Wounded Knee e oggi

Una conversazione (nel 2004) di Daniele Barbieri e Milena Patuelli con Lance Henson.

«Con il massacro di Wounded Knee, il 29 dicembre 1890 contro i lakota minneconjou, l’esercito degli Usa fa il suo ingresso nel moderno sistema di guerra, impiegando un’arma automatica (la Gatlin) contro un gruppo di persone considerate ostili, ribelli secondo l’odierna terminologia di George Bush. Oggi l’omologo di quell’arma è montata sugli elicotteri Usa, al confine con il Messico o in Iraq».

Lance Henson, poeta cheyenne, chiarisce subito: «Per me, per noi nativi questo non è il passato. È una visione occidentale pensare che il tempo funzioni così».

«I fatti storici rimossi all’origine del massacro sono un chiaro esempio di operazione occulta. Il governo degli Stati Uniti aveva bisogno di insegnare ai nativi resistenti il loro destino manifesto: è l’espressione usata allora come oggi da storici e strateghi per le politiche mirate a neutralizzare i popoli indigeni. Quel 29 dicembre i lakota minneconjou stavano obbedendo a comandi militari spostandosi durante il gelido inverno per cercare rifugio al forte più vicino. Si fermarono per riposare e iniziarono la danza degli spettri: era una cerimonia offerta da un quasi messia (cioè un profeta indiano le cui cerimonie erano il risultato della contaminazione con le religioni dei bianchi) della tribù Paiute che si chiamava Wovoka. La danza non aveva lo scopo di minacciare ma di riportare indietro i morti. Gli ufficiali spaventati decisero di disarmare i guerrieri che ubbidirono. Ma un giovane lakota sordo, disorientato da quanto succedeva, rifiutò di consegnare la sua arma. Un soldato cercò di strappargli il fucile e nella confusione partì un colpo. Questo diede il via al panico generale. Ai soldati fu ordinato di sparare contro persone innocenti e disarmate. Ci furono quasi 300 morti, la maggior parte donne e bambini. I corpi lasciati sul campo congelarono in un grottesco mausoleo del potere. Solo il mattino seguente i corpi furono sepolti in una fossa comune. Il Congresso conferì 20 medaglie d’onore ai soldati che commisero quel massacro. Adolph Hitler scrisse nel Mein Kampf di avere avuto l’ispirazione delle fosse comuni guardando le foto delle guerre fra indiani e bianchi».

La ricostruzione di Lance Henson non si discosta da quella storicamente più accreditata, come si può vedere rileggendo le testimonianze di Falco Rotante e Cavallo Americano (in Sul sentiero di guerra, Feltrinelli) o la dettagliata ricostruzione di Dee Brown in Seppellite il mio cuore a Wounded Knee (Oscar Mondadori). Ma quel modo di vedere la storia come definita una volta per sempre gli è estranea, come ripete più volte. Quel che accadde nel 1890 vive nell’oggi.

«Cosa possiamo imparare da Wounded Knee? Intanto è importante sapere che 83 anni dopo quel luogo è entrato a fare parte della resistenza dei nativi americani contro un destino di etnocidio e genocidio. Impariamo che il sistema coloniale degli Usa non ha cambiato le politiche di neutralizzazione verso le nazioni che non si conformano al concetto jeffersoniano di democrazia. Il dispotico governo statunitense finanzia eserciti dalla Colombia all’Indonesia per mettere in pratica metodi genocidi anche contro pacifiche organizzazioni indigene, come nel luglio scorso hanno denunciato, al palazzo dell’Onu di Ginevra, i rappresentanti indigeni. Infine occorre riconoscere che la lotta contro la tirannia non è terrorismo ma una resistenza dell’umanità per rimanere umana».

Cosa accade, 83 anni dopo, a Wounded Knee? Alcuni militanti dell’Aim (American Indian Movement) occupano – per 71 giorni – quel luogo per protestare contro la politica del governo verso i nativi. Il quotidiano Washington Post scrive: è l’occasione per «seppellire una parte della vergogna della nazione». Ma le forze federali attaccano: due nativi vengono uccisi. Nel 1975 in quei luoghi un altro scontro armato o più probabilmente una provocazione: due agenti federali muoiono, inizia la persecuzione contro Leonard Peltier, Russell Means, Dennis Banks dell’Aim.

«Per noi – racconta Lance Henson – in quel periodo non esisteva neanche un luogo dove essere ascoltati. Nel ’76 come nativi andammo alla sede Onu di Ginevra, c’erano soprattutto mohaws: non li fecero proprio entrare; ma nel ‘77 riuscimmo a prendere la parola. Poi vennero quelli del Sud America, gli altri dei popoli sottomessi all’Urss e tanti ancora: l’unico spazio internazionale per i nativi con una sessione formale sui popoli indigeni. Credo che in realtà tutto sia cominciato nel ’73, tornando a Wounded Knee. Riprendendo il filo della resistenza».

Ieri e oggi, una sola “trama”: si accalora Lance Henson nello spiegarlo. «C’è il dolore che è un’eredità dell’invasione, alla quale ci opponiamo con il misticismo (quello che voi chiamate religione) e tenendo vive le nostre tradizioni. Aver perso le nostre terre, i luoghi sacri e il legame con la terra non è passato. Contro questo dolore usiamo una medicina vecchia di migliaia d’anni e, ogni giorno, una vita cerimoniale che non è facile per voi da capire».

Ovviamente non tutti i nativi sono rimasti legati a quelle tradizioni. «Credo che un terzo sia assimilato, grazie anche a quello che viene insegnato nelle università… dove i corsi che parlano di noi non sono tenuti da nativi. Anche contro questo imbroglio si cerca di resistere. Io faccio parte d’una università viaggiante, College of the Red Winds: c’è anche un sito se volete saperne di più. I venti rossi sono professori itineranti che per combattere la deriva assimilazionista tengono corsi. Rifiutiamo fondi da Stato e aziende, siamo ospitati dalle riserve in estate quando la scuola normale è chiusa. Tutti siamo pagati allo stesso modo, bidelli e professori, grazie a sottoscrizioni. Il sistema ha funzionato in diversi luoghi, ma da quando c’è Bush molti hanno paura: negli ultimi tre anni neanche un semestre di lezioni per noi».

Che altri strumenti ci sono per opporsi? E quanto pesano le mele, il vecchio nome dato ai nativi (rossi fuori ma bianchi dentro) collaborazionisti?

«L’Iitc, International Indian Treaty Council, che rappresenta i popoli indigeni delle diverse Americhe, sta facendo un buon lavoro. Ci stiamo muovendo sulle proprietà intellettuali, contro il furto delle nostre medicine a esempio: il mese scorso c’è stato un primo, importante convegno internazionale. I nostri strumenti di resistenza sono sempre quelli: il corpo, lo spirito. Io credo anche nella forza della poesia. Forse la maggior parte delle riserve resta nell’oscurità e fra i nostri rappresentanti ufficiali molti sono le mele: persone anche buone diventate brutte, corrotte. Non possiamo vivere a modo nostro, al massimo regge un’economia familiare. Il 70 per cento dei nativi è disoccupato. C’è grande solidarietà, quello sì. Ecco una storia anche buffa che mi ha coinvolto. Ci sono riserve dove fa molto freddo, l’unica scuola funzionante è a 40 chilometri e magari ci si va su vecchi pullman gelidi. Tre anni fa, per un breve periodo, ho insegnato in una scuola per bianchi ricchi e l’ho raccontato: i miei studenti si sono così commossi che mi hanno portato 100 scatole di vestiti, tutti Armani e roba così. Immaginate quando in una povera riserva dell’Oklahoma i ragazzini indiani andavano in giro conciati così».

Veho (o wihio) è il modo nel quale i cheyenne definiscono i bianchi: significa vedova nera oppure nemico mortale. Ma questo significa che non ci sarà alcuna possibilità di convivere?

«Quando gli schiavi neri ci vennero mandati contro, molti scapparono: nei nostri costumi di guerra videro i loro antenati… altri si unirono a noi, alcuni ci fecero guerra: questi ultimi noi li chiamiamo neri-bianchi» spiega Lance Henson, come se parlasse di fatti accaduti pochi giorni fa. «Per i neri l’unica speranza di avere successo è diventare bianchi oppure aveva ragione Malcom X, cioè devono riallacciarsi alle loro radici? Il simbolo del modo di vivere tradizionale è un cerchio, intersecato con altri (quelli di animali, acqua, piante). I governi Usa hanno sempre cercato di spezzare questi cerchi. Negli anni 30 misuravano addirittura le percentuali di sangue rosso e i meticci venivano obbligati a scegliere da che parte stare. Tenerci divisi è la cosa più importante. La vedova nera è bellissima, ma porta la morte dove vive. Può comportarsi diversamente? La domanda non dovete porla ai nativi ma agli statunitensi. Noi cheyenne siamo cambiati; i veho vogliono farlo? Sapranno trovare un’altra cultura, altri valori che non siano i soldi? L’11 settembre è il culmine di qualcosa che è cominciato molto indietro nel tempo e poi si è ingigantito con Nixon e con il Wto. Gli Usa preferiscono stare in guerra con il mondo piuttosto che mettersi in discussione? Io credo che se continuano così il loro sistema inevitabilmente crollerà, ma bisogna vedere quanti danni farà prima. Bush e Kerry sono entrambi esponenti (il primo antico, il secondo recente) della “Società del teschio e delle ossa” che serve solo a tutelare gli interessi delle banche e dei più ricchi. Quattro anni fa, il New York Times scrisse una notiziola poi ripresa dal Lakota Times: per entrare nel giro importante, al giovane Bush venne chiesto di rubare il teschio di Geronimo. Capito che gente è questa?».

BOX

«Siamo noti come cheyenne perché così ci chiamavano i lakota: quando gli esploratori inglesi mappavano il West intorno al 1860, noi tsitsistas non parlammo con loro, puzzavano troppo, e così venimmo schedati con quel nome». Così spiega Lance Henson: poeta, pubblicato in molti Paesi, e alfiere (senza armi) del suo popolo. Ha 60 anni ben portati ed è cresciuto a Calumet in Oklahoma proprio nel gruppo dei dog soldiers cioè dei guerrieri e poeti. Professa il culto della Chiesa dei nativi ed è stato osservatore e relatore alla “Conferenza delle Nazioni unite sui popoli indigeni” a Ginevra dal 1988. «Siamo indiani delle pianure e originariamente abitavamo nella zona che voi chiamate Canada. Oggi noi cheyenne meridionali, una delle 300 tribù sopravvissute ai massacri, siamo ridotti a circa 11 mila. La nostra lingua si insegna ancora, difendiamo le nostre cerimonie e i legami con le piante e le stagioni, conserviamo un’organizzazione sociale con 44 capi».

Henson ha 4 figli. Uno di loro, Michael (woheiv cioè “stella del mattino”) ha 13 anni: nacque nell’anniversario di Wounded Knee mentre Zoe (Maheyuno che vuol dire “quando lo spirito della medicina si siede”) di 5 anni è nata il 29 novembre, un altro anniversario: il massacro di Sand Creek (1864). Qualche anno prima, sempre il 29 novembre, Lance Henson ebbe una visione e scrisse «Le poesie del corvo» che con altri poemi – scritti “nella lingua del nemico” – sono andate a comporre «Canto di rivoluzione»: sarà ristampato in gennaio (da Biblioteca dell’immagine di Pordenone) con il titolo Sand Creek. Altri suoi versi, accompagnati da una lunghissima intervista, sono stati raccolti in Traduzioni in un giorno di vento(La rosa, 2001).

UNA NOTA

Questo articolo uscì sul quotidiano «Il manifesto» (il 24 dicembre 2004) ed è stato spesso ripreso in rete, qualche volta senza l’indicazione della fonte e spesso senza il box che lo accompagnava. Lo ripropongo in blog anche perché, dopo La rivolta, lo spirito e la tartaruga-isola:  il 4 gennaio, alcune persone mi hanno chiesto altre notizie su Lance Henson o la conferma che quell’intervista fosse mia. Ricordo che su http://www.nativewiki.org/Lance_Henson trovate la sua biografia e la bibliografia aggiornata; chi vuole scrivergli (in inglese) lo trova su lancehens@yaho.com: è spesso in Italia anche per conferenze o per letture pubbliche dei suoi versi. (db)

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