Dossier FS 31 – A due voci

A chiusura della prima parte del dossier sulla fantascienza (chiusura provvisoria: aspetto infatti gli interventi di Astrofilosofo e di Daniele Barbieri) inserisco l’intervento di Vittorio Catani, che ne ha autorizzato la pubblicazione, in una discussione su Facebook. In calce, con qualche modifica, il commento-integrazione che a quell’intervento ho ritenuto opportuno dare.


Battaglie spaziali con mezzi similmedioevali. Anche questa è fantascienza.


Ritengo che i due pezzi rappresentino la chisura ideale di questa prima parte. La seconda a partire probabilmente dal 26 e presenterà interventi e documenti sulla straordinaria figura di Lino Aldani, il padre della fantascienza italiana, scomparso purtroppo di recente.
Mauro Antonio Miglieruolo

Una preziosa illustrazione di Crepax.


Cari amici, è deprimente leggervi e constatare che avete sacrosantamente ragione. Le vostre proteste, ve lo potrei dimostrare andando a scavare in riviste e carte varie d’epoca, non aggiungono nulla a quanto si diceva sessanta anni fa. In oltre mezzo secolo, la situazione italiana della sf non è cambiata nella sostanza. Sia chiaro, ci sono alcuni autori che riescono a pubblicare – per es. con Mondadori, sebbene sempre in collane specializzate – ma anche 60 anni fa qualche italiano faceva capolino qua e là, per es. su “Urania”, sia pure sotto pseudonimo anglosassone (…e ti pareva…). Tutto il resto della narrativa sf italiana da quegli anni in poi, che non è mica poca, anzi è tantissima resta e resterà invisibile, edita a suo tempo da case editrici scomparse in collane ora sparse negli antri domestici di affezionati lettori e collezionisti, o perche’ pubblicata – in misura forse maggiore – a livello amatoriale. Ci sono stati periodi – gli scurissimi anni ’80, per es. – in cui alcune fanzine sono state l’unica valvola di sfogo per la narrativa breve italiana. Cito, per tutte, la fanzine “The Time Machine”. Domande: 1) di chi la colpa?; 2) che fare? Secondo me (magari sbagliero’) le colpe sono un po’ di tutti. Gli editori per primi non hanno visto di buon occhio, specie nei primi decenni, gli au-tori italiani. Perché? Semplice: perché i lettori a loro volta non vedevano di buon occhio gli autori italiani, e a ogni nome italiano le vendite calavano. E perché calavano? Semplice anche questo: perché gli autori italiani non hanno mai (o quasi, specie nei primi decenni) saputo scrivere come gli autori americani. Ovviamente. Meglio leggere Asimov e Heinlein anziché una scopiazzatura di Asimov e Heinlein. E perché scopiazzatura? Ancora più semplice: perché noi (italiani, ma vale anche in Francia, Spagna, etc., insomma nel “Vecchio Mondo”) abbiamo avuto una cultura diversa da quella di chi nasce negli Usa. Di conseguenza, se scriviamo, sappiamo scrivere in altro modo. Sciocco rimproverare l’autore italiano se non ha l’inventiva fantatecnologica di uno statunitense che al contrario di noi (in un Paese eminentemente agricolo se non rurale fino a pochi decenni fa) non viviamo in una patria della ricerca scientifica sempre sull’orlo del futuro, come accade negli Usa. E l’Italia non ha avuto una narrativa popolare (giallo, sf, avventura etc.) così diffusa come negli Usa. Ergo, ci sono stati notevoli autori sf italiani, ma nessuno ha attecchito davvero. Penso ad Aldani, Curtoni e altri. Tanti fra questi “altri” si sono persi per strada, hanno abbandonato il genere, constatando che non approdavano a nulla.

Suggestivo. Lo si può guardare godendone perché è molto lontano da noi. Lontano come possibilità e temporalmente.
Difficile comuqnue che un paesaggio del genere trovi un occhi umano in grado di guardarlo.


Evangelisti non lo nominerei: è bravissimo ed è anche un caro amico, ma lui non si ritiene – lo ha detto chiaramente – un autore di sf, e ha ragione; la sf lui l’ha sfiorata agli inizi in un modo molto personale ed efficace, ma in realtà non la tratta più da un bel po’ di tempo. Questo gap culturale che ci rende non simili agli statunitensi è un pesante fardello per tutti? Manco per il cavolo… Ma non da noi. Anche la Francia ha una cultura diversa dagli Usa e più simile alla nostra, anche gli autori francesi hanno scritto fin dagli inizi una sf diversissima da quella Usa, perché intrisa di atmosfere – per es. – che spesso attingevano al surreale (vedi Jacques Sternberg e altri) e quindi notevolmente lontana dal fantatecnologico. Eppure, quella sf in Francia ha attecchito, lettori ed editori l’hanno bene accolta e le cose sono andate avanti fin dai primi momenti, per la sf francese. Da noi no. Non parliamo poi del nostro establishment culturale. Che in verità ha avuto anche qualche grosso nome che si è interessato alla sf fin dai primordi: avete citato Eco, aggiungerei Gillo Dorfles, la scrittrice Luce d’Eramo, il critico Sergio Solmi, gli scrittori (di tutto rispetto) Ennio Flaiano, Primo Levi, Gianni Arpino, Inisero Cremaschi, Giorgio Scerbanenco, Giuseppe Berto e altri di cui ora mi sfugge il nome. Ma sono stati fuochi d’artificio, guardati con sospetto dal detto establishment, considerati insomma bizzarrie che ci si può permettere una volta ma non di più. E sissignore, nella nostra cultura hanno giocato contro i vari Gentile, il “mattone” Benedetto Croce, non ultima anche la cultura cattolica, incompatibile con una narrativa fantastica (in generale) trasgressiva nei confronti di una realtà che il senso comune da un verso, la visione religiosa per un altro, ritengono scontata e immutabile. La conclusione (si potrebbe continuare ad elencare altre motivazioni) è quella che è. Ma – non ultima – esiste anche una colpa degli scrittori italiani, in generale. Fin dal primo momento, il cosiddetto “fandom” ha avuto talora punte litigiose e supponenti, ritenendo ciascuno di essere l’unico ad aver capito cosa è la sf e cosa debbano pubblicare gli autori italiani. Siamo sempre stati 4 gatti incapaci, in ben 60 anni, di muoverci in modo positivo nella stessa direzione, unendoci, attivandoci non per distruggere ma per costruire. Il fandom non è stato capace di imparare dalla sua stessa storia e ha ripetuto sempre gli stessi errori. Ora, personalmente vedo che le acque si smuovono, che i nuovi strumenti di cui disponiamo possono fare, forse, ciò che non si è fatto in oltre mezzo secolo, sperando che non sia troppo tardi. Saluti a tutti.
Vittorio Catani

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Altra copertina di una rivista che è stata la più importante per la diffusione della fantascienza sociologica in italia.


Condivido l’intervento di Catani. Aggiungo tra le cause i limiti propri, oltre che all’intellettualità italiana anche la pigrizia dell’imprenditoria, la propensione a non rischiare che dovrebbe invece essere la caratteristica di fondo di ogni capitano d’industria. Avendo la possibilità di tradurre, gli editori hanno generalmente preferito tradurre che non puntare sugli autori locali in formazione. Preferenza che si è consolidata nel tempo dato che, a parte Aldani, nessuno in Italia si è preoccupato di aiutare a crescere questi autori. Negli anni settanta poi, quando la fantascienza italiana, nonostante tutto, iniziava a formarsi, si è iniziato a presentire quello che poi sarebbe diventato l’Ottantanove (nel ’72 o ’74, non ricordo bene, Donat Cattin già parlava di “sentir spirare un vento di destra”).

E’ in questo modo che si concluderanno le peripezie della Terra, con uno scontro tra due mondi?


L’Ottantanove rappresenta molto più che il crollo di un regime in grado fin quasi all’ultimo di sfidare il gigante americano: è il simbolo di un processo di involuzione iniziato molto prima e che consiste nella caduta delle utopie, la fine delle Grandi narrazioni, cioé la speranza nel cambiamento, la possibilità di costruire futuri alternativi. Non a caso, e superficialmente, c’è stato chi ha sentenziato, dopo l’Ottantanove, la Fine della Storia. Ma dentro una storia che è finita, cioé che non è più, non c’è spazio per la Fantascienza, che è molto più che Fanta-Scienza: è Fanta-Storia, Fanta-Sociologia, auspicio di un mondo diverso, il sogno di poter vivere vite diverse da quella che si vive, dentro avvenimenti più grandi e significativi.
Intervengono poi le nuove scoperte che approfondiscono e offrono nuovi sbalorditivi punti di vista sul mondo e sul ruolo della coscienza. La Meccanica Quantistica fa piazza pulita della fantascienza tradizionale, fondata, in gran parte, sul meccanicismo e determinismo ottocentesco. Produce nuove filosofie, nuovi punti di vista inconciliabili con i precedenti. Per sopravvivere occorre una nuova fantascienza, una fantascienza stocastica, per dire, in grado di cogliere l’aleatorietà oltre che la totalità del mondo da plasmare in funzione della propria inventiva e per potervi inserire proficuamente i propri eroi. Ma una fantascienza del genere ci vuole molto tempo affinché si formi. Nel frattempo le difficoltà enormi, la mortificazione ininterrotta, il mistero del suo pervicace voler vivere, nonostante tutto, nonostante tutti. Una presenza che sia pure senza clamori è segno di una vitalità non intenzionata a cedere le armi. Se siamo ancora vivi questo vuol pur voler dire qualcosa. I tempi di Donat Cattin sono finiti, ora un refolo di sinistra ha iniziato a spirare. Un vento capace di rivitalizzare molte cose. Non solo la politica, anche lo sguardo degli uomini, reso più vivace, che ora ha accesso alla speranza, comincia a distinguerla, a saperla nuovamente identificare. Nel più profondo della disperazione non si può far altro che salire. La letteratura esiste anche per questo. Per il ritorno del futuro. Quel futuro che ci è stato sottratto e che dobbiamo inventare mille modi per farlo ritornare.
Migliaia di futuri possibili, per permettere a uno solo di condensare.
Mauro Antonio Miglieruolo

Un altro notevole momento della fantascienza italiana. La nascita della collana Cosmo Oro dell’Editrice Nord.

Daniele Barbieri
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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