Sono consapevoli delle implicazioni evocate da questo gesto? Vogliono forse che vediamo queste immagini e facciamo dei confronti? O sono talmente immersi nel proprio senso di potere che nessuno si ferma a pensare a come possa apparire una cosa del genere?
Questa settimana le Forze di Difesa Israeliane hanno condotto un’operazione a Qabatiyah, nei pressi di Jenin. Durante l’operazione, alcuni detenuti palestinesi sono stati contrassegnati con dei numeri scritti sulla fronte e sul corpo.
La cosa richiama alla mente alcuni periodi storici. Poco dopo è arrivata anche una risposta. I comandanti, secondo quanto riferito, hanno chiarito alle forze sul campo la gravità dell’atto e dall’accaduto sono state tratte delle «lezioni».
Si sono imparate delle lezioni. È difficile pensare a una frase più israeliana di questa.
Da decenni, qui si imparano lezioni. Dopo che i palestinesi vengono uccisi, si imparano lezioni. Dopo che i detenuti vengono maltrattati, si imparano lezioni. Dopo ogni atto che avrebbe dovuto essere un’eccezione, si imparano lezioni. Eppure, in qualche modo, queste lezioni non vengono mai apprese in tempo per impedire che si verifichi il prossimo incidente. Un brevetto israeliano.
Naturalmente, non è la prima volta che qualcosa viene impresso sui palestinesi. Anche in questo caso, in passato si sono già imparate delle lezioni, per poi dimenticarle.
C’è stato il palestinese sul cui volto è stata impressa «involontariamente» una Stella di David dalla suola dello stivale di un agente di polizia. Ci sono state case palestinesi in Cisgiordania sulle quali sono state dipinte con vernice spray delle Stelle di David, come se fossero svastiche. E guardate con quanta facilità scivoliamo verso appelli pubblici affinché ai medici arabi venga impedito di curare gli ebrei.
Per non parlare della ben nota paura dei palestinesi di mostrare apertamente la propria identità nei momenti in cui le strade ebraiche diventano più violente, più nazionaliste, più vendicative. Ricordo parenti che, nei periodi di maggiore tensione, si toglievano l’hijab durante i tragitti notturni in automobile.
E anche quando cerco di non violare il divieto di «fare paragoni» con altri periodi storici, arriva Israele e imprime dei numeri sui palestinesi.
Quindi, cosa volete che pensiamo?
Ancor prima che le Forze di Difesa Israeliane annunciassero che dall’accaduto sarebbero state tratte delle lezioni, mi chiedevo se si trattasse di un soldato che agiva di propria iniziativa, se l’ordine fosse stato impartito da un comandante o se, più semplicemente, si fosse creato un clima generale nel quale sembrava accettabile numerare i detenuti palestinesi sulla fronte.
Sono consapevoli delle implicazioni evocate da questo gesto? Vogliono forse che vediamo queste immagini e facciamo dei confronti? O sono talmente immersi nel proprio senso di potere che nessuno si ferma a pensare a come possa apparire una cosa del genere?
E cosa è peggio: farlo consapevolmente oppure farlo senza comprenderne minimamente il significato?
A volte penso che ci soffermiamo troppo sul dibattito riguardo alla legittimità dei paragoni. Forse non c’è bisogno di fare paragoni.
«Loro», di cui non pronunceremo i nomi, non si mettevano in diretta mentre facevano saltare in aria le case e scherzavano sulla loro distruzione su TikTok, che all’epoca non esisteva. Non trasformavano gli omicidi di massa in uno spettacolo d’intrattenimento trasmesso in prima serata.
Forse siamo bloccati nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi.
Forse Israele non trae ispirazione da nessuno. Forse è già arrivato al punto di essere esso stesso fonte di ispirazione.
Ecco i filmati di programmi televisivi sul genocidio. Un vasto pubblico che non solo non è scioccato, imbarazzato o vergognoso, ma addirittura esulta. I media che trasformano la fame in battute durante un dibattito. I politici che si contendono le premesse per la vendetta. I soldati che documentano tutto con orgoglio.
Un’intera nazione che sta gradualmente perdendo la capacità di riconoscere i confini morali fondamentali, non per paura o per obbedienza, ma in un’atmosfera di hafla: una festa, una celebrazione.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
di Jessica Buxbaum
Honenu: dentro la macchina legale che difende gli estremisti israeliani
Da Sde Teiman ai sospetti terroristi ebrei, Honenu fornisce supporto legale ai più noti estremisti israeliani, coltivando al contempo legami politici.
Nel 2025, la società israeliana è stata coinvolta in un acceso dibattito dopo la diffusione pubblica di un video che mostrava guardie israeliane violentare una detenuta palestinese nella base militare di Sde Teiman.
La destra giustificò l’assalto come parte degli sforzi bellici israeliani, mentre la sinistra appoggiò la decisione dell’allora Procuratore Generale Militare Yifat Tomer-Yerushalmi di diffondere il video, ritenendolo necessario per difendere la democrazia israeliana.
Questa doppia narrazione, tuttavia, cancellò l’atrocità stessa, concentrandosi sulle azioni di Tomer-Yerushalmi anziché sugli efferati crimini presumibilmente commessi dai soldati.
Nel marzo 2026, lo scandalo era ormai quasi dimenticato, quando il capo dell’ufficio legale militare ritirò tutte le accuse contro le cinque guardie.
L’archiviazione del caso fu merito di un gruppo chiamato Honenu, che salutò l’assoluzione come una vittoria legale.
Il peggio del peggio: la clientela di Honenu
Fondato nel 2001 da Shmuel Meidad, residente di lunga data di Kiryat Arba, un insediamento israeliano illegale a Hebron, Honenu rappresenta il peggio del peggio in Israele.
Il nome del gruppo si traduce approssimativamente con “Perdono” in ebraico e, sul suo sito web, l’organizzazione si vanta di aver aiutato “oltre 15.000 ebrei che hanno agito per conto di Am Yisrael (Nazione di Israele)”.
Gli avvocati del gruppo hanno difeso sospetti terroristi ebrei come membri di Bat Ayin Underground, un gruppo terroristico con base nell’insediamento di Bat Ayin, condannato nel 2002 per aver tentato di far saltare in aria una scuola femminile palestinese nella Gerusalemme Est Occupata, e un membro del gruppo suprematista ebraico Lehava, incriminato nel 2014 per incendio doloso presso la scuola ebraico-palestinese Hand in Hand a Gerusalemme.
Il gruppo ha anche difeso Yaakov Teitel, che ha assassinato due palestinesi nel 1997 e ha tentato di uccidere degli israeliani con ordigni esplosivi nel 2008, e Ami Popper, condannato per l’omicidio di sette palestinesi nel 1990.
Gli avvocati hanno anche rappresentato tre coloni israeliani che nel 2014 rapirono il sedicenne Mohammed Abu Khdeir dal suo quartiere nella Gerusalemme Est Occupata, per poi picchiarlo e bruciarlo vivo in una foresta fuori Gerusalemme.
Alcuni individui associati a Honenu sono entrati a far parte dell’attuale governo israeliano. Il caso più eclatante, quello del Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, che ha lavorato come avvocato per Honenu, ha rappresentato Yinon Reuveni, condannato per aver incendiato la Chiesa della Moltiplicazione in Galilea nel 2017, e il colono israeliano condannato per l’omicidio di tre membri della famiglia Dawabsheh, madre, padre e figlio di 18 mesi, in un attentato incendiario contro la loro casa nel 2015.
Anche Hillel Roth, vice responsabile civile dell’Amministrazione Civile israeliana, l’organismo militare che sovrintende alla Cisgiordania, ha lavorato per Honenu, gestendo i fondi dell’organizzazione, prima di entrare a far parte del governo.
Honenu non offre solo assistenza legale, ma ha anche fornito sostegno finanziario ai clienti e alle loro famiglie, anche dopo la detenzione, come evidenziato in un recente rapporto dell’Ufficio Nazionale per la Difesa del Territorio dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che monitora le violazioni in Cisgiordania.
“Honenu fornisce sistematicamente sostegno finanziario diretto, stipendi e aiuti alle famiglie di coloni estremisti incarcerati per aver commesso crimini terroristici o atti di violenza contro i palestinesi”, afferma il rapporto.
Secondo l’OLP, questo sostegno include stipendi mensili per i detenuti, aiuti per le famiglie con figli e copre le spese di trasporto per coloro che vanno a trovare i loro parenti in prigione.
Ad esempio, il gruppo ha raccolto fondi per Yigal Amir, l’assassinio dell’allora Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin nel 1995, e ha fornito assistenza finanziaria alla moglie di Amir.
Una serie di inchieste di Haaretz ha rivelato che il gruppo ha anche elargito denaro alle famiglie di Popper e Teitel, a Shahar Butbika, un agente della Polizia di Frontiera che ha ucciso un adolescente palestinese gettandolo fuori dal suo veicolo, e alla famiglia di Orit Strook, una parlamentare il cui figlio è stato condannato per rapimento e abusi su un bambino palestinese.
Anche i familiari dei membri di Bat Ayin Underground, dopo la loro condanna, hanno ricevuto sostegno finanziario.
“Questa è una vera ipocrisia, perché si parla molto di come l’OLP fornisca finanziamenti alle famiglie dei palestinesi incarcerati per presunti crimini nazionalisti”, ha dichiarato Natasha Soffer-Roth, direttrice della ricerca e analisi presso Diaspora Alliance, un’organizzazione che combatte l’antisemitismo e il suo abuso politico.
Chi finanzia Honenu?
Sul suo sito web, Honenu riceve finanziamenti tramite donazioni esenti da tasse provenienti da Israele e dagli Stati Uniti, da enti senza scopo di lucro come il Fondo Centrale di Israele, con sede negli Stati Uniti, e Friends of Zo Artzeinu, il braccio statunitense di raccolta fondi per Zo Artzeinu (Questa è la Nostra Terra in ebraico), un movimento israeliano che si oppone agli accordi di pace di Oslo e che ora si concentra principalmente sull’attività di insediamento agricolo.
A seguito di un’inchiesta di Haaretz, il Fondo Centrale di Israele ha temporaneamente sospeso i finanziamenti a Honenu nel 2016 a causa del suo sostegno alle famiglie di sospetti terroristi ebrei. I finanziamenti sono stati ripristinati dopo che Honenu si è impegnata a interrompere il suo sostegno finanziario alle famiglie, un aspetto che il rapporto dell’OLP mette in discussione.
“Honenu non è cambiata. La sua missione non è cambiata. Il suo linguaggio non è cambiato. Il tipo di casi che affronta non è cambiato”, ha dichiarato Soffer-Roth, che ha scritto di Honenu.
“Basta pensare al loro coinvolgimento nella difesa dei soldati accusati di abusi sessuali e torture ai danni di palestinesi nella prigione di Sde Teiman per capire che la loro visione del mondo, la loro prospettiva e i loro principi organizzativi non sono cambiati”.
Secondo la pagina delle donazioni di Honenu, Fondo Centrale di Israele continua a convogliare donazioni dagli Stati Uniti a Honenu. Le donazioni totali ricevute da Honenu nel 2024, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati finanziari, ammontano a 4.846.520 NIS (1.396.000 euro), di cui il 14% proveniente dall’estero.
Con 676.550 NIS (195.000 euro), si tratta della donazione annuale più consistente mai ricevuta dall’estero, secondo i dati finanziari disponibili.
“Honenu non è in alcun modo considerata un’organizzazione estremista. Il fatto che goda ancora dello status di esenzione fiscale da parte del governo israeliano la dice lunga, perché di fatto è sovvenzionata dai contribuenti israeliani”, ha affermato Soffer-Roth.
“Quindi, c’è un limite a quanto si possa considerare un’organizzazione che gode di tale status come al di fuori del consenso nella società israeliana e certamente nell’ambiente politico”.
Jessica Buxbaum è una giornalista corrispondente da Gerusalemme per MintPress News che copre Palestina, Israele e Siria. Il suo lavoro è apparso su Middle East Eye, The New Arab e Gulf News.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Iason Athanasiadis
L’alleanza della Grecia con Israele sta diventando un problema interno
Atene considera Israele un partner importante, ma le relazioni sono messe a dura prova dalla crescente rabbia per la vendita di armi, gli affitti elevati e la guerra genocida di Israele contro Gaza.
Domenica scorsa Israele ha diramato un raro avvertimento ai suoi cittadini in Grecia, in vista delle proteste filo- palestinesi a livello nazionale: evitate di ostentare la vostra nazionalità in pubblico.
L’avvertimento è risultato sorprendente in un Paese che gli israeliani hanno a lungo considerato uno stretto alleato, una meta turistica e di investimento, e persino un potenziale rifugio per il trasferimento.
Ma i rapporti tra Israele e la Grecia si stanno facendo sempre più complicati.
L’aumento degli affitti, che molti greci attribuiscono agli acquisti immobiliari da parte di israeliani, la rabbia per le prese in giro degli israeliani alle manifestazioni filo-palestinesi e la stretta amicizia tra il Primo Ministro Kyriakos Mitsotakis e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sono tutti fattori che alimentano il malcontento.
“Si tratta di una relazione asimmetrica, in cui una parte è potente e l’altra impotente”, ha dichiarato a Middle East Eye Konstantinos Isychos, ex viceministro della Difesa contrario all’alleanza.
“Sviluppare relazioni con Israele è un doppio suicidio perché, se il genocidio dovesse passare inosservato e impunito, creerebbe un precedente criminale e potrebbe ripetersi.”
L’ostilità si riflette nell’opinione pubblica.
Un sondaggio del Pew Research Center del 2026 ha rilevato che il 65% dei greci si opponeva alla partnership, sebbene molti la considerassero un male necessario a causa di quella che percepiscono come una Turchia espansionista.
Intanto, nelle strade, le proteste filo-palestinesi sono di gran lunga più numerose rispetto alle poche manifestazioni filo-israeliane.
Per alcuni greci, l’opposizione a questa relazione è sempre più inscindibile dal denaro che Atene spende in armi e tecnologie di sorveglianza israeliane durante la guerra genocida di Israele contro Gaza .
“Non ci sono mai fondi disponibili per ospedali migliori, aerei antincendio, treni o pensioni”, ha dichiarato a MEE Iason Apostolopoulos, attivista pro-Palestina e soccorritore di migranti nel Mediterraneo centrale per l’associazione italiana Mediterranea Saving Humans.
“Ma ci sono sempre fondi per acquistare Predator [un programma di sorveglianza] e pacchetti di armi da Israele che alimentano una macchina militare che produce quotidianamente occupazione, morte e apartheid.”
Questa crescente reazione negativa si sta ora facendo sentire anche tra gli israeliani che un tempo vedevano la Grecia come una meta attraente per sfuggire a un paese che considerano sempre più costoso, violento e disfunzionale.
Nel 2025 quasi 100.000 israeliani hanno lasciato il Paese per più di tre mesi, segnando il terzo anno record.
Gli emigranti, che tendono a essere critici nei confronti delle politiche di Netanyahu, citano la costante minaccia di attacchi missilistici e l’alto costo della vita come ragioni principali della loro partenza.
“L’acquisto di proprietà in Grecia e a Cipro è diventato la risposta laica al progetto di insediamento”, ha dichiarato a MEE Ehud Eiran, professore associato di scienze politiche all’Università di Haifa.
“Mentre il progetto degli ortodossi era quello di ritirarsi in montagna e dedicarsi alla religione, il progetto dei laici è quello di andare a Ovest e acquistare proprietà laggiù.”
Costruire una partnership
Secondo Eiran, i primi sionisti cercarono inizialmente di essere accettati nella regione nella speranza che Israele potesse essere separato dall’Impero ottomano attraverso negoziati.
David Ben Gurion studiò a Istanbul, mentre il pioniere della diplomazia Abba Eban studiò arabo a Cambridge.
“I pirati ebrei si univano ai musulmani nell’attaccare le galee cristiane”, osserva Eiran, “e i pochi ebrei coinvolti nella battaglia navale di Lepanto, dove gli Ottomani si scontrarono con la cristianità, combatterono sotto la bandiera ottomana”.
Ma l’idea iniziale che Israele, in quanto Stato, potesse trovare un suo posto nella regione fu gravemente compromessa dagli eventi che hanno accompagnato la sua creazione e dai conflitti che ne sono seguiti.
Sebbene gli attuali alleati di Israele come la Grecia e l’India si fossero uniti a paesi a maggioranza musulmana come Egitto, Arabia Saudita, Iran e Turchia per votare contro il Piano di spartizione della Palestina delle Nazioni Unite nel 1947, esso fu comunque approvato.
Scoppiarono immediatamente scontri tra le comunità ebraica e araba della Palestina, il che spinse le autorità del mandato britannico a ritirarsi anziché tentare di attuarlo.
Israele ha vinto quattro guerre consecutive nel 1948, 1956, 1967 e 1973, spingendo i paesi vicini come Egitto e Giordania ad avviare negoziati di pace. Questi accordi non godevano di grande popolarità, ma offrivano un notevole valore strategico. Gli Accordi di Abramo hanno dato il via a una nuova serie di intese nel 2020, le più promettenti delle quali sono state quelle con il Marocco e gli Emirati Arabi Uniti.
Il successivo rifiuto di Israele da parte di gran parte della regione ha infine spinto il paese verso forme alternative di integrazione regionale, tra cui una partnership con la Grecia.
Da allora, la relazione si è evoluta da una discreta cooperazione militare a uno dei partenariati strategici più importanti di Israele nel Mediterraneo.
Grecia e Cipro offrono a Israele accesso diplomatico e industriale all’Unione Europea, consentendo al contempo alle forze israeliane di simulare bombardamenti o combattimenti in territori simili a quelli dei suoi antagonisti regionali.
Cipro offre a Israele l’accesso a una base navale affacciata sul Libano, mentre la metà dell’isola sotto occupazione militare turca è di interesse in quanto avvicina Ankara al raggio d’azione dei suoi missili.
I tre paesi stanno collegando le proprie reti elettriche, sviluppando le riserve sottomarine di gas naturale e discutendo di pattugliamenti congiunti nel Mediterraneo orientale.
Una svolta decisiva si verificò nel 2010, quando l’ex primo ministro greco Yorgos Papandreou incontrò Netanyahu in un ristorante di Mosca e lo invitò a cena. L’incontro contribuì a spianare la strada a una relazione più stretta tra i due Paesi.
Eppure la cooperazione esisteva già da molto tempo prima. Sebbene la Grecia sia stata tra gli ultimi paesi occidentali a riconoscere Israele, nel 1990, la giunta militare greca acquistò segretamente armi da Israele negli anni ’60 e discusse la possibilità di creare fabbriche di armi congiunte.
Tale rapporto fu interrotto dal ripristino della democrazia nel 1975, ma i legami ripresero negli anni ’90 attraverso la cooperazione in materia di intelligence e militare. Diventarono pubblici nel 2002 e si intensificarono con il deteriorarsi delle relazioni tra Israele e Turchia.
I caccia israeliani hanno iniziato a utilizzare lo spazio aereo greco per l’addestramento, offrendo a Israele un’importante opportunità per prepararsi alle operazioni a lungo raggio.
“L’israeliano medio non sa che la facilità con cui la loro aviazione è riuscita a raggiungere Teheran, compresi i rifornimenti in volo, è stata dovuta all’addestramento che hanno avuto l’opportunità di svolgere sopra la Grecia”, ha dichiarato a MEE Angelos Raphael, traduttore e guida turistica residente in Israele.
Nel 2015, la Grecia è diventata il secondo Paese, dopo gli Stati Uniti, a firmare un accordo di cooperazione militare con Israele, che consente ai due Paesi di ospitare reciprocamente truppe e materiale bellico.
“Devono essere stati concordati molti più punti di quelli annunciati”, ha detto Isychos, il cui mandato come viceministro della Difesa ha coinciso con la firma dell’accordo, ma che era in aperto contrasto con il suo ministro.
La scoperta di giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale ha fornito un ulteriore incentivo a una più stretta cooperazione.
“Quando abbiamo scoperto i giacimenti di gas intorno al 2010, siamo passati improvvisamente dall’essere un paese povero di energia a un esportatore di energia”, ha affermato Eiran.
“Abbiamo definito i confini marittimi con Cipro, pianificato la posa di gasdotti e di un collegamento elettrico da qui alla Grecia… per noi era più facile parlare pubblicamente di energia e infrastrutture piuttosto che della Turchia come nemico comune.”
Quella che era nata come una partnership in materia di energia e sicurezza si è poi evoluta in una relazione strategica molto più ampia, incentrata sulla cooperazione militare, sull’intelligence e sul posizionamento di Israele e dei suoi alleati nel Mediterraneo.
Conseguenze del Patto della Mecca
Tale ruolo è diventato ancora più importante in quanto Israele si trova ad affrontare un contesto di sicurezza regionale in continua evoluzione.
Quando il 7 agosto la Turchia ha firmato un patto di difesa reciproca con la potenza economica Arabia Saudita e il Pakistan, dotato di armi nucleari, i funzionari si sono premurati di precisare che la nuova alleanza non era diretta contro alcun Paese in particolare, soprattutto contro l’Iran.
Ma l’assenza dell’Egitto e il peso strategico dei tre paesi hanno alimentato in Israele le speculazioni secondo cui, in pratica, l’attacco fosse diretto contro Israele.
“Potrebbe avere conseguenze estremamente gravi sia nel Mediterraneo che sul fronte siriano”, ha avvertito il ministro israeliano per gli affari della diaspora, Amichai Chikli, “e ci impone di rafforzare le nostre alleanze con Grecia, Cipro, Emirati Arabi Uniti, Somaliland e India”.
Per anni, Israele ha costruito quello che Netanyahu ha definito un “esagono di alleanze”.
Le partnership sono fortemente incentrate sul settore marittimo e si estendono dall’Oceano Indiano attraverso l’India, attraverso il Golfo Persico passando per gli Emirati Arabi Uniti, fino al Mar Rosso attraverso il Somaliland e attraverso il Mediterraneo attraverso la Grecia, Cipro e il Marocco.
È significativo notare come le scelte di Israele in fatto di alleati siano tutte radicate in punti strategici di strozzatura marittima o nelle loro vicinanze: il Marocco si trova su un lato di Gibilterra, controllando l’accesso al Mediterraneo; la Grecia controlla l’accesso agli stretti turchi; il Somaliland si trova di fronte al collo di bottiglia di Bab el-Mandeb che dà accesso al Mar Rosso; e gli Emirati Arabi Uniti si estendono su entrambi i lati di Hormuz.
Nel frattempo, Grecia e Cipro conferiscono a Israele una profondità strategica nel Mediterraneo orientale.
“Il rapporto con Israele pone la Grecia in una posizione tale da poter regolare le situazioni nel Mediterraneo e in Medio Oriente”, ha dichiarato a MEE Alexandros Itimoudis, analista geopolitico.
“Offriamo a Israele una profondità strategica, sapendo che alle sue spalle possono contare sul sostegno della Grecia e di Cipro.”
Poiché lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb sono attualmente inaccessibili a Israele a causa delle azioni militari dell’Iran e degli Houthi yemeniti, il Mediterraneo ha assunto maggiore importanza.
Israele ha intensificato la cooperazione in materia di intelligence e difesa con il Marocco, oltre a fornire sostegno diplomatico alla rivendicazione di Rabat sulla semi-enclave spagnola di Ceuta.
Nel Mediterraneo orientale, intanto, ha rafforzato i legami con la Grecia e Cipro, fornendo armi che fanno parte di una più ampia rete di sicurezza volta a fronteggiare il comune avversario turco.
Ma gli analisti israeliani sono cauti nel dare troppa importanza a questa relazione.
“Si tratta di una solida collaborazione, ma non la definirei un’alleanza”, ha affermato Gallia Lindenstrauss, specialista del Mediterraneo orientale presso l’Istituto israeliano per gli studi sulla sicurezza nazionale.
“Si sta sviluppando una capacità indipendente, ma senza l’aspettativa che le parti si aiutino a vicenda per affrontare l’avversario in caso di conflitto.”
Vendita e posizionamento di armi
La relazione strategica è forse più evidente nella rapida espansione delle vendite di armi israeliane alla Grecia.
A luglio Israele ha completato una tripletta di importanti vendite di sistemi di difesa aerea nel Mediterraneo, quando la Grecia ha siglato un accordo da 3 miliardi di euro che prevede l’utilizzo di molti degli stessi sistemi venduti a Marocco e Cipro nel 2022.
L’accordo fornirà alla Grecia un sistema nazionale unificato di difesa aerea, collegando potenzialmente le reti di sorveglianza aerea dominate da Israele alle estremità opposte del Mediterraneo, forse attraverso protocolli nascosti che condividono la telemetria e offrono una backdoor per accedere al codice sorgente delle apparecchiature.
Sono sorti anche dubbi sul fatto che lo scudo antimissile fornito dalla Grecia all’Arabia Saudita potesse contenere un elemento cavallo di Troia a vantaggio di Tel Aviv.
Ad aprile, la Grecia ha concordato di spendere 650 milioni di euro per 36 lanciatori di artiglieria missilistica, missili a guida di precisione con una gittata fino a 300 km, munizioni a volo stazionario e un pacchetto di supporto decennale da parte del più grande produttore di armi israeliano, Elbit Systems.
Ad agosto, Atene ha acquistato veicoli blindati per un valore di 1,5 milioni di euro dal produttore israeliano Shladot, sulla base di un precedente accordo con la polizia greca per l’acquisizione di questi robusti veicoli, spesso visti nei servizi giornalistici sulla Cisgiordania occupata.
La Grecia prevede inoltre di produrre, in collaborazione con Israel Aerospace Industries, un drone spia sottomarino difficile da individuare, denominato Blue Whale. Il sottomarino può rimanere immerso fino a un mese.
Per i critici di questa partnership, l’attrattiva della tecnologia militare israeliana è inseparabile dal suo utilizzo nella guerra genocida di Israele contro Gaza e nei decenni di occupazione.
“L’industria bellica israeliana deve il suo successo alla capacità di testare le proprie armi sui palestinesi, dimostrando attraverso questi infiniti laboratori umani quanto siano utili”, ha dichiarato a MEE Yaar Dagan, docente di diritto internazionale alla Middlesex University e autore del libro di prossima pubblicazione ” Drones, Settler Colonialism, and the Law: How Israel Became a Drone Superpower” .
“Quale altro Paese può dimostrare di aver testato le proprie armi su migliaia di persone in migliaia di località?”
Il sistema di difesa aerea da 3 miliardi di euro sarà inoltre interoperabile con il sistema di comunicazioni crittografiche Link 16 della NATO, integrando ulteriormente la Grecia in una più ampia architettura militare.
Sviluppo dell’IA
Il rapporto si sta evolvendo, passando dalla tradizionale vendita di armi all’intelligenza artificiale e ai sistemi di dati militari.
La Grecia sta sviluppando una rete di comando e controllo (C2) basata sull’intelligenza artificiale, progettata per combinare i dati provenienti dai sensori e dai radar greci esistenti con le informazioni conformi agli standard NATO provenienti dagli F-16 e dagli F-35 greci e per integrarle nel sistema Achilles Shield.
Un centro di controllo C4I israeliano, costruito su misura, combinerà gli input provenienti dai radar ELM-2084 acquistati da Israele e dai caccia greci, consentendo al sistema di tracciare i droni nemici in tempo reale e di ridurre al minimo i ritardi nel trasferimento dei dati.
“Nessun sistema offre una protezione al 100% e non sappiamo ancora come reagirà in condizioni reali”, ha dichiarato a MEE il tenente generale in pensione Konstantinos Loukopoulos.
“Dopotutto, basta guardare quante volte l’Iron Dome o persino il Patriot, che è un sistema autonomo, sono stati penetrati dai missili iraniani.”
Lo Scudo di Achille fa parte del più grande rinnovamento del sistema difensivo nella storia moderna greca.
La spesa per la difesa è aumentata da 5,5 miliardi di dollari nel 2019 a oltre 8 miliardi di dollari all’anno.
Nell’ambito del suo progetto 2030, la Grecia prevede di spendere quasi 28 miliardi di euro per la modernizzazione militare entro il 2036, portando la spesa per la difesa al 3,5% del PIL. Gli acquisti includono tre aerei da trasporto e rifornimento C-390 Millennium, missili Hellfire per gli elicotteri Apache e sistemi sonar per le fregate.
“La Grecia non si sta preparando solo a un conflitto tradizionale che coinvolge aerei, navi e unità corazzate”, ha scritto Aleksander Olech su Defence 24. “Si sta preparando a un campo di battaglia ad alta intensità in cui droni, missili, guerra elettronica e velocità di elaborazione dei dati determineranno l’efficacia delle forze armate”.
Atene, tuttavia, non si accontenta del solo accesso alle armi israeliane. Desidera sviluppare e produrre congiuntamente tecnologie militari, sfruttando la cooperazione con Israele per acquisire competenze e tecnologie, utilizzando al contempo in misura maggiore il proprio bacino di ingegneri e scienziati.
Israele, tuttavia, intravede un’opportunità tutta sua.
“La Grecia ha menti brillanti, ma poiché è in gran parte corrotta, non riesce a sfruttarle al meglio”, ha affermato Benny Nathan, professore greco-israeliano presso la Facoltà di Ingegneria Aerospaziale del Technion, la principale università tecnologica israeliana.
“L’obiettivo è sfruttarli affinché funzionino in modo più simile ai talenti israeliani, ovvero Israele si aggiudica le menti e la Grecia il know-how.”
Le aziende israeliane hanno inoltre ampliato la loro presenza nel settore della difesa greco, acquisendo società che possono accedere ai finanziamenti dell’Unione Europea per il settore della difesa.
La Turchia ha perseguito una strategia simile acquisendo aziende del settore della difesa in Italia.
La collaborazione si è estesa anche alle tecnologie di sorveglianza. Israele ha autorizzato la vendita di sofisticati software spia come Predator e Pegasus rispettivamente a Grecia e Marocco, e forse anche a Cipro.
Si ritiene che il software contenga una backdoor tecnologica, che potrebbe consentire a Israele di trarre vantaggio diplomatico dall’accesso alle comunicazioni intercettate.
Per la Grecia, tuttavia, il crescente valore strategico della partnership comporta un costo politico.
Quanto più i due Paesi si avvicinano militarmente, tanto più diventa difficile per Atene separare il suo rapporto con Israele dalla rabbia dell’opinione pubblica generata dalla guerra genocida di Israele contro Gaza.
I cittadini greci e ciprioti criticano sempre più spesso la partnership tra il loro paese e Israele, temendo una forma di colonizzazione morbida, e citano come esempi le proposte di acquisto di isole greche o casi in cui investitori israeliani hanno bloccato l’accesso alla costa o a interi villaggi dopo aver effettuato gli acquisti.
Mentre Israele cerca di costruire una rete di alleanze mediterranee per compensare un contesto regionale in rapida evoluzione, la Grecia si trova al centro di una relazione che molti dei suoi cittadini mettono sempre più in discussione.
Traduzione a cura di Grazia Parolari










