Ventimila morti e noi

una nuova puntata di «sparite e sparate» (*)  

I – Di che razza sono i numeri?

L’uso in questa rubrica dei numeri romani è sarcasmo verso chi vorrebbe liberarci della multiculturalità (antica quasi come il mondo e necessaria come l’acqua) e perciò anche dei numeri arabi.

II – Se il Mediterraneo è una tomba

Rubrica anomala stavolta, si parlerà soprattutto del dopo Lampedusa. Le notizie sulla strage – anzi le stragi – di inizio ottobre non sono certo «sparite» (o «sparate») dai media. Ma è bene ricordare che in passato era successo persino questo: sulla strage del capodanno MCMVI (con trecento morti) i media avevano mantenuto, tranne «il manifesto», un terrificante silenzio, rotto – in parte – solo all’uscita del libro «I fantasmi di Portopalo» di Giovanni Maria Bellu. Oggi delle stragi si parla ma in un contesto retorico e di complessiva disinformazione. Come sa chi, da anni, segue questa rubrica i media hanno gravi responsabilità – come la politica – e dimenticarle per un paio di giorni non serve. Ci vorrebbero meno commozione (e meno allarmi in altre occasioni) e più analisi, soprattutto maggiore correttezza informativa nel quotidiano: è difficile capire se sono la gran parte dei giornalisti a inseguire le bugie della Lega Nord o viceversa, cioè se sono i leghisti che si nutrono di mala-informazione.

 

III – Fra cinquecento anni

Fuori dal coro qualcuno c’è. Sul settimanale «Internazionale» (datato XI ottobre) l’editoriale del direttore, Giovanni De Mauro, iniziava così: «Fra cinquecento anni nei libri di storia non si parlerà della crisi economica europea, del ventennio berlusconiano o delle beghe interne al Pd. Fra cinquecento anni nei libri di storia si parlerà della strage che nel ventunesimo secolo uccise quasi ventimila persone alle porte dell’Europa. Lo ha detto il sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani […] E’ un crimine e definirlo altrimenti è ipocrita. Ventimila morti sono il risultato di scelte politiche che hanno come obiettivo la fortificazione dei confini europei […] Questo apparato di sicurezza ha come effetto la creazione di quelli che alcuni hanno definito “industria della clandestinità” […] E’ possibile fare almeno due cose. La prima è un corridoio umanitario per i profughi che cercano di lasciare le zone di guerra […]. La seconda è teoricamente ancora più facile: abolire la legge Bossi-Fini (“Un compendio di inciviltà” l’ha definita Stefano Rodotà). Basterebbe un semplice voto del Parlamento per cancellare una legge sbagliata e dare un segnale minimo di civiltà».

IV – L’inciviltà resta

Mentre scrivo, non vi è traccia in Italia della volontà politica di dare quel «segnale minimo di civiltà» detto sopra. Ci teniamo la Bossi-Fini e l’ancor peggiore decreto “sicurezza” di Maroni. Fingiamo però di mandare navi (costosissime e militari) a salvare i profughi e invece li respingeranno. Tutto il resto è fumo.

 

V – Traffico di esseri umani

Ecco stralci di un post intitolato «Una richiesta azzardata» di Maria G. Di Rienzo (lo riprendo dal suo bel blog «luna nuvola»). «Lo scorso XX settembre, la Special Rapporteur delle Nazioni Unite sul traffico di esseri umani, Joy Ngozi Ezeilo, dà un quadro della situazione italiana: gang criminali introducono migliaia di uomini, donne e bambini nel nostro Paese, evitando ogni controllo, e queste persone “clandestine” sono destinate al lavoro coatto o semi-coatto nell’industria del sesso, nei laboratori e nei campi. “Il fenomeno del traffico di persone, in Italia, si sta sfortunatamente espandendo per numeri e per impatto. I trafficanti stanno dimostrando una crescente capacità di usare violenza, sfruttamento e abusi orrendi nei confronti delle loro vittime” ha detto Ezeilo presentando i primi risultati della sua ricerca. L’Italia ha identificato sul proprio suolo duemilaquattrocento vittime del traffico nel MMX: si tratterebbe di un quarto del totale ipotizzato dai dati dell’Unione Europea. Il numero di quelle destinate alla prostituzione è il più alto. […] “Il governo italiano deve ridurre la domanda di prostitute, rendendo consapevole l’opinione pubblica che queste donne sono troppo spesso vittime del traffico di esseri umani. – ha aggiunto Ezeilo – Le leggi restrittive sull’immigrazione hanno esacerbato il problema, spingendo i migranti ad adottare misure disperate, fra cui quella di pagare grosse somme ai trafficanti. L’Italia dovrebbe migliorare il coordinamento fra le sue regioni e con gli altri Paesi, in particolare rispetto al modo in cui sono identificate ai confini le persone vittime del traffico, modo che ora è manifestamente inadeguato. E dovrebbe assicurarsi di non prosciugare il finanziamento dei programmi relativi al traffico”». Ma così Maria G. Di Rienzo chiude il suo post ed è impossibile darle torto: «Alcuni giornalisti stranieri presenti alla conferenza stampa hanno chiesto un commento al ministro degli Interni italiano, un tale signor Alfano che, purtroppo, non ha ritenuto al momento di doverlo dare. I giornalisti in questione hanno correttamente citato il silenzio “alfanico” nei loro pezzi e si sono stupiti nei giorni successivi al 20 settembre di come esso si sia esteso ai media del Bel Paese, perché ai loro colleghi italiani è per lo più sfuggita la notizia per intero. D’altronde, rivolgersi ad Alfano affinché l’Italia adotti misure per ridurre la domanda di prostitute, considerato chi è il capo del suo partito, cara signora Ezeilo… forse è un po’ azzardato».

VI – Modello brasiliano?

Scusate se cito il mio blog ma ho ospitato un intervento («I futuri italiani») di Julio Monteiro Martins – è uno scrittore brasiliano che da molti anni vive in Italia – che mi pare molto interessante. Ne riprendo alcuni stralci.

«Molti anni fa, in un racconto, ho fatto dire a un mio personaggio, spaventato dallo scontro ideologico sul futuro dell’Europa, che l’Europa ciclicamente impazzisce e si divide in due metà che si odiano l’un l’altra mortalmente per poi ricordare il monito di Primo Levi alla vigilia del suicidio: Ci sono spaventose energie che dormono un sonno leggero. Nel periodo in cui quel libro è uscito non c’erano ancora i partiti e i movimenti razzisti di estrema destra che hanno proliferato in Europa negli ultimi anni, favoriti dalla crisi economica nel cercare e trovare consenso in parte delle società dei Paesi europei, Italia compresa. […] Non è scontato che la situazione si evolverà necessariamente verso una integrazione civile e pacifica. […] Sappiamo che una società che vuole convivere e che desidera arricchirsi della diversità etnica e culturale creata dall’apporto di altri popoli ha due modelli possibili da adottare. Il modello multiculturale, come negli Stati Uniti o nella Germania contemporanea, dove tutti godono della stessa protezione costituzionale ma ogni gruppo vive isolato fra i suoi compaesani e cerca di preservare l’antica identità di provenienza, della quale è fiero. Pensiamo agli attuali afro-americani, o ai portoricani, o ai pachistani a Londra, o ai turchi a Berlino. Oppure il modello transculturale – del Brasile o di Cuba – nel quale la mescolanza generale, il sincretismo costituito dall’incontro e dalla fusione di etnie diverse, inizia già a partire dalla prima generazione di immigranti. In questo caso, l’identità nazionale precedente al posto di rinsaldarsi scompare e addirittura i cognomi sono praticamente abbandonati a favore dei primi nomi o dei soprannomi, e la neonata identità meticcia diventa il nuovo valore identitario, fonte di orgoglio culturale e anche estetico, puntando più al futuro che alle origini. […] La questione che mi preme quindi, riguardo all’Europa e all’Italia del futuro, è capire se il modello multiculturale, quello che mantiene le caratteristiche identitarie del passato, e a volte anche la lingua del Paese d’origine, possa diventare rischioso in un improbabile ma non impossibile rigurgito di violenza razzista istituzionale imposto da un’estrema destra eventualmente maggioritaria, così diventata forse a causa della disperazione economica e della delusione politica. Dico rischioso perché in un tale macabro frangente sarebbe più facile identificare, isolare, espellere o chissà sterminare gli immigranti e i suoi discendenti, resi vulnerabili, facili bersagli, proprio a causa della mantenuta diversità. Non sarebbe invece più saggio e più sicuro prendere come parametro e come modello quello che si è dimostrato vincente, il modello transculturale nel quale l’umano, e non “la razza”, è il denominatore comune? Mi domando: non sarebbe nell’interesse delle future generazioni di europei, per avere la certezza di trovarsi d’ora in avanti sempre in sicurezza, creare una identità europea felicemente diversificata in un grande ventaglio di tipi, in una esuberante tavolozza umana che guarda al futuro piuttosto che alla “purezza delle radici”, native o straniere che siano? Insomma, – non sarebbe oculato promuovere l’inclusione in modo consapevole e quotidiano, per non rischiare di diventare domani vittime di un’esclusione drammatica? […]».

VII – Ma l’Italia include?

In questa puntata di «sparate-sparite» così diversa dall’ordinario bisogna però ripetere che il dilemma inclusione o esclusione non riguarda solo i migranti o i loro figli. Riguarda tutte e tutti. Alle radici del femminicidio c’è la cultura del disprezzo e della violenza che si intreccia con la ben scarsa iniziativa delle istituzioni e il suo sostanziale oscillare fra patriarcato e paternalismo; e l’ultima mossa del governo – pur se titolava sul «femminicidio» il decreto parlava di tutto, dalle province ai No Tav – non pare un gran passo in avanti. Decisamente più importante «lo sciopero delle donne» indetto per il 25 novembre

VIII – Lo sciopero delle donne

Scrivono le tre donne (Adriana, Barbara e Tiziana) che hanno lanciato la proposta: «per noi è l’inizio di un percorso, pensiamo che la riuscita dello sciopero dipenda molto dal lavoro sui territori e soprattutto se ognuna di noi farà la propria parte». Per saperne di più, prima e dopo lo sciopero, il riferimento resta http://scioperodonne.wordpress.com. Se un’iniziativa partita dal basso (tre donne) avrà – come sembra- un gran seguito sarà davvero una bella notizia, da non far sparire.

 

IX – Chi ha paura di chi?

Inclusione o esclusione anche per le persone omosessuali. E’ bene ricordare che le istituzioni nicchiano mentre la violenza omofoba cresce. Ad agosto il suicidio di un ragazzo, offeso perché ritenuto gay, a Roma e l’aggressione di un omosessuale a Napoli. Nei mesi precedenti episodi gravi a Firenze, Palermo, Sassari, Torino, Verona. In aumento, come purtroppo le aggressioni razziste o contro i disabili. Nei casi più gravi i media e la politica riaprono il dibattito… per richiuderlo subito. E la legge contro l’omofobia non si fa. Come segnalato nella scorsa rubrica, in un rapporto pubblicato a settembre, Amnesty International ha dichiarato che l’Unione europea e i suoi Stati membri non stanno contrastando a sufficienza i crimini d’odio omofobico (e transfobico cioè contro le persone transessuali) ne’ proteggono le persone dalla discriminazione, dalla persecuzione e dalla violenza. Amnesty la lamentato l’assenza di una legge in Italia. Il rapporto «A causa di ciò che sono: omofobia, transfobia e crimini d’odio in Europa» e’ disponibile in lingua inglese all’indirizzo: http://www.amnesty.it/nuovo-rapporto-su-omofobia-transfobia-e-crimini-di-odio-unione-europea.

X – Libertà d’opinione sull’omofobia?

Alcuni parlamentari e cittadini sostengono di essere contrari a una legge che punisca l’omofobia perché colpirebbe – dicono – la libertà d’opinione. Poniamo che siano in buona fede e ragioniamo con loro. Se qualcuno dice «Non mi piacciono i gay» oppure «Sono contrario ai matrimoni fra persone omosessuali» esprime una sua opinione in piena legittimità. Come se io dicessi: «non mi piace la pasta Barilla». Se invece qualcuno dice che «Essere gay è una malattia» o «In natura l’omosessualità non esiste» è ignorante (si informi) o più probabilmente sta mentendo sapendo di mentire, magari per giustificare il suo odio e le azioni violente contro le persone omosessuali.

XI – Le enciclopediche radici dell’omofobia

A settembre un buon numero di ricercatrici e ricercatori dell’università hanno scritto una lettera all’attuale ministro che sovraintende le attività culturali e che in passato è stato direttore editoriale dell’Enciclopedia Treccani. Chiedevano di rivedere le voci omofobiche – cioè razziste, piene di pregiudizi – che compaiono nel «Dizionario di medicina» del 2010 e nella Enciclopedia e che sono disponibili anche on line. Un piccolo esempio (ma grave perché la Treccani è considerata autorevole) di come l’informazione e la formazione alimentino pregiudizi.

10 (numero romano) – Finchè c’è lei…

la Costituzione, qualche speranza c’è – anche in questi brutti tempi – ma bisogna difenderla e applicarla. A partire dall’articolo 10 (numeri arabi sì). Questa rubrica chiude sempre così: un richiamo all’Italia migliore ma soprattutto un impegno a non arrendersi a quella peggiore.

SOLITA NOTA

Notizie sparite, notizie sparate. Certezze, mezze verità, bufale, voci. In questa rubrica – che è nata sulla rivista «Come solidarietà», dove continua a uscire sia pure in modo discontinuo provo a recuperare e/o commentare quel che i media tacciono e/o pompano (oppure rendono incomprensibile, con il semplice quanto antico trucco di de-contestualizzarlo) su migranti, razzismi, meticciato, intercultura e dintorni. Le puntate precedenti sono tutte – o quasi – qui in blog. (db)

Redazione
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