Colombia: la “dittatura civile” di De la Espriella

Insediatosi lo scorso 7 agosto a seguito di un ballottaggio dall’esito quantomeno dubbio, il nuovo presidente del paese promette di governare all’insegna dell’autoritarismo e della repressione

di David Lifodi

Foto ripresa da https://www.nodal.am/

Il 7 agosto el ultraderechista Abelardo De la Espriella si è insediato a Palacio Nariño a seguito del contestatissimo esito del ballottaggio delle presidenziali colombiane tenutosi lo scorso 21 giugno che lo ha visto prevalere su Iván Cepeda (Pacto Histórico) per meno di 250mila voti.

Fin dall’ufficializzazione della sua vittoria, pur non essendo ancora presidente in carica, De la Espriella ha iniziato a rilasciare interviste provocatorie verso Cepeda e il suo predecessore Gustavo Petro (definito “nemico della patria”), utilizzato i suoi canali social per delegittimare il processo di pace e lanciato minacce esplicite ai movimenti sociali.

Cepeda e Petro, che alla fine hanno riconosciuto l’esito delle urne esprimendo tuttavia molteplici perplessità sulla gestione della macchina elettorale, tanto da parlare di frode in più di una circostanza, hanno invitato i colombiani alla disobbedienza civile pacifica definendo il governo di De la Espriella come “il più corrotto della storia”.

Il nuovo presidente, che ha incentrato la sua campagna elettorale sulla lotta alla criminalità, intende creare delle unità poliziesche volte esclusivamente alla repressione delle proteste di piazza denominate bloques de defensa para la seguridad urbana. Non è difficile immaginare che si tratterà di commandos non troppo diversi dai paramilitari, certi di avere mano libera nei confronti dei movimenti sociali, non caso il Pacto Histórico ha denunciato i rischi del ritorno ad un “paramilitarismo 2.0” e alla stagione dei falsos positivos. Non si tratta dell’unica provocazione di De la Espriella, che non ha perso tempo nell’associare le organizzazioni popolari al terrorismo e promesso di costruire nuove carceri sul modello bukelista in El Salvador.

L’agenda politica di De la Espriella mette i brividi perché il nuovo presidente, oltre ad autoproclamarsi come nemico della sinistra, ha già fatto sapere di voler governare a colpi di decreto, smantellare le garanzie dello stato sociale di diritto, farsi beffe del diritto internazionale umanitario e all’insegna del cosiddetto capitalismo della sorveglianza. In questo contesto è assai probabile che i complessi colloqui di pace con i gruppi guerriglieri vengano del tutto interrotti, come è pressoché certa la guerra sociale, economica e militare che l’alfiere di Washington e di Israele scatenerà contro le comunità indigene, contadine e gli afrodiscendenti, i cui leader sociali hanno continuato ad essere uccisi anche sotto il governo progressista di Petro.

Quanto ai paras, che continuano a prosperare e ad imporre il terrore con le armi in varie parti del paese, sfrutteranno la polarizzazione della società colombiana per seppellire definitivamente il processo di pace, vecchio sogno dell’uribismo e dell’oligarchia guerrafondaia che da sempre ha prosperato sulla criminalizzazione della protesta sociale, necessaria per accrescere il volume dei guadagni legati all’acquisto di nuove armi, tanto da sconfessare anche l’operato dell’altrettanto conservatore Juan Manuel Santos e il suo processo di pacificazione, dettato peraltro solo dal suo desiderio di guadagnarsi un immeritato Premio Nobel nel 2016.

Inoltre sull’esempio di ciò che ha fatto Javier Milei in Argentina, dove il presidente ha tolto i fondi alle associazioni dei familiari dei desaparecidos e ai progetti governativi del kirchnerismo volti al recupero della memoria, De la Espriella intende seguire lo stesso percorso tagliando i finanziamenti al Centro Nacional de Memoria Histórica, all’Unidad de Restitución de Tierras, all’Unidad Nacional de Protección, all’Unidad para las Víctimas e alla Jurisdicción Especial para la Paz, seppellendo in definitiva il processo di pace e di riconciliazione.

El Tigre”, così ama farsi chiamare De la Espriella, porterà il paese verso una “dittatura civile fascista”, come è stata definita da molti analisti politici, un passo ulteriore verso il baratro per la Colombia che, prima del governo di Gustavo Petro, all’epoca dell’uribismo, di Juan Manuel Santos e del duqueuribismo, era significativamente definita come “Locombia”. La politica dell’intimidazione permanente, ripresa dai leader di cui è amico De la Espriella, da Trump a Netanyahu fino a Milei, unita alla sua capacità di porsi come sovrano assoluto che ha potere di vita e di morte sui sudditi-cittadini, nonché la negazione della memoria e lo sdoganamento del politicamente scorretto (a partire dalla giustificazione del narcoparamilitarismo come forma di autodifesa di fronte alle guerriglie presenti nel paese) sono funzionali al presidente per incoronarsi come figura in grado di riportare in Colombia quell’ordine ormai smarrito, dando contestualmente una sorta di avviso di sfratto alle istituzioni democratiche.

Lo stato di eccezione come forma di governo quotidiano, dovuta alla presenza di un fantomatico nemico interno incombente (che non sono le guerriglie, ma, semmai, i narcos, i paras, la criminalità organizzata nonché quelle multinazionali a cui De la Espriella svenderà la sovranità del proprio paese), rendono bene l’idea dell’abisso in cui è caduta la Colombia.

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