Una Repubblica fondata sul lavoro povero

Il Report della Cgil, redatto dall’economista Nicolò Giangrande, analizza le cause dei bassi salari in Italia a partire dalla discontinuità lavorativa, dal part time e dalla precarietà contrattuale.

di Giovanni Caprio (*)

                                         Foto: Italia che cambia

 

5,7 milioni di dipendenti guadagnano in media meno di 11 mila euro lordi annui, ma la fascia del lavoro a bassa retribuzione è ancora più ampia: vanno infatti aggiunti oltre 2 milioni di dipendenti con salari medi inferiori ai 17 mila euro annui.

È quanto rileva uno studio dell’Ufficio Economia dell’Area Politiche per lo Sviluppo della Cgil nazionale nel quale si analizzano le cause dei bassi salari in Italia a partire dalla discontinuità lavorativa, dal part time e dalla precarietà contrattuale.

“Negli ultimi anni l’Italia, che già prima della ripresa inflazionistica si contraddistingueva per una lunga stagnazione dei salari reali, ha registrato – si legge nel Report della Cgil redatto dall’economista Nicolò Giangrande – una fase prolungata di alta inflazione1 (+17,3%, in termini cumulati, nel periodo 2021-2023) durante la quale la dinamica salariale non ha seguito quella dei prezzi.
I salari sono stati infatti erosi da un’inflazione determinata principalmente dalla crescita dei profitti, come ha dovuto riconoscere il Governo italiano nell’ultima Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF), e anche un ritorno a un tasso di inflazione del 2% a medio termine, che rappresenta l’obiettivo della Banca Centrale Europea (BCE), non ripristinerebbe il potere d’acquisto perso dai lavoratori in questi anni.”

Innanzitutto, dal confronto tra le maggiori economie dell’Eurozona (dati Ocse, lavoratore tempo pieno equivalente) emerge come nel 2022 il salario medio in Italia si sia attestato a 31,5 mila euro lordi annui, un livello nettamente più basso rispetto a quelli tedesco (45,5 mila) e francese (41,7 mila).

A determinare un minore salario medio in Italia concorrono una maggior quota delle professioni non qualificate, l’alta incidenza del part time involontario (57,9%, la più alta di tutta l’Eurozona) e del lavoro a termine (16,9%) con una forte discontinuità lavorativa.

Nel 2022 oltre la metà dei rapporti di lavoro cessati ha avuto una durata fino a 90 giorni. In sostanza, benché in Italia si lavori comparativamente di più in termini orari, i salari medi e la loro quota sul Pil sono notevolmente più bassi.
Nel 2022, il salario medio dei 16.978.425 lavoratori dipendenti del settore privato con almeno una giornata retribuita nell’anno (dati Inps, esclusi agricoli e domestici) si è attestato a 22.839 mila euro lordi annui.

Il 59,7% di questa platea ha salari medi inferiori alla media generale, ed è composto da oltre 7,9 mln di dipendenti discontinui e da oltre 2,2 milioni di lavoratori part time per l’anno intero. La differenza tra la media salariale del settore pubblico e quello del settore privato è determinata in buona parte dal minor peso del part-time e della precarietà nei settori pubblici.
Inoltre, dallo studio emerge come i lunghi ritardi nel rinnovare i CCNL determinino un’elevata quota percentuale di lavoratori con salari non aggiornati.

I lavoratori dipendenti del settore pubblico italiano invece nel 2022 sono stati 3.705.329 e il salario medio si e attestato a 34.153 euro lordi annui. Si tratta di un aumento salariale nominale medio del +6,3% rispetto al 2021 (circa +2 mila euro lordi annui) che, anche in questo caso, e stato inferiore all’inflazione del 2022.

Per un pieno recupero dell’aumento dei prezzi al consumo registrato nel solo 2022, il salario medio nel settore pubblico si sarebbe dovuto attestare a 34,9 mila euro lordi annui, cioè 770 euro in più rispetto a quanto percepito in media.
Anche il salario medio complessivo del settore pubblico (34,2 mila euro lordi annui) cela enormi differenze, che – come sottolinea il lavoro di ricerca della Cgil – determinano “circa 640 mila dipendenti che guadagnano in media meno di 15,4 mila euro lordi annui.”
Dai dati del Report della CGIL risulta evidente come le principali cause dei bassi salari in Italia siano la discontinuità lavorativa, il part-time e la precarietà contrattuale, a cui bisogna aggiungere la maggior presenza di basse qualifiche e i mancati rinnovi contrattuali.

“E necessario, quindi, intervenire su tutti questi elementi perché, si sottolinea nella ricerca, è dalla loro combinazione che si determina una minor massa salariale e un abbassamento del salario medio annuale. Infatti, la differenza del salario lordo annuale medio registrato nel settore privato e pubblico è determinata soprattutto da un effetto di composizione, nello specifico dal diverso peso percentuale dei lavoratori part-time e precari nei due settori.

Infine, da un’analisi dei dati del Sistema Informativo Statistico delle Comunicazioni Obbligatorie (SISCO) relativi ai rapporti di lavoro privati e pubblici, pubblicati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, emerge chiaramente la forte discontinuità lavorativa: nel 2022, i rapporti di lavoro cessati con una durata massima di 365 giorni sono stati l’82,5% (con oltre il 50% concentrato nelle classi fino a 90 giorni) mentre quelli con una durata superiore all’anno sono stati appena il 17,5%.”

(*) Link all’articolo originale: https://www.pressenza.com/it/2024/03/una-repubblica-fondata-sul-lavoro-povero/

 

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