Sversamento di petrolio in Ecuador: il giudice…

… nega il risarcimento agli indigeni.

L’incredibile storia di impunità delle imprese petrolifere che, con il sostegno dello Stato, non hanno mai concesso alcun indennizzo a seguito del disastro ambientale del 7 aprile 2020, quando la rottura del Sistema de Oleoducto Transecuatoriano e dell’ Oleoducto de Crudos Pesados provocò uno sversamento di 15.800 barili di greggio nei fiumi Coca e Napo.

di David Lifodi

                                        Foto: https://desinformemonos.org/

Il 7 aprile 2020, in Ecuador, a seguito della rottura del Sistema de Oleoducto Transecuatoriano e dell’Oleoducto de Crudos Pesados, si verificò uno sversamento di 15.800 barili di greggio nei fiumi Coca e Napo, ma, a poco meno di un anno di distanza, lo scorso 26 marzo, la giustizia ha negato alle comunità indigene della zona qualsiasi tipo di risarcimento.

La Corte Provincial de Orellana si è espressa infatti contro il ricorso delle comunità che già in una prima azione giudiziaria si erano viste rifiutare un indennizzo per i danni causati dallo sversamento del greggio, ma la Coordinadora de las Organizaciones Indígenas de la Cuenca Amazónica – Coica ha già fatto sapere che proseguirà la sua battaglia alla ricerca di verità, giustizia e soprattutto della reparación integral in tutte le sedi nazionali e internazionali.

Questa è una “storia di impunità”, ha scritto il sito web Servindi, ricordando che le comunità indigene, insieme ai movimenti sociali e agli attivisti per i diritti umani, denunciarono subito lo Stato ecuadoriano e le imprese petrolifere, oltre a chiedere misure di sostegno alle circa 120mila persone che gravitano intorno alla città di Coca e alla provincia di Sucumbíos, nell’Amazzonia ecuadoriana.

Il 2 settembre scorso il giudice del Tribunal Primero de Garantías Penales di Orellana, Jaime Öña, respinse la richiesta di risarcimento delle comunità per un vizio di forma: secondo lui il destinatario non avrebbe dovuto essere un giudice, ma il ministero dell’Ambiente. Nel frattempo, María Espinoza, avvocata delle comunità, fece presente che il giudice Öña rifiutò di pronunciarsi sulla questione principale, quella del mancato rispetto dei diritti degli indios.

Adesso, dopo un ritardo di oltre 5 mesi rispetto al ricorso in appello della Coordinadora de las Organizaciones Indígenas de la Cuenca Amazónica, è arrivato il nuovo voltafaccia alle comunità da parte della Corte Provincial de Orellana, che, secondo una pratica poco differente da quella del giudice Öña, solo in un paragrafo della sentenza di 181 pagine fa riferimento ai derechos vulnerados e, in pratica, con la sua decisione, si allinea in tutto e per tutto all’industria petrolifera ecuadoriana.

Secondo la Coica, non solo le prove dimostrate in giudizio evidenziano la violazione dei diritti delle comunità e dell’ambiente circostante, ma risulta evidente che le autorità non solo rifiutarono di adoperarsi in alcun modo per riparare ai danni causati sia all’ecosistema sia alle comunità indigene, ma agirono in un costante processo di criminalizzazione contro gli avvocati difensori degli indios, gli attivisti sociali e gli ambientalisti.

Quando avvenne la rottura del Sistema de Oleoducto Transecuatoriano e dell’Oleoducto de Crudos Pesados gli indigeni kichwa, insieme alla Federación de Comunas Unión de Nativos de la Amazonía Ecuatoriana, alla Confederación de Nacionalidades Indígenas de la Amazonía Ecuatoriana e ai vicariati vescovili di Orellana e Sucumbíos, denunciarono l’inquinamento dei fiumi con le conseguenze facilmente immaginabili per le comunità il cui sostentamento proveniva dalla pesca.

A testimoniare il disastro ambientale furono la foto della mano di una bambina indigena macchiata di petrolio dopo aver giocato sulle rive del fiume Coca e quelle dei pescatori che tornarono con le reti da pesca a loro volta coperte dal petrolio.

Le misure prese dallo Stato per arginare lo sversamento del petrolio risultarono inefficaci fin dall’inizio e lo stesso numero di 15.800 barili di petrolio greggio è stato indicato in maniera approssimativa poiché le autorità non hanno mai fatto realmente chiarezza nonostante le numerose sollecitazioni provenienti anche dalla Chiesa Cattolica, a partire dal vescovo della provincia di Orellana Adalberto Jiménez, che definì lo sversamento del petrolio come un processo di “distruzione dei popoli indigeni di fronte al quale le autorità locali, regionali e nazionali avevano fatto ben poco, se non addirittura minimizzare questa tragedia”.

Lo Stato, come del resto le imprese petrolifere, si sono sempre difese sostenendo che non potevano prevedere l’accaduto, ma in realtà non hanno mai preso contatto con le 105 comunità indigene kichwa, alcune delle quali sono divenute degli sfollati ambientali.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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