5 richieste (una goccia o un torrente?) analoghe che suonano così: “se ogni Marte-dì ci suggerite cosa fare il mercoledì – con gli Urania del 70esimo – vi ringraziamo” e/o “la redazione bottegarda quali consiglia dei 25 Urania in uscita con Corsera e Gazzettasport?”. Francamente non so quali sarebbero i risultati di un referendum nella piccola redaz della “bottega” (dove c’è anche una minoranza che non ama la fantascienza) però posso dirvi la mia opinione.

Domani torna in edicola (puntuale come le tasse) «Paria dei cieli» di Asimov. Nel 1985 in occasione di una delle tante ristampe Riccardo Mancini ed io (alias Erremme Dibbì) scrivemmo: «un classico della fantascienza degli anni d’oro, un tipico prodotto di quella che poi diverrà “la catena di montaggio” Asimov… Finito di leggere o di rileggere Paria dei cieli, volete sapere se – molti anni dopo – la science fiction si è mossa in altre direzioni dovete rivolgervi altrove perché Asimov è andato avanti in una produzione più che dignitosa (sia di fiction che di saggistica) però non molto innovativa» (cfr Il vecchio Isaac, salvatore di galassie).

Stesso discorso per il successivo – insomma quello in edicola il 16 marzo – cioè «Il popolo dell’autunno», forse il più poetico (non smielato però) dei romanzi di Ray Bradbury. E poi a mio avviso una buona valutazione si può dare per alcuni dei “vecchi” che verranno riproposti: l’avventuroso «Tre millimetri al giorno» (numero 6 della serie), l’eccellente «Oltre l’invisibile» (uscita 7), il teologico «Guerra al grande nulla» (uscita 13) – di questi ultimi due si è parlato anche in “bottega” – e poi «L’undicesimo comandamento» (numero 19) pur se risulta un filo invecchiato. Gli altri oscillano, a mio avviso, fra archeologia, muffa e opere minori.

Dei meno classici ma comunque ben noti consiglio – con riserva – sia «Hyperion» (uscita 4) che «Obiettivo Marte» (uscita 22). A me invece è assai piaciuto l’anomalo  duo di «Binti + Ritorno a casa» (cfr «Impara ad aspettarti l’inaspettato»)

Bisogna leggere – ma anche regalare agli “incolti”  – i due italiani: «Nicolas Eymerich, inquisitore» (nona uscita) e il divertente «Memorie di un cuoco d’astronave».

Questo mi procurerà odi o almeno serie inimicizie però non ho amato «Neuromante», come gran parte del cyberpunk, e dunque non lo raccomando. Quanto al pompatissimo «La quinta stagione» (numero 14 della serie) della premiata e acclamata Nora Jemisin penso di scrivere qualcosa a suo tempo: dissento dagli osanna però non concordo del tutto con la pur motivata stroncatura (cfr Della serie “La vertigine delle liste”) della mia amica Bianca Menichelli.

Non ho letto (oppure la memoria mi tradisce) questi tre: «Pensa a Fleba», «Marea tossica» e «Snow Crash». Lo farò.

Ah, se proprio non sapete cosa siano questi 25 Urania del 70esimo (insomma siete capitate/i qui per caso) guardate qui le puntate precedeti: Urania: 70 anni e non sentirli ma… e poi Urania fa 70 . Stretta la Terra e larga l’astronomia, dite la vostra che io ho detto la mia.

 

danieleB
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • grazie della bella recensione. leggerò il libro!
    segnalo, su imbeccata di daniele “padrone di casa” barbieri, che la catalana Maria Antonia Marty Escayol (qui presente con il racconto “Biston Berularia”) la abbiamo pubblicata anche noi di RiLL, nell’antologia “DAVANTI ALLO SPECCHIO e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” (uscita nel 2017 e recensita anche qui in Bottega: https://www.labottegadelbarbieri.org/strane-e-belle-fantacoppie-robot-e-lannuale-rill/). in quel caso, pubblicammo il suo racconto “Fujino, Takane e Kanoko”, vincitore del premio spagnolo Visiones 2017. tutti i dettagli qui: https://www.rill.it/node/818

  • Auspico che il solarpunk si erga a rappresentante della fantascienza contemporanea.
    Una spinta verso un futuro ecosostenibile e socialmente emancipato, immerso in atmosfere evocative che offrono spunti non soltanto di riflessione.

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