Palestina manteniamo lo sguardo

articoli di Hanin Majadli, Jessica Buxbaum, Iason Athanasiadis, Asa Winstanley Lobby Watch, Bettina Mulle, Claudia Carpinella… Con un link al video di Rainews.

Genocidio a Gaza – 22 agosto

Escalation di aggressioni israeliane, per il terzo giorno, contro la popolazione di Gaza. Ancora ieri, il numero delle vittime è stato a due cifre, dopo le stragi di martedì e mercoledì.

Aerei da guerra israeliani hanno colpito una motocicletta nel campo profughi di Nuseirat. Una persona uccisa è stata trasportata all’ospedale Al-Awda dopo un raid aereo israeliano che ha colpito una motocicletta nel campo profughi di Nuseirat.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha segnalato due feriti a causa del fuoco israeliano a Beit Lahia.

Fonti mediche hanno riferito di almeno due uccisi e diversi feriti nei raid aerei israeliani sul centro della città di Gaza.

Dieci uccisi e 15 feriti sono giunti ieri negli ospedali di Gaza a seguito dei raid aerei israeliani sulla città di Gaza e sul campo profughi di Nuseirat.

Il bambino Ahmed Ramzi Aqel è morto per le ferite riportate quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco sulle tende degli sfollati a Beit Lahia.

Le forze di occupazione hanno condotto un’operazione di demolizione di abitazioni tra Khan Younis e Deir al-Balah.

A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco.

 

Appello: “Ai bambini di Gaza il Nobel per la Pace”

Per aderire:  petizione.gaza@avvenire.it

per leggere l’appello

 

Questo popolo ha sette anime

È un verso di una poesia di Tawfiq Zayyad, grande poeta palestinese del secolo scorso, scomparso il 5 luglio 1994. “questo popolo ha sette anime,
ogni volta che muore, rinasce più giovane e bello”.
Ascolta la poesia inserita nella Cantata Rossa per Tal El Zaatar di Giulio Stocchi e Gaetano Liguori. Il12 agosto è stato il 50esimo anniversario di quel massacro durante il quale in una sola notte sono stati assassinati, con una pallottola alla nuca, 3.000 uomini.

In questa rubrica vi racconteremo storie di resilienza e determinazione di un popolo che ama la vita e merita di vivere con dignità, indipendenza e libertà. Le puntate precedenti: qui e qui 2 e qui 3 e qui 4 e qui 5 e qui  6 e qui 7a puntata e 8a puntata e nona puntata e decima puntata: leggi tutto! 11° puntata leggi tutto!

Il nostro commento quotidiano fisso: 

Ci sono ancora coloro che obiettano che non si tratti di genocidio, basandosi su congetture storiche e non guardando la realtà delle cifre e delle intenzioni, dicono: “Dire che Israele commette genocidio è una bestemmia”.

Pronunciare una frase simile è la vera bestemmia nei confronti della memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo tedesco.

 

Cisgiordania

Dopo gli attacchi militari, anche l’intimidazione politica. Ieri mattina, le forze armate israeliane hanno arrestato Ashraf al-Tawil, ministro per gli affari di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese, nella sua abitazione a Silwan. Poi è stato rilasciato su cauzione.

Ieri, giovedì, le forze di occupazione israeliane e i coloni hanno continuato le loro violazioni contro i palestinesi e le loro proprietà. Le forze di occupazione hanno arrestato almeno 37 palestinesi, ne hanno feriti altri 19, hanno demolito due case e strutture agricole e hanno trasformato alcune abitazioni in avamposti militari. Nel frattempo, i coloni hanno continuato i loro attacchi contro i palestinesi e le loro proprietà, in concomitanza con raid, incursioni e rastrellamenti in diversi governatorati. Le forze israeliane hanno impedito alle ambulanze di raggiungere i palestinesi feriti dopo gli attacchi compiuti dai coloni.

Le autorità carcerarie di Tel Aviv hanno inoltre emesso provvedimenti di detenzione amministrativa nei confronti di 42 detenuti, tra cui nuovi provvedimenti e rinnovi, per periodi di durata variabile.

Questa mattina, alcuni coloni ebrei armati hanno dato fuoco a un’abitazione a Khallat al-Farra, a ovest di Yatta, appartenente al cittadino Bassam al-Nawaj’ah, mentre la sua famiglia di cinque persone dormiva. I familiari sono riusciti a mettersi in salvo, ma la casa è andata completamente distrutta dalle fiamme.

Nella sola giornata di ieri, le aggressioni dei coloni contro diverse comunità palestinesi sono state 17. Nel mese di luglio si sono registrati 798 attacchi da parte dei coloni, mentre dall’inizio dell’anno il totale ha raggiunto quota 4.286. Gli attacchi di luglio hanno provocato la morte di sette cittadini, oltre a 440 atti di distruzione di proprietà e di spianamento di terreni, 67 atti di confisca e furto di proprietà palestinesi, e lo sradicamento, la distruzione e l’avvelenamento di 5.027 alberi, tra cui 3.241 ulivi.

 

Campi di concentramento israeliani

Le forze YAMAS (sono unità tattiche speciali e in borghese/infiltrate della polizia di frontiera israeliana, subordinate alla polizia d’Israele e coordinate con i servizi di sicurezza dello e le forze armate) hanno fatto irruzione nel carcere di Damon e hanno portato tutte le detenute fuori dalle loro celle nel cortile.

Le forze di repressione hanno ammanettato le detenute, bendato loro gli occhi e costretto a sdraiarsi a faccia in giù sul pavimento, lasciandole in questa posizione per circa un’ora.

Durante l’operazione, le forze di repressione hanno confiscato dalle celle vestiti, biancheria intima, shampoo, scarpe, medicinali e tutti gli effetti personali.

L’operazione di repressione è stata accompagnata dall’isolamento di diverse detenute a causa della diffusione della scabbia e del deterioramento delle condizioni sanitarie all’interno del reparto.

Quanto accaduto a Damon costituisce una campagna sistematica di abusi contro le detenute, che si svolge in condizioni umanitarie e sanitarie deplorevoli.

 

Genocidio a Gaza – 21 agosto

Una fonte dell’ospedale Nasser ha riferito che un giovane palestinese è stato ucciso ieri sera dalle forze di occupazione israeliane nella zona di Qizan al-Najjar, a sud di Khan Younis.

L’artiglieria israeliana ha continuato fino a tarda notte i bombardamenti su tutta la “linea gialla”, causando oltre 17 feriti.

Operazioni di massicce demolizioni sono avvenute a Khan Younis e ad est di Gaza città.

A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco.

Cisgiordania

Una fonte medica ha riferito che un palestinese è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco sparati dai coloni a Khirbet Hamroush, a nord-est di El-Khalil, in Cisgiordania. Questo crimine si è verificato mentre l’esercito israeliano aveva continuato le sue aggressioni e rastrellamenti, ferendo un bambino e arrestando decine di palestinesi. Sono passati 13 giorni di assedio delle famiglie di Qusra, intrappolate da coloni e esercito nelle loro case, senza elettricità, cibo e acqua.

In precedenza, il Ministero della Salute palestinese aveva comunicato che un altro palestinese era stato ucciso dalle forze di occupazione israeliane nel quartiere di Al-Masarwa, nel centro di Jenin. I coloni hanno anche incendiato veicoli e ulivi, e rubato 170 pecore.

La Mezzaluna Rossa palestinese ha dichiarato in un comunicato che i suoi operatori hanno prestato soccorso a un ragazzo di 14 anni, colpito al petto e alla schiena durante un raid dell’esercito israeliano nella città di Zababdeh, a sud di Jenin. Il comunicato aggiungeva che le forze israeliane avevano effettuato un raid nella zona di Wadi Azz Eddin, avevano fatto irruzione nei pressi dei dormitori dell’Università Arabo-Americana e avevano perquisito un’abitazione, arrestando una persona.

Le forze di occupazione avevano inoltre arrestato un giovane di Tubas, un padre e suo figlio a sud-est di Nablus, e un altro giovane a sud di Betlemme, nel corso di raid e operazioni di rastrellamenti, perquisizioni e ispezioni su vasta scala.

A Qusra, tra gli assediati vi sono due bambine, Kinda di 4 anni e Hour di 18 mesi. Il nonno Hassan ha raccontato che le due bambine vivono momenti di terrore, all’ascolto delle minacce dei coloni con i megafoni e soffrono fame e sete. Ha denunciato anche che “Hour ha avuto la febbre, ma non è stato possibile trasferirla in ospedale, perché coloni ed esercito hanno impedito l’arrivo delle ambulanze”.

 

Terrorismo israeliano

L’assassinio del colonnello Fathi Khazem a Jenin è stato un atto terroristico messo in atto con gli uniformi dell’esercito israeliano. Il figlio Hamam ha affermato che l’assassinio di suo padre a Jenin è stato premeditato dalle forze di occupazione israeliane. Ha dichiarato che le forze hanno usato un vicino come scudo umano quando sono entrate in casa, sottolineando che suo padre si era rifiutato di inchinarsi davanti ai soldati prima di essere ucciso.

Hamam ha aggiunto che le forze di occupazione hanno sfondato la porta di casa e hanno chiesto i documenti di suo padre. Gli hanno poi ordinato di inchinarsi e di spogliarsi completamente, ma lui si è rifiutato, dicendo: “Chi siete voi perché io mi inchini a voi?”. Ne è scaturito un alterco verbale, conclusosi con i soldati che gli hanno sparato all’interno dell’abitazione, uccidendolo con sette proiettili che lo hanno colpito in diverse parti del corpo davanti al figlio minorenne, Adam (14 anni).

Dopo aver assassinato Fathi Khazem, le forze di occupazione hanno portato suo figlio minorenne Adam e il vicino che avevano usato come scudo umano in bagno e li hanno spogliati completamente.

Il corpo dell’ex poliziotto palestinese è stato preso in ostaggio dall’esercito di occupazione israeliano.

Uno al giorno.  Da ottobre 2025 uguale 300 bambini e bambine assassinati da Israele, ma anche dal silenzio complice dell’Europa e non solo.
Bambini e bambine le cui vite finiscono sotto le bombe, trovano la morte  per mancanza di cibo e acqua o nascono morti perché la madre non ha potuto ricevere adeguate cure in gravidanza; bambini e bambine mutilati dalle armi che paesi democratici  vendono ad Israele.
La proposta “ai bambini di Gaza il Nobel per la Pace” è forte ed importante e riporta   sotto i riflettori il genocidio in corso in Palestina. Un pensiero critico è dovuto se guardiamo al significato  del premio Nobel, che per norma viene assegnato a soggetti che per la loro attività hanno svolto un ruolo attivo nella risoluzione dei conflitti, ma che nel tempo, per i riconoscimenti  dati,  si è trasformato in altro, snaturato.
Un altro pensiero è quello che l’emotività davanti alla sofferenza dei bambini palestinesi ci “allontani” dalla nostra responsabilità individuale e collettiva e dalle cause di sofferenza di migliaia di bambini palestinesi per portarci a svolgere azioni di denuncia, protesta e protezione umanitaria, utili ma non sufficienti per affrontare e rimuovere le cause strutturali  dei crimini israeliani.
Penso sia  importante avere la consapevolezza delle ragioni della  sofferenza dei bambini e bambine palestinesi. Ragioni  che hanno radici profonde risultanti da politiche  di pulizia etnica ieri e genocidarie oggi, volte alla  cancellazione di un popolo e alla negazione dei diritti universali.
Su queste ragioni il Nobel per la Pace  trova ragione per i bambini e le bambine di Gaza.
Mentre leggiamo altro sangue viene versato ed assistiamo ad  una pace simulata che nasconde la normalizzazione dell’occupazione. Le famiglie sono obbligate a continui sfollamenti.  Da Gaza un appello per affrontare le drammatiche condizioni di vita. I  dati parlano di immediato bisogno di  interventi per almeno 509.000 famiglie sfollate per un totale di circa 2milioni e 100mila persone che vivono tra  rifugi “organizzati”, scuole Unrwa e tendopoli,  ripari fatiscenti o tra le macerie. Israele continua a bloccare l’ingresso di materiali essenziali per le costruzioni-riparazioni, ma anche di roulotte, tende, servizi igienici. Nulla di fatto anche nel merito alla rimozione delle macerie. Bambini ed anziani sono i soggetti deboli che hanno trascorso la terza calda estate tra immondizia, topi, scorpioni e che sono a maggior rischio di morte e malattie infettive. E’ di queste settimane l’allarme lanciato dai medici di Gaza per una diffusione di varicella. Un focolaio esteso causato dal sovraffollamento e dagli spazi ridotti, tende piccole che impediscono l’isolamento necessario in questi casi. Inoltre migliaia di bambini nati durante l’aggressione non hanno potuto accedere alla vaccinazione e molti altri non hanno potuto completare il calendario vaccinale. Questo a causa della mancata fornitura di vaccini che hanno di fatto impedito al settore sanitario di rafforzare l’immunità collettiva. Ma anche vengono segnalati migliaia di casi di malattia infettive della pelle tra cui scabbia, pidocchi, impetigine. Ci sarebbe la necessità di tenere isolati i casi, ma è impraticabile perché famiglie di 8/10 persone vivono in tende di pochi metri quadrati. I rischi sono elevati anche per la salute delle donne in gravidanza  e per quella del feto.
Fonti di Pace, grazie al finanziamento 8×1000 della Chiesa Valdese, in collaborazione con il partner locale  Palestinian Medical Relief  Society ha avviato il progetto di cura e riabilitazione per bambini ed adulti. Il progetto che  durerà sei mesi ha preso avvio lo scorso mese di luglio e porterà sollievo ai feriti. Sono 275 i casi inizialmente  presi in carico di cui più della metà ha un’età inferiore ai 18 anni. Gli assistiti vivono  sfollati nella località di Mawasi e area di Khan Yunis centro e sono visitati dal team medico che porta prestazioni di  cura, prevenzione e infermieristiche; assistenza psicologica e servizi di riabilitazione.
Sebbene le molteplici difficoltà il nostro partner locale Social Media Club Palestine, continua  a portare avanti le attività delle scuole tenda.
Come già comunicato da giugno  gli spazi delle  scuole tenda a Nuseirat camp e Shaty camp si sono trasformate in centri estivi dove i nostri bambini e bambine ritrovano momenti di condivisione e il gioco, il ballo, la pittura diventano strumenti per sentire meno la paura e trovare un poco di serenità.
Purtroppo il sito e i social di FDP sono nuovamente bloccati. In allegato alcune foto.
Gli interventi che stiamo portando avanti, grazie alle donazioni per l’emergenza Gaza, sono piccola cosa rispetto ai tanti  bisogni della popolazione di Gaza, ma portano sollievo e sono un forte messaggio di  solidarietà.
Sosteniamo i bambini e le bambine di Gaza. Fai una donazione causale: emergenza Gaza
Grazie
Giuditta

“La causa palestinese non è una causa solo per i palestinesi, ma una causa per ogni rivoluzionario, ovunque si trovi, in quanto causa delle masse sfruttate e oppresse della nostra epoca”

Ghassan Kanafani

Con la Palestina nel cuore!

 

In due anni, cosa NON è cambiato nella Striscia?

A metà agosto 2024 siamo entrati a Gaza per avviare il nostro progetto di assistenza alla popolazione. Davanti a noi si è aperto uno scenario che sembrava inimmaginabile.

Oggi, a due anni dal nostro ingresso, ci sono almeno otto realtà che, nonostante il tempo trascorso, non sono cambiate.

1. La fame continua

Il 100% della popolazione è a rischio di insicurezza alimentare acuta. Gran parte con livelli di gravità definiti “di emergenza” o “catastrofici”.

(IPC/WFP)

2. Le cure continuano a mancare 

La maggior parte degli ospedali non è funzionante. Nonostante questo, le poche strutture rimaste continuano a operare, ma i bisogni sono ben oltre le capacità.

Lo scenario: strutture danneggiate o distrutte dai combattimenti; mancanza cronica di carburante, acqua ed elettricità; scorte azzerate di farmaci e attrezzature mediche di base; personale sanitario ridotto allo stremo e costretto a operare in condizioni di costante insicurezza.

(OMS/OCHA)

3. Le persone sono ancora obbligate a spostarsi

Oltre il 90% della popolazione è stata sfollata almeno una volta in questi due anni.

(OCHA)

4. Lo spazio vitale continua a ridursi

Circa il 70% della Striscia è soggetto a ordini di evacuazione o ricade in aree militarizzate.

(OCHA)

5. Le vittime continuano ad aumentare

Oltre 247.000 persone sono morte o rimaste ferite nella Striscia di Gaza da ottobre 2023. Le cifre includono anche 1.180 morti e 3.810 feriti* registrati dal 10 ottobre 2025 (dopo l’annuncio del “cessate il fuoco”).

*Dati al 22 luglio 2026

(OCHA e UNRWA)

6. Operatori e strutture sanitarie sono ancora un bersaglio

Sono almeno 595 gli operatori umanitari* uccisi dal 7 ottobre 2023.oltre 930 attacchi contro le strutture sanitarie.

 * Dato al 29 luglio 2026

(OMS e OCHA)

7. Aiuti e rifornimenti non entrano come dovrebbero

Prima del 7 ottobre 2023 entravano a Gaza in media circa 500 camion al giorno, con merci commerciali, aiuti umanitari e carburante attraverso i valichi di Rafah e Kerem Shalom. Dopo, il flusso è drasticamente calato, registrando medie mensili comprese tra 37 e 100-150 camion al giorno. 

(OCHA OPT – Gaza Crossing)

8. EMERGENCY continua a esserci.

Per garantire cure.
Per testimoniare la realtà di Gaza.

 

Siamo entrati a Gaza a metà agosto 2024.

Mentre la costruzione e l’allestimento della nostra clinica ad Al Qarara procedevano, abbiamo iniziato ad affiancare il lavoro della clinica locale di CFTA* ad Al Mawasi con supporto medico e logistico. La nostra equipe chirurgicaha offerto il proprio contribuito alle attività del Nasser Medical Complex Hospital di Khan Younis.

*Culture and Free Thought Association

Due anni di lavoro a Gaza: i numeri

Clinica EMERGENCY Al Qarara

  • 73.500+ visite (2025; 2026)
  • 4.000+ visite dedicate alla salute sessuale e riproduttiva (2026)
  • 200+ Consultazioni ginecologiche (2026)

Clinica locale CFTA Al Mawasi  

  • 70.000+ visite (2024; 2025; 2026)

La testimonianza del nostro staff

“Qui continuano sparatorie e bombardamenti: non si può parlare di tregua.
Il conto delle vittime dopo il “cessate il fuoco” è di oltre 1.000 morti. Ma dietro ogni cifra ci sono padri, fratelli, mogli, figli…  
Non dobbiamo assuefarci. Non possiamo de-sensibilizzarci: ciò che sta accadendo a Gaza è fuori da ogni normalità.

La situazione è stagnante nella sua drammaticità. Mancano cibo, acqua e farmaci. La vita nei campi tendati è insostenibile e le famiglie sono esauste.  

Qui le persone continuano a vivere alla giornata, concentrate unicamente sulla propria sopravvivenza, senza poter immaginare alcun futuro.   

Vivono con la costante sensazione che qualcosa di terribile possa accadere da un momento all’altro.”

– Il team di EMERGENCY a Gaza

A due anni dal nostro ingresso, c’è una cosa che non deve davvero cambiare:


non possiamo considerare tutto questo “normale.”

 

di Hanin Majadli

Forse siamo bloccati nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi

Sono consapevoli delle implicazioni evocate da questo gesto? Vogliono forse che vediamo queste immagini e facciamo dei confronti? O sono talmente immersi nel proprio senso di potere che nessuno si ferma a pensare a come possa apparire una cosa del genere?

 

Questa settimana le Forze di Difesa Israeliane hanno condotto un’operazione a Qabatiyah, nei pressi di Jenin. Durante l’operazione, alcuni detenuti palestinesi sono stati contrassegnati con dei numeri scritti sulla fronte e sul corpo.

La cosa richiama alla mente alcuni periodi storici. Poco dopo è arrivata anche una risposta. I comandanti, secondo quanto riferito, hanno chiarito alle forze sul campo la gravità dell’atto e dall’accaduto sono state tratte delle «lezioni».

Si sono imparate delle lezioni. È difficile pensare a una frase più israeliana di questa.

Da decenni, qui si imparano lezioni. Dopo che i palestinesi vengono uccisi, si imparano lezioni. Dopo che i detenuti vengono maltrattati, si imparano lezioni. Dopo ogni atto che avrebbe dovuto essere un’eccezione, si imparano lezioni. Eppure, in qualche modo, queste lezioni non vengono mai apprese in tempo per impedire che si verifichi il prossimo incidente. Un brevetto israeliano.

Naturalmente, non è la prima volta che qualcosa viene impresso sui palestinesi. Anche in questo caso, in passato si sono già imparate delle lezioni, per poi dimenticarle.

C’è stato il palestinese sul cui volto è stata impressa «involontariamente» una Stella di David dalla suola dello stivale di un agente di polizia. Ci sono state case palestinesi in Cisgiordania sulle quali sono state dipinte con vernice spray delle Stelle di David, come se fossero svastiche. E guardate con quanta facilità scivoliamo verso appelli pubblici affinché ai medici arabi venga impedito di curare gli ebrei.

Per non parlare della ben nota paura dei palestinesi di mostrare apertamente la propria identità nei momenti in cui le strade ebraiche diventano più violente, più nazionaliste, più vendicative. Ricordo parenti che, nei periodi di maggiore tensione, si toglievano l’hijab durante i tragitti notturni in automobile.

E anche quando cerco di non violare il divieto di «fare paragoni» con altri periodi storici, arriva Israele e imprime dei numeri sui palestinesi.

Quindi, cosa volete che pensiamo?

Ancor prima che le Forze di Difesa Israeliane annunciassero che dall’accaduto sarebbero state tratte delle lezioni, mi chiedevo se si trattasse di un soldato che agiva di propria iniziativa, se l’ordine fosse stato impartito da un comandante o se, più semplicemente, si fosse creato un clima generale nel quale sembrava accettabile numerare i detenuti palestinesi sulla fronte.

Sono consapevoli delle implicazioni evocate da questo gesto? Vogliono forse che vediamo queste immagini e facciamo dei confronti? O sono talmente immersi nel proprio senso di potere che nessuno si ferma a pensare a come possa apparire una cosa del genere?

E cosa è peggio: farlo consapevolmente oppure farlo senza comprenderne minimamente il significato?

A volte penso che ci soffermiamo troppo sul dibattito riguardo alla legittimità dei paragoni. Forse non c’è bisogno di fare paragoni.

«Loro», di cui non pronunceremo i nomi, non si mettevano in diretta mentre facevano saltare in aria le case e scherzavano sulla loro distruzione su TikTok, che all’epoca non esisteva. Non trasformavano gli omicidi di massa in uno spettacolo d’intrattenimento trasmesso in prima serata.

Forse siamo bloccati nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi.

Forse Israele non trae ispirazione da nessuno. Forse è già arrivato al punto di essere esso stesso fonte di ispirazione.

Ecco i filmati di programmi televisivi sul genocidio. Un vasto pubblico che non solo non è scioccato, imbarazzato o vergognoso, ma addirittura esulta. I media che trasformano la fame in battute durante un dibattito. I politici che si contendono le premesse per la vendetta. I soldati che documentano tutto con orgoglio.

Un’intera nazione che sta gradualmente perdendo la capacità di riconoscere i confini morali fondamentali, non per paura o per obbedienza, ma in un’atmosfera di hafla: una festa, una celebrazione.

Traduzione a cura di Grazia Parolari

di Jessica Buxbaum

Honenu: dentro la macchina legale che difende gli estremisti israeliani

Da Sde Teiman ai sospetti terroristi ebrei, Honenu fornisce supporto legale ai più noti estremisti israeliani, coltivando al contempo legami politici.

 

Nel 2025, la società israeliana è stata coinvolta in un acceso dibattito dopo la diffusione pubblica di un video che mostrava guardie israeliane violentare una detenuta palestinese nella base militare di Sde Teiman.

La destra giustificò l’assalto come parte degli sforzi bellici israeliani, mentre la sinistra appoggiò la decisione dell’allora Procuratore Generale Militare Yifat Tomer-Yerushalmi di diffondere il video, ritenendolo necessario per difendere la democrazia israeliana.

Questa doppia narrazione, tuttavia, cancellò l’atrocità stessa, concentrandosi sulle azioni di Tomer-Yerushalmi anziché sugli efferati crimini presumibilmente commessi dai soldati.

Nel marzo 2026, lo scandalo era ormai quasi dimenticato, quando il capo dell’ufficio legale militare ritirò tutte le accuse contro le cinque guardie.

L’archiviazione del caso fu merito di un gruppo chiamato Honenu, che salutò l’assoluzione come una vittoria legale.

Il peggio del peggio: la clientela di Honenu

Fondato nel 2001 da Shmuel Meidad, residente di lunga data di Kiryat Arba, un insediamento israeliano illegale a Hebron, Honenu rappresenta il peggio del peggio in Israele.

Il nome del gruppo si traduce approssimativamente con “Perdono” in ebraico e, sul suo sito web, l’organizzazione si vanta di aver aiutato “oltre 15.000 ebrei che hanno agito per conto di Am Yisrael (Nazione di Israele)”.

Gli avvocati del gruppo hanno difeso sospetti terroristi ebrei come membri di Bat Ayin Underground, un gruppo terroristico con base nell’insediamento di Bat Ayin, condannato nel 2002 per aver tentato di far saltare in aria una scuola femminile palestinese nella Gerusalemme Est Occupata, e un membro del gruppo suprematista ebraico Lehava, incriminato nel 2014 per incendio doloso presso la scuola ebraico-palestinese Hand in Hand a Gerusalemme.

Il gruppo ha anche difeso Yaakov Teitel, che ha assassinato due palestinesi nel 1997 e ha tentato di uccidere degli israeliani con ordigni esplosivi nel 2008, e Ami Popper, condannato per l’omicidio di sette palestinesi nel 1990.

Gli avvocati hanno anche rappresentato tre coloni israeliani che nel 2014 rapirono il sedicenne Mohammed Abu Khdeir dal suo quartiere nella Gerusalemme Est Occupata, per poi picchiarlo e bruciarlo vivo in una foresta fuori Gerusalemme.

Alcuni individui associati a Honenu sono entrati a far parte dell’attuale governo israeliano. Il caso più eclatante, quello del Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, che ha lavorato come avvocato per Honenu, ha rappresentato Yinon Reuveni, condannato per aver incendiato la Chiesa della Moltiplicazione in Galilea nel 2017, e il colono israeliano condannato per l’omicidio di tre membri della famiglia Dawabsheh, madre, padre e figlio di 18 mesi, in un attentato incendiario contro la loro casa nel 2015.

Anche Hillel Roth, vice responsabile civile dell’Amministrazione Civile israeliana, l’organismo militare che sovrintende alla Cisgiordania, ha lavorato per Honenu, gestendo i fondi dell’organizzazione, prima di entrare a far parte del governo.

Honenu non offre solo assistenza legale, ma ha anche fornito sostegno finanziario ai clienti e alle loro famiglie, anche dopo la detenzione, come evidenziato in un recente rapporto dell’Ufficio Nazionale per la Difesa del Territorio dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che monitora le violazioni in Cisgiordania.

“Honenu fornisce sistematicamente sostegno finanziario diretto, stipendi e aiuti alle famiglie di coloni estremisti incarcerati per aver commesso crimini terroristici o atti di violenza contro i palestinesi”, afferma il rapporto.

Secondo l’OLP, questo sostegno include stipendi mensili per i detenuti, aiuti per le famiglie con figli e copre le spese di trasporto per coloro che vanno a trovare i loro parenti in prigione.

Ad esempio, il gruppo ha raccolto fondi per Yigal Amir, l’assassinio dell’allora Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin nel 1995, e ha fornito assistenza finanziaria alla moglie di Amir.

Una serie di inchieste di Haaretz ha rivelato che il gruppo ha anche elargito denaro alle famiglie di Popper e Teitel, a Shahar Butbika, un agente della Polizia di Frontiera che ha ucciso un adolescente palestinese gettandolo fuori dal suo veicolo, e alla famiglia di Orit Strook, una parlamentare il cui figlio è stato condannato per rapimento e abusi su un bambino palestinese.

Anche i familiari dei membri di Bat Ayin Underground, dopo la loro condanna, hanno ricevuto sostegno finanziario.

“Questa è una vera ipocrisia, perché si parla molto di come l’OLP fornisca finanziamenti alle famiglie dei palestinesi incarcerati per presunti crimini nazionalisti”, ha dichiarato Natasha Soffer-Roth, direttrice della ricerca e analisi presso Diaspora Alliance, un’organizzazione che combatte l’antisemitismo e il suo abuso politico.

Chi finanzia Honenu?

Sul suo sito web, Honenu riceve finanziamenti tramite donazioni esenti da tasse provenienti da Israele e dagli Stati Uniti, da enti senza scopo di lucro come il Fondo Centrale di Israele, con sede negli Stati Uniti, e Friends of Zo Artzeinu, il braccio statunitense di raccolta fondi per Zo Artzeinu (Questa è la Nostra Terra in ebraico), un movimento israeliano che si oppone agli accordi di pace di Oslo e che ora si concentra principalmente sull’attività di insediamento agricolo.

A seguito di un’inchiesta di Haaretz, il Fondo Centrale di Israele ha temporaneamente sospeso i finanziamenti a Honenu nel 2016 a causa del suo sostegno alle famiglie di sospetti terroristi ebrei. I finanziamenti sono stati ripristinati dopo che Honenu si è impegnata a interrompere il suo sostegno finanziario alle famiglie, un aspetto che il rapporto dell’OLP mette in discussione.

“Honenu non è cambiata. La sua missione non è cambiata. Il suo linguaggio non è cambiato. Il tipo di casi che affronta non è cambiato”, ha dichiarato Soffer-Roth, che ha scritto di Honenu.

“Basta pensare al loro coinvolgimento nella difesa dei soldati accusati di abusi sessuali e torture ai danni di palestinesi nella prigione di Sde Teiman per capire che la loro visione del mondo, la loro prospettiva e i loro principi organizzativi non sono cambiati”.

Secondo la pagina delle donazioni di Honenu, Fondo Centrale di Israele continua a convogliare donazioni dagli Stati Uniti a Honenu. Le donazioni totali ricevute da Honenu nel 2024, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati finanziari, ammontano a 4.846.520 NIS (1.396.000 euro), di cui il 14% proveniente dall’estero.

Con 676.550 NIS (195.000 euro), si tratta della donazione annuale più consistente mai ricevuta dall’estero, secondo i dati finanziari disponibili.

“Honenu non è in alcun modo considerata un’organizzazione estremista. Il fatto che goda ancora dello status di esenzione fiscale da parte del governo israeliano la dice lunga, perché di fatto è sovvenzionata dai contribuenti israeliani”, ha affermato Soffer-Roth.

“Quindi, c’è un limite a quanto si possa considerare un’organizzazione che gode di tale status come al di fuori del consenso nella società israeliana e certamente nell’ambiente politico”.

 

Jessica Buxbaum è una giornalista corrispondente da Gerusalemme per MintPress News che copre Palestina, Israele e Siria. Il suo lavoro è apparso su Middle East Eye, The New Arab e Gulf News.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 

Iason Athanasiadis

L’alleanza della Grecia con Israele sta diventando un problema interno

Atene considera Israele un partner importante, ma le relazioni sono messe a dura prova dalla crescente rabbia per la vendita di armi, gli affitti elevati e la guerra genocida di Israele contro Gaza.

Domenica scorsa Israele ha diramato un raro avvertimento ai suoi cittadini in Grecia, in vista delle proteste filo- palestinesi a livello nazionale: evitate di ostentare la vostra nazionalità in pubblico.

L’avvertimento è risultato sorprendente in un Paese che gli israeliani hanno a lungo considerato uno stretto alleato, una meta turistica e di investimento, e persino un potenziale rifugio per il trasferimento.

Ma i rapporti tra Israele e la Grecia si stanno facendo sempre più complicati.

L’aumento degli affitti, che molti greci attribuiscono agli acquisti immobiliari da parte di israeliani, la rabbia per le prese in giro degli israeliani alle manifestazioni filo-palestinesi e la stretta amicizia tra il Primo Ministro Kyriakos Mitsotakis e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sono tutti fattori che alimentano il malcontento.

“Si tratta di una relazione asimmetrica, in cui una parte è potente e l’altra impotente”, ha dichiarato a Middle East Eye Konstantinos Isychos, ex viceministro della Difesa contrario all’alleanza.

“Sviluppare relazioni con Israele è un doppio suicidio perché, se il genocidio dovesse passare inosservato e impunito, creerebbe un precedente criminale e potrebbe ripetersi.”

L’ostilità si riflette nell’opinione pubblica.

Un sondaggio del Pew Research Center del 2026 ha rilevato che il 65% dei greci si opponeva alla partnership, sebbene molti la considerassero un male necessario a causa di quella che percepiscono come una Turchia espansionista.

Intanto, nelle strade, le proteste filo-palestinesi sono di gran lunga più numerose rispetto alle poche manifestazioni filo-israeliane.

Per alcuni greci, l’opposizione a questa relazione è sempre più inscindibile dal denaro che Atene spende in armi e tecnologie di sorveglianza israeliane durante la guerra genocida di Israele contro Gaza .

“Non ci sono mai fondi disponibili per ospedali migliori, aerei antincendio, treni o pensioni”, ha dichiarato a MEE Iason Apostolopoulos, attivista pro-Palestina e soccorritore di migranti nel Mediterraneo centrale per l’associazione italiana Mediterranea Saving Humans.

“Ma ci sono sempre fondi per acquistare Predator [un programma di sorveglianza] e pacchetti di armi da Israele che alimentano una macchina militare che produce quotidianamente occupazione, morte e apartheid.”

Questa crescente reazione negativa si sta ora facendo sentire anche tra gli israeliani che un tempo vedevano la Grecia come una meta attraente per sfuggire a un paese che considerano sempre più costoso, violento e disfunzionale.

Nel 2025 quasi 100.000 israeliani hanno lasciato il Paese per più di tre mesi, segnando il terzo anno record.

Gli emigranti, che tendono a essere critici nei confronti delle politiche di Netanyahu, citano la costante minaccia di attacchi missilistici e l’alto costo della vita come ragioni principali della loro partenza.

“L’acquisto di proprietà in Grecia e a Cipro è diventato la risposta laica al progetto di insediamento”, ha dichiarato a MEE Ehud Eiran, professore associato di scienze politiche all’Università di Haifa.

“Mentre il progetto degli ortodossi era quello di ritirarsi in montagna e dedicarsi alla religione, il progetto dei laici è quello di andare a Ovest e acquistare proprietà laggiù.”

Costruire una partnership

Secondo Eiran, i primi sionisti cercarono inizialmente di essere accettati nella regione nella speranza che Israele potesse essere separato dall’Impero ottomano attraverso negoziati.

David Ben Gurion studiò a Istanbul, mentre il pioniere della diplomazia Abba Eban studiò arabo a Cambridge.

“I pirati ebrei si univano ai musulmani nell’attaccare le galee cristiane”, osserva Eiran, “e i pochi ebrei coinvolti nella battaglia navale di Lepanto, dove gli Ottomani si scontrarono con la cristianità, combatterono sotto la bandiera ottomana”.

Ma l’idea iniziale che Israele, in quanto Stato, potesse trovare un suo posto nella regione fu gravemente compromessa dagli eventi che hanno accompagnato la sua creazione e dai conflitti che ne sono seguiti.

Sebbene gli attuali alleati di Israele come la Grecia e l’India si fossero uniti a paesi a maggioranza musulmana come Egitto, Arabia Saudita, Iran e Turchia per votare contro il Piano di spartizione della Palestina delle Nazioni Unite nel 1947, esso fu comunque approvato.

Scoppiarono immediatamente scontri tra le comunità ebraica e araba della Palestina, il che spinse le autorità del mandato britannico a ritirarsi anziché tentare di attuarlo.

Israele ha vinto quattro guerre consecutive nel 1948, 1956, 1967 e 1973, spingendo i paesi vicini come Egitto e Giordania ad avviare negoziati di pace. Questi accordi non godevano di grande popolarità, ma offrivano un notevole valore strategico. Gli Accordi di Abramo hanno dato il via a una nuova serie di intese nel 2020, le più promettenti delle quali sono state quelle con il Marocco e gli Emirati Arabi Uniti.

Il successivo rifiuto di Israele da parte di gran parte della regione ha infine spinto il paese verso forme alternative di integrazione regionale, tra cui una partnership con la Grecia.

Da allora, la relazione si è evoluta da una discreta cooperazione militare a uno dei partenariati strategici più importanti di Israele nel Mediterraneo.

Grecia e Cipro offrono a Israele accesso diplomatico e industriale all’Unione Europea, consentendo al contempo alle forze israeliane di simulare bombardamenti o combattimenti in territori simili a quelli dei suoi antagonisti regionali.

Cipro offre a Israele l’accesso a una base navale affacciata sul Libano, mentre la metà dell’isola sotto occupazione militare turca è di interesse in quanto avvicina Ankara al raggio d’azione dei suoi missili.

I tre paesi stanno collegando le proprie reti elettriche, sviluppando le riserve sottomarine di gas naturale e discutendo di pattugliamenti congiunti nel Mediterraneo orientale.

Una svolta decisiva si verificò nel 2010, quando l’ex primo ministro greco Yorgos Papandreou incontrò Netanyahu in un ristorante di Mosca e lo invitò a cena. L’incontro contribuì a spianare la strada a una relazione più stretta tra i due Paesi.

Eppure la cooperazione esisteva già da molto tempo prima. Sebbene la Grecia sia stata tra gli ultimi paesi occidentali a riconoscere Israele, nel 1990, la giunta militare greca acquistò segretamente armi da Israele negli anni ’60 e discusse la possibilità di creare fabbriche di armi congiunte.

Tale rapporto fu interrotto dal ripristino della democrazia nel 1975, ma i legami ripresero negli anni ’90 attraverso la cooperazione in materia di intelligence e militare. Diventarono pubblici nel 2002 e si intensificarono con il deteriorarsi delle relazioni tra Israele e Turchia.

I caccia israeliani hanno iniziato a utilizzare lo spazio aereo greco per l’addestramento, offrendo a Israele un’importante opportunità per prepararsi alle operazioni a lungo raggio.

“L’israeliano medio non sa che la facilità con cui la loro aviazione è riuscita a raggiungere Teheran, compresi i rifornimenti in volo, è stata dovuta all’addestramento che hanno avuto l’opportunità di svolgere sopra la Grecia”, ha dichiarato a MEE Angelos Raphael, traduttore e guida turistica residente in Israele.

Nel 2015, la Grecia è diventata il secondo Paese, dopo gli Stati Uniti, a firmare un accordo di cooperazione militare con Israele, che consente ai due Paesi di ospitare reciprocamente truppe e materiale bellico.

“Devono essere stati concordati molti più punti di quelli annunciati”, ha detto Isychos, il cui mandato come viceministro della Difesa ha coinciso con la firma dell’accordo, ma che era in aperto contrasto con il suo ministro.

La scoperta di giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale ha fornito un ulteriore incentivo a una più stretta cooperazione.

“Quando abbiamo scoperto i giacimenti di gas intorno al 2010, siamo passati improvvisamente dall’essere un paese povero di energia a un esportatore di energia”, ha affermato Eiran.

“Abbiamo definito i confini marittimi con Cipro, pianificato la posa di gasdotti e di un collegamento elettrico da qui alla Grecia… per noi era più facile parlare pubblicamente di energia e infrastrutture piuttosto che della Turchia come nemico comune.”

Quella che era nata come una partnership in materia di energia e sicurezza si è poi evoluta in una relazione strategica molto più ampia, incentrata sulla cooperazione militare, sull’intelligence e sul posizionamento di Israele e dei suoi alleati nel Mediterraneo.

Conseguenze del Patto della Mecca

Tale ruolo è diventato ancora più importante in quanto Israele si trova ad affrontare un contesto di sicurezza regionale in continua evoluzione.

Quando il 7 agosto la Turchia ha firmato un patto di difesa reciproca con la potenza economica Arabia Saudita e il Pakistan, dotato di armi nucleari, i funzionari si sono premurati di precisare che la nuova alleanza non era diretta contro alcun Paese in particolare, soprattutto contro l’Iran.

Ma l’assenza dell’Egitto e il peso strategico dei tre paesi hanno alimentato in Israele le speculazioni secondo cui, in pratica, l’attacco fosse diretto contro Israele.

“Potrebbe avere conseguenze estremamente gravi sia nel Mediterraneo che sul fronte siriano”, ha avvertito il ministro israeliano per gli affari della diaspora, Amichai Chikli, “e ci impone di rafforzare le nostre alleanze con Grecia, Cipro, Emirati Arabi Uniti, Somaliland e India”.

Per anni, Israele ha costruito quello che Netanyahu ha definito un “esagono di alleanze”.

Le partnership sono fortemente incentrate sul settore marittimo e si estendono dall’Oceano Indiano attraverso l’India, attraverso il Golfo Persico passando per gli Emirati Arabi Uniti, fino al Mar Rosso attraverso il Somaliland e attraverso il Mediterraneo attraverso la Grecia, Cipro e il Marocco.

È significativo notare come le scelte di Israele in fatto di alleati siano tutte radicate in punti strategici di strozzatura marittima o nelle loro vicinanze: il Marocco si trova su un lato di Gibilterra, controllando l’accesso al Mediterraneo; la Grecia controlla l’accesso agli stretti turchi; il Somaliland si trova di fronte al collo di bottiglia di Bab el-Mandeb che dà accesso al Mar Rosso; e gli Emirati Arabi Uniti si estendono su entrambi i lati di Hormuz.

Nel frattempo, Grecia e Cipro conferiscono a Israele una profondità strategica nel Mediterraneo orientale.

“Il rapporto con Israele pone la Grecia in una posizione tale da poter regolare le situazioni nel Mediterraneo e in Medio Oriente”, ha dichiarato a MEE Alexandros Itimoudis, analista geopolitico.

“Offriamo a Israele una profondità strategica, sapendo che alle sue spalle possono contare sul sostegno della Grecia e di Cipro.”

Poiché lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb sono attualmente inaccessibili a Israele a causa delle azioni militari dell’Iran e degli Houthi yemeniti, il Mediterraneo ha assunto maggiore importanza.

Israele ha intensificato la cooperazione in materia di intelligence e difesa con il Marocco, oltre a fornire sostegno diplomatico alla rivendicazione di Rabat sulla semi-enclave spagnola di Ceuta.

Nel Mediterraneo orientale, intanto, ha rafforzato i legami con la Grecia e Cipro, fornendo armi che fanno parte di una più ampia rete di sicurezza volta a fronteggiare il comune avversario turco.

Ma gli analisti israeliani sono cauti nel dare troppa importanza a questa relazione.

“Si tratta di una solida collaborazione, ma non la definirei un’alleanza”, ha affermato Gallia Lindenstrauss, specialista del Mediterraneo orientale presso l’Istituto israeliano per gli studi sulla sicurezza nazionale.

“Si sta sviluppando una capacità indipendente, ma senza l’aspettativa che le parti si aiutino a vicenda per affrontare l’avversario in caso di conflitto.”

Vendita e posizionamento di armi

La relazione strategica è forse più evidente nella rapida espansione delle vendite di armi israeliane alla Grecia.

A luglio Israele ha completato una tripletta di importanti vendite di sistemi di difesa aerea nel Mediterraneo, quando la Grecia ha siglato un accordo da 3 miliardi di euro che prevede l’utilizzo di molti degli stessi sistemi venduti a Marocco e Cipro nel 2022.

L’accordo fornirà alla Grecia un sistema nazionale unificato di difesa aerea, collegando potenzialmente le reti di sorveglianza aerea dominate da Israele alle estremità opposte del Mediterraneo, forse attraverso protocolli nascosti che condividono la telemetria e offrono una backdoor per accedere al codice sorgente delle apparecchiature.

Sono sorti anche dubbi sul fatto che lo scudo antimissile fornito dalla Grecia all’Arabia Saudita potesse contenere un elemento cavallo di Troia a vantaggio di Tel Aviv.

Ad aprile, la Grecia ha concordato di spendere 650 milioni di euro per 36 lanciatori di artiglieria missilistica, missili a guida di precisione con una gittata fino a 300 km, munizioni a volo stazionario e un pacchetto di supporto decennale da parte del più grande produttore di armi israeliano, Elbit Systems.

Ad agosto, Atene ha acquistato veicoli blindati per un valore di 1,5 milioni di euro dal produttore israeliano Shladot, sulla base di un precedente accordo con la polizia greca per l’acquisizione di questi robusti veicoli, spesso visti nei servizi giornalistici sulla Cisgiordania occupata.

La Grecia prevede inoltre di produrre, in collaborazione con Israel Aerospace Industries, un drone spia sottomarino difficile da individuare, denominato Blue Whale. Il sottomarino può rimanere immerso fino a un mese.

Per i critici di questa partnership, l’attrattiva della tecnologia militare israeliana è inseparabile dal suo utilizzo nella guerra genocida di Israele contro Gaza e nei decenni di occupazione.

“L’industria bellica israeliana deve il suo successo alla capacità di testare le proprie armi sui palestinesi, dimostrando attraverso questi infiniti laboratori umani quanto siano utili”, ha dichiarato a MEE Yaar Dagan, docente di diritto internazionale alla Middlesex University e autore del libro di prossima pubblicazione ” Drones, Settler Colonialism, and the Law: How Israel Became a Drone Superpower” .

“Quale altro Paese può dimostrare di aver testato le proprie armi su migliaia di persone in migliaia di località?”

Il sistema di difesa aerea da 3 miliardi di euro sarà inoltre interoperabile con il sistema di comunicazioni crittografiche Link 16 della NATO, integrando ulteriormente la Grecia in una più ampia architettura militare.

Sviluppo dell’IA

Il rapporto si sta evolvendo, passando dalla tradizionale vendita di armi all’intelligenza artificiale e ai sistemi di dati militari.

La Grecia sta sviluppando una rete di comando e controllo (C2) basata sull’intelligenza artificiale, progettata per combinare i dati provenienti dai sensori e dai radar greci esistenti con le informazioni conformi agli standard NATO provenienti dagli F-16 e dagli F-35 greci e per integrarle nel sistema Achilles Shield.

Un centro di controllo C4I israeliano, costruito su misura, combinerà gli input provenienti dai radar ELM-2084 acquistati da Israele e dai caccia greci, consentendo al sistema di tracciare i droni nemici in tempo reale e di ridurre al minimo i ritardi nel trasferimento dei dati.

“Nessun sistema offre una protezione al 100% e non sappiamo ancora come reagirà in condizioni reali”, ha dichiarato a MEE il tenente generale in pensione Konstantinos Loukopoulos.

“Dopotutto, basta guardare quante volte l’Iron Dome o persino il Patriot, che è un sistema autonomo, sono stati penetrati dai missili iraniani.”

Lo Scudo di Achille fa parte del più grande rinnovamento del sistema difensivo nella storia moderna greca.

La spesa per la difesa è aumentata da 5,5 miliardi di dollari nel 2019 a oltre 8 miliardi di dollari all’anno.

Nell’ambito del suo progetto 2030, la Grecia prevede di spendere quasi 28 miliardi di euro per la modernizzazione militare entro il 2036, portando la spesa per la difesa al 3,5% del PIL. Gli acquisti includono tre aerei da trasporto e rifornimento C-390 Millennium, missili Hellfire per gli elicotteri Apache e sistemi sonar per le fregate.

“La Grecia non si sta preparando solo a un conflitto tradizionale che coinvolge aerei, navi e unità corazzate”, ha scritto Aleksander Olech su Defence 24. “Si sta preparando a un campo di battaglia ad alta intensità in cui droni, missili, guerra elettronica e velocità di elaborazione dei dati determineranno l’efficacia delle forze armate”.

Atene, tuttavia, non si accontenta del solo accesso alle armi israeliane. Desidera sviluppare e produrre congiuntamente tecnologie militari, sfruttando la cooperazione con Israele per acquisire competenze e tecnologie, utilizzando al contempo in misura maggiore il proprio bacino di ingegneri e scienziati.

Israele, tuttavia, intravede un’opportunità tutta sua.

“La Grecia ha menti brillanti, ma poiché è in gran parte corrotta, non riesce a sfruttarle al meglio”, ha affermato Benny Nathan, professore greco-israeliano presso la Facoltà di Ingegneria Aerospaziale del Technion, la principale università tecnologica israeliana.

“L’obiettivo è sfruttarli affinché funzionino in modo più simile ai talenti israeliani, ovvero Israele si aggiudica le menti e la Grecia il know-how.”

Le aziende israeliane hanno inoltre ampliato la loro presenza nel settore della difesa greco, acquisendo società che possono accedere ai finanziamenti dell’Unione Europea per il settore della difesa.

La Turchia ha perseguito una strategia simile acquisendo aziende del settore della difesa in Italia.

La collaborazione si è estesa anche alle tecnologie di sorveglianza. Israele ha autorizzato la vendita di sofisticati software spia come Predator e Pegasus rispettivamente a Grecia e Marocco, e forse anche a Cipro.

Si ritiene che il software contenga una backdoor tecnologica, che potrebbe consentire a Israele di trarre vantaggio diplomatico dall’accesso alle comunicazioni intercettate.

Per la Grecia, tuttavia, il crescente valore strategico della partnership comporta un costo politico.

Quanto più i due Paesi si avvicinano militarmente, tanto più diventa difficile per Atene separare il suo rapporto con Israele dalla rabbia dell’opinione pubblica generata dalla guerra genocida di Israele contro Gaza.

I cittadini greci e ciprioti criticano sempre più spesso la partnership tra il loro paese e Israele, temendo una forma di colonizzazione morbida, e citano come esempi le proposte di acquisto di isole greche o casi in cui investitori israeliani hanno bloccato l’accesso alla costa o a interi villaggi dopo aver effettuato gli acquisti.

Mentre Israele cerca di costruire una rete di alleanze mediterranee per compensare un contesto regionale in rapida evoluzione, la Grecia si trova al centro di una relazione che molti dei suoi cittadini mettono sempre più in discussione.

 

Traduzione a cura di Grazia Parolari

 

L’ADL vuole cancellare Susan Abulhawa

L’Anti-Defamation League , uno dei gruppi di odio anti-palestinesi più influenti al mondo , sta chiedendo a una grande casa editrice di interrompere la pubblicazione di Susan Abulhawa , una delle principali scrittrici palestinesi.

Mentre il genocidio a Gaza continua, la lobby filo-israeliana negli Stati Uniti sta intensificando la sua campagna contro l’espressione culturale palestinese in Occidente.

Ora, l’ Anti-Defamation League , uno dei gruppi di odio anti-palestinesi più influenti al mondo , sta chiedendo a una grande casa editrice di interrompere la pubblicazione di Susan Abulhawa , una delle principali scrittrici palestinesi.

All’inizio di agosto, una delle filiali di Simon & Schuster ha annunciato la ripubblicazione di due romanzi di Abulhawa. Da allora, la lobby ha intensificato le pressioni per la cancellazione dei libri, sostenendo che l’autrice abbia utilizzato una “retorica antisemita”.

Essere una scrittrice di successo non ha mai impedito ad Abulhawa di denunciare l’oppressione del suo popolo. Ha visitato Gaza all’inizio del genocidio e ha scritto saggi e reportage sul campo per The Electronic Intifada.

Parlando giovedì a The Electronic Intifada, Abulhawa si è mostrato intransigente, respingendo con rabbia le affermazioni della lobby israeliana.

«Solo il sionismo arriva già avvolto in un preteso diritto ereditario alla cura e alla tenerezza del mondo”  ha affermato. «Io la rifiuto. La respingo categoricamente».

«C’è stato un periodo della mia vita in cui  stavo attenta… era una sorta di autocensura interiorizzata… quella versione di me è sepolta da qualche parte tra Sabra e Shatila [il massacro del 1982 in Libano, sostenuto da Israele] e l’ospedale Nasr, dove hanno lasciato morire di fame cinque neonati, soli al buio, che piangevano, piangevano e piangevano.»

Atrocità

Abulhawa si riferiva all’invasione dell’ospedale pediatrico al-Nasr, nella Striscia di Gaza settentrionale, avvenuta nel novembre 2023. Gli invasori espulsero il personale sanitario dall’ospedale, bloccandone ogni accesso.

“L’esercito israeliano ha lasciato morire cinque neonati palestinesi nelle loro culle”, ha riportato all’epoca Nora Barrows-Friedman di The Electronic Intifada . “I piccolini sono morti di fame, di freddo e di solitudine. I loro corpi si sono decomposti. Erano ancora collegati a ventilatori e flebo.”

L’ADL, che per decenni ha spiato i cittadini statunitensi per conto del Mossad israeliano , questa settimana ha pubblicato un post su X insistendo sul fatto che i libri di Abulhawa “non hanno posto nel catalogo di una casa editrice di rilievo” e affermando che è “inaccettabile” che Simon & Schuster presti la sua “piattaforma e il suo prestigio a qualcuno con una storia documentata di disumanizzazione degli ebrei”.

Come esempi di quello che a suo dire era “antisemitismo” nei libri di Abulhawa, l’ADL ha citato il suo romanzo “Mattina a Jenin” , in cui un personaggio descrive gli israeliani come privi di qualsiasi legame storico con la Palestina, definendoli “stranieri dalla pelle di giglio senza alcun attaccamento alla terra” e una “minoranza straniera”.

L’ADL non ha contestato la veridicità fattuale di questa affermazione fatta da un personaggio di fantasia, ma si è limitata ad affermare che fosse “antisemita”.

“Rifiuto categoricamente l’accusa di essere antisemita”, ha risposto Abulhawa nella sua intervista a The Electronic Intifada. “Questo è un ulteriore livello di colonizzazione… è la colonizzazione del linguaggio stesso.”

Nello stesso romanzo, lamenta l’ADL, “un personaggio dice a un ebreo: ‘Non sei diverso dai nazisti’… un altro passaggio afferma che i palestinesi ‘hanno pagato il prezzo dell’olocausto ebraico’… una forma grottesca di antisemitismo”.

Ancora una volta, l’ADL non cita alcuna prova a sostegno delle sue affermazioni di “antisemitismo”.

Secondo quanto appreso da fonti di Electronic Intifada, l’ADL sta esercitando forti pressioni sulla casa editrice affinché i libri di Abulhawa vengano ritirati dal mercato. “I dirigenti ne stanno discutendo” in riunioni a porte chiuse, come è stato riferito a questo giornalista all’inizio di questa settimana.

La campagna del gruppo di pressione ha spinto l’amministratore delegato Greg Greeley a inviare un’e-mail a tutta l’azienda per affrontare le “preoccupazioni” riguardanti “questa importante questione”. L’e-mail è stata ottenuta da The Electronic Intifada.

Greeley ha difeso la pubblicazione dei libri di Abulhawa, “ampiamente acclamati”, e ha affermato che la casa editrice continuerà a stamparli. Tuttavia, ha anche condannato i “commenti di Abulhawa sui social media e altrove, che includono una retorica dannosa, disumanizzante e antisemita”.

Ha scritto che: “Essere una casa editrice impegnata a pubblicare un’ampia gamma di opere e prospettive significa inevitabilmente che a volte pubblicheremo autori le cui parole o azioni al di fuori dei loro libri non condividiamo affatto, o che troviamo addirittura offensive o odiose. Pubblicare un’opera non significa avallare ogni affermazione fatta dal suo autore.”

Campagna

La campagna di lobby israeliana contro Abulhawa è stata amplificata dai media di destra.

Questa settimana il Washington Free Beacon l’ha diffamata definendola “una scrittrice notoriamente antisemita” in un articolo sulla campagna contro Simon & Schuster.

E scrivendo per The Free Press questa settimana, Gerald Posner, autore di Simon & Schuster, ha invitato gli scrittori a boicottare la sua casa editrice occasionale se non avesse eliminato l’Abulhawa.

Simon & Schuster “non dovrebbe” pubblicarla, ha scritto, sottintendendo che la casa editrice stesse incoraggiando “l’incitamento all’odio”.

Ha accusato Abulhawa di avere una “storia pubblica incendiaria”, di scrivere per The Electronic Intifada – “una pubblicazione online radicale filo-palestinese” – e di elogiare la resistenza palestinese.

Posner ha inoltre attaccato i post di Abulhawa su X e ha accusato l’editore di “grave negligenza” qualora non avesse provveduto a verificarne la veridicità. In uno di questi post, ha lamentato, Abulhawa avrebbe affermato che Israele è governato da “demoni suprematisti ebrei”.

Posner lavora per la cosiddetta “Jordan Peterson Academy”, un servizio di streaming video online non accreditato, fondato dall’omonimo influencer della manosphere (ndt “influencer legato all’ambiente misogino/mascolinista online”). La quota annuale per il servizio è di 499 dollari, come riportato da Slate .

Oltre alle motivazioni anti-palestinesi, gli appelli di Posner al boicottaggio di Simon & Schuster potrebbero essere motivati ​​anche dal fatto che la casa editrice sembra ormai disinteressata ai suoi libri.

“Non sono le mie parole l’atrocità”

Nel suo editoriale per The Free Press , ha ammesso che “negli ultimi anni” il suo editore aveva rifiutato due delle sue proposte di libro: una che a quanto pare si sarebbe scagliata contro le terapie mediche di affermazione di genere e u’altra che sembrava voler dipingere i palestinesi come nazisti.

Per decenni, Posner è stato anche uno dei principali promotori della versione ufficiale del governo sull’assassinio del presidente John F. Kennedy, sostenendo – nonostante tutte le prove contrarie , inclusa una seconda indagine governativa che ammetteva che JFK fosse stato “probabilmente assassinato a seguito di una cospirazione” – che l’ agente della CIA Lee Harvey Oswald avesse agito come unico attentatore.

Il libro di Posner del 1993 sull’argomento è stato ampiamente confutato da ricercatori indipendenti su JFK, tra cui il rispettato studioso Peter Dale Scott .

Nell’intervista, Abulhawa ha affermato che in tutta la storia nessun popolo colonizzato è mai stato obbligato “a comportarsi in modo appropriato per non offendere chi ne è responsabile”.

Ha espresso la sua frustrazione per “l’idea che la Palestina possa essere liberata sulla base delle buone maniere mentre Israele conduce una campagna di sterminio”, definendola “incredibile”.

«Le mie parole non sono l’atrocità», ha affermato. «Il genocidio è l’atrocità e continuerò a parlare come faccio, a prescindere dal costo, perché voglio che le persone si sentano incoraggiate a non trattenersi più».

“Ho le mie parole. Ho il linguaggio. Sono una scrittrice. E questo è tutto. Questo è l’unico potere che posso esercitare, e se ferisce i loro sentimenti, tanto meglio.”

Spie dell’ADL

Tra gli anni ’60 e ’90, l’ADL impiegò un agente sotto copertura di nome Roy Bullock per infiltrarsi e sabotare il movimento di solidarietà con la Palestina e altre cause negli Stati Uniti. Bullock raccolse dossier su migliaia di gruppi e individui progressisti, di sinistra e arabi.

Bullock arrivò persino a tentare, in modo tristemente noto, di screditare l’American-Arab Anti-Discrimination Committee, piazzando materiale informativo del gruppo sui tavoli del convegno della rivista negazionista dell’Olocausto Journal of Historical Review .

Secondo quanto riportato nel 1993 dal compianto giornalista investigativo del Village Voice, Robert I. Friedman : “La polizia ha confiscato i fascicoli dell’ADL relativi a centinaia di gruppi di rilievo, da ACT UP a Peace Now”.

Secondo Friedman: “Le indagini dell’FBI e della polizia di San Francisco hanno rivelato che l’ADL ha condiviso almeno parte del suo materiale di spionaggio con funzionari del governo israeliano. Inoltre, Israele avrebbe utilizzato informazioni provenienti dall’ADL per detenere palestinesi americani che si recavano nel Paese.”

Le cause civili intentate contro Bullock e l’ADL negli anni ’90 si sono concluse con un accordo extragiudiziale nel 2002 per 178.000 dollari.

Ma l’ADL non ha mai ammesso di aver commesso alcun illecito e non ha mai dovuto affrontare alcuna grave sanzione.

Gli attivisti solidali con la Palestina potrebbero ben chiedersi cosa stia facendo in segreto l’ADL oggi.

“Gaza ha alterato il nostro DNA collettivo”, ha scritto Susan Abulhawa in un articolo per The Electronic Intifada nel 2024. “Siamo uniti nel nostro amore, nel nostro dolore e nella nostra determinazione a resistere e ad intensificare la lotta finché la Palestina non sarà liberata e questi sionisti genocidi non saranno chiamati a rispondere delle loro azioni allo stesso modo in cui lo furono i nazisti”.

Nel novembre del 2024 è apparsa nel Regno Unito presso la società di dibattito Oxford Union, dove ha tenuto un discorso molto apprezzato .

Rivolgendosi ai sionisti di tutto il mondo, Abulhawa si è mostrata intransigente: “Non ci cancellerete, non importa quanti di noi ucciderete, tutto il giorno, tutti i giorni. Non siamo le pietre che Chaim Weizmann pensava che avreste potuto rimuovere dalla terra”, ha affermato, riferendosi al primo presidente di Israele.

«Noi siamo la sua stessa terra. Siamo i suoi fiumi, i suoi alberi e le sue storie, perché tutto ciò è stato nutrito dai nostri corpi e dalle nostre vite per millenni di continua e ininterrotta occupazione di quel lembo di terra tra il Giordano e le acque del Mediterraneo, dai nostri antenati cananei, ebrei, filistei e fenici, a ogni conquistatore o pellegrino che è venuto e andato, che si è sposato o ha violentato, ha amato, ha ridotto in schiavitù, si è convertito da una religione all’altra, si è stabilito o ha pregato nella nostra terra, lasciando pezzi di sé nei nostri corpi e nella nostra eredità.»

Ha proseguito: “Le storie leggendarie e tumultuose di quella terra sono letteralmente nel nostro DNA. Non si possono cancellare né sopprimere con la propaganda, a prescindere dalla tecnologia di morte utilizzata o dagli arsenali mediatici di Hollywood e delle grandi aziende messi in campo.”

“Un giorno, la vostra impunità e la vostra arroganza finiranno. La Palestina sarà libera.”

La società di dibattito – che si erge a baluardo della libertà di parola – ha censurato il video del suo intervento sul proprio canale YouTube , prima cancellandolo e poi ricaricandolo con oltre due minuti del suo discorso rimossi, nonostante avesse promesso di rispettare il suo diritto alla libertà di espressione.

I commenti censurati includevano affermazioni storicamente accurate sul fatto che le forze israeliane avessero disseminato il Libano meridionale di ordigni esplosivi, nonché altre affermazioni fattuali su come Israele abbia sistematicamente stuprato e aggredito sessualmente uomini, donne e bambini palestinesi, tra cui il prigioniero torturato Dr. Adnan al-Bursh , che potrebbe essere stato letteralmente stuprato a morte .

Asa Winstanley è un giornalista investigativo che vive a Londra. È redattore associato di The Electronic Intifada e co-conduttore del nostro podcast. È autore del libro di successo Weaponining Anti-Semitism: How the Israel Lobby Brought Down Jeremy Corbyn (OR Books, 2023).

 

Traduzione a cura di Grazia Parolari

 

da RSI Info di Bettina Muller

Cisgiordania, diversi Paesi condannano la colonia israeliana E1

La denuncia è nei confronti delle violenze senza precedenti contro i civili palestinesi – Avvertite anche le aziende di costruzione

 

Sette Paesi UE contro la colonia E1 in Cisgiordania

Il servizio di Bettina Müller sulla colonia E1 in Cisgiordania

Una dichiarazione congiunta denuncia i livelli di violenza senza precedenti contro i civili palestinesi in Cisgiordania. Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Canada l’hanno firmata giovedì. “La decisione del governo israeliano di pubblicare un bando di concorso per la costruzione della colonia E1 in Cisgiordania è inaccettabile”, scrivono.

Anche i Paesi Bassi e la Norvegia si sono aggiunti a questo appello, che è solo l’ennesimo di una serie di prese di posizione rimaste finora senza alcun effetto concreto.

Cos’è la colonia E1

Si tratta di una zona di 12 chilometri quadrati adiacente Gerusalemme est, in territorio palestinese occupato. È lì che Israele intende costruire una colonia con 3’400 case, collegando in un’unica fascia diversi insediamenti ebraici con Gerusalemme. Questo a discapito dei palestinesi in Cisgiordania, che vedrebbero tagliato in due il loro territorio.

Il bando di concorso

Il governo israeliano ha pubblicato il bando di concorso per la costruzione di 1’200 abitazioni. Il concorso scade a pochi giorni dalle elezioni. L’Unione europea aveva preso posizione una settimana fa contro questo progetto, con parole misurate e senza condanna esplicita.

Un appello caduto nel vuoto, come quelli precedenti: pochi giorni dopo il governo Netanyahu ha pubblicato i bandi di concorso per E1.

Le novità: avvertimento alle aziende

La novità della dichiarazione congiunta di giovedì sta nel fatto che si mettono in guardia non solo Israele, ma anche le aziende di costruzione che parteciperanno agli appalti. Secondo il diritto internazionale, l’operazione è illegale e chi vi parteciperà potrebbe incorrere in procedimenti costosi.

Fra i firmatari ci sono anche Germania e Italia, i due Paesi che a livello UE si sono sempre opposti a misure concrete come sanzioni economiche nei confronti del governo Netanyahu.

Claudia Carpinella per InsideOver

Cisgiordania: la banalità del Terrore

In Cisgiordania la normalità palestinese si misura ormai sull’assenza di morti, demolizioni ed espulsioni. Tra violenze dei coloni, checkpoint, terre sottratte e segregazione quotidiana, anche la sopraffazione più brutale rischia di diventare routine. Fanno notizia solo i picchi di violenza, mentre il resto scivola nel silenzio. Così, dove nessuno è stato ucciso, si può persino parlare di un fine settimana tranquillo: la normalizzazione del terrore.

I coloni israeliani assediano le case dei palestinesi a Qusra

Quando non ci sono morti ammazzati, dai coloni o dall’esercito israeliano, quella sì che è una giornata tranquilla in Cisgiordania. La soglia di ciò che, per i palestinesi della West Bank, può essere considerato normale è ormai arrivata a tanto.

Un palestinese ha raccontato ad Haaretz che il suo villaggio, Beit Duqqu, a nord-ovest di Gerusalemme, “aveva subito pochi danni” da un recente attacco. Così il giornale israeliano ha voluto capire cosa intendesse per “pochi danni”. Decine di chilometri quadrati di terra rubati per costruire insediamenti israeliani. Qualche saltuaria razzia dei coloni nel villaggio. Pochi palestinesi feriti. Questo, per i palestinesi, è riassumibile con “pochi danni”.

Ed è questo, annota il giornale israeliano, “lo standard a cui la vita palestinese in Cisgiordania è stata ridotta”. Un villaggio è considerato relativamente fortunato quando Israele ha preso solo una parte della sua terra e i coloni vi hanno fatto irruzione “solo occasionalmente”. “Un giorno tranquillo è quello cui la violenza rimane al di sotto della soglia della morte, della demolizione o dell’espulsione.”

Nell’ultima settimana i media si sono accorti delle violenze in Cisgiordania per via dell’assedio di Qusra. Quindici coloni hanno assediato tre case di palestinesi, sequestrando di fatto quindici persone, tra cui due bambini, e tagliando loro acqua ed elettricità. Fatto così grave da meritare, per una volta, qualche menzione. L’ennesimo attacco, che si aggiunge agli oltre tremila registrati da gennaio 2025 a giugno 2026. Sei aggressioni di coloni al giorno: questa è la media di tale impunita violenza.

Barbarie non certo casuale, ma frutto di una politica che Human Rights Watch, nel suo ultimo rapporto, descrive così: “I coloni sparano, attaccano ed espellono i palestinesi dalla loro terra, mentre lo Stato fornisce le armi, la copertura legale e il budget per farlo”. Del resto, si legge ancora nel rapporto, “il governo israeliano e i coloni condividono lo stesso obiettivo di ‘prendere più terra possibile e ridurre al minimo la presenza palestinese’”.

L’apartheid in Cisgiordania

Sui media locali e internazionali fanno notizia solo i picchi di violenza, gli episodi eclatanti, come quanto avvenuto nei giorni scorsi a Qabatiyah, dove i palestinesi arrestati sono stati marchiati con dei numeri, riecheggiando, come hanno scritto in tanti, quanto avveniva nei campi di sterminio nazisti (i soldati si sono poi scusati, tutto perdonato, come non fosse successo nulla; ma il simbolismo rimane).

Ma maggior parte degli episodi di violenza e sopraffazione restano sottotraccia. Sono parte del quotidiano, di una brutale routine. La segregazione razziale nella Cisgiordania, ad esempio, passa anche per le stazioni di servizio. Pompe di benzina separate: una per gli israeliani e una per i palestinesi, rigorosamente con prezzi maggiorati, ovviamente, per questi ultimi. Lo racconta un tassista palestinese ad Haaretz, senza sdegno, quasi fosse una delle tante incombenze della giornata.

L’occupazione è più visibile quando i soldati invadono un villaggio o quando i coloni danno fuoco alle case dei palestinesi. Eppure, continua Haaretz, gran parte dell’apartheid viene esercitato in modalità meno vistose: “Decidere chi può comprare carburante, chi può usare una strada, quale villaggio può essere chiuso e quanto tempo di un palestinese può essere rubato senza attirare l’attenzione”.

Un altro episodio spiega bene lo stato di apartheid che regna in Cisgiordania. Le strade per i palestinesi sono poche e scorrono a singhiozzo. Sono oltre 900 i checkpoint, tra fissi e mobili, che frammentano la regione, impedendo il naturale scorrere delle giornate degli abitanti (palestinesi, si intende). Andare al lavoro o raggiungere un ospedale non è un diritto. Dipende da chi presiede i posti di blocco, dalla sua etica o, come spesso accade, dall’umore del momento.

Non solo: “Una lunga fila di auto era ferma sulla strada che porta ad Atara”, si legge nell’articolo di Nagham Zbeedat. Ma a bloccare il traffico non erano i soldati israeliani o un checkpoint. “Era un colono che, in piedi, in mezzo alla strada, ne impediva il passaggio”. Le famiglie palestinesi hanno aspettato diverse ore nelle loro auto perché quel colono aveva deciso che non potevano passare. E nessuno poteva dire o fare nulla, coscienti che rischiavano l’intervento dell’esercito, con tutte le conseguenze del caso.

Nessun media ha riportato l’accaduto. D’altronde, “non c’erano morti né feriti, una situazione classificata come ‘pacifica’”. In Cisgiordania la vivibilità non la si misura in base ai criteri che valgono per le democrazie. La si misura in base al numero di persone uccise, arrestate, ferite, malmenate e alle demolizioni delle case. Ecco perché Beit Duqqu, il villaggio di cui parlavamo all’inizio, può dirsi abbastanza tranquillo. A parte qualche razzia dei coloni e la terra rubata, nessuno è stato ucciso.

Lo stesso non può dirsi di Tal, al-Mughayyir, Mukhmas, Nablus, Jenin, Tulkarm, Ramallah e via dicendo: la lista sarebbe fin troppo lunga. Per ora, niente morti né bulldozer a Beit Duqqu. Secondo gli standard imposti ai palestinesi, “è stato un fine settimana tranquillo”. La normalizzazione del Terrore.

 

 

Fonti

UNWRA: https://www.unrwa.org/resources/reports/unrwa-situation-report-232-humanitarian-crisis-gaza-strip-and-occupied-west-bank

OCHA: https://www.ochaopt.org/content/movement-and-access-west-bank-april-2026

HAARETZ: https://www.haaretz.com/israel-news/haaretz-today/2026-08-17/ty-article/.highlight/settlers-only-raid-us-occasionally-what-palestinian-life-has-been-reduced-to/000001a0-10a9-de4a-afe7-5aeb598e0000

HUMAN RIGHTS WATCH: https://www.hrw.org/news/2026/08/20/west-bank-israel-backed-settler-violence-drives-displacement

Collegandosi cliccando qui è possibile prendere visione del video raccolto da RaiNews

Qusra, l’ira del palestinese-americano Loui Ridi: “Idf non arresta i terroristi” (Video)

Arrivato ieri dagli Usa, ha issato la bandiera a stelle e strisce sul tetto ma i coloni israeliani continuano a violare la sua proprietà

La tensione è tornata a salire questa mattina a Qusra, in Cisgiordania,  quando il palestinese-americano Loui Ridi si è scontrato con un colono israeliano e con alcuni soldati israeliani mentre passeggiava con suo nipote all’interno della sua proprietà. Mentre Ahmad, il nipote di Ridi, filmava i danni, un colono israeliano si è avvicinato a loro, scatenando un teso scambio di urla.

“Sei venuto a combinare un casino, eh?”, ha detto il colono in ebraico. “Sei un colono terrorista, sei un colono da quattro soldi, sai cosa significa?”, ha risposto Ridi in inglese. “Puzzi. Vattene, vattene”. Lo scontro si è rapidamente inasprito quando altri membri della famiglia, tra cui Yousif Hassan, si sono uniti a loro per filmare e affrontare il colono, che ha iniziato a incamminarsi verso la casa dei Ridi.

I soldati israeliani sono arrivati sul posto poco dopo. Nel filmato si sente il colono che esorta i militari a espellere la famiglia, sostenendo che l’area fosse stata dichiarata zona militare chiusa. “Me ne andrò se se ne vanno loro… Portateli via da qui”, ha detto il colono ai soldati. Mentre un soldato dichiarava il campo “zona militare chiusa”, un altro è intervenuto, facendo notare al collega che il terreno apparteneva a Ridi. Alla fine i soldati hanno ordinato al colono di andarsene, dicendo a Ridi e alla sua famiglia che l’incidente era concluso e consigliando loro di rientrare in casa per “bere un po’ di caffè, riposarsi, dormire”.

Tuttavia, Ridi ha espresso profonda frustrazione per la gestione della situazione da parte dei militari, criticando il loro rifiuto di arrestare il colono per violazione di domicilio e danneggiamento di proprietà. “Un terrorista di me… che viene a dirmi di andarmene da casa mia, ecco perché ha detto ai soldati che deve essere allontanato da qui”, ha detto Ridi. “E l’intero gruppo di ufficiali è venuto qui per allontanare quel terrorista e non è riuscito ad arrestarlo”.

Ridi ha protestato con i soldati, indicando il cancello danneggiato e la recinzione perimetrale. “Sono tornato qui ieri sera, ero in America. Ho piantato tutto questo prima di partire, e ora trovo tutto danneggiato”, ha detto Ridi ai soldati. “Sto controllando la mia stessa casa. Ho costruito questa recinzione con le mie mani, ho piantato questi alberi con le mie mani”.

I coloni stanno assediando le abitazioni a Qusra da quasi una settimana, intensificando la pressione sui palestinesi in un’area in cui, secondo le organizzazioni per i diritti umani, i coloni stanno mettendo in atto uno sforzo concertato per appropriarsi di ulteriori terreni, erodendo ulteriormente il territorio in cui i palestinesi mirano a fondare uno Stato. I palestinesi sostengono che la distinzione nell’applicazione della legge sia priva di significato in un territorio in cui sono soggetti alla legge militare israeliana, mentre i coloni sono regolati dal diritto civile israeliano. Accusano l’esercito di aiutare i coloni e di utilizzare tale distinzione come scusa per la propria inazione.

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In “bottega” cfr i nostri ultimi dossier (ogni sabato): Palestina, il ferro e il fuoco di agosto (15 agosto); Palestina, Valle del Giordano e resistenza (8 agosto); Palestina e “processi” di pace (1 agosto); Palestina scomparsa dai media (25 luglio); le sette animedel popolo palestinese (18 luglio); Palestina, la scelta di rimanere (11 luglio); Palestina: mille giorni di genocidio (4 luglio);  Palestina: caparbiamente soffrire e resistere (27 giugno); Palestina: lo sterminio caro ai remigrazionisti (20 giugno); Palestina: un sorriso che manca (13 giugno); Palestina sul tetto del mondo (6 giugno); Palestina, l’insostenibile pesantezza della realtà (30 Maggio), Palestina, flottilla e non solo (23 maggio), Palestina, Palestina (16 maggio), Palestina è anche poesia (9 maggio), Palestina e il diritto umano di sognare (2 maggio), Anche in Palestina è resistenza (25 aprile), Palestina e dintorni (18 aprile), Palestina-lotta-solidarieta-e-conoscenza (11 aprile),  Palestina-con-ancor-piu-determinazione/ (4 aprile), Palestina: navigare in acque infuocate (28 marzo), Palestina e altri teatri di guerra (21 marzo), Palestina: l’impero colpisce ancora… (14 marzo), Palestina: resistere nel fuoco della guerra (7 marzo), Palestina: una terra che vuole vivere (28 febbraio ): Palestina: la tregua che non c’è (21 febbraio), Per la Palestina – Sumud Flottilla e non solo. (14 feb), Palestina: la nuova Flottilla, lo sciopero dei porti… (7 feb), Palestina e memoria: non dimentichiamo, mai! (del 31 gennaio) , Con la Palestina nel cuore e nelle lotte  (24 gen),  Palestina: resistenza, solidarietà, coraggio, dignità (del 17 gen), Palestina – lo sguardo non si abbassa (10 gen),  Tutti solidali con la Palestina (3 gen) e molti altri in precedenza che, attraverso i TAG, è facile rintracciare.

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