Gigi Eusebi intervista Rasheed Khudeiri, una citazione dell’intervista di Eitan Neuman, Mohammad Hesham Huraini, Lavinia Marchetti, Nabil Bey Salameh, Ilaria De Bonis, Mario Sommella, Huda Skaik.
Genocidio a Gaza 8 agosto
Attacchi israeliani contro i campi di sfollati nella Striscia di Gaza. Caccia, droni e artiglieria, sia terrestre che navale, hanno martellato con bombe e missili la popolazione.
Un ridicolo dibattito sulla stampa israeliane vorrebbe che Netanyahu abbia dato ordini all’esercito di mettere fine agli attacchi mirati. In contrapposizione Bin Gvir avrebbe gridato che tutti i giorni devono morire dei palestinesi a Gaza, “per non alzare mai più la testa”.
Ieri sera, due droni kamikaze israeliani hanno colpito una casa nel quartiere Mushtaha a Gaza città, causanto la morte di una persona e il ferimento di altre 7.
A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco.
Il nostro commento quotidiano fisso:
Ci sono ancora coloro che obiettano che non sitratti di genocidio, basandosi su congetture storiche e non guardando la realtà delle cifre e delle intenzioni, dicono: “Dire che Israele commette genocidio è una bestemmia”.
Pronunciare una frase simile è la vera bestemmia nei confronti della memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo tedesco.
Cisgiordania
12 villaggi palestinesi nei pressi di Nablus sono da settimane senza acqua.
Questi villaggi hanno i loro pozzi di acqua, ma l’esercito ha messo mano sulla fonte di vita della popolazione autoctona, passando la gestione dell’acqua alla società idrica israeliana “Mekorot”, che vende l’acqua alle municipalità ad un prezzo esorbitante. Le comunità che non saldano il conto salato, si vedono i rubinetti chiusi. Questi villaggi ricadono nella zona A, secondo la classificazione dei famigerati accordi di Oslo, cioè sotto il totale controllo amministrativo e di sicurezza del’ANP.
Abbiamo raggiunto un nostro contatto a Beit Iba, ad ovest di Nablus, che ci ha raccontato le peripezie che devono soffrire per trovare un gallone di acqua: “Gli israeliani vogliono cacciarci dalle nostre terre, con il controllo della nostra acqua. Questi non rispettano leggi e accordi. Vogliono annettere la terra e cacciare il popolo”.
Israele
La giustizia dell’Apartheid usa i due pesi e due misure. la Procura di Stato israeliana ha incriminato il colono israeliano Yinon Levy per omicidio involontario in relazione all’uccisione del giovane palestinese Odeh al-Hathalin, noto attivista che aveva partecipato al documentario “No Other Land”, vincitore del premio Oscar nel 2025.
L’atto d’accusa contro Levy, uno dei coloni più noti accusati di ripetuti attacchi contro i palestinesi nella Cisgiordania meridionale occupata, include anche accuse di infiltrazione armata e danneggiamento di proprietà, derivanti da un incidente avvenuto nel luglio 2025 nel villaggio di Umm al-Khair, nella zona di Masafer Yatta, a sud di El-Khalil (Hebron).
Odeh al-Hathalin è stato ucciso il 28 luglio 2025, colpito a morte dal colono israeliano Yinon Levy davanti alla sua abitazione, dopo che i coloni avevano fatto irruzione nel villaggio con un grande escavatore.
Al-Hathalin aveva filmato il momento in cui è stato ucciso. Un filmato pubblicato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem mostra il colono, Yinon Levi, estrarre la sua arma e sparare ad al-Hathalin, prima che si senta il rumore della sua caduta a terra.
Nonostante le immagini, il tribunale israeliano ha inizialmente assolto il colono e ne ha ordinato il rilascio per “legittima difesa”, ponendolo agli arresti domiciliari. Nel frattempo, video pubblicati sui social media mostravano le forze israeliane che aggredivano i palestinesi che si erano opposti ai coloni e avevano cercato di difendersi dal suo gesto minaccioso di brandire l’arma.
L’attentatore, Yinon Levi, appartiene all’insediamento illegale di Havat Mitarim. Negli ultimi anni, è stato oggetto di sanzioni internazionali per una serie di attacchi violenti contro i palestinesi, che sono stati ignorati dalla “giustizia” israeliana.
Boicottaggio BDS
Il film “Spider-Man: Brand New Day” è sottoposto nei paesi arabi ad una vasta campagna di boicottaggio, guidata da appelli provenienti dal mondo giovanile nei paesi arabi esortano il pubblico a non acquistare biglietti né a sostenerlo, a causa del coinvolgimento del produttore israelo-americano Avi Arad nella sua produzione.
La sua uscita è stata oggetto di un’ondata di campagne che si sono diffuse dalle piattaforme social a iniziative in diversi paesi arabi e islamici. Attivisti e sostenitori del boicottaggio hanno chiesto di non proiettare il film e al pubblico di non visitare le sale che lo programmeranno, sostenendo che il coinvolgimento di Arad nella sua produzione giustifichi il boicottaggio, perché è amico di Netanyahu e finanziatore delle sua campagne elettorali.
Migranti
Le autorità spagnole hanno annunciato venerdì lo smantellamento di una delle più grandi reti di traffico di esseri umani e di droga nel Mediterraneo, ritenuta responsabile del contrabbando di oltre 2.000 migranti e di ingenti profitti. L’operazione si inserisce in un contesto di intensificazione degli sforzi per contrastare l’immigrazione irregolare.
Il tema della migrazione viene posto al centro delle campagne xenofobe e islamofobe dei populisti in Europa. La crisi di Ceuta ha portato il governo italiano a un passo falso: la cancellazione degli accordi di Schengen con la Spagna. L’atto è propagandistico perché l’enclave di Ceuta è esclusa dagli accordi e nessun migrante entrato a Ceuta potrà arrivare in Europa, oltre al dato che quasi la totalità dei migranti entrati dal Marocco nell’enclave sono stati riportati indietro. Rimangono soltanto i minori non accompagnati, che per motivi di umanità, le autorità spagnole stanno valutando come comportarsi. Dalla mezzanotte di oggi, la Spagna applicherà le misure italiane ai viaggiatori provenienti dall’Italia.
Genocidio a Gaza 7 agosto
Sono passati 300 giorni dalla firma del falso cessate il fuoco. Almeno 300 bambini sono stati uccisi nella Striscia di Gaza dall’entrata in vigore dell’accordo nell’ottobre 2025. Lo ha annunciato il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF). In una dichiarazione, l’organizzazione ha affermato che “un bambino è stato ucciso ogni giorno per quasi 300 giorni dall’entrata in vigore del cessate il fuoco”, mentre Israele continua a violarlo, causando morti e feriti tra i palestinesi.
Secondo il ministero della Salute di Gaza, il numero totale di feriti ricoverati negli ospedali della Striscia di Gaza nelle ultime 24 ore è stato di una persona uccisa e 5 feriti.
Dall’inizio del falso cessate il fuoco (11 ottobre):
* Numero totale di uccisi: 1.255
* Numero totale di feriti: 4.125
A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco.
Cisgiordania
Le forze di occupazione israeliane e i coloni hanno continuato i loro attacchi, arrestando decine di palestinesi, tra cui donne e bambini, a Hebron, Tubas, Tulkarm, Nablus, Gerico e Ramallah. Per il terzo giorno consecutivo, hanno proseguito l’assalto su larga scala al campo profughi di Qalandiya e alla città di Kafr Aqab, a nord di Gerusalemme occupata, effettuando demolizioni e incursioni diffuse che hanno causato decine di feriti.
Le forze di occupazione hanno anche demolito case a Hebron e emesso ordini di demolizione a Gerusalemme e Jenin, oltre a impartire nuovi ordini militari per occupare terreni e sradicare alberi a Jenin. Anche i coloni hanno lanciato violenti attacchi a Hebron e Ramallah e hanno continuato a recintare terreni nella parte settentrionale della Valle del Giordano.
Il lato nazista del sionismo
Un politico israeliano del Likud, Moshe Feiglin, ha affermato che “i palestinesi di Gaza bisogna deportarli tutti con la forza oppure togliere loro l’acqua, per metterli di fronte alla scelta: emigrare o morire”.
Il politico israeliano Moshe Feiglin, leader del gruppo Zehut (Identità), ha pubblicamente chiesto lo spopolamento completo della Striscia di Gaza, offrendo ai suoi abitanti la scelta tra la deportazione e la morte.
Queste dichiarazioni sono state rilasciate durante la sua partecipazione al programma “Primo Voto” del Canale TV della Knesset, dove ha avuto un acceso dibattito con un giovane intervistatore, Eitan Neumann, sul suo piano (di Feiglin), che definisce “emigrazione volontaria”.
Durante il dibattito, Feiglin ha sottolineato che nessun abitante di Gaza dovrebbe rimanere nella Striscia, affermando che la stragrande maggioranza dei residenti desidera andarsene, ma che sono le complesse procedure israeliane a impedirlo.
In risposta diretta alla domanda del giovane intervistatore sul destino di coloro che si rifiutano di lasciare le proprie case e di opporsi a questa deportazione, Feiglin ha rivelato l’aspetto coercitivo del suo piano, affermando che devono essere costretti ad andarsene con ogni mezzo possibile.
Ha fatto un esempio estremo della necessità di chiudere i rubinetti dell’acqua e di far morire di fame la popolazione, indicando che ogni abitante di Gaza sarebbe stato costretto ad andarsene appena avesse trovato l’impossibilità di reperire un bicchiere d’acqua da bere, e che chiunque si fosse rifiutato sarebbe morto di sete, come ha detto esplicitamente lui stesso.
Feiglin non ha mostrato alcun segno di cedimento di fronte all’indignazione dell’intervistatore quando gli ha chiesto se intendesse davvero lo sterminio di due milioni di persone. Al contrario, ha giustificato la sua posizione, sostenendo che la visione distorta che concedeva i diritti umani ai palestinesi ha portato alla “catastrofe” del 7 ottobre, citando la morte di suo nipote in guerra come “un prezzo altissimo da pagare per queste politiche”, che considerava troppo indulgenti, e chiedendo un approccio più duro e brutale.
Le ripercussioni
Questo confronto ha suscitato una notevole attenzione mediatica. Lo scrittore israeliano Gideon Levy, in un articolo pubblicato su Haaretz, ha elogiato la performance del giovane intervistatore, Eitan Neumann, considerandola una lezione di giornalismo per le figure di spicco in Israele.
Levy ha spiegato che il giovane è riuscito a smascherare la vergognosa menzogna del termine “emigrazione volontaria” e ha costretto Feiglin ad ammettere i dettagli di quella che Levy ha descritto come una soluzione in stile nazista, presentata con diabolica freddezza e terrificante compostezza.
Allo stesso tempo, Levy ha criticato le figure dei cosiddetti grandi giornalisti dei media israeliani, che ha descritto come codardi, sottolineando che tendono sempre a pubblicare tali dichiarazioni senza controllo, preferendo porre domande superficiali e banali.
Moshe Feiglin è un politico israeliano di estrema destra e leader della fazione “Leadership ebraica” nel partito Likud, che cerca di istituire uno stato religioso ebraico in conformità con “la pura identità, i valori e la morale ebraica” che si estende in Israele e nei territori palestinesi occupati.
Feiglin risiede nell’insediamento di Karnei Shomron, costruito su territorio palestinese in Cisgiordania. Tra le sue posizioni si annoverano il rifiuto di concedere diritti politici ai non ebrei in Israele e la negazione che i palestinesi costituiscano un gruppo nazionale.
È noto per le sue persistenti affermazioni razziste, in cui definisce i palestinesi “parassiti”, e sostiene regolarmente, come parte integrante del suo programma politico, piani per il “trasferimento” dei palestinesi dai territori occupati ad altri Paesi.
Giornalisti nel mirino
Amnesty International e Human Rights Watch hanno condannato l’attacco intenzionale dell’esercito israeliano, dello scorso aprile, che aveva portato all’uccisione della giornalista libanese Amal Khalil. Le organizzazioni per i diritti umani hanno pubblicato prove che dimostrano come l’occupazione israeliana abbia deliberatamente assassinato la giornalista Amal Khalil il 22 aprile, affermando che quanto accaduto quel giorno costituisce un vero e proprio crimine di guerra.
La dichiarazione è stata rilasciata durante una conferenza stampa tenutasi ieri, giovedì, a Beirut da Human Rights Watch, Amnesty International e Legal Agenda, per presentare i risultati della loro indagine congiunta sull’assassinio della giornalista, che lavorava come corrispondente sul campo per il quotidiano libanese Al-Akhbar.
Durante la conferenza stampa è stato presentazione video dell’operazione di assassinio, durante la quale la giornalista è stata inizialmente presa di mira da droni israeliani che hanno riconosciuto i volti delle due giornaliste, Amal Khalil e Zeinab Faraj, prima che venisse colpito l’edificio in cui si erano rifugiate, nella città di Al-Tira, nel sud del Libano, provocando la morte della prima e il grave ferimento della seconda. Video della conferenza stampa, in arabo
Boicottaggio BDS globale
– Burger King ha licenziato una dipendente dopo che ha gridato “Palestina libera”. Ariana Hamilton ha rivelato di essere stata licenziata da Burger King dopo aver gridato “Palestina libera” a un cliente israeliano, accusandola di “incitamento all’odio”. Ha confermato di essere stata successivamente oggetto di una campagna di minacce dirette da parte di account online israeliani.
– Proteste interrompono il discorso del CEO di Palantir a causa del ruolo dell’azienda nel genocidio a Gaza. Attivisti hanno boicottato un evento con il CEO di Palantir, Alex Karp, protestando contro il ruolo dell’azienda nel fornire supporto tecnico all’esercito israeliano durante il genocidio a Gaza. Le tecnologie di Palantir, insieme a sistemi come “Lavender”, “Bible” e “Where’s My Father?”, vengono utilizzate per individuare e uccidere i palestinesi.
– Oltre 600 artisti internazionali hano chiesto a Live Nation di interrompere i rapporti con Israele. Oltre 600 artisti e professionisti dell’industria musicale hanno firmato una lettera aperta chiedendo a Live Nation di interrompere i rapporti con la sua filiale israeliana, rispondendo all’appello del movimento palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS). I firmatari hanno affermato che l’azienda non può continuare a glorificare un esercito accusato di genocidio.
– Proteste contro la sede centrale di DSV per il trasferimento di equipaggiamento militare all’occupazione. Il gruppo “People Against Genocide” ha organizzato una protesta davanti alla sede centrale di DSV ad Aberdeen, in Scozia, accusando l’azienda di aver agevolato il trasferimento di equipaggiamento militare alla società israeliana Elbit Systems. Il gruppo ha affermato che continuerà a prendere di mira DSV finché non porrà fine alla sua collaborazione con il più grande produttore di armi israeliano.
“Il 6 agosto 1945 l’Enola Gay sganciò Little Boy su Hiroshima, esplosa a 600 metri dal suolo radendo al suolo il 70% degli edifici e causando 140˙000 morti entro fine anno. Tre giorni dopo, il 9 agosto, Fat Man colpì Nagasaki, distruggendo 6,7 km², con 74˙000 morti entro il 1945. Si stima che 38˙000 vittime fossero bambini… Nei cinque anni successivi aumentò la leucemia tra i sopravvissuti, seguita da tumori e malformazioni nei figli delle donne esposte… nei manuali scolastici Hiroshima e Nagasaki sono spesso raccontate come l’atto finale della Seconda guerra mondiale. In realtà, quelle due esplosioni segnarono un inizio…” – SENZATOMICA
Le bombe atomiche che hanno distrutto due città e ucciso 214˙000 persone oltre a malattie invalidanti e letali hanno provocato molti danni ambientali che abbiamo riscontrato e misurato… Invece ora non sappiamo ancora quali e quanto estesi e perduranti siano gli effetti collaterali delle guerre attualmente combattute.
Eppure è palese che, oltre a fare strage di innocenti, esplosioni e devastazioni abbiano molte conseguenze tanto nocive, tra cui di incrementare inquinamento e surriscaldamento, così aggravare la crisi ecologica.
intervista di Gigi Eusebi a Rasheed Khudeiri
Resist to exist oppure exist to resist? La voce della Valle del Giordano attraversa l’Italia
“Non chiediamo privilegi, ma il diritto di vivere con dignità, di coltivare la terra dei nostri padri e di veder crescere i nostri figli in pace.” Rasheed Khudeiri
Nelle tappe finali in varie città del tour di testimonianze dalla Palestina occupata (tra cui Roma, Pistoia, Udine, Trieste, Milano, Sondrio), incontro con Rasheed Khudeiri (dopo più di un anno dall’ultimo periodo vissuto insieme con la campagna di interposizione chiamata Faz3a, ndr.), agricoltore e storico coordinatore del movimento Jordan Valley Solidarity – JVS. Come avviene da decenni, sia nelle comunità contadine sia quando viene invitato in Europa, Rasheed documenta con parole, esperienze di vita, foto e video, le difficoltà ed il progressivo deteriorarsi delle possibilità di sopravvivenza nella regione. Coordina la resistenza civile dei villaggi palestinesi della Valle del Giordano, nel nord della Cisgiordania. Contro le demolizioni, la confisca delle terre, il furto del bestiame, le violenze fisiche, la distruzione, arresti e deportazioni, la sottrazione delle risorse idriche, la costrizione ad andarsene. Abusi e violenze che si perpetuano da decenni, ma dopo il 7 ottobre a ritmi esponenziali, nella totale impunità di coloni invasori ed esercito israeliano, con la complicità della cosiddetta comunità internazionale, sulla falsariga di quanto avviene a Gaza
Obiettivi del viaggio e degli incontri con la cittadinanza e le istituzioni locali “Rompere il muro del silenzio. Molto spesso l’attenzione dei media internazionali si concentra esclusivamente sulle violenze o sulle emergenze drammatiche a Gaza, dimenticando che in Cisgiordania – e in particolare nella Valle del Giordano e nelle zone designate dagli accordi di Oslo come Area C, quindi a controllo israeliano – è in atto da decenni una silenziosa, incessante operazione di esproprio quotidiano.
Siamo qui per portare la voce diretta dei contadini e dei pastori. Vogliamo costruire ponti con la società civile, con i sindaci e le associazioni italiane, promuovendo iniziative concrete di gemellaggio e cooperazione. Far conoscere la nostra realtà è il primo passo per trasformare la solidarietà in un’azione politica e diplomatica concreta”
Vivere tra la cittadina di Toubas ed il villaggio di Bardala, nel nord della Valle del Giordano. Il significato di fare l’agricoltore in quella regione “Vivere nella Valle del Giordano significa affrontare ogni giorno un vero e proprio “apartheid dell’acqua” e della terra. La nostra comunità ha sempre praticato agricoltura e pastorizia. Negli anni ’60 e ’70 le autorità israeliane e la compagnia idrica nazionale (Mekorot, che ha firmato accordi commerciali anche con Iren in Italia, ndr.) hanno preso il controllo dei pozzi artesiani e delle sorgenti naturali della zona.
Oggi, mentre gli insediamenti dei coloni degli insediamenti illegali limitrofi dispongono di acqua in abbondanza per irrigare colture intensive, rifornire la vita oziosamente agiata delle colonie, addirittura riempire le piscine, ai villaggi palestinesi viene limitato drasticamente l’accesso alle risorse idriche. Spesso vediamo i nostri tubi tranciati, le cisterne confiscate, i pozzi riempiti di cemento o inquinati con sostanze chimiche. Senza acqua non c’è agricoltura, e senza agricoltura si vogliono costringere le comunità locali, ormai di quasi tutta la Palestina, ad andarsene.
Rimanere sulla nostra terra è la forma più pura di resistenza!”
Ruolo del Jordan Valley Solidarity Movement (JVS) “JVS è nato nel 2003 dalla necessità di unire le forze tra le comunità locali e i sostenitori e volontari internazionali. Siamo una piccola associazione, abbiamo poca burocrazia e formalità, siamo un movimento popolare di base. Il nostro lavoro si sviluppa su due livelli:
- Azione pratica sul campo: aiutiamo le famiglie a ricostruire le case o le stalle demolite, portiamo condotte idriche di emergenza, aiutiamo nei periodi di semina e raccolta, offriamo supporto logistico ai villaggi più isolati
- Documentazione e denuncia: monitoriamo ed evidenziamo le violazioni dei diritti umani, l’espansione e la moltiplicazione sempre più massiccia degli insediamenti illegali e le violenze commesse dai coloni.
La presenza di attivisti, volontari e osservatori internazionali durante l’anno, lungo le strade o vicino ai pascoli serve, ormai forse diremmo serviva, come scudo di protezione contro le aggressioni, come parziale forma di deterrenza. I volontari affiancano i contadini nel lavoro nei campi ma soprattutto svolgono attività di sorveglianza ed interposizione, specie notturna, nei villaggi e nelle case delle famiglie”
Cambiamenti successivi al 7 ottobre “La pressione è aumentata esponenzialmente, pur già all’interno di una storia pluri-decennale di soprusi e violenze. Le restrizioni alla mobilità – con centinaia di checkpoint improvvisi, chiusure di strade e blocchi stradali – rendono impossibile per i contadini trasportare i prodotti al mercato, per i bambini raggiungere le scuole, per le famiglie svolgere qualunque attività di vita ordinaria. Abbiamo assistito a una crescita senza precedenti della violenza da parte dei coloni, che agiscono protetti dall’esercito, intimidendo i pastori, bruciando i campi, espropriando con la forza ampie porzioni di territorio, rubando o uccidendo il bestiame. Interi pascoli ed insediamenti beduini sono stati costretti allo sfollamento forzato. La Valle del Giordano è fertile e strategica per gli obiettivi economici, militari, politici dell’occupazione israeliana”
Supporto a livello internazionale “L’Europa se solo lo volesse avrebbe un forte peso politico ed economico. Chiediamo principalmente tre cose chiare:
- Pressione diplomatica: pretendere il rispetto del diritto internazionale e la fine della politica di demolizione e confisca nelle aree occupate
- Cooperazione dal basso: sostenere progetti di cooperazione decentrata, gemellaggi tra comuni (come si sta cercando di fare in questo viaggio tra città italiane e comunità palestinesi), acquisto equo e solidale dei prodotti locali (nella rete del fair trade sono presenti da anni prodotti ormai iconici del settore come il cous cous, i datteri, l’olio, spezie come lo zaa’tar, mandorle, ecc)
- Informazione corretta: smettere di guardare alla Palestina solo come a un teatro di guerra infinita ed inevitabile, riconoscendo la dignità di un popolo che chiede il rispetto dei propri diritti fondamentali e la libertà sulla propria terra.
Il 7 ottobre 2023 ha segnato una svolta terribile nella violenza dell’occupazione israeliana, ma questa esiste da 80 anni”
Esistere, resistere, ammalarsi, curarsi
Rasheed è un uomo poco più che quarantenne, quindi teoricamente nel pieno delle forze, ma anche a causa di una vita sempre sul filo del rasoio, tra minacce, invasioni, checkpoint quotidiani a cui sfugge inerpicandosi per ore in auto su strade sassose collinari dove anche i muli avrebbero difficoltà, nei mesi scorsi ha sofferto problemi di salute, soprattutto cardiaci. Ora non fuma più, passa del tempo con la famiglia allargata nella casa di Toubas, prende diverse medicine, ma i segni di affaticamento sono evidenti nel corpo e nel viso. Anche salire le scale della metropolitana e delle case, rimanere in piedi a chiacchierare con gruppi come quello che da più di un anno ogni giorno pratica un’ora di silenzio per la Palestina davanti al Duomo di Milano, sopportare l’afa italiana di questa estate, sono prove faticose. Nascoste, ma visibili a chi lo conosce da tanto ed ha condiviso con lui e loro fatiche e resistenza, nelle comunque ancora affascinanti terre della Jordan Valley…
Mohammad Hesham Huraini è un giornalista indipendente e attivista per i diritti umani di At-Tuwani, a Masafer Yatta.
Articolo pubblicato originariamente su +972 Magazine Foto di copertina: Un giovane palestinese guarda attraverso la finestra rotta della sua casa dopo un attacco sferrato la notte precedente dai coloni israeliani nel villaggio di At-Tuwani, a Masafer Yatta, nella parte meridionale della Cisgiordania occupata, il 19 luglio 2026. (Mosab Shawer/Activestills)
Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito completamente impotente. La mia auto era avvolta dalle fiamme, ma l’unica cosa che contava era che la mia famiglia riuscisse a sopravvivere.
Sapevo che erano arrivati ancora prima di vederli. Era da poco passata la mezzanotte del 18 luglio quando una quarantina di coloni israeliani incappucciati, provenienti dal famigerato avamposto illegale di Havat Ma’on, hanno fatto irruzione nel mio villaggio, At-Tuwani, sulle colline meridionali di Hebron. Erano armati di bastoni, pietre e taniche di benzina.
Ho sentito le urla, poi l’inconfondibile rumore delle pietre che infrangevano i vetri. Subito dopo ho avvertito il calore dell’incendio che avevano appiccato.
I coloni hanno preso di mira innanzitutto la moschea Al-Taqwa. Ne hanno mandato in frantumi le finestre, hanno cosparso di benzina il terreno e dato fuoco all’ingresso. Sui muri hanno dipinto Stelle di David e scritto in ebraico slogan come «Vendetta».
Vendetta per cosa, esattamente? Ci accusavano di aver provocato un incendio che quello stesso giorno aveva interessato l’insediamento di Havat Gilad. Le autorità israeliane hanno poi dichiarato che, con ogni probabilità, il rogo era stato causato accidentalmente da una sigaretta non completamente spenta.
Ma quel falso pretesto è servito soltanto come giustificazione per scatenare la rabbia dei coloni contro i palestinesi. Sapevano di non dover rispondere dei propri crimini e che, se avessimo tentato di difenderci, l’esercito israeliano sarebbe intervenuto in loro difesa, arrestandoci o persino sparandoci senza alcuna esitazione.
Dopo aver attaccato la moschea, si sono divisi in diversi gruppi e hanno iniziato a passare di casa in casa. Hanno lanciato altre pietre, distrutto altre finestre, gettato benzina nelle abitazioni e poi dato loro fuoco.
Quando è iniziato l’attacco mi trovavo a casa di mio zio, mentre il resto della mia famiglia — i miei genitori, le mie tre sorelle e il mio fratellino — dormiva nella nostra abitazione, poco distante. Ho sentito le urla delle mie sorelle, svegliate dall’odore acre del fumo e delle pareti in fiamme, mentre capivano cosa stava accadendo. Ho corso verso casa con un nodo allo stomaco.
Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito completamente impotente. Ero solo contro più di quaranta persone, sostenute dalle forze di occupazione. Mentre correvo mi lanciavano pietre; non sapevo nemmeno se alcuni di loro fossero armati. Avevo appena il fiato per gridare contro di loro, anche solo per non sentirmi spettatore della distruzione della mia stessa casa.
Per tutto il tempo non riuscivo a smettere di pensare alla famiglia Dawabsheh, della cittadina di Duma, la cui casa venne incendiata dai coloni israeliani nel 2015. Tre membri della famiglia morirono, tra cui il piccolo Ali, di appena diciotto mesi. Ero terrorizzato all’idea di poter perdere la mia famiglia nello stesso modo.
Quando sono arrivato davanti a casa, la prima cosa che ho visto è stata la mia auto completamente avvolta dalle fiamme. Ma in quel momento non mi importava. L’unica cosa che contava era sapere se la mia famiglia fosse viva.
Ho trovato mia madre e le mie sorelle in lacrime, tremanti. Per fortuna erano tutti illesi, ma il pavimento era ricoperto dei vetri delle finestre andate in frantumi. Il terrore, il panico e la paura provati quella notte ci accompagneranno per sempre, aggravati dalla consapevolezza che potrebbe accadere di nuovo già domani.
Poco distante, uno dei miei vicini, un ragazzo di sedici anni, stava dormendo sotto una finestra quando i coloni hanno versato benzina all’interno della casa, bagnandogli anche i vestiti. Se le fiamme lo avessero raggiunto, oggi non sarebbe vivo. È sopravvissuto, ma porterà per sempre con sé il ricordo dell’odore soffocante del fumo, del sapore della paura e di un senso costante di angoscia esistenziale.
Se quel ragazzo può dirsi fortunato, la sua famiglia ha comunque vissuto una tragedia. Sua madre, incinta, è stata colpita da una pietra lanciata dai coloni attraverso la finestra. La Mezzaluna Rossa palestinese è arrivata circa venti minuti dopo la fine dell’attacco e ha trasportato d’urgenza in ospedale la donna, Roqaya Rabie, 35 anni. Ma il bambino che portava in grembo non è sopravvissuto, privato perfino della possibilità di conoscere una vita non segnata da questa violenza.
I coloni hanno inoltre incendiato il nostro caseificio. Per la maggior parte delle donne del villaggio rappresenta l’unica fonte di reddito. Negli ultimi anni siamo stati privati di molte possibilità di sostentamento: il distributore di carburante, le imprese edili e le fabbriche tessili che un tempo operavano qui hanno chiuso. Il caseificio è tutto ciò che ci resta, e hanno cercato di distruggere anche quello.
L’intero pogrom è durato appena una decina di minuti. Ma dieci minuti trascorsi credendo di stare per perdere la propria famiglia sembrano un’eternità. Prima di andarsene, i coloni hanno incendiato un’ultima casa, come se tutta la distruzione provocata fino a quel momento non fosse stata sufficiente.
A quel punto avevamo già iniziato a spegnere gli incendi. Abbiamo cercato di salvare la moschea, le nostre case e il caseificio. La mia auto, invece, era ormai irrecuperabile: le fiamme l’avevano ridotta in un ammasso di metallo bruciato in pochissimo tempo.
Come accade di consueto, l’esercito e la polizia israeliani sono arrivati solo dopo che i coloni se n’erano andati. Invece di inseguire gli aggressori o fare irruzione nel loro avamposto per arrestarli, si sono rivolti contro di noi. Ci hanno respinti e ci hanno urlato contro, mentre permettevano ai terroristi coloni di allontanarsi indisturbati e nella più totale impunità. Ancora una volta, i palestinesi sono stati lasciati senza alcuna difesa di fronte a una violenza organizzata, compiuta dai coloni con la protezione dello Stato.
Mentre siete seduti nelle vostre case, probabilmente non dovete preoccuparvi di un’invasione violenta. Non vi aspettate che la vostra auto possa prendere fuoco da un momento all’altro. Forse non avete mai pensato di rinforzare le finestre o di ricoprire le pareti con una vernice che renda più facile cancellare i graffiti dopo un attacco.
Qui, a Masafer Yatta, invece, queste sono preoccupazioni quotidiane. Non importa che uno di noi abbia vinto un Oscar per il documentario No Other Land o che, grazie a quel film, il mondo conosca finalmente il nome del nostro piccolo villaggio.
Invece di ricevere protezione, siamo stati lasciati a raccogliere i pezzi dell’ennesimo attacco che ha messo in pericolo le nostre vite. Dopo aver ripulito i muri e rimosso la fuliggine, abbiamo iniziato a fare il bilancio di ciò che poteva essere salvato e di ciò che la violenza del regime dei coloni israeliani aveva distrutto per sempre.
Issam Mahmoud Radwan e Naheel Youssef sono stati aggrediti nella loro terra a Beitillu.
Provate, solo per un attimo, a immaginare una terra che conoscete da prima di possederla, una terra inscritta nel vostro DNA. Avete imparato da vostro padre in quale punto l’acqua ristagna dopo le scarse piogge, quando una potatura aiuta la pianta e quando la condanna, conoscete i ritmi del clima e dalla stagione in una terra desertica, ma prospera. Sotto quella terra riposano le radici innestate da persone morte molti anni fa, mentre sopra, il lavoro dei vivi, il vostro lavoro, continua una conoscenza che non troverete scritta da nessuna parte, men che mai in un catasto.
Il sapere dell’agricoltore, quella conoscenza pratica e situata che James C. Scott chiamava mētis, una parola che racchiude una scienza appresa osservando le stagioni, correggendo gli errori e ricevendo dai vecchi qualcosa di insostituibile: decenni di esperienza.
Adesso immaginate che un gruppo di uomini arrivi nella vostra azienda agricola. Sono armati di bastoni e portano un cane. Vi colpiscono, lasciano che vi morda, rompono la vostra gamba e il braccio di vostra moglie. In Italia per molto meno metà popolazione ha invocato la pena di morte schierandosi con in gioielliere assassino. Ecco, in Cisgiordania al termine dell’aggressione siete voi a finire in ospedale, e i coloni ladri e aggressori potranno tornare sulla collina dalla quale sono venuti, sapendo che la violenza privata possiede alle proprie spalle un’intera potenza pubblica.
È accaduto stamattina, 1° agosto 2026 a Issam Mahmoud Radwan e a sua moglie Naheel Youssef, nella loro azienda agricola nell’area di ʿAyn al‑Zarqa, presso Beitillu, a nord-ovest di Ramallah.
Le prime fotografie mostrano Issam disteso su un lettino, una gamba interamente fasciata. Naheel ha il braccio immobilizzato e il volto contratto dal dolore. Il presidente del consiglio di villaggio, Nasr Radwan, ha fornito ad «Al‑Araby al‑Jadeed» una ricostruzione ancora più precisa: i coloni avrebbero usato bastoni e condotto con sé un cane che ha morso entrambi. Issam avrebbe riportato rotture ossee a una gamba; Naheel a una mano, oltre alle contusioni sul resto del corpo. WAFA, Al‑Araby al‑Jadeed
Le fotografie attestano le conseguenze mediche; da sole, evidentemente, possono documentare soltanto il dopo. Nasr Radwan riferisce che Beitillu subisce aggressioni quotidiane e la pressione sarebbe aumentata dopo l’installazione, circa due mesi fa, di un nuovo avamposto coloniale. Lo scopo, secondo il presidente del villaggio, è conquistare le terre agricole e le sorgenti.
La terra si prende impedendo al proprietario di raggiungerla
Beitillu appartiene a un gruppo di villaggi palestinesi circondati dalle colonie di Nahliel, Talmon e dai loro satelliti. La contesa riguarda in modo particolare le terre coltivate e le sorgenti. ʿAyn al‑Zarqa, il luogo dell’aggressione, è una risorsa agricola e uno spazio frequentato dagli abitanti della zona. Da mesi gruppi di coloni armati vi compiono incursioni. Un filmato diffuso a giugno mostrava un giovane palestinese affrontarli mentre uno degli uomini impugnava un fucile.
Nella stessa parte della Cisgiordania si trova Zayit Ra’anan. Il governo israeliano lo definisce un quartiere di Talmon, sebbene sorga a circa due chilometri e mezzo dalla colonia e risulti più vicino ai villaggi palestinesi di Beitillu e Deir Ammar. Nel 2023 le autorità israeliane hanno approvato un piano per 189 abitazioni su 203 dunam dichiarati «proprietà statale» dopo essere stati classificati come beni abbandonati. Peace Now ha osservato che tale qualifica urbanistica serve a presentare una nuova colonia quale semplice ampliamento di una già esistente. Poco distante, presso Nabi Aner, sorgenti e terreni appartenenti a famiglie palestinesi sono stati trasformati dai coloni in un parco ricreativo. Peace Now
Il procedimento possiede una logica elementare ed è quasi sempre lo stesso. I coloni collocano una roulotte su una collina e si apre una strada sterrata. Un allevamento, anche piccolissimo, permette a poche persone armate di controllare centinaia di ettari, poiché il pascolo richiede estensione. Le minacce allontanano agricoltori e pastori palestinesi; i cani completano spesso il lavoro. Dopo diverse aggressioni, il proprietario comincia a recarsi nel campo più raramente, perde una stagione agricola e vede seccare ciò che aveva piantato. A quel punto l’assenza prodotta con la forza viene riletta dall’amministrazione israeliana come abbandono.
Il colono ha creato il sopruso e Lo Stato provvede a legalizzarlo.
Questa tecnica territoriale ha assunto proporzioni immense. Secondo Peace Now, nel solo 2025 sono comparsi 86 nuovi avamposti, 58 dei quali costituiti da aziende agricole. Nello stesso anno il governo ha riconosciuto 54 nuove colonie; 26 erano avamposti legalizzati in seguito. Al 1° luglio 2026, 33 avamposti risultavano già regolarizzati e almeno altri 48 avevano una pratica in corso. In seguito agli scontri mortali avvenuti a Tal il 24 luglio, Benjamin Netanyahu ha ordinato di accelerare la legalizzazione delle fattorie coloniali già presenti e di crearne altre. La promessa governativa è arrivata dopo che i coloni avevano assalito il villaggio.Peace Now, CBS News
Occorre capire bene il significato della parola «legalizzazione», infatti gli avamposti sorgono senza autorizzazione e risultano illegali persino secondo l’ordinamento israeliano, ma si crea un escamotage, infatti una decisione governativa può regolarizzarli sul piano interno. Il diritto internazionale considera illegali anche le colonie ufficialmente autorizzate da Israele, per questo si parla di “territori occupati”. La trasformazione dell’avamposto in insediamento riconosciuto dal governo sana il rapporto fra il colono e l’amministrazione che lo sostiene, questo tuttavia lascia intatto il carattere illecito dell’occupazione rispetto alla popolazione sottoposta.
È una legge che perdona il furto dopo averne acquisito il prodotto.
Il colonialismo agricolo, dati recenti
Nella sola settimana precedente l’aggressione a Issam e Naheel, l’ONU ha contato più di quaranta attacchi con persone colpite o beni distrutti. Almeno venti famiglie sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. Luglio ha eguagliato marzo come mese più letale per i palestinesi coinvolti in assalti dei coloni dal 7 ottobre 2023.OCHA, 31 luglio 2026
Chiamarli episodi di estremismo sarebbe eufemistico. Un estremista isolato può senz’altro commettere un delitto, ma migliaia di aggressioni che vanno avanti da decenni e che producono spopolamento, perdita delle terre e successiva espansione coloniale descrivono ciò che descriviamo come colonialismo. Affinché vi sia colonialismo c’è bisogno di impunità, l’impunità deve costituirne la condizione materiale. Yesh Din, organizzazione israeliana per i diritti umani, ha esaminato i fascicoli relativi ai reati ideologici commessi da israeliani contro palestinesi fra il 2005 e il 2025: il 93,6 per cento delle indagini monitorate si è concluso senza incriminazione. Yesh Din
Provate ancora a immaginare
Tornate per un momento alla vostra terra. Vi alzate al mattino per lavorarla e trovate uomini che sostengono di aver ricevuto da dio ciò che la vostra famiglia coltiva da generazioni. Vi picchiano e vi fanno mordere dal cane. Quando cercate aiuto, l’esercito protegge l’insediamento dal quale provengono. Se reagite, siete voi a entrare negli atti militari come minaccia alla sicurezza e finite in carcere, e finire in carcere significa: violenza, stupri, anni passati senza ricevere assistenza.
Poi passano alcuni mesi. L’avamposto riceve l’elettricità e una strada, sterrata, lo collega alla colonia vicina e un ministro annuncia che verrà regolarizzato. La vostra assenza dal campo, causata dalle aggressioni, o talvolta dalle incarcerazioni, viene utilizzata per contestare il vostro rapporto con quel terreno. Il furto della vostra terra verrà chiamato “pianificazione statale”.
Un giornale occidentale, infine, descriverà questo fatto una «contesa fra coloni e palestinesi». O magari qualcuno chiamerà “escur-sionisti” gli aggressori coloni.
La Corte internazionale di giustizia avrebbe già eliminato qualsiasi alibi giuridico. Nel parere del 19 luglio 2024 ha stabilito che la presenza israeliana nei territori palestinesi occupati è illegale, che la confisca estesa delle terre e la privazione dell’accesso alle risorse naturali sottraggono alla popolazione locale i mezzi della propria esistenza. Israele deve interrompere la colonizzazione e smantellare gli insediamenti.Corte internazionale di giustizia
Israele ha respinto quelle conclusioni. Sul terreno, intanto, il rapporto fra bastone e atto amministrativo continua a funzionare con straordinaria efficienza.
Le fotografie di Issam e Naheel ci raccontano precisamente questo passaggio. Due persone condotte in ospedale mentre la loro azienda rimane esposta a chi le ha aggredite. La benda sulla gamba di lui e il gesso sul braccio di lei appartengono alla politica fondiaria della Cisgiordania esattamente quanto una delibera ministeriale, fanno parte dello stesso processo di appropriazione con la forza. Il colonialismo, da sempre, deposita le proprie decisioni prima sui corpi del colonizzato e poi le trascrive sulle carte.
Poesia pubblicata originariamente su We Are Not Numbers. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
Foto di copertina: Donna dallo sguardo triste che guarda verso la macchina fotografica, con indosso un hijab. Opera: “River” di Malak Matar
Quando ami una donna di Gaza,
erediti una patria
senza averne mai toccato la terra.
Vivi dentro i suoi occhi,
ne senti il respiro.
Leggi le sue parole come una poesia
e dentro di te cresce una primavera che non finisce.
Ami ogni onda che abbraccia
la costa della sua terra.
Quando ami una donna di Gaza,
impari come la sopravvivenza
possa generare tenerezza;
come qualcuno possa portare
intere rovine nel petto
e continuare a parlare con dolcezza.
Nei suoi occhi puoi trovare
una notte senza sonno,
mille preghiere rimaste senza risposta,
ma mai la resa.
Ami la sua morbidezza indomita,
il modo in cui versa il caffè.
Ami il fuoco nella sua voce
quando racconta la bellezza della sua città
e il silenzio nei suoi occhi
quando la memoria le soffoca le parole.
Quando ami una donna di Gaza,
ami il mare che porta dentro —
i piovanelli sulla riva,
il sale trasportato dal vento,
i pescatori che tornano all’alba,
stanchi ma sereni.
Quando ami una donna di Gaza,
ami la pazienza plasmata dall’assedio,
la forza forgiata dall’assenza,
la fede scolpita dalla perdita.
Ami qualcuno
che ha imparato presto
a piantare fiori
davanti alle case distrutte
e a stendere una stuoia sulla porta.
Quando ami una donna di Gaza,
ami un’anima che ha sepolto
troppi cari,
troppe volte,
e che ancora sceglie la vita.
In questi giorni Firenze ospita un’iniziativa dal titolo “Re.Imagine Peace”. È un titolo suggestivo. Ma proprio quelle due parole mi hanno costretto a fermarmi. Che cosa significa oggi immaginare la pace? Perché forse il problema non è immaginarla. Il problema è avere ancora il coraggio di pronunciarla senza tradirne il significato. La pace è probabilmente la parola più pronunciata del nostro tempo. Tutti la invocano, tutti la desiderano, tutti si dichiarano dalla sua parte. Eppure raramente ci chiediamo che cosa essa significhi davvero.
La prima domanda, dunque, non è se desideriamo la pace. La vera domanda è un’altra: Quale pace?
Può esistere una pace senza giustizia? Può esistere una riconciliazione senza verità storica?
Può esistere un processo di pace mentre continua un sistema fondato sull’occupazione, sul colonialismo, sull’apartheid e sulla negazione dei diritti fondamentali di un popolo?
Io credo di no. Perché la pace non è una formula. Non è una fotografia. Non è un concerto. Non è un dialogo costruito rimuovendo la realtà. La pace è una conquista della giustizia. È il riconoscimento della dignità dell’altro. È la verità che precede la riconciliazione. Ed è proprio qui che nasce il mio disagio davanti a molte iniziative che oggi parlano di pace. Non metto necessariamente in discussione la buona fede di chi vi partecipa. Metto in discussione il paradigma dal quale prendono forma. Perché non si può costruire un percorso di pace partendo dalla rimozione della storia. Non si può mettere sullo stesso piano occupante e occupato. Non perché una vita valga più di un’altra.
Ma perché le responsabilità storiche e politiche non sono simmetriche. La questione palestinese non è un conflitto tra due nazionalismi equivalenti. È la storia di un progetto coloniale che ha prodotto espulsione, espropriazione, pulizia etnica e dominio sin dalla nascita dello Stato di Israele.
La Nakba del 1948 non appartiene al passato. Continua, continua nelle confische delle terre, nelle demolizioni delle case, nella colonizzazione e la pulizia etnica della Cisgiordania, nel Genocidio di Gaza. Nella negazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.
Ed è dentro questa continuità storica che oggi si colloca il genocidio in corso. Continuare a chiamarlo semplicemente “guerra” significa contribuire alla sua normalizzazione.
Quando il genocidio diventa “la guerra”.
Quando il colonialismo diventa “il conflitto”.
Quando l’apartheid diventa “complessità”.
Quando l’occupazione diventa “sicurezza”.
Allora il linguaggio non descrive più la realtà. La protegge. E quando il linguaggio protegge il potere invece della verità, diventa esso stesso parte del problema. Non possiamo limitarci ad attribuire ogni responsabilità all’attuale governo israeliano.
I governi passano. I sistemi restano. Le politiche coloniali, gli insediamenti, le occupazioni, le demolizioni, le espulsioni e la violenza strutturale nei confronti del popolo palestinese attraversano l’intera storia dello Stato di Israele.
Ed è impossibile ignorare che una larga maggioranza della società israeliana continua a sostenere queste politiche e le operazioni militari che le accompagnano, come mostrano diversi sondaggi condotti negli ultimi anni. Questo non significa negare l’esistenza di israeliani che resistono a questo sistema. Al contrario.
Figure come Yuli Novak, organizzazioni come B’Tselem e tanti ebrei israeliani che hanno avuto il coraggio di denunciare il colonialismo, l’apartheid e il genocidio rappresentano oggi una voce di straordinario valore morale. Ma proprio la loro esistenza dimostra che il problema non è un’identità.
È un sistema. Ed è il sistema che deve essere messo radicalmente in discussione.
Mi colpisce poi un’altra assenza. In molte iniziative dedicate alla pace si parla continuamente di ascolto.
Ma chi viene realmente ascoltato?
Dove sono le madri di Gaza?
Dove sono i medici?
Dove sono i giornalisti sopravvissuti?
Dove sono i bambini mutilati?
Dove sono le famiglie che hanno perso decine di persone?
Perché parlare della pace senza ascoltare anzitutto chi sta vivendo la distruzione significa trasformare la pace in un privilegio di chi osserva da lontano. Una pace che non ascolta le vittime rischia di essere soltanto la tranquillità morale delle coscienze occidentali.
Eppure è proprio sui corpi dei bambini di Gaza, sulla fame, sulle amputazioni, sulle cure negate, sulle città distrutte, che oggi si misura la verità di ciò che sta accadendo. Ignorare questa realtà significa praticare una gigantesca opera di rimozione.
Il caso del Sudafrica ci insegna qualcosa di fondamentale. L’apartheid non è terminata perché colonizzatori e popolazione nativa hanno improvvisamente deciso di dialogare.
È terminato quando il sistema di dominio è stato riconosciuto come illegittimo e ha iniziato a essere smantellato. Solo allora è diventata possibile la riconciliazione.
La giustizia non è stata il risultato della pace. È stata la condizione della pace. Per questo continuo a credere profondamente nella pace. Ma proprio perché ci credo, mi rifiuto di usarne il nome invano.
Non chiamerò pace la rimozione della verità.
Non chiamerò pace il silenzio imposto agli oppressi.
Non chiamerò pace la normalizzazione del colonialismo.
Non chiamerò pace una riconciliazione costruita sulle macerie di Gaza senza giustizia, senza responsabilità e senza libertà.
Perché la vera pace non nasce dall’oblio. Nasce dal coraggio di guardare la storia negli occhi. Dal riconoscimento del torto. Dalla fine del sistema che quel torto continua a produrre.
Ed è qui che sento il bisogno di dire quale pace immagino io. Non sogno una Palestina nella quale un popolo domini un altro. Sogno una Palestina nella quale nessun popolo domini più nessuno.
Una terra libera, dal fiume al mare, in cui tutte le persone possano finalmente vivere come cittadini uguali davanti alla legge, con gli stessi diritti, gli stessi doveri e la stessa dignità, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica o religiosa. Perché il contrario del colonialismo non è la vendetta. È l’uguaglianza. È questa la pace alla quale credo.
Per questo condivido pienamente una convinzione semplice. Non si può re-immaginare la pace senza la giustizia e senza l’autodeterminazione del popolo palestinese.
Perché la pace non è il contrario della guerra. La pace è il contrario del dominio.
E finché esisterà un popolo che domina un altro, parlare di pace senza nominare quella realtà significherà soltanto svuotare questa parola del suo significato più profondo. Le cose vanno chiamate con il loro nome. Non perché il linguaggio possa cambiare da solo il mondo.
Ma perché nessun mondo più giusto potrà mai nascere da parole che hanno smesso di dire la verità.
Il Muro di Israele in costruzione prepara la prigionia dei superstiti
Lo spazio vivibile (e l’ossigeno disponibile) di Gaza si restringono di giorno in giorno.
Due milioni di palestinesi vengono ‘strizzati’ in un territorio angusto, terribilmente stretto e progressivamente simile ad una prigione a cielo aperto.
È la strategia di Israele che spinge in avanti la cosiddetta yellow-line, la linea gialla dell’assedio (e della nostra vergogna, giacché non pronunciamo una sola parola e lasciamo fare).
Middle East Eye e la BBC raccontano che i residenti di al-Tuffah, nel nord della Striscia, si sono risvegliati lunedì scorso con un’ulteriore brutta sorpresa .
Una delle innumerevoli sorprese criminali dello Stato invasore: le demarcazioni della linea gialla erano state spostate più avanti, ad ovest, nel mezzo di Salah al-Din, la strada principale di scorrimento da nord-sud.
Il progetto in corso è quello della costruzione di un Muro di separazione lungo 24 km, il cui tracciato è visibile dalle rilevazioni sarellitari, che dovrebbe separare la parte della Striscia controllata da Israele, dal resto dell’enclave.
Inizialmente quella linea segnava l’ipotetico ritiro dell’esercito dopo il cessate-il-fuoco; poi è diventata una demarcazione fisica, un Muro.
Che chiuderà gli abitanti superstiti in una cella di pochi chilometri.
La verità è che se nessuno lo ferma il genocidio proseguirà centellinato nei mesi e negli anni a venire: un genocidio a gocce invisibile.
Chi resta a Gaza sarà racchiuso in un lembo di terra insignificante e sottoposto ad arbitri.
Controlli, vessazioni, violenze, una non vita.
L’enclave si restringe stipando le persone e costringendole a continui trasferimenti.
Nelle vicinanze della yellow line svetta una bandiera israeliana ad una altezza di 3 mt.
La casa di una delle famiglie sfollate, gli al-Shawish è stata distrutta dopo il 7 ottobre:domenica scorsa la famiglia è stata costretta ad evacuare nuovamente dall’accampamento dopo un avvertimento di imminente attacco da parte dell’esercito.
La loro tenda è stata colpita e gli al-Shawish non hanno più nulla: vagano, incalzati pure dalla linea gialla.
“Moriremo, ma la morte è meglio dell’umiliazione”, dice Mohammed, il capofamiglia.
Israele controlla già il 70% di Gaza e vuole espandere la sua presenza oltre, rosicchiando altro spazio.
Il resto della stretta enclave è teoricamente sotto il controllo di Hamas.
L’intenzione della coppia Trump- Netanyahu è spingere i gazawui estenuati ad accettare i trasferimenti forzati, lasciando la loro terra.
Qualora si rivitalizzasse il Board of Peace servirebbe solo a costruire la ‘riviera’ sognata da Trump nella zona controllata da Israele, e a concedere briciole agli sfollati dei campi.
Gaza non esiste più, la Palestina della West Bank è dilaniata, il popolo agonizza.
«Non ci ritireremo dalle linee attuali finché Hamas non sarà completamente disarmato». Benjamin Netanyahu lo ha detto il 4 agosto, rifiutando la bozza elaborata dall’amministrazione Trump per avviare la famosa “fase successiva” dell’accordo su Gaza. Israele ha ricevuto il testo lo ha rifiutato (come prevedibile). Cosa vorrebbe Israele? Ma è ovvio, ciò che nessuno farebbe, così avrà la scusa per terminare il genocidio. Hamas dovrebbe consegnare le armi per primo. L’esercito israeliano conserverebbe le posizioni occupate, ovvero il 70% di Gaza. Il ritiro, poi, forse, vedremo, al limite arriverà dopo. Queste non è un accordo. Solo un pretesto di chi Hamas la conosce bene, visto che l’ha finanziata. Di questo ne ho parlato diffusamente in due miei lunghi articoli
il video di Netanyahu ci viene presentatato come qualcosa di “ragionevole”, una specie di cautela militare. In realtà qual é la richiesta? Gaza dovrebbe affidare la propria sopravvivenza alla parola dello Stato che continua a perpetrare un genocidio nonostante il cessate il fuoco.
IL PIANO DI TRUMP
Il piano annunciato da Trump prevedeva l’avvio del disarmo di Hamas e quindi la sospensione degli attacchi israeliani con un ritiro graduale dalle aree occupate e controllate dall’IDF. L’accordo faceva parte del cessate il fuoco dell’ottobre 2025, che aveva poi prodotto la liberazione degli ostaggi rimasti a Gaza e la fine delle grandi operazioni militari. L’unica cosa ottenuta è stata la liberazione degli ostaggi. Da parte israeliana non c’è stato nessun cessate il fuoco. Le parti successive dell’accordo, compreso il ritiro israeliano, sono rimaste ferme. Netanyahu chiederebbe adesso di rovesciare l’ordine delle mosse, Hamas dovrebbe essere completamente smantellata prima di qualsiasi arretramento dell’esercito.
l dibattito pubblico tende a confondere due questioni del tutto separate. Da un lato c’è una razionalità strategica del rifiuto di un disarmo unilaterale, qui siamo sul piano dei rapporti di forza. L’adesione politica a Hamas appartiene a un altro piano. Nessuno al posto di Hamas accetterebbe un disarmo da chi ha sterminato il loro popolo. Peraltro restano aperte tutte le questioni irrisolte del 7 ottobre.
Che Hamas abbia commesso dei crimini è fuor di dubbio. Tuttavia quei crimini vanno contestualizzati all’interno di una cornice molto ampia in uno scenario di resistenza al colonialismo e all’Apartheid. Per quanto possiamo condannare la violenza sui civili da parte di Hamas, e l’ONU giustamente lo fa, va anche detto che la stessa Commissione ONU ha ribadito nel giugno 2026 che Israele continua a commettere genocidio e altri crimini atroci nella Striscia.
Il problema del disarmo si svolge su un altro piano. Lo risolvo facendo una domanda molto semplice: quale soggetto armato consegnerebbe il proprio arsenale a un avversario che, oltre a mantenre l’occupazione militare, conserva il controllo del territorio, ha violato i termini dell’accordo sul cessate il fuoco migliaia di volte, e rivendica il diritto di colpire fino a quando giudicherà «completo» il disarmo (in base, poi, a chissà quali criteri)? Chi stabilirà che le armi sono state davvero consegnate? Quale autorità imporrà il ritiro israeliano? Quale sanzione scatterà alla violazione successiva?
Al momento nessuna di queste domande viene neanche ascoltata. Figurarsi le risposte. Israele non risponde a niente se non a se stesso.
La fiducia fra belligeranti, come sappiamo da ogni tregua che la storia ci ha consegnato, richiede un minimo di simmetria, il che comporta azioni simultanee e verificabili, ma soprattutto richiede un soggetto terzo capace di imporre le clausole a entrambe le parti. Voi vi fidereste degli USA?
I DATI DELLA “TREGUA”
I dati della tregua spiegano la diffidenza. L’Ufficio stampa governativo di Gaza ha censito almeno 3.795 violazioni israeliane nei primi 280 giorni dell’accordo, fino al 19 luglio 2026. Associated Press ha riferito il 4 agosto che almeno 1.252 palestinesi erano stati uccisi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. Il ministero della Sanità di Gaza mantiene elenchi nominativi considerati generalmente attendibili dalle agenzie ONU e dagli esperti indipendenti.
Reuters ha documentato un altro fatto piuttosto importante. L’accordo dell’ottobre 2025 aveva lasciato inizialmente sotto controllo israeliano il 53 per cento della Striscia, in attesa del ritiro previsto. Nei mesi seguenti Israele ha ampliato l’area occupata fino al 60 o 70 per cento. Il 2 agosto, due giorni dopo l’annuncio di Trump sul presunto passo avanti diplomatico, i raid israeliani hanno ucciso almeno diciotto palestinesi. Le vittime comprendevano coppie con figli e persone rifugiate nelle tende.
La liberazione degli ostaggi a cosa ha portato? Il genocidio/guerra è proseguito sotto un nome diverso. I bombardamenti sono continuati e il territorio controllato da Israele si è esteso. Non solo non si è visto nessun cenno di ricostruzione, ma non hanno fatto entrare neanche gli escavatori per far sì che i palestinesi potessero seppellire i propri morti.
IL LIBANO COME ESEMPIO
Il cessate il fuoco annunciato dagli Stati Uniti è entrato in vigore il 17 aprile 2026. Tra quella data e il 7 giugno, il ministro della Difesa libanese Michel Menassa ha registrato 3.491 attacchi aerei israeliani. Nello stesso periodo ha contato 407 demolizioni controllate e sei operazioni di spianamento che hanno cancellato interi villaggi della fascia meridionale. Israele ha lasciato senza risposta la richiesta di Reuters su quelle cifre.
Il rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite del 9 luglio conferma che le violazioni della risoluzione 1701 sono proseguite dopo la tregua. UNIFIL ha rilevato 9.993 violazioni dello spazio aereo libanese fra il 21 febbraio e il 20 giugno. Il periodo comprende settimane anteriori al cessate il fuoco, perciò la cifra ha un perimetro diverso dal conteggio del governo libanese.
Alla fine di luglio, soldati israeliani occupavano ancora decine di villaggi nel Libano meridionale. Il nuovo accordo mediato da Washington collega il loro ritiro al disarmo verificato di Hezbollah. Un ufficiale libanese ha stimato che il ritiro completo potrebbe richiedere oltre un anno.
Gaza e Libano ricevono così la stessa minaccia. P.s. una minaccia non è un accordo. Hezbollah ed Hamas dovrebbero consegnate le armi e, in seguito, forse, bontà loro, sarà possibile discutere la fine dell’occupazione senza spiegare neanche bene come e senza niente di vincolante o una parte terza credibile. Insomma la potenza che deve arretrare si arroga il diritto di stabilire se l’altra parte abbia obbedito abbastanza.
IL DOPPIO VINCOLO
Gregory Bateson e i suoi collaboratori chiamarono double bind, doppio vincolo, una situazione comunicativa nella quale due ingiunzioni incompatibili imprigionano il destinatario. Nella loro formula, qualunque cosa faccia, il destinatario «non può vincere».
Hamas dovrebbe disarmarsi per ottenere il ritiro israeliano;
il ritiro, però resta subordinato alla valutazione israeliana del disarmo.
Il rifiuto consente a Netanyahu di attribuire a Hamas la prosecuzione della guerra.
L’adesione consegna a Israele il potere di decidere quando l’obbligo sia stato adempiuto.
Testa vince Israele. Croce perde Gaza.
Lo stesso schema riguarda Hezbollah e, su una scala diversa, l’Iran. A tutti viene chiesto di rinunciare alla capacità militare prima che Israele rinunci alle posizioni conquistate o agli attacchi. Le garanzie dovrebbero giungere dagli Stati Uniti, ovvero i mediatori che non hanno mai rispettato un accordo e che forniscono a Israele le armi la protezione e sono anche cobelligeranti contro l’Iran. Insomma, la fiducia richiesta è a senso unico.
LA MOSSA DI NETANYAHU
Netanyahu conosce bene l’impraticabilità del disarmo unilaterale. Sa che Hamas, Hezbollah e Iran difficilmente consegneranno le armi in cambio di una promessa priva di qualsivoglia garanzia. Quella prevedibile risposta offre al governo israeliano il pretesto successivo classico, classico nel senso che va avanti dal dopoguerra: NOI avevamo proposto la pace, LORO hanno scelto la guerra. Questo dopo un doppio vincolo.
La proposta è costruita ad arte affinché l’avversario la respinga per prolungare il conflitto dando la colpa all’avversario per il suo proseguimento. Netanyahu chiede il disarmo dettando condizioni che non lo consentono e in questo modo può scaricare su Hamas il genocidio, mentre, nel frattempo Israele sta cercando di cancellare le prove (sul campo) del genocidio.
Chiamare «escursionisti» i coloni armati entrati nel villaggio palestinese di Tell non è una svista lessicale: è il sintomo di un servizio pubblico che ha smesso di scegliere da sé le proprie parole
Ci sono notizie che durano quaranta secondi e pesano più di un editoriale. Tra il 24 e il 25 luglio 2026, all’ora di cena, il Tg1 e il Tg2 hanno spiegato agli italiani, con la voce del corrispondente in Israele Giovan Battista Brunori, che «un gruppo di palestinesi ha attaccato alcuni israeliani che stavano facendo un’escursione». Quella mattina, nei pressi del villaggio palestinese di Tell, a sud-ovest di Nablus, erano morte sei persone: quattro palestinesi e due israeliani. In quella frase non c’è, tecnicamente, nulla di inventato. C’è però una scelta lessicale, e in informazione le scelte lessicali non sono mai neutre: chi decide come chiamare le persone decide, nello stesso istante, chi sia l’aggressore e chi l’aggredito, che cosa sia un’escursione e che cosa un’incursione, che cosa vada spiegato e che cosa possa essere dato per scontato.
La polemica che ne è seguita, esplosa sui social e arrivata fino al consiglio d’amministrazione della Rai, è stata liquidata da molti come l’ennesima schermaglia estiva. Non lo è. Il caso della parola «escursionisti» è interessante proprio perché è piccolo: mostra, in una sola inquadratura, come funziona oggi la catena che porta un comunicato militare dentro il salotto di casa di milioni di persone, e in quali condizioni istituzionali, economiche e sindacali si trovi l’azienda che quella catena dovrebbe interrompere.
1. Sei morti a Tell, due racconti inconciliabili
I fatti, per quanto è possibile ricostruirli, risalgono alla mattina di venerdì 24 luglio 2026. Un gruppo di israeliani provenienti dall’area dell’insediamento di Havat Gilad si è avvicinato al villaggio palestinese di Tell, alla periferia di Nablus. Ne è nato uno scontro, prima fisico e poi armato, conclusosi con la morte di quattro palestinesi e di due israeliani e con almeno otto feriti, alcuni in condizioni critiche. Il ministero della Salute palestinese di Ramallah ha reso noto che le quattro vittime palestinesi appartenevano tutte allo stesso nucleo familiare. Le vittime israeliane erano un colono di trentadue anni residente a Havat Gilad e un militare di ventisette anni, comandante di batteria di un reparto di artiglieria.
Sull’origine dell’episodio esistono due versioni inconciliabili. Secondo il portavoce dell’esercito israeliano, i militari sono intervenuti per soccorrere un gruppo di «escursionisti» israeliani aggrediti da residenti palestinesi; nel corso dello scontro un palestinese avrebbe sottratto l’arma d’ordinanza al responsabile della sicurezza dell’insediamento e aperto il fuoco, uccidendo i due israeliani prima di essere a sua volta ucciso. Secondo i media e le autorità palestinesi, invece, alla base di tutto c’è un’incursione: un gruppo di coloni entrato nella zona orientale del villaggio, con il tentativo di forzare l’ingresso in due abitazioni, seguito da un secondo assalto, questa volta con la copertura dei militari.
Le due ricostruzioni non si equivalgono sul piano della verificabilità. La stampa israeliana, citata anche dai quotidiani italiani, ha riferito che il gruppo era composto anche da uomini armati e da minori e che era entrato in un’area classificata A e B, nella quale ai cittadini israeliani è vietato accedere senza un preventivo coordinamento con l’esercito: coordinamento che, per ammissione delle stesse forze armate, non c’era stato. Si è trattato dunque, nel lessico dei reporter israeliani, di un ingresso illegale. Nelle ore successive lo stesso esercito ha riconosciuto che alcuni dei civili coinvolti erano armati e che entrambe le parti avevano aperto il fuoco prima dell’intervento dei militari; e non ha escluso l’ipotesi che i due israeliani siano stati colpiti da fuoco incrociato. Dalle immagini disponibili, ha osservato «il Post», non è possibile stabilire con certezza chi abbia sparato i colpi mortali.
Quel che è certo è ciò che è avvenuto dopo. Il governo israeliano ha annunciato «azioni decise», la demolizione dell’abitazione della famiglia di uno dei palestinesi coinvolti e l’accelerazione delle procedure per nuovi insediamenti nell’area. L’esercito ha disposto un massiccio dispiegamento, un cordone militare attorno a Nablus e il coprifuoco in alcuni villaggi; il sindaco di Tell, Walid Zidan, ha riferito che circa settanta abitanti del villaggio palestinese sono stati fermati e interrogati in un’abitazione trasformata in centro di interrogatorio. Nei giorni immediatamente successivi gruppi di coloni hanno attaccato o tentato di attaccare altri villaggi dell’area, fra cui Jit e Far’ata, e sono state incendiate due moschee. Nessuna «escursione», per quanto sfortunata, produce ordinariamente una simile catena di conseguenze militari e amministrative.
2. La formula andata in onda
Il racconto offerto dai telegiornali del servizio pubblico ha seguito una direzione diversa. Nei servizi mandati in onda dal Tg1 e dal Tg2 fra il 24 e il 25 luglio, e nei collegamenti in diretta curati dal corrispondente Giovan Battista Brunori, capo della sede Rai in Israele, la vicenda è stata riassunta nella formula secondo cui un gruppo di palestinesi avrebbe attaccato alcuni israeliani impegnati in un’escursione. La versione è stata ribadita anche negli interventi dal vivo.
È utile essere precisi su ciò che si sta contestando. Non si tratta di una notizia falsa in senso stretto: quella frase riproduce fedelmente la prima comunicazione ufficiale dell’esercito israeliano. Il problema è di un altro ordine e riguarda il cuore del mestiere. Una redazione può riferire la versione di una parte in causa, purché la attribuisca esplicitamente a chi l’ha formulata e la metta a confronto con le altre ricostruzioni disponibili. Ciò che non può fare, senza rinunciare alla propria funzione, è assumere quella versione come voce propria del narratore, trasformando l’affermazione di un belligerante nella descrizione oggettiva dell’accaduto.
La differenza fra «l’esercito israeliano sostiene che si trattasse di escursionisti» e «alcuni israeliani stavano facendo un’escursione» è tutta qui, e non è una sottigliezza accademica: è la distanza fra il giornalismo e la trascrizione. In una vicenda in cui esistono due versioni radicalmente opposte, il servizio pubblico non è chiamato a scegliere quale delle due sia più simpatica, ma a segnalare al pubblico che una scelta è in corso. Quando questa segnalazione scompare, lo spettatore non riceve un’informazione parziale: riceve un’informazione che si presenta come completa e non lo è.
L’asimmetria, del resto, non riguarda soltanto il verbo. Riguarda anche il modo in cui si contano i morti. Delle due vittime israeliane la stampa ha diffuso rapidamente nome, età, residenza, grado militare, storia personale; delle quattro vittime palestinesi è rimasto quasi ovunque un numero e una circostanza, l’appartenenza a un unico nucleo familiare. È una disparità che nessuna redazione decide consapevolmente e che tuttavia si riproduce con regolarità: da un lato individui con una biografia, dall’altro una cifra. Anche per questo, in questo articolo, nessuno dei sei uccisi viene chiamato per nome: finché non è possibile nominarli tutti, nominarne soltanto una parte significa già stabilire chi merita di essere ricordato come persona.
3. Dal comunicato militare al telegiornale
Il percorso della parola è ricostruibile con esattezza. «Escursionisti» è il termine impiegato nei primi comunicati delle forze armate israeliane, come hanno rilevato numerosi utenti e come ha documentato l’account Global Sumud Italia, secondo cui «la propaganda non è sempre qualcosa di lontano: a volte entra direttamente nel salotto di casa, all’ora di cena, dal telegiornale del servizio pubblico». Quel termine è poi passato, senza filtri e senza virgolette di attribuzione, nel parlato dei notiziari italiani.
Il paradosso è che nel frattempo la fonte originaria si era già parzialmente corretta, riconoscendo la presenza di persone armate. Il servizio pubblico italiano è arrivato dunque in ritardo persino rispetto al comunicato che stava riproducendo. È il segno di un meccanismo ben noto a chi studia la produzione dell’informazione internazionale: nelle redazioni compresse dai tempi e dalle risorse, la fonte istituzionale più organizzata, più rapida e più abituata a parlare la lingua dei media occidentali finisce per fissare la cornice interpretativa iniziale, e quella cornice raramente viene poi smontata negli aggiornamenti successivi.
Non serve immaginare né intenzioni né direttive per spiegare l’accaduto. Basta osservare che, in assenza di un contrappeso editoriale forte, la parola del più forte diventa automaticamente la parola predefinita. È esattamente per costruire quel contrappeso che esiste un servizio pubblico finanziato da tutti; ed è esattamente lì che la ferita, in questo caso, si è aperta.
4. Che cosa cancella la parola «escursione»
Va detto con la massima chiarezza, perché è il punto su cui tutto ruota: la parola «escursionisti» non si riferiva ai palestinesi di Tell. Designava i cittadini israeliani armati provenienti dall’insediamento di Havat Gilad, cioè i coloni che quella mattina erano entrati nel villaggio palestinese. È esattamente in questo scarto che si consuma la manipolazione. Un’incursione compiuta da uomini armati in un’area del territorio occupato nella quale non avevano titolo per entrare viene ribattezzata escursione; e chi la compie diventa, nel racconto, un gruppo di gitanti sorpresi dalla violenza altrui. Cambiata la parola, si rovescia il rapporto fra i soggetti: chi entra armato in casa d’altri smette di essere l’aggressore e diventa la parte aggredita, mentre chi si oppone all’ingresso diventa l’assalitore.
Non è un vezzo stilistico: quella parola cancella una precisa categoria giuridica. I coloni non sono visitatori occasionali, sono i protagonisti di un processo di insediamento che il diritto internazionale considera illecito. Gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est sono infatti illegali in quanto contrari all’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta alla potenza occupante di trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio occupato. Il 19 luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia, con un parere consultivo richiesto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha stabilito che l’intera occupazione dei Territori palestinesi è illegale, che Israele ha l’obbligo di porvi fine il più rapidamente possibile, di cessare ogni nuova attività di insediamento, di evacuare i coloni e di risarcire i danni, e che tutti gli Stati hanno il dovere di non riconoscere come legittima la situazione così creata.
Havat Gilad, l’insediamento da cui proveniva il gruppo, è illegale perfino secondo l’ordinamento israeliano: nasce nel 2002 come avamposto non autorizzato, viene più volte evacuato e ricostruito e nel 2018 entra in una procedura di regolarizzazione che, secondo l’organizzazione israeliana Peace Now, non è mai stata completata. Definire «escursionisti» i coloni armati che ne sono usciti quella mattina significa quindi sottrarre allo spettatore, in una sola parola, l’intera cornice di illegalità entro cui l’episodio si colloca: illegale l’occupazione, illegale l’insediamento, non autorizzato l’ingresso nel villaggio.
Il contesto quantitativo non è meno rilevante. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari segnala che nel solo 2026 oltre tremiladuecento palestinesi sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni a causa degli attacchi dei coloni e delle demolizioni. Secondo il bilancio diffuso da Radio Onda d’Urto, all’inizio dell’ultima settimana di luglio i palestinesi uccisi nei governatorati della Cisgiordania dall’inizio dell’anno erano ottantadue, ventuno dei quali per mano di coloni. Sono numeri che descrivono un processo continuativo di espropriazione e di violenza, non una sequenza di incidenti isolati; e un processo continuativo esige, per essere raccontato, un vocabolario che ne renda visibile la struttura.
Qui sta il nocciolo politico della questione. Il linguaggio dell’informazione non descrive soltanto la realtà: contribuisce a costruire ciò che il pubblico ritiene normale. Una popolazione abituata per anni a sentire parlare di «scontri», «tensioni» e «visitatori» finirà per rappresentarsi l’occupazione come un conflitto simmetrico fra due parti equivalenti, anziché come un rapporto strutturale fra un potere che occupa e una popolazione che subisce. Il consenso alla passività dei governi europei si costruisce anche così, una parola alla volta.
5. Le proteste arrivano a viale Mazzini
La reazione dell’opinione pubblica è stata immediata e non riconducibile a un solo schieramento. Sui social sono comparsi migliaia di messaggi critici; l’autore Pablo Trincia ha reso pubblica la mail di protesta inviata direttamente a Brunori; il commento del giornalista Andrea Scanzi sul «crollo inesorabile» del servizio pubblico ha raccolto decine di migliaia di reazioni. Sul sito di Articolo21, Sandra Cecchi ha parlato di «disonore» non soltanto per l’autore del servizio ma per la catena di responsabilità redazionale che ne ha autorizzato la messa in onda, sollecitando una presa di posizione dei sindacati e dell’Ordine dei giornalisti.
Soprattutto, la questione è arrivata dove raramente arriva. In una nota congiunta, i consiglieri d’amministrazione della Rai Alessandro di Majo, Davide Di Pietro e Roberto Natale hanno confermato l’arrivo di rimostranze al consiglio, osservando che è legittimo chiedere che l’occupazione condotta dai coloni con il sostegno del governo israeliano sia chiamata con il proprio nome e non «derubricata a passeggiata turistica», e che compete al servizio pubblico evitare di farsi portavoce, anche involontariamente, di posizioni propagandistiche.
Il richiamo alla involontarietà è, dal punto di vista analitico, la parte più interessante della nota. Perché sposta il problema dal piano delle intenzioni individuali a quello delle condizioni di lavoro e di governo di un’azienda: se un’organizzazione produce sistematicamente errori orientati sempre nella stessa direzione, la spiegazione non va cercata nella psicologia dei singoli, ma nell’architettura che li circonda.
6. Un’azienda senza vertice e senza controllo
Quell’architettura, oggi, è in evidente sofferenza. La presidenza della Rai è vacante dall’ottobre 2024. La commissione parlamentare di vigilanza, organo di controllo del servizio pubblico, è rimasta paralizzata per quasi due anni dal braccio di ferro sulla nomina della presidente designata Simona Agnes, che richiede una maggioranza qualificata dei due terzi: la maggioranza di governo ha ripetutamente fatto mancare il numero legale, l’opposizione ha negato i voti chiedendo un nome di garanzia. Nell’arco di diciotto mesi la commissione si è riunita una sola volta nel merito, il 25 marzo 2026, per l’audizione dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi.
Lo stallo è stato censurato pubblicamente dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, secondo cui non è accettabile che dopo un anno e mezzo il servizio pubblico nazionale sia privo dell’assetto dei propri organi amministrativi e che la vigilanza non sia in grado di esercitare i propri compiti. Il 2 luglio 2026 si è consumato l’epilogo: le dimissioni di tutti i componenti di opposizione, compresa la presidente Barbara Floridia, seguite da quelle dei componenti di maggioranza. Un organo di controllo parlamentare si è, di fatto, autodissolto.
È in questo vuoto che si colloca l’episodio dei telegiornali. Un’azienda priva di presidente, sottratta per due anni al controllo parlamentare e con una linea editoriale governata di fatto dai rapporti di forza politici non dispone degli anticorpi necessari a riconoscere e correggere in tempo reale un errore di framing su una materia internazionale delicatissima. Non è una questione di buona o cattiva fede: è una questione di ingegneria istituzionale.
7. Il richiamo dell’Europa e l’inadempienza italiana
Il quadro non sfugge alle istituzioni europee. Il regolamento noto come European Media Freedom Act, entrato in applicazione nell’agosto 2025, impone agli Stati membri obblighi vincolanti in materia di indipendenza editoriale, procedure di nomina e stabilità del finanziamento dei media di servizio pubblico. Nella relazione sullo Stato di diritto pubblicata il 17 luglio 2026, la Commissione europea esprime «preoccupazioni» per i rischi che gravano sul funzionamento indipendente e sulla sostenibilità finanziaria della Rai, rileva che il ritardo nella nomina del presidente è considerato da diverse parti interessate un esempio dell’incapacità delle norme vigenti di proteggere l’azienda da influenze indebite e segnala l’assenza di progressi sulla riforma della diffamazione e sulla tutela del segreto professionale e delle fonti giornalistiche.
La Commissione prende atto del disegno di legge di riforma della governance e del finanziamento della Rai, all’esame del Senato, riconoscendo che alcuni aspetti sembrano andare nella direzione giusta ma registrando anche il giudizio degli operatori secondo cui il testo può essere migliorato. La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen è stata più esplicita: la riforma non può ridursi a un’operazione cosmetica, l’indipendenza editoriale è il principio cardine e il risultato dipenderà dalle modifiche che verranno introdotte nell’iter parlamentare.
Le associazioni per la libertà di informazione sono state ancora più nette. Articolo21 e Articolo 5 denunciano da mesi l’inadempienza italiana e il rischio di una procedura di infrazione, osservando che il testo proposto dalle forze di governo affida di fatto all’area parlamentare di maggioranza il potere di nomina della figura apicale dell’azienda: ciò che esce dalla porta rientrerebbe così dalla finestra. Su un punto la contraddizione è particolarmente visibile: alla riduzione delle entrate da canone si aggiunge un taglio di dieci milioni di euro ai finanziamenti pubblici per il 2026, presentato dal governo come razionalizzazione dei costi e considerato invece dalla stessa Rai e dagli operatori un rischio per la stabilità economica del servizio pubblico, in tensione con lo spirito del regolamento europeo. Secondo quanto riportato dalla stampa specializzata, il percorso della riforma si sarebbe peraltro arenato anche per l’opposizione del Ministero dell’Economia, azionista della Rai con oltre il novantanove per cento del capitale, contrario a un meccanismo di nomina che lo escluderebbe.
8. Cinquantaseiesimi
Il risultato complessivo di questa lunga stagione è misurabile. Nel World Press Freedom Index 2026 di Reporters sans frontières, pubblicato il 30 aprile, l’Italia scivola dal quarantanovesimo al cinquantaseiesimo posto su centottanta Paesi, perdendo sette posizioni in un anno e confermandosi ultima dell’Europa occidentale, superata anche da Gambia, Ghana e Costa d’Avorio. Le motivazioni indicate dall’organizzazione sono quattro: le minacce della criminalità organizzata, con una ventina di giornalisti sotto protezione permanente; l’abuso delle querele temerarie, che alimenta l’autocensura soprattutto fra i cronisti giudiziari; la cosiddetta legge bavaglio sulla pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare; e le crescenti interferenze politiche sulla Rai.
Il dato va letto nel contesto di un arretramento globale: secondo Rsf la libertà di stampa nel mondo è al livello più basso degli ultimi venticinque anni e oltre la metà dei Paesi censiti si trova in una situazione difficile o molto grave, contro il tredici per cento del 2002.
Dentro questo quadro, i teatri di guerra aperti da Israele restano di gran lunga i più letali mai registrati per la professione giornalistica. Il 20 luglio 2026 il Sindacato dei giornalisti palestinesi ha portato a duecentosessantaquattro il numero dei cronisti uccisi dalle forze israeliane dall’ottobre 2023 nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, otto dei quali nella sola prima metà di quest’anno; nello stesso semestre il sindacato ha documentato quattrocentosessantasette fra crimini e violazioni contro gli operatori dei media compiuti dall’esercito e dai coloni, e dall’ottobre 2023 oltre quattromila violazioni complessive, con centottantasette sedi di testate e centoquaranta abitazioni di giornalisti distrutte. A questo bilancio vanno aggiunti i quindici giornalisti e operatori dei media uccisi da Israele in Libano, secondo il Committee to Protect Journalists: si superano così, fra Gaza, Cisgiordania, territori occupati e Libano, i duecentosettanta morti. Lo stesso Committee to Protect Journalists ha attribuito all’esercito israeliano la responsabilità diretta di due terzi dei centoventinove reporter uccisi nel mondo nel 2025, l’anno più letale per la stampa degli ultimi trent’anni.
Non è una cifra che riguarda soltanto la solidarietà di categoria: riguarda direttamente il caso di cui stiamo parlando. La difficoltà di verificare in modo indipendente ciò che accade nei Territori occupati dipende anche dal fatto che chi prova a raccontarlo dall’interno viene ucciso, ferito, arrestato o impedito nel proprio lavoro, mentre l’accesso della stampa internazionale resta severamente limitato. In quel vuoto informativo il comunicato militare non è una fonte fra le altre: rischia di diventare l’unica. Ed è precisamente per questo che riprodurne il lessico senza attribuzione, come è avvenuto con la parola «escursionisti», non è un errore veniale.
9. L’economia politica di una parola
Resta la domanda più scomoda: perché un’azienda che vive del contributo obbligatorio dei cittadini finisce per adottare la lingua di un esercito straniero. La risposta non sta in un complotto, ma in una struttura di incentivi. La Rai è una società per azioni interamente pubblica il cui vertice è designato da un Parlamento nel quale la maggioranza di governo dispone del potere decisivo; il suo finanziamento dipende da scelte fiscali annuali del medesimo governo; la sua dirigenza editoriale ruota in funzione degli equilibri politici. In un simile assetto, l’allineamento alla linea di politica estera dell’esecutivo non deve essere imposto: si produce spontaneamente, come esito prevedibile di una catena di dipendenze.
A ciò si somma la questione, raramente discussa, delle condizioni materiali del lavoro giornalistico. La segretaria generale della Federazione nazionale della stampa italiana, Alessandra Costante, ha ricordato che senza tutele economiche nessun giornalista può essere davvero libero e indipendente, richiamando il precariato diffuso e un contratto nazionale fermo da dieci anni. Nel servizio pubblico, l’Unione sindacale giornalisti Rai denuncia da tempo il ricorso crescente a collaboratori esterni a scapito delle professionalità interne, al punto da presentare una segnalazione alla Corte dei conti, e ha accusato l’azienda di avere impedito la messa in onda di un video comunicato sindacale sul ridimensionamento di Rai3. Un giornalista precario, sostituibile e privo di rappresentanza effettiva non è nella condizione di contraddire una fonte istituzionale in diretta.
È il punto in cui la questione culturale diventa questione di classe. La libertà d’informazione non è un attributo morale delle persone: è una funzione delle loro condizioni contrattuali, della solidità dell’azienda che le impiega e della distanza che separa quell’azienda dal potere politico. Quando si erodono contemporaneamente il finanziamento, la stabilità del vertice, il controllo parlamentare e la forza sindacale, l’esito non è il pluralismo: è l’adattamento. E l’adattamento, in televisione, ha sempre la forma di una parola apparentemente innocua.
10. Il diritto di sapere
L’articolo 21 della Costituzione tutela la libertà di manifestazione del pensiero, ma la giurisprudenza costituzionale vi ha da tempo riconosciuto anche il fondamento del diritto dei cittadini a essere informati in modo completo e plurale: è su questa base che si giustifica l’esistenza stessa di una concessionaria pubblica e del contributo obbligatorio che la finanzia. Il Testo unico dei doveri del giornalista, a sua volta, impone il rispetto della verità sostanziale dei fatti e la distinzione rigorosa fra notizia, opinione e versione di parte. Non si tratta di principi decorativi: sono la contropartita del monopolio di fatto che il servizio pubblico esercita sull’attenzione di milioni di persone ogni sera.
Chi paga il prezzo di un vocabolario sbagliato non è un’astrazione. Lo pagano gli abitanti di Tell, la cui espropriazione quotidiana diventa invisibile nel momento stesso in cui viene raccontata come una passeggiata finita male. Lo pagano i cittadini italiani, ai quali viene sottratto lo strumento minimo per giudicare la politica estera del proprio Paese e le forniture, le collaborazioni e i silenzi che la accompagnano. E lo pagano, infine, i giornalisti onesti che dentro quella stessa azienda continuano a lavorare con serietà e che si trovano a condividere la responsabilità collettiva di errori che non hanno commesso.
Sarebbe consolante concludere che basterebbe una rettifica. Non basta. Una rettifica ripara un servizio; non ripara un sistema in cui il presidente manca da quasi due anni, l’organo di controllo si è dissolto, il regolamento europeo resta inattuato, il finanziamento viene tagliato e la classifica internazionale sulla libertà di stampa registra il peggior arretramento dell’Europa occidentale. La parola «escursionisti» non è la causa di questa crisi: ne è il sintomo più leggibile, perché mostra a occhio nudo che cosa accade quando un’istituzione smette di essere autonoma e diventa un canale.
La posta in gioco eccede la vicenda mediorientale. Un servizio pubblico che riproduce senza filtro la versione di un belligerante oggi, domani riprodurrà senza filtro la versione di un governo su una legge, su una vertenza sindacale, su una manifestazione repressa, su un decreto in materia di sicurezza. La grammatica è la stessa: sostituire la ricostruzione dei fatti con la voce di chi ha il potere di raccontarli per primo. Difendere l’indipendenza della Rai non significa quindi difendere un’azienda, né tantomeno un ceto professionale: significa difendere la possibilità stessa di una cittadinanza informata, che è l’unica condizione in cui la democrazia costituzionale non si riduce a un rituale. Finché quella condizione non viene ristabilita, ogni sera alle venti continueremo a ricevere non le notizie, ma la loro traduzione autorizzata.
Tell, Sarra, Qusra: che cosa è rimasto nei villaggi palestinesi dopo il 24 luglio, e perché la punizione collettiva non è la reazione a un fatto di sangue ma un metodo di governo del territorio
C’è una parola che i gruppi estremisti israeliani usano da vent’anni per battezzare le proprie spedizioni punitive contro i villaggi palestinesi: prezzo da pagare. Non è un’espressione clandestina, non è un’etichetta affibbiata dai loro avversari; è la loro, rivendicata, scritta sui muri delle case bruciate. Contiene un’intera teoria politica in due parole: ogni azione palestinese avrà un costo, il costo sarà riscosso su chiunque, e a stabilire il listino non sarà uno Stato ma una milizia che quello Stato tollera. La settimana appena trascorsa in Cisgiordania è la dimostrazione empirica di come funziona quel listino.
Il 24 luglio, nei pressi del villaggio di Tell, alla periferia di Nablus, uno scontro fra coloni armati provenienti dall’insediamento di Havat Gilad e abitanti palestinesi si era concluso con sei morti: quattro palestinesi e due israeliani. Nei quattro giorni successivi non è accaduto ciò che accade in un Paese dotato di uno Stato di diritto, cioè un’indagine. È accaduto un ciclo di rappresaglie, un dispiegamento militare, ottanta arresti, due moschee incendiate, sei case bruciate in un solo villaggio e l’annuncio governativo di settecentosessantatré nuovi alloggi in un insediamento a poche decine di chilometri. Un reportage pubblicato il 28 luglio dal Fatto Quotidiano, firmato da Lars Villevieille, ha raccolto sul posto quel che le cifre non registrano.
1. Che cosa resta a Tell
Il ritratto che emerge dal reportage è quello di una comunità sotto assedio amministrativo, oltre che militare. I negozianti hanno paura ad alzare le saracinesche. I camion della nettezza urbana non entrano più in paese. Le rappresaglie proseguono, e con esse i fermi: alcuni abitanti stimano oltre centoventi persone prelevate nell’intera zona, cifra superiore agli ottanta arresti dichiarati dall’esercito e ai settanta fermi riferiti dal sindaco di Tell. Le tre cifre non coincidono, e la discrepanza è essa stessa un dato: in un territorio dove i fermi avvengono di notte e senza contestazione formale di addebito, nessuno è in grado di tenere il conto esatto delle persone private della libertà.
Un abitante intervistato con nome di fantasia racconta di avere trascorso vari mesi in carcere senza mai sapere di che cosa fosse accusato, e di non averlo saputo nemmeno al momento del rilascio; aggiunge che è un’esperienza pressoché comune fra i suoi compaesani. Non è un’iperbole retorica: è la descrizione, dal basso, dell’istituto della detenzione amministrativa, che consente il trattenimento senza imputazione e senza processo sulla base di elementi coperti da segreto e non conoscibili dalla difesa.
Nel cuore del paese, uno degli edifici più grandi è stato requisito dai militari dall’una di notte alle due del pomeriggio di sabato e trasformato in centro di raccolta e interrogatorio per i fermati. Poco distante, un uomo su un pick-up bianco è l’unico a non voltarsi verso i giornalisti stranieri: è il padre dei due fratelli uccisi, di ritorno dalla preghiera sulle salme dei figli. I due ragazzi, quel venerdì mattina, stavano raccogliendo fichi d’india lungo la scarpata, in vista della festa del 10 agosto.
Il dettaglio dei fichi d’india non è folclore. Fissa la distanza incolmabile fra due racconti: quello per cui a Tell si è consumato uno scontro fra due parti armate, e quello per cui in un mattino d’estate una raccolta stagionale si è trasformata in una mattanza. Lo stesso testimone osserva che i suoi figli maschi, ancora bambini, erano con lui quel giorno e per questo non hanno assistito alla scena da soli. È il modo in cui, in Cisgiordania, si misura la fortuna.
2. Sarra, la casa cosparsa di benzina
A pochi chilometri da Tell, il villaggio di Sarra ha subito nelle stesse ore un attacco documentato anche dalle immagini diffuse dalle agenzie internazionali: serre e automobili incendiate, edifici danneggiati. I bilanci convergono su una ventina di abitazioni saccheggiate, sei case bruciate, cinque veicoli distrutti e tre abitanti feriti.
Dietro quei numeri c’è, nel racconto raccolto sul posto, una donna che ha visto la propria casa cosparsa di benzina mentre all’interno si trovavano i suoi tre figli. Li ha chiusi a chiave nel bagno e ha affrontato gli assalitori da sola, con pietre e prodotti per la pulizia domestica. Uno degli aggressori le ha promesso che sarebbe tornato per ucciderla. Nella casa accanto, una bambina ha gettato dal terrazzo la poca acqua di cui disponeva per contenere le fiamme che stavano per raggiungere la sua abitazione.
Sono episodi che sfuggono a qualunque categoria di scontro. Un tentativo di incendio di una casa abitata da tre minori non è un eccesso in una rissa fra comunità: è un atto compiuto sapendo chi si trova dentro. E il fatto che la difesa di quella casa sia stata affidata a una donna con pietre e detersivi, mentre a poche centinaia di metri stazionavano reparti militari, dice tutto ciò che occorre sapere sull’asimmetria della protezione in quel territorio.
3. Trecento persone contro un uomo solo
Il terzo episodio raccolto dal reportage riguarda un uomo che stava rientrando dalla casa della sorella, dove si trovavano anche i suoi figli. Racconta di essersi trovato davanti una folla che stima in trecento persone, di essere stato preso a bastonate e di essere stato abbandonato privo di sensi sul ciglio della strada, dove è stato poi raccolto da un’ambulanza. Porta i segni sul corpo e una sutura lungo il cranio; l’auto di famiglia è stata bruciata; conserva i filmati dell’incursione.
Aggiunge una circostanza che merita attenzione: è cittadino statunitense, e nonostante le ripetute chiamate alle rappresentanze diplomatiche nessuna avrebbe condannato gli aggressori. Si tratta della sua testimonianza, non di un fatto verificato in modo indipendente, e va riferita come tale. Ma è una testimonianza che introduce la questione politica decisiva: se la cittadinanza di un Paese occidentale non produce alcuna reazione istituzionale, quale protezione può ragionevolmente attendersi chi quella cittadinanza non ce l’ha.
4. L’acqua, le sigarette, il tempo
La parte forse più istruttiva del reportage non riguarda il sangue, ma la manutenzione ordinaria dell’occupazione. Le case dei villaggi sono dotate di cisterne sui tetti perché l’approvvigionamento idrico è razionato e discontinuo; secondo gli abitanti, forare quelle cisterne a colpi di arma da fuoco è una delle attività ricorrenti dei coloni. Le sigarette scontano una doppia imposizione, verso l’autorità palestinese e verso quella israeliana. La detenzione senza accusa scandisce le biografie maschili come una tappa prevista.
Sono elementi che compongono, presi insieme, qualcosa di più duraturo di una rappresaglia: un sistema di costi permanenti imposto a una popolazione. L’acqua bucata non uccide nessuno, ma rende una casa più difficile da abitare. La doppia tassazione non fa notizia, ma erode il margine di un piccolo commercio. Il carcere senza imputazione non lascia cicatrici visibili, ma spezza il tempo del lavoro, dello studio, della cura dei figli. Nessuno di questi fatti, singolarmente, produce un titolo di giornale. Tutti insieme producono il risultato che un secolo di studi sulle politiche di popolamento ci ha insegnato a riconoscere: l’esodo volontario di chi non ce la fa più.
Che questo sia l’obiettivo lo si ricava dal comportamento di chi resta. Il testimone di Tell dice di avere la possibilità materiale di andarsene, come molti suoi compaesani, e di non farlo per una ragione che definisce di principio. Rimanere, in quel contesto, non è inerzia: è la sola forma di resistenza disponibile a chi non ha eserciti, e viene punita come tale.
5. Trenta attacchi in un fine settimana
Ciò che è accaduto a Tell e a Sarra non è un caso isolato neppure nell’arco di quelle settantadue ore. Fra venerdì e domenica sono stati censiti circa trenta attacchi distinti in diverse aree della Cisgiordania. A Farata, a est di Qalqilya, sono stati dati alle fiamme una falegnameria, due abitazioni e terreni agricoli, con cinque palestinesi feriti. Spedizioni punitive hanno colpito anche Beit Furik e Jit. Nella notte fra sabato e domenica sono state incendiate due moschee: quella di al-Rahma a Qusra, a sud di Nablus, ancora in costruzione, sui cui muri sono comparse scritte in ebraico che promettono vendetta per il colono ucciso a Tell, e una seconda a Kur, a sud di Tulkarem, imbrattata con slogan razzisti.
Il quadro complessivo del semestre è stato quantificato dalla Commissione palestinese per la resistenza al muro e agli insediamenti in tremilaquattrocentottantotto attacchi di coloni contro palestinesi e loro proprietà nella prima metà del 2026, fra aggressioni nei villaggi, incendi dolosi, sparatorie, occupazioni di terra e creazione di nuovi avamposti, con diciassette palestinesi uccisi. Le Nazioni Unite parlano, per il 2026, di una media di sei attacchi al giorno, e collocano al cinquantacinque per cento la quota dei ferimenti di palestinesi in Cisgiordania riconducibile alla violenza dei coloni. Dall’ottobre 2023 i palestinesi uccisi in Cisgiordania hanno superato il migliaio, un quarto dei quali minorenni.
6. Perché nessuno paga: l’architettura dell’impunità
La domanda che ogni lettore dovrebbe porsi è elementare: chi risponde di tutto questo davanti a un tribunale. La risposta documentata è: quasi nessuno. L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din monitora da vent’anni i procedimenti aperti in Israele per reati commessi da cittadini israeliani contro palestinesi in Cisgiordania. Sui fascicoli seguiti fra il 2005 e il 2025, oltre millesettecento casi fra aggressioni, sparatorie, incendi, danneggiamenti e furti di bestiame, il novantatré virgola sei per cento delle indagini si è chiuso senza alcun rinvio a giudizio; solo il tre per cento circa è approdato a una condanna, totale o parziale.
La stessa organizzazione ha ricostruito, fra il 2023 e il novembre 2025, quasi trenta episodi di violenza organizzata di massa contro comunità palestinesi. In sedici di questi casi risultavano presenti soldati o poliziotti. Il rapporto della Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite pubblicato nel giugno 2026 giunge alle stesse conclusioni sul piano sistemico: le forze di sicurezza israeliane spesso non hanno impedito gli attacchi, in diversi casi erano presenti senza intervenire, e la percentuale di indagini archiviate alimenta una percezione consolidata di impunità. La Commissione documenta inoltre l’impatto sui minori, con paura permanente, incubi e difficoltà a frequentare la scuola, e casi verificati di violenza sessuale e di genere impiegata come strumento di pressione per l’abbandono della terra.
Occorre dire con chiarezza che a questo scenario contribuisce anche la scelta di molte vittime di non sporgere denuncia, per sfiducia verso una polizia percepita come parte del sistema che le opprime e per timore di ritorsioni. Ma è precisamente questo il punto: un sistema giudiziario che le vittime non osano attivare, e che quando viene attivato archivia in oltre nove casi su dieci, non è un sistema che funziona male. È un sistema che funziona esattamente come è stato costruito per funzionare. L’impunità non è il difetto della macchina: è il suo lubrificante. Se il costo atteso della violenza è prossimo allo zero, il prezzo da pagare del cartellino non è una minaccia retorica, è una previsione razionale.
7. Ventisei battaglioni contro un villaggio
A rendere visibile l’asimmetria basta osservare che cosa lo Stato israeliano ha mobilitato, e contro chi. Dopo i fatti del 24 luglio il governo ha ordinato quella che ha definito una vasta operazione antiterrorismo, con l’impiego di ventisei battaglioni. L’esercito ha dichiarato oltre ottanta palestinesi fermati in trecento luoghi perquisiti, undici dei quali ricercati e altri ottanta sottoposti a interrogatorio. Le forze speciali hanno fatto irruzione in un ospedale di Nablus per arrestare un ferito. L’area di Nablus è stata sottoposta a blocco militare, denunciato dalle organizzazioni non governative perché, oltre a impedire la libertà di movimento, compromette i servizi sanitari di emergenza. Due abitazioni sono state sigillate in vista della demolizione.
Nulla di paragonabile è stato mobilitato contro chi, nelle stesse ore, ha incendiato sei case a Sarra, una falegnameria a Farata e due moschee fra Qusra e Kur. La sproporzione non è un’impressione: è la struttura stessa della risposta. Da un lato ventisei battaglioni, trecento perquisizioni e demolizioni punitive; dall’altro, per una serie di incendi dolosi contro luoghi di culto e case abitate, nessuna operazione di analoga scala.
Sul piano giuridico la questione non è opinabile. La demolizione dell’abitazione della famiglia di un sospettato colpisce persone alle quali non è contestato alcun reato e ricade nella nozione di pena collettiva, vietata dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, che proibisce di punire una persona protetta per un’infrazione che non ha commesso personalmente e vieta le misure di rappresaglia contro le persone protette e i loro beni. Il coprifuoco esteso a un intero villaggio, il blocco dell’accesso sanitario e il fermo indiscriminato di decine di residenti si collocano nella stessa cornice. Non si tratta di eccessi individuali di reparti sotto pressione, ma di provvedimenti decisi al vertice politico e annunciati pubblicamente come tali.
8. Settecentosessantatré alloggi, e un calendario elettorale
Due giorni dopo i fatti di Tell, mentre i villaggi bruciavano, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che mantiene competenze sulle infrastrutture nei territori occupati, ha annunciato l’approvazione di settecentosessantatré nuove unità abitative nell’insediamento di Eli, nel nord della Cisgiordania: un intervento destinato a triplicarne le dimensioni. Lo stesso ministro rivendica che dall’insediamento del governo, alla fine del 2022, sono stati autorizzati oltre cento nuovi insediamenti e centosessanta avamposti agricoli. Poche settimane prima era stato stanziato un miliardo e trecento milioni di shekel, circa trecentosettantaquattro milioni di euro, per l’ampliamento delle costruzioni in Cisgiordania. Secondo le rilevazioni palestinesi, i coloni sono oggi circa settecentocinquantamila, distribuiti in centoquarantuno insediamenti e duecentoventiquattro avamposti.
È qui che i due piani, quello della violenza di strada e quello dell’atto amministrativo, si saldano. La spedizione punitiva svuota, il decreto ministeriale legalizza. La prima produce lo spazio, il secondo lo iscrive nel catasto. Chiamare la violenza dei coloni un fenomeno di ordine pubblico, come fanno molte cancellerie europee, significa scambiare lo strumento per un incidente: non è la deviazione da una politica, è la politica stessa nella sua fase esecutiva.
A questa saldatura si aggiunge una variabile temporale che nessuna analisi seria può ignorare. In Israele si vota il 27 ottobre 2026. Una coalizione che deve la propria sopravvivenza alle formazioni della destra religiosa e coloniale ha, nei mesi che precedono il voto, l’incentivo massimo a moltiplicare gli annunci di espansione e il minimo interesse a reprimere i propri elettori più militanti. Non è un’ipotesi malevola: è la lettura che ne danno gli stessi vertici della sicurezza israeliana, i quali, secondo quanto riferito dalla stampa, temono che la spirale in corso possa sfociare in una nuova rivolta palestinese generalizzata.
9. Il silenzio, e le parole
Sul piano internazionale, la reazione è consistita in una lettera urgente del presidente palestinese Abu Mazen alla comunità internazionale e in un appello del Papa sull’inasprirsi della violenza in Terra Santa. Il primo ministro israeliano si è recato a Washington per un vertice annunciato come dedicato ai dossier regionali; secondo indiscrezioni riportate dalla stampa israeliana, avrebbe trovato una crescente insofferenza dell’amministrazione statunitense per l’assenza di misure concrete contro la violenza dei coloni. Dall’Unione europea, nulla di comparabile a una misura.
Eppure gli obblighi esistono, e sono stati enunciati nel modo più solenne possibile. Il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024 ha stabilito che l’occupazione dei Territori palestinesi è illegale, che Israele deve cessare ogni attività di insediamento ed evacuare i coloni, e che tutti gli Stati hanno il dovere di non riconoscere come legittima la situazione creata e di non prestarle aiuto o assistenza. Un obbligo di non assistenza non è una raccomandazione morale: riguarda le forniture, i rapporti commerciali, gli accordi di cooperazione. Il silenzio europeo non è un vuoto: è una decisione, e come tale andrà giudicata.
C’è infine un piano che riguarda direttamente chi legge questo articolo in Italia. Pochi giorni fa i telegiornali del servizio pubblico hanno definito escursionisti i coloni armati entrati a Tell, adottando senza attribuzione il lessico del primo comunicato militare israeliano. La vicenda ha prodotto una controversia arrivata fino al consiglio d’amministrazione della Rai, con prese di posizione critiche e altre di solidarietà al giornalista. Si può discutere a lungo del caso singolo. Non si può discutere del fatto strutturale: se una popolazione riceve la parola escursione al posto della parola incursione, non disporrà mai degli strumenti per capire perché quattro giorni dopo sei case erano cenere e ottanta persone erano in stato di fermo. La sottrazione del vocabolario precede sempre la sottrazione della memoria.
10. Chi tiene il conto
Il reportage dal quale siamo partiti si apre con l’osservazione di un abitante secondo cui, dagli accordi che un secolo fa spartirono il Medio Oriente fra le potenze europee, questo è il momento peggiore. È un giudizio soggettivo, e come tale va preso; ma contiene un’intuizione storica esatta. L’attuale fase non è la ripetizione di un conflitto antico: è l’accelerazione finale di un processo di appropriazione territoriale che procede per fasi ordinate, la pressione quotidiana, la spedizione punitiva, lo sfollamento, l’atto amministrativo, e che oggi dispone di una velocità e di una copertura politica senza precedenti.
Contro processi di questo tipo la contabilità è una forma di resistenza. Contare le case bruciate, i fermati senza accusa, le indagini archiviate, gli alloggi autorizzati, i giorni di coprifuoco: è un lavoro ingrato, privo di qualunque spettacolarità, e tuttavia è l’unica base su cui potrà un giorno fondarsi un accertamento di responsabilità. Le organizzazioni israeliane che documentano l’impunità, gli uffici delle Nazioni Unite che censiscono gli attacchi, i giornalisti che entrano nei villaggi mentre l’esercito fa irruzione svolgono, ciascuno a proprio rischio, la stessa funzione: impedire che il fatto scompaia.
A chi legge da qui resta una responsabilità meno drammatica ma non meno concreta. La violenza in Cisgiordania non è un evento meteorologico che accade lontano: è sostenuta da relazioni commerciali, militari e diplomatiche che passano anche dal nostro Paese, e da un’opinione pubblica che riceve una versione addomesticata dei fatti. Modificare quella versione, pretendere che le istituzioni europee traggano le conseguenze del parere della Corte internazionale di giustizia, chiedere che il servizio pubblico chiami le cose con il loro nome, non sono gesti simbolici: sono le uniche leve disponibili a chi non ha altro potere che quello della cittadinanza.
Il 10 agosto, a Tell, ci sarà comunque una festa. I fichi d’india erano già stati raccolti. Sarà la prima senza i due fratelli che li stavano cogliendo il mattino del 24 luglio, e si terrà in un villaggio dove i negozi restano chiusi e i rifiuti non vengono più ritirati. Se c’è una ragione per cui vale la pena continuare a scrivere di questa vicenda, non è l’indignazione, che si consuma in fretta ed è a buon mercato. È il fatto elementare che quella festa esisterà, che qualcuno l’avrà organizzata, e che nessun cartellino del prezzo è ancora riuscito a cancellarla.
Come smettere di farci etichettare da chi vuole reprimerci e ridurre al silenzio. Il vecchio trucco psicologico di incasellare il “nemico”.
Pro-pal.
Sei lettere e un trattino. Facile, facile. Palestina rattrappita in tre lettere, vale quasi per tutte le lingue. Perfetto no? Perché polemizzare? Chiunque si occupi di Palestina va subito etichettato dietro un prefisso. Economia mentale, qualsiasi posizione uno abbia, o qualsiasi opinione, anche solo un dubbio, una domanda sul governo israeliano et voilà “Pro-Pal” . Sta benissimo nei titoloni dei giornali, occupa pochissimo spazio e si presta magnificamente alla contumelia. «Manifestanti pro-pal», «galassia pro-pal», «estremisti pro-pal», «i soliti pro-pal». Ormai manca soltanto il reparto al supermercato. Milioni di persone, milioni di posizioni politiche diverse, religioni agli antipodi, culture diversissime, ma no, chiunque SI OPPONGA A UN GENOCIDIO è un «pro-pal».
La cosa curiosa è che pure Treccani se n’è accorta. Michele Cortelazzo, linguista e accademico della Crusca, ha ricostruito la fortuna recente del termine. Pro-Palestina circolava già nei primi anni Duemila; la contrazione pro-pal esplode dal 2024 e prende rapidamente una coloritura polemica. Cortelazzo osserva anche una parentela formale interessante con no-vax e antifa, quelle denominazioni corte che permettono di mettere una moltitudine eterogenea dentro una scatola abbastanza piccola da poterla passare di mano in mano e screditare e associare al peggio. Non a caso nell’uso politico italiano (come nelle troll farm pagate da Israele) la frequenza maggiore si trova a destra, tuttavia la forma è entrata anche nel lessico del centrosinistra (e non a caso). Fateci caso, la denominazione viene sempre accompagnata da qualcosa di poco rassicurante: estremismo, violenza, prevaricazione, scontri, scioperi, blocchi. Non ho mai visto prenderla in un’accezione positiva tipo: beneficenza, lotta contro un genocidio, resistenza, umanità contro barbarie e così via.
A me interessa il piccolo intervento psichico compiuto da quelle sei lettere.
Ad esempio mi sono chiesta: perché io, per esempio, sarei una pro-pal? Non mi sono mai definita tale. Certo che sto dalla parte del popolo palestinese. Ma Pro??? In che senso?
La domanda può sembrare oziosa e invece apre un problema abbastanza antico della filosofia politica. Chi etichetta e dà un nome decide già una parte di ciò che sarà possibile pensare dell’oggetto nominato. Bourdieu aveva insistito parecchio sul potere di classificazione. Il dominio simbolico possiede anche questa facoltà quasi catastale di dividere il mondo, assegnare le persone a una categoria, rendere quella categoria socialmente riconoscibile. Poi dopo arriva tutto il resto, ma prima devo inquadrarti, omologarti, anche identificarti. Insomma prima di combatterti devo metterti cartellino, perché ho bisogno di etichettarti e che tu ti conformi a quell’etichetta. Dire società civile contro un genocidio è un grosso problema, perché definisce gli altri a FAVORE DI UN GENOCIDIO. Non possono permetterselo.
Appena qualcuno viene classificato come pro-pal, una parte dell’ascolto può essere risparmiata. Sappiamo già chi abbiamo davanti. Quale sarà l’idea dell’interlocutore che abbiamo davanti? Beh, il pro-pale sarà molto di sinistra, senz’altro detesta Israele, quindi sarà anche antisemita, forse indulgerà con Hamas. Basta aspettare qualche secondo e, prima o poi, confermerà tutti i sintomi della malattia che gli abbiamo diagnosticato. Il contenuto di ciò che dice scivola in secondo piano. È una vecchia comodità della mente. Anche una vecchia comodità politica.
Alla fine basta pronunciarlo.
«I pro-pal».
Abbiamo già visualizzato la manifestazione, le kefiah, qualche ragazzo che scrive sui muri, una vetrina rotta, gli stereotipi classici ad uso e consumo del popolino. Tutto pronto.
Insomma, qual è il punto? Io non sono favorevole a un popolo come si è favorevoli a una squadra di calcio. L’idea mi sembrerebbe anche vagamente idiota. I palestinesi sono milioni di esseri umani e dunque, con una certa probabilità statistica, fra loro si trovano persone ammirevoli e persone che eviterei volentieri. Esistono palestinesi laici, islamisti, conservatori, come qualsiasi italiano. Io non sono pro-ita, anzi, Dio me ne scampi. Non sono neanche pro-Hamas ho scritto più volte ciò che penso. La simpatia etnica, peraltro, è un criterio morale abbastanza miserabile.
La questione che mi riguarda è un’altra.
IO SONO CONTRARIA AL GENOCIDIO, CHE SIA IN PALESTINA, IN LIBANO, IN RUANDA, IN SUDAN NON MI RENDE PRO-QUEI PAESI, MA MI RENDE NEMICA IMPLACABILE DI CHI LI COMMETTE. IO SONO, ASSIEME ALLA POCA SOCIETÀ CIVILE RIMASTA, SONO NO-GEN.
Che il gruppo colpito mi piaccia oppure non mi cambia assolutamente nulla.
Questa differenza mi sembra enorme, perché sposta la domanda dalla qualità presunta della vittima alla natura dell’atto. Il divieto di genocidio nasce esattamente per questo. Se occorresse verificare prima la rispettabilità del popolo minacciato, la Convenzione del 1948 sarebbe un concorso di simpatia internazionale con parecchi moduli da compilare. Il diritto universale comincia dove finisce il gusto personale. Per questo ho pensato a una denominazione diversa. Un po’ brutta, lo ammetto.
No-gen.
È sgraziata. Quasi da pennarello sul cartone. Però possiede un pregio considerevole. LASCIA IN PACE I PALESTINESI E NOMINA CIÒ CONTRO CUI CI OPPONIAMO.
Del resto pro-pal è una sigla altrettanto sgraziata. Se dobbiamo per forza vivere nell’epoca delle parole amputate, almeno amputiamo il crimine e lasciamo intero il nome del popolo.
No-gen significa una cosa molto precisa. Rifiuto il genocidio. Quello di un palestinese, di un ebreo, di un tutsi, di un armeno, di un sudanese. E sono acerrima nemica di chi lo compie. Il soggetto agente può cambiare e la proposizione resta in piedi.
Dunque quando qualcuno mi chiama pro-pal sta facendo molto di più che abbreviare la mia intera esistenza in un’etichetta sminuente. Mi cambia la domanda.
Io sto parlando di un possibile genocidio e lui mi chiede quale popolo tifo.
Capite il piccolo gioco di prestigio? È fatto bene. Molto bene.
L’oggetto della questione, IL GENOCIDIO IN CORSO scompare e rimane l’identità di chi denuncia.
A quel punto si può ispezionare il denunciante.
Hai condannato Hamas?
Che cosa pensi del sionismo?
Riconosci lo Stato di Israele?
Conosci la storia del Mufti?
E gli ostaggi?
E il 7 ottobre?
È una vecchia tecnica della propaganda, precedente all’idea stessa di propaganda. Si processa il testimone quando il contenuto della testimonianza disturba.
Un genocidio non è una partita di calcio. C’è chi lo commette e chi lo subisce e non giocano 11 contro 11. L’anti-apartheid sudafricano aveva almeno il vantaggio di nominare il sistema contestato. L’abolizionismo nominava ciò che intendeva sopprimere. Nessuno dei due chiedeva alla vittima di risultare gradevole per meritare la posizione morale di chi combatteva l’ingiustizia. Ed è precisamente questo il punto che vorrei recuperare. A me non interessa che il popolo palestinese sia il miglior popolo del mondo. Non devono starmi simpatici, non devono essere “vittime”, anzi io spero che resistano con ogni mezzo disponibile e li capirò quando lo faranno, non devono starmi simpatici. Posso stare accanto a un palestinese senza trasformarlo nell’oggetto idealizzato della mia bontà occidentale. Posso riconoscergli diritto alla vita e alla libertà lasciandogli perfino il diritto di essere antipatico, religioso, politicamente lontanissimo da me. È questo che facciamo con gli esseri umani quando smettiamo di usarli come figurine.
Io voglio restituire l’etichetta.
Mi sento una no-gen. Non so se qualcuno si è già definito così e poco mi interessa, non è un marchio o un brand. Così almeno, la prossima volta, chi avrà voglia di insultarmi dovrà avvicinarsi un poco di più alla cosa di cui sto parlando. IL GENOCIDIO IN ATTO IN PALESTINA.
E magari, anche per sbaglio, finirà per parlarne.
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Secondo le notizie, almeno 300 bambini sarebbero stati uccisi a Gaza nei 300 giorni trascorsi dall’annuncio del cessate il fuoco nell’ottobre 2025. Ciò equivale a una media di un bambino al giorno, nonostante l’accordo per la sospensione delle operazioni militari e il pieno accesso degli aiuti umanitari e dei soccorsi risalga a quasi 10 mesi fa.
“Un cessate il fuoco che comporta la morte di un bambino in media ogni singolo giorno sta venendo meno alla sua funzione di proteggere i bambini”, ha dichiarato Edouard Beigbeder, Direttore regionale dell’UNICEF per il Medio Oriente e il Nord Africa. “Con altre centinaia di bambini feriti, molti dei quali gravemente, i bambini di Gaza stanno ancora aspettando la fine della violenza che era stata loro promessa“,
Le famiglie sono ostrette a vivere in appena un terzo della superficie della Striscia di Gaza, rifugiandosi in condizioni insicure tra edifici distrutti, macerie e cumuli di rifiuti. In tutta la Striscia, i bambini continuano a soffrire la malnutrizione acuta e a fronteggiare la mancanza di acqua potabile.
“Gli annunci fatti negli ultimi giorni hanno delineato una tabella di marcia per la prossima fase del cessate il fuoco, comprese le misure volte a porre fine alle ostilità e a potenziare gli aiuti umanitari. Ciò offre una nuova speranza e l’opportunità di porre finalmente fine all’uccisione dei bambini”, ha dichiarato Beigbeder. “Per i bambini di Gaza, il vero banco di prova è semplice: cesseranno le uccisioni? Gli aiuti li raggiungeranno in misura adeguata? Gli ospedali riapriranno e l’acqua tornerà a scorrere? I bambini torneranno a scuola in sicurezza a settembre? I bambini hanno già sentito promesse in passato. Questa volta, gli accordi devono tradursi in azioni concrete”.
L’UNICEF esorta tutte le parti a rispettare gli obblighi previsti dal diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e quello relativo ai diritti umani. È necessario proteggere i bambini, garantire loro l’accesso a beni e servizi essenziali, tra cui assistenza sanitaria, istruzione, acqua potabile e cibo, nonché consentire e agevolare un accesso umanitario sicuro, rapido e senza ostacoli ai bambini bisognosi.
PARTI CON NOI PER LA PALESTINA: Pellegrinaggio di giustizia dall’8 al 15 settembre
PELLEGRINAGGIO DI GIUSTIZIA
8-15 SETTEMBRE 2026
Andiamo in Palestina per incontrare le pietre vive di una terra ferita, in un tempo storico segnato da grandi difficoltà. Il nostro pellegrinaggio vuole essere un gesto di vicinanza e solidarietà verso un popolo che, nonostante le avversità, continua a credere e a lottare pacificamente per un futuro di libertà e autodeterminazione.
Teniamo presente che, vista la situazione incerta, potrebbe rendersi necessario apportare modifiche significative al programma, sia a ridosso della partenza sia durante il viaggio, per la nostra sicurezza e quella dei nostri amici palestinesi. E’ quindi importante riporre fiducia nella scelta che, strada facendo, potremmo essere chiamati a fare.
Inizieremo il nostro pellegrinaggio a Betlemme, per poi proseguire verso la Valle del Giordano, Ramallah, Gerusalemme e Taybeh. Pernotteremo e ceneremo presso strutture di accoglienza per pellegrini. Un pullman privato ci condurrà in tutte le tappe.
Il programma dettagliato sarà diffuso più avanti.
COSTO: € 1200 (escluso volo)
Per info:scrivere ESCLUSIVAMENTE a pellegrinaggiinterrasanta@gmail.com
Per iscriversi:compilare il modulo a questo LINK e verrete ricontattati. Iscrizioni entro il 31 luglio 2026