Turchia: pagella della censura

di Murat Cinar

Meno di una settimana fa, il canale televisivo privato Ntv, che trasmette a livello nazionale, ha mandato in onda un documentario su Leonardo da Vinci. Durante la trasmissione, l’Uomo Vitruviano era provvisto di un organo sessuale appositamente sfocato. Il giorno seguente, la Ntv ha diramato un comunicato mirato a scusarsi con gli spettatori, specificando di aver camuffato le pudenda dell’Uomo Vitruviano con una sfocatura per una sorta di precauzione, considerando le multe assegnate in casi omologhi dall’Ente Superiore della Radio e della Televisione (Rtuk).

Soluzione per fuggire le accuse o tentativo di non perdere i propri telespettatori? Chissà. Eppure, vagliando la storia della censura in Turchia degli ultimi anni e dell’ultimo periodo, non sarebbe assurdo temere un’ingerenza dell’Rtuk. Studiamo alcuni casi.

Durante la cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Londra 2012, il conduttore del canale televisivo statale Trt, traducendo Imagine di John Lennon, tralascia la frase «and (imagine there’s) no religion too» cioè «e (immagina che non ci sia) neanche una religione».

Maggio 2012, il telefim «Behzat C.» ha ricevuto diverse sanzioni da Rtuk per aver trasmesso scene in cui veniva mostrato l’uso di bevande alcoliche da parte di agenti di polizia in servizio, un esempio negativo per i giovani.

Giugno 2012, secondo un articolo pubblicato sul giornale nazionale «Milliyet», il fatto che i protagonisti della versione locale del famoso format televisivo «Love Bugs»non siano sposati, secondo il Rtuk è un esempio negativo di relazione al di fuori del matrimonio. Per questo, il copione ha previsto che i protagonisti convolassero a matrimonio.

Luglio 2008, sempre sulla Trt, durante la messa in onda del film di Halit Refiğ «Kırık Hayatlar», sono state tagliate scene in cui le attrici indossavano minigonne e altre di baci ed effusioni.

Giugno 2011, la censura avanza anche sulla stampa cartacea. A esempio, la rivista mensile fumettistica «Harakiri» ha ricevuto una multa di 75.000 euro dall’Ente per la Protezione dei Minori dalle Cattive Abitudini (Başbakanlık Küçükleri Muzır Neşriyattan Koruma Kurulu) della Presidenza dei ministri perché, attraverso le proprie strisce, pareva incoraggiare la popolazione ad avere rapporti extraconiugali. Non potendosi permettere di saldare la sanzione, la rivista ha chiuso i battenti.

Agosto 2008, il quotidiano nazionale «Zaman», di ispirazione fondamentalista, ha cancellato gli elementi grafici che richiamano la teoria evoluzionista presenti nella pubblicità del gestore telefonico Avea.

Aprile 2012, un altro esempio arriva dal mondo del teatro: il Consiglio Comunale di Erzurum Yakutiye non ha autorizzato la messa in scena dello spettacolo teatrale «Mentre esiste tutta questa povertà» («Onca Yoksulluk Varken») perché sullo sfondo della scenografia campeggiava la scritta «Abbasso il fascismo».

Gennaio 2012, il Consiglio Comunale di Smirne non ha autorizzato l’esposizione di tre fotografie all’interno di una mostra. Le foto raffiguravano rispettivamente un bacio fra due donne velate, una donna in intimo con lo chador sul capo e un bacio fra due uomini.

Aprile 2011, l’Ente di Controllo del Trt ha censurato il primo videoclip dell’album musicale della cantante Efsun perché considerato provocatorio a livello tradizionale e sessuale. La canzone «Senti la mia voce» («Duy sesimi») parla dei delitti cosiddetti d’onore.

I dirigenti della Trt, pochi minuti prima della diretta della serata di premiazione del diciassettesimo Premio Sadri Alisik per gli attori del teatro e del cinema, hanno sentito gli slogan in sala che scandivano «no alla privatizzazione dei teatri statali» e hanno deciso non mandare più in onda la serata e passare nel tg una versione estremamente ridotta dell’evento, un défilé di premiati che ritirano i premi e dicono «grazie».

Questo periodo di censure dirette e indirette, nazionali o locali che toccano diversi ambiti ricordano stranamente un’epoca triste dell’Impero Ottomano, il periodo in cui Abdulhamit II cercava di mantenere il proprio potere esercitando la censura. Per via del suo naso importante, spesso oggetto di scherno e citatissimo dalla satira, aveva proibito l’uso della parola «naso». La lista delle parole taboo era parecchio lunga e comprendeva “libertà”, “socialismo”, “anarchia”, “attentato”, “colpo di stato”, “diritto”, “rivoluzione”, “straniero”, “repubblica”, “uguaglianza” eccetera.

Abdulhamit II era senz’altro materia ambita per i vignettisti dell’epoca, per questo era in grande conflitto con quegli artisti. Nell’arco di 33 anni di sultanato, per ben 31 anni non permise la pubblicazione di vignette. Ciononostante, clandestinamente, vennero alla luce parecchie pubblicazioni realizzate all’estero.

Anche l’attuale primo ministro della repubblica turca, Recep Tayyip Erdogan, non va molto d’accordo con i fumettisti. Senz’altro la situazione attuale non è troppo prossima al caso Abdulhamit, tuttavia Erdogan continua a tentare di zittire chiunque lo critichi, compresi i disegnatori che non di rado lo raffigurano come un gatto.

Il 9 maggio 2004, il quotidiano nazionale «Cumhuriyet»illustrò Erdogan come un gatto pasticcione, ingarbugliato tra i fili di un gomitolo di lana, per simboleggiare i suoi complicati ma forti impegni per riaprire le scuole superiori per Imam. Erdogan aprì subito una causa contro il giornale e vinse, tuttavia l’Alta Corte di Appello decise che i politici dovessero accettare le critiche e la satira e il caso fu chiuso.

Nel 2005 il settimanale Penguen pubblicò una serie di fumetti in cui Erdogan appariva sempre sotto forma di gatto. Il primo ministro non attese molto per intentare una causa e chiedere 20.000 euro per i risarcimenti morali. Quasi contemporaneamente intentò un’altra causa al quotidiano nazionale «Evrensel», sempre per una striscia che lo raffigurava in maniera poco lusinghiera, chiedendo 5.000 euro di risarcimento. Nel frattempo, otto illustratori del settimanale «Penguen» pubblicarono una serie di vignette per protestare contro quelle cause ed Erdogan non esitò a citarli in giudizio perché «i fumetti comprendono attacchi contro la personalità del primo ministro». Nel 2006 il Tribunale civile di primo grado di Ankara rigettò le richieste di Erdogan e chiuse i casi.

L’ultimo episodio risale al 2006: un altro settimanale a fumetti, «Leman», pubblicò in copertina l’immagine di una persona con una zecca simile a Erdogan sulla schiena e titolò «Reco, febbre Congo-Crimea fa sputare sangue alla Turchia» («Reco Kongo kenesi Türkiye’nin anasını ağlatıyor»). Senza esitare, gli avvocati di Erdogan, intentarono una nuova causa contro il settimanale, chiedendo 12.000 euro di risarcimento e anche in questo caso il Tribunale (numero 14) di primo grado di Ankara rigettò la richiesta ritenendo accettabile una semplice critica nei confronti del primo ministro.

Qualche giorno fa il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) ha pubblicato la relazione annuale del 2012: la Turchia detiene il record mondiale di giornalisti in carcere: 76, di cui almeno 61 «sono detenuti in diretto rapporto con i lavori pubblicati o con la loro attività di ricerca di informazioni». La condizione di altri 15 giornalisti è meno chiara.

Invece in un’altra relazione, pubblicata sempre a ottobre dalla Commissione dell’Unione Europea sulla Turchia, si specifica che c’è un notevole aumento nelle limitazioni della libertà d’espressione: 2800 studenti sono in carcere per motivi politici; il codice penale deve essere cambiato in vari articoli perché limita la libertà d’espressione dei cittadini; la presenza della censura anche su internet; e l’esistenza del Rtuk sono alcuni punti evidenziati nella relazione.

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