testi di Ilaria De Bonis, Lavinia Marchetti, Stefania Ascari, Stefano Nanni, Lidia Maggiori, Andrea Siccardo, Michele Giorgio, Micol Meghnagi, l’intervista di Hanno Hauenstein a Michael Barenboim e la terza puntata del podcast di Anna Maria Selini.
Genocidio a Gaza – 15 agosto
Israele non mette fine ai bombardamenti su Gaza, malgrado gli annunci. Ieri, aerei da guerra israeliani hanno lanciato un raid sul quartiere di Al-Amal, a ovest di Khan Younis.
Fonti degli ospedali di Gaza: Due martiri e diversi feriti nei raid aerei israeliani su Gaza City e Khan Younis.
Mezzaluna Rossa Palestinese: Abbiamo recuperato il corpo di un civile ucciso e trasportato diversi feriti in seguito a un bombardamento israeliano che ha colpito un veicolo a Gaza.
Un incendio è scoppiato in un capannone nella zona di Juhr ad-Dik, a nord-est del campo profughi di Bureij, nella Striscia di Gaza centrale, a seguito di un bombardamento di artiglieria israeliano.
L’esercito israeliano ha effettuato un’operazione di demolizione a Rafah.
Cecchini israeliani hanno aperto il fuoco verso le zone orientali di Khan Younis.
L’artiglieria israeliana ha bombardato la parte orientale del quartiere di Zeitoun, a est di Gaza City.
Tre pescatori sono rimasti feriti quando navi da guerra e droni israeliani hanno aperto il fuoco contro un peschereccio a ovest di Gaza City. L’Unione dei Comitati dei Pescatori ha riferito che i feriti sono stati trasportati in ospedale per le cure, sottolineando che l’attacco si inserisce in una serie di continue violazioni che prendono di mira i pescatori, privandoli del lavoro e del sostentamento.
A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco.
Appello: “Ai bambini di Gaza il Nobel per la Pace”
Il prof. Eugenio Mazzarella dell’università di Napoli ha lanciato un appello sulle pagine di avvenire.it. Moltissime le adesioni del mondo accademico, della cultura e dell’arte, oltre a politici di peso, come Bersani.
È un verso di una poesia di Tawfiq Zayyad, grande poeta palestinese del secolo scorso, scomparso il 5 luglio 1994. “questo popolo ha sette anime,
ogni volta che muore, rinasce più giovane e bello”. Ascolta la poesia inserita nella Cantata Rossa per Tal El Zaatar di Giulio Stocchi e Gaetano Liguori. Ieri è stato il 50esimo anniversario di quel massacro durante il quale in una sola notte sono stati assassinati, con una pallottola alla nuca, 3.000 uomini.
Ci sono ancora coloro che obiettano che non sitratti di genocidio, basandosi su congetture storiche e non guardando la realtà delle cifre e delle intenzioni, dicono: “Dire che Israele commette genocidio è una bestemmia”.
Pronunciare una frase simile è la vera bestemmia nei confronti della memoria dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo tedesco.
50 anni dal massacro di Tall Al-Zaatar
Il 12 agosto, è stato il cinquantesimo anniversario del massacro di Tall el-Zaatar, campo profughi palestinesi in mezzo alla Beirut maronita dominata dalle Kataeb, le Falangi fasciste libanesi.
Dopo 6 mesi di attacchi delle milizie fasciste maronite e 52 giorni di assedio totale, con la popolazione senza cibo e soprattutto senza acqua, l’OLP ha raggiunto un accordo per la resa e la salvaguardia di tutti, con la mediazione siriana, il nuovo padrone allora del Libano. L’accordo prevedeva l’evacuazione della popolazione civile e la resa dei combattenti. Quella notte, il 12 agosto 1976, sono stati uccisi a tradimento 3.000 uomini, una delle più atroci carneficine nella storia palestinese, avvenuta in una sola notte. Un nostro articolo di qualche anno fa
La violenza dei coloni sta aumentando in diverse aree della Cisgiordania occupata, in particolare nella città di Qusra, a sud-est di Nablus, dove tre famiglie palestinesi sono sotto assedio da sei giorni. Questo avviene in un contesto di crescente pressione da parte degli Stati Uniti sul governo di Benjamin Netanyahu affinché prenda una posizione pubblica contro la violenza dei coloni. Ma il criminale di guerra denunciato ha ordinato alle famiglie native di evacuare le case e ha protetto i coloni aggressori.
Ieri, venerdì, il ministro della guerra israeliano, Katz, ha annunciato il trasferimento dei poteri di ordine pubblico negli insediamenti in Cisgiordania alla polizia israeliana, guidata dall’estremista ministro della Sicurezza Nazionale, Ben-Gvir. Questa mossa è stata accolta con condanna dall’ANP che l’ha interpretata come una dichiarazione di annessione di terre palestinesi e un consolidamento del controllo militare israeliano su di esse.
Secondo la Mezzaluna Rossa Palestinese, due palestinesi sono rimasti feriti da colpi d’arma da fuoco ieri sera durante un attacco dei coloni nella zona di al-Adisa a Sa’ir, a nord di Hebron.
Un bambino palestinese è stato inoltre ferito da colpi d’arma da fuoco dell’esercito israeliano durante un raid nella città di Beit Fajjar, a sud di Betlemme, mentre le forze israeliane hanno attaccato un raduno di agricoltori nella vicina città di Battir.
Le forze di occupazione israeliane hanno bloccato gli accessi alla città di Hizma, nel distretto di Gerusalemme, lanciando contemporaneamente granate e gas lacrimogeni contro i veicoli. Nel frattempo, il governatorato di Gerusalemme ha segnalato che i coloni avevano vandalizzato e contaminato un pozzo d’acqua nella comunità beduina di Bir al-Maskub, a est di Gerusalemme.
Colonizzazione ebraica selvaggia
Venerdì, decine di attivisti palestinesi, internazionali e israeliani hanno tentato di rompere l’assedio della città di Qusra e di portare acqua, cibo e medicine alle famiglie assediate, ma l’esercito di occupazione israeliano ha impedito loro di raggiungere le case.
Gli attivisti hanno raggiunto la zona di Ras al-Ain, alla periferia di Qusra, a sud di Nablus, dove gruppi di coloni assediano tre case dalla scorsa domenica. Tuttavia, le forze di occupazione li hanno fermati, sostenendo che l’area fosse una zona militare chiusa.
Dal 9 agosto, i coloni hanno bloccato gli ingressi delle case e eretto una tenda tra di esse, dopo aver interrotto la fornitura di acqua ed elettricità, assediando di fatto tre famiglie composte da circa 15 palestinesi, tra cui due bambini, secondo l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.
L’Ufficio delle Nazioni Unite ha affermato che le forze israeliane erano presenti sul posto e non sono intervenute per porre fine all’assedio. Al contrario, hanno impedito a medici, attivisti e giornalisti di raggiungere le famiglie. Mercoledì, i soldati avevano smantellato una tenda dei coloni, ma questi sono rimasti nei pressi delle case il giorno successivo e hanno rimontato la tenda venerdì. L’esercito ha dato ordine alle famiglie di evacuare le loro case.
Qusra rappresenta un ostacolo strategico al piano israeliano di stabilire una cintura di insediamenti trasversale che colleghi la pianura costiera con il cuore della Cisgiordania, arrivando fino alla Valle del Giordano.
Genocidio a Gaza – 14 agosto
Israele ha ripreso la politica di assassinii mirati nella Striscia di Gaza, meno di 10 giorni dopo aver stabilito che qualsiasi operazione di questo tipo richiedesse l’approvazione del Capo di Stato Maggiore israeliano Eyal Zamir. Quella mossa, compiuta sotto pressione USA, era intesa a facilitare l’attuazione della tabella di marcia per la prossima fase dell’accordo di cessate il fuoco, ma getta dubbi sul futuro del piano Trump per Gaza.
Ieri, il ministero dell’Interno e della Sicurezza Nazionale della Striscia di Gaza ha denunciato l’assassinio del capo della polizia di Gaza City, Jamal Abu Kamil, in un raid aereo israeliano che ha colpito il suo veicolo in via Rashid, a sud-ovest di Gaza City.
Questa escalation rispecchia la politica di Israele e la sua volontà di perpetuare la guerra di genocidio, aggravare la catastrofe umanitaria nella Striscia e farla precipitare nel caos.
A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco.
Cisgiordania
Ieri, giovedì, decine di soldati israeliani hanno fatto irruzione nella città di Qusra, a sud di Nablus, costringendo all’evacuazione i residenti palestinesi delle case assediate dai coloni. Questo avviene nel contesto di una vasta campagna di arresti che ha preso di mira decine di palestinesi e di un raid da parte di decine di coloni.
La tensione è altissima a Qusra dopo che i coloni hanno stabilito un avamposto e continuato ad assediare tre famiglie palestinesi nelle loro case. Il sindaco della città, Abdul-Azim Wadi, ha dichiarato ad Al Jazeera che l’esercito israeliano ha isolato il villaggio e imposto il coprifuoco, con decine di soldati schierati all’interno e intorno ad esso.
Ha aggiunto che le famiglie palestinesi rimangono intrappolate nella zona di Ras al-Ain e che il comune non è in grado di raggiungerle o di fornire loro servizi essenziali come acqua, elettricità, medicine e cibo.
L’assedio delle case è iniziato domenica scorsa, quando alcuni coloni hanno eretto una tenda vicino a diverse abitazioni della città, tra cui quella di un palestinese che possiede anche la cittadinanza statunitense. Secondo i residenti, tale assedio da parte dei coloni ebrei israeliani ha impedito l’arrivo dei rifornimenti nella zona.
L’esercito israeliano ha preso in ostaggio 38 palestinesi nella sola giornata di ieri.
Colonizzazione ebraica selvaggia
Apartheid e deportazione. Questa è la politica israeliana di colonizzazione selvaggia della Cisgiordania. Ecco un elenco di alcune delle azioni violente di ieri:
All’alba di ieri, nella zona di Jabal al-Qarn ad al-Minya, a est di Betlemme, alcuni coloni hanno attaccato una casa e una fattoria. Hanno rubato più di 100 pecore e un veicolo, sradicato oltre 100 ulivi, vandalizzato un altro veicolo, danneggiato la casa e il suo contenuto, distrutto l’impianto solare e tagliato la conduttura dell’acqua.
Nella zona orientale di Jenin, i coloni hanno ricostruito l’insediamento di Ganim su terreni di proprietà palestinese, 21 anni dopo la sua evacuazione avvenuta nell’ambito del piano di disimpegno del 2005. Le forze di occupazione israeliane hanno chiuso gli accessi e le strade laterali per proteggere coloro che partecipavano alla ricostruzione.
Ad al-Nazla al-Sharqiya, a nord di Tulkarm, i coloni hanno iniziato a costruire un nuovo avamposto dopo aver spianato il terreno con i bulldozer, asfaltato strade, posato linee elettriche e portato nella zona circa 20 case prefabbricate (caravan).
I coloni hanno preso d’assalto il complesso della moschea di Al-Aqsa sotto la protezione delle forze di occupazione israeliane. Decine di loro, guidati dall’estremista Yehuda Glick, hanno compiuto rituali talmudici nel cortile orientale di fronte alla Cupola della Roccia.
A Burqa, a est di Ramallah, i coloni, sotto la protezione dell’esercito israeliano, si sono impossessati di un trattore appartenente al consiglio del villaggio e utilizzato per la raccolta dei rifiuti.
I coloni hanno fatto irruzione a Khirbet Samra, nella parte settentrionale della Valle del Giordano, aggirandosi tra le tende degli abitanti e seminando il panico tra donne e bambini. La zona è stata oggetto di attacchi e incursioni quotidiane, costringendo due famiglie ad abbandonarla.
Nella città di Taybeh, a nord-est di Ramallah, i coloni hanno smantellato una recinzione metallica che circondava terreni agricoli e rubato materiale da costruzione da una fabbrica di cemento. Hanno anche fatto pascolare le loro pecore su terreni agricoli palestinesi.
Voglio solo che tu immagini, per un momento, di portare tuo figlio e metterlo dentro una scatola di cartone come questa.
Qual è la tua reazione? Come ti sentiresti?
Perché ci avete fatto credere che i vostri figli fossero più meritevoli dei nostri?
Perché la vita dei vostri figli dovrebbe valere di più?
Perché la vostra sicurezza, la vostra dignità e le vostre vite, sono considerate più importanti delle nostre?”.
Lo scrive il giornalista di Gaza Ahmed Afash in un lungo post.
Mostrando in foto l’orrore supremo: comuni scatole di cartone con dentro stipati brandelli di corpi.
Di bambini uccisi e giunti a pezzi in ospedale.
Che non si è riusciti a ricomporre neanche da morti.
Chiusi con lo scotch, imballati. Per carenza persino di contenitori degni.
E tutto questo stride tanto con la nostra proposta (persino soggetta a polemiche!) del Nobel ai bambini palestinesi.
Sì certo che lo meritano!
E certo che sono le ptime vittime tra le vittime e il minimo che si possa fare per loro è proporli ad un Nobel per la pace (anche per non spegnere ulteriormente i riflettori su Gaza e sui suoi bambini).
Ma io vorrei che si dicesse che quei piccoli candidati al Nobel per la Pace li vorremmo vivi, per la miseria!
Vogliamo che cessi l’infanticidio mirato, il genocidio dei piccoli, e che arrivino vivi ovunque vadano.
Che siano protetti e che li si sottragga subito al martirio, altro che pace!
Non serve candidarli al Nobel se in questo momento stiamo permettendo che pezzi dei loro corpi irriconoscibili finiscano in una scatola di cartone.
“Non c’è giustizia in questo mondo complice, un mondo in cui le vite di persone innocenti sono controllate da potere e dalla politica, dove alcuni bambini sono autorizzati a vivere mentre altri vengono lasciati morire”, scrive ancora Afash.
“I nostri figli non valgono meno.
Le loro vite non sono più economiche delle vostre”, dice comprensibilmente il giornalista.
E il passaggio più interessante è questo: non serve essere testimoni se rimaniamo zitti.
“Dio (o chi per lui nell’universo ndr.) condanna tutti coloro che testimoniano questa ingiustizia e rimangono in silenzio”.
Persino proporli a un premio Nobel è una testimonianza ingiusta se resta solo tale.
La morte, la disperazione e il genocidio che nessuno ha l’interesse di fermare
ISTANTI DI PALESTINA. 2026.
Nel Laocoonte, Lessing rifletteva sul modo in cui le arti visive potessero trattenere in un solo istante un tempo lungo, un’intera azione. Le arti dovevano scegliere l’istante esatto capace di prolungarsi nella mente di chi osserva. Lo scultore dell’antichità, nel rappresentare il sacerdote Laocoonte attaccato dai serpenti, non ci mostra il momento di massima deformazione del dolore, ma tiene la bocca solo leggermente aperta, nella scultura classica il dolore estremo e il grido disumano venivano attenuati per non distruggere l’idea di armonia e bellezza. Eppure l’istante, la deformazione del dolore, emergevano in eterno. La fotografia si avvale di molti più istanti, ne ha a disposizione molti, forse troppi, per questo la scelta dell’istante non ha più bisogno di sfumare ed idealizzare il dolore. Nelle foto dalla Palestina, centinaia di migliaia di istanti di dolori estremi, una sofferenza che esonda e si fa simbolo. L’istante si è dilatato fino all’inverosimile in una galleria degli orrori che nessuna scultura potrebbe trattenere. Non c’è nessuna armonia, né bellezza, si entra nel regno dell’insopportabile e la carne stessa si fa scultura.
In Fra Khalid 11 anni, disteso sulla barella gravemente ferito e l’uomo che solleva le mani per la disperazione sta l’intera Palestina di questi anni. Un bambino che porta sul corpo l’esito dell’attacco e l’adulto che mostra, in una smorfia, ciò che quell’attacco produce in chi resta e deve continuare a guardare.
Il 12 agosto 2026, un drone israeliano colpisce un tuk-tuk (veicolo a tre ruote) a Beit Lahia e ferisce due palestinesi. Nella stessa giornata un drone sgancia una granata su un gruppo di civili nel centro di Khan Younis, colpendo il bambino Khalid Shaat e un uomo anziano. Altri due palestinesi vengono feriti dal fuoco israeliano a est del campo di Bureij. Il bilancio complessivo riferito da Anadolu è quindi di sei feriti (alcuni gravi) nella Striscia.
Photo by Abed Rahim Khatib/Anadolu
GLOBAL SUMUD FLOTILLA A SOSTEGNO DELLA FLAMINGO REVOLUTION. IN PARTENZA IL 20 AGOSTO DA BRINDISI VERSO L’ISOLA DI SAZAN PER DENUNCIARE L’ESPANSIONE COLONIALE A FIRMA JARED KUSHNER
da Facebook di Stefania Ascari
Il Palestine Convoy è partito il 24 luglio per raggiungere la Palestina. Un enorme movimento internazionale e nonviolento, 11 pullman, decine di auto, furgoni e roulotte, donne e uomini provenienti da tantissimi Paesi. Con loro anche aiuti umanitari destinati a una popolazione stremata.
Oggi oltre 500 persone sono bloccate al confine tra Turchia e Iraq.
E tra quelle persone ci sono tre miei concittadini modenesi.
Secondo quanto ci riferiscono direttamente, l’Iraq impedisce loro di entrare nonostante siano in possesso di regolari visti, ottenuti con procedure lunghe e costose. Sono costretti a rimanere alla frontiera e la situazione è tale che oggi è intervenuta persino la Mezzaluna Rossa Turca per distribuire acqua.
Tutto questo è inaccettabile.
Ho depositato un’interrogazione parlamentare al Ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Voglio sapere cosa stia facendo il Governo italiano, se le nostre rappresentanze diplomatiche siano state attivate e soprattutto chi abbia deciso di bloccare queste persone e per quale motivo.
Non stiamo parlando di criminali.
Non stiamo parlando di persone armate.
Stiamo parlando di cittadini e cittadine che hanno scelto pacificamente di mettersi in viaggio per stare dalla parte di un popolo massacrato e portare solidarietà alla Palestina.
Il Governo italiano esca dal silenzio e intervenga immediatamente per tutelare i nostri concittadini e concittadini e chiedere spiegazioni alle autorità competenti.
Non si può fermare un movimento di popoli che ha deciso di non voltarsi più dall’altra parte.
Siamo e resteremo dalla parte della Palestina e di chi lotta pacificamente per la libertà, la dignità, la giustizia ma soprattutto per l’umanità. #ritorniamoadessereumani
dal sito del Comune di Napoli
“Oggi ho presentato l’ordine del giorno affinché la città di Napoli aderisca formalmente alla proposta di candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace – ha detto il consigliere comunale Toti Lange – Parliamo di migliaia di minori uccisi, feriti, mutilati, rimasti orfani, privati della scuola, della casa, delle cure e perfino del diritto elementare a un futuro. Di fronte a una tragedia umanitaria di questa portata, occorre assumere una posizione pubblica, chiara e riconoscibile”.
“Con questo atto ci uniamo all’appello rilanciato a livello nazionale dal quotidiano Avvenire, su proposta originaria del professor Eugenio Mazzarella – ha spiegato Lange – l’iniziativa ha raccolto l’adesione convinta di migliaia di cittadini e di illustri personalità del panorama culturale, accademico, religioso, politico e civile”.
“Napoli è una città che ha fatto dell’accoglienza, del dialogo tra i popoli e della cultura della pace una parte della propria identità – ha continuato Lange – Aderire a questa candidatura significa affermare che la vita dei bambini viene prima di ogni appartenenza, di ogni confine, di ogni logica di guerra. Significa chiedere alla comunità internazionale di riportare al centro della propria agenda ciò che oggi viene troppo spesso relegato ai margini: la dignità inviolabile dell’infanzia”.
In particolare, l’ordine del giorno prevede, se approvato in Consiglio, l’impegno del Sindaco per l’adesione ufficiale ed istituzionale del Comune di Napoli alla candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace, unendosi formalmente all’appello promosso dal mondo accademico e dalla società civile. É prevista inoltre l’attivazione di canali di sensibilizzazione presso l’ANCI affinché anche gli altri Comuni italiani possano condividere e sottoscrivere l’iniziativa, trasformando l’appello in una voce corale e coesa delle autonomie locali italiane.
Crisi umanitaria dal sito Collettiva
Gaza, così si rende impossibile la vita
Ansa
Medici senza frontiere denuncia le restrizioni israeliane sull’ingresso di olio motore e pezzi di ricambio: senza generatori si fermano ospedali, ambulanze e servizi essenziali
C.R.
A Gaza anche l’olio motore è diventato una questione di vita o di morte. Le restrizioni imposte dalle autorità israeliane all’ingresso di olio e pezzi di ricambio stanno mettendo a rischio il funzionamento di generatori, ambulanze, pompe per l’acqua e autocisterne, cioè di una parte delle infrastrutture dalle quali dipende la sopravvivenza della popolazione.
A denunciarlo è Medici senza frontiere, che descrive una situazione nella quale le carenze non riguardano più soltanto medicinali e dispositivi sanitari, ma praticamente ogni componente necessaria a mantenere in funzione i servizi fondamentali.
Un litro di olio oltre i 1.300 dollari
La scarsità delle forniture ha fatto esplodere i prezzi. Secondo Msf, negli ultimi sei mesi il costo dell’olio motore è aumentato di 20 volte, arrivando alla fine di luglio a superare i 1.300 dollari al litro. Anche reperire il prodotto sul mercato locale non offre garanzie: le scorte sono limitate e non sono assicurate né la qualità né la disponibilità.
“In alcune strutture, abbiamo a malapena olio motore sufficiente per un mese e alcune delle apparecchiature stanno già risentendo delle carenze”, spiega Msf. L’organizzazione è costretta a cercare sul mercato locale ciò che non riesce a far entrare nella Striscia, sostenendo costi esorbitanti.
Il problema non riguarda un elemento accessorio. A Gaza, dove gran parte delle infrastrutture elettriche è stata distrutta e la fornitura di elettricità è stata interrotta, gli ospedali e i servizi essenziali dipendono quasi interamente dai generatori. Se i generatori si fermano, non esistono alternative sufficienti.
L’ospedale che deve scegliere chi operare
La conseguenza è stata evidente il 5 agosto, quando uno dei generatori dell’ospedale da campo di Msf a Deir Al Balah si è guastato.
Le équipe hanno dovuto ricorrere a un generatore di riserva più piccolo e razionare drasticamente l’elettricità. La sala operatoria è rimasta disponibile soltanto per le persone in condizioni più critiche. Gli infermieri non hanno potuto sterilizzare le apparecchiature essenziali, i servizi di radiografia si sono fermati e le persone ustionate hanno dovuto affrontare il caldo estremo senza aria condizionata.
“Quando i generatori si guastano, gli ospedali sono a rischio”, sottolinea Ola Bardawil, vice coordinatrice di progetto di Msf. “I neonati nelle incubatrici, le persone che dipendono dai generatori di ossigeno o quelle che necessitano di interventi chirurgici salvavita ne soffrono le conseguenze”.
Non è dunque soltanto la possibilità di curare a essere compromessa. È l’intera catena sanitaria che rischia di collassare.
“Non è burocrazia, è logoramento”
Per Filipe Ribeiro, capo missione di Msf in Palestina, quanto sta accadendo non può essere interpretato come una somma di singoli problemi logistici.
“Quello a cui stiamo assistendo a Gaza non è una serie di carenze isolate, ma una politica di logoramento deliberata“, afferma. “Da più di 2 anni osserviamo come le politiche di Israele ostacolino l’ingresso delle forniture. Queste politiche non si limitano a ritardare gli aiuti; smantellano i sistemi stessi dai quali le persone dipendono per sopravvivere”.
E il problema, sottolinea Ribeiro, non riguarda soltanto l’olio. “Oggi si tratta di olio motore e pezzi di ricambio. Domani sarà qualcos’altro”. Secondo il capo missione, gli oggetti cambiano ma “la logica rimane la stessa”: rendere la vita sempre più insostenibile attraverso la negazione di beni ordinari ma essenziali.
“Questa non è burocrazia. È uno sforzo deliberato per rendere impossibile la stessa esistenza“, sostiene Ribeiro.
Senza carburante anche l’acqua si ferma
Le conseguenze del blocco vanno ben oltre gli ospedali. Un esempio particolarmente drammatico riguarda l’acqua potabile.
La popolazione dipende dalle autocisterne per ricevere acqua nelle aree in cui ha trovato riparo. A luglio, secondo un’indagine delle organizzazioni che monitorano l’approvvigionamento idrico e i servizi igienico-sanitari, il 90% delle famiglie viveva una situazione di insicurezza idrica da moderata ad alta.
Anche gli impianti di Msf stanno pagando la mancanza di pezzi di ricambio. Un generatore dell’impianto di desalinizzazione è già danneggiato. A giugno l’organizzazione ha dovuto ridurne l’utilizzo da 12 a 7 ore al giorno. La produzione di acqua potabile è così scesa da 600 mila a 350 mila litri al giorno: oltre 40 mila persone in meno possono ricevere acqua ogni giorno.
E senza olio motore rischiano di fermarsi anche le autocisterne, le ambulanze, gli autobus utilizzati dal personale sanitario e i camion che trasportano gli aiuti. Persino panifici e mulini dipendono dai generatori.
Un blocco che investe ogni aspetto della vita
Secondo Msf, le restrizioni sono diventate progressivamente più estese. Non riguardano soltanto generatori e veicoli, ma anche beni apparentemente banali: dalle pomate per le malattie della pelle alle guarnizioni in gomma necessarie per le apparecchiature utilizzate nella pulizia degli strumenti medici.
È una forma di dipendenza che rende ogni attività essenziale vulnerabile alla disponibilità di forniture che non arrivano o arrivano in quantità insufficienti.
Per Msf, l’ingresso di olio motore e pezzi di ricambio rappresenterebbe soltanto un primo passo. L’organizzazione chiede a Israele di revocare immediatamente il blocco e consentire l’ingresso continuativo e senza ostacoli di tutte le forniture mediche, umanitarie e commerciali necessarie.
Perché a Gaza non si tratta più soltanto di garantire che gli ospedali possano curare i malati. Si tratta di mantenere in funzione tutto ciò che permette a una popolazione stremata di continuare, semplicemente, a vivere.
Il giornalista palestinese Mosab Shawer ci ha gentilmente concesso l’utilizzo di questo scatto che documenta l’azione di una gru Fassi per rimuovere strutture commerciali palestinesi nei pressi di Hebron. I fatti risalgono a fine dicembre 2025
Il coinvolgimento di mezzi italiani nell’occupazione della West Bank è diffuso. Ecco altri cinque episodi in cui gru Fassi e mezzi F.lli Ferrari hanno materialmente supportato le azioni illegali dell’Idf nell’ultimo biennio, dal quartiere di Al-Tireh a Ramallah ad Al-Samu, nei pressi di Hebron. Un’inchiesta resa possibile grazie alla documentazione video-fotografica di giornalisti palestinesi e al lavoro di Ong sul campo. Le aziende coinvolte non hanno risposto alle nostre domande
Ma se il coinvolgimento di mezzi italiani si pensava fosse limitato a soli 17 casi in Cisgiordania nel periodo tra il 2017 e il 2022, Altreconomia è riuscita a localizzare altri cinque episodi in cui gru italiane hanno supportato le azioni dell’esercito israeliano nell’ultimo biennio. Queste verifiche sono state possibili attraverso l’analisi di articoli, rapporti di Ong e soprattutto la preziosa documentazione video-fotografica di giornalisti palestinesi.
Il 14 luglio 2026, a supporto di coloni ed esercito israeliano intenti a restringere l’accesso del quartiere di Al-Tireh a Ramallah, c’era ad esempio una gru Fassi, prodotta ad Albino, in provincia di Bergamo. Come riportato dal giornalista Mutasem Saqaf Elhait, i blocchi di cemento installati dall’Idf rappresentano il primo passo per il controllo totale su chi può uscire ed entrare dall’area, in linea con le attività militari israeliane in Cisgiordania negli ultimi tre anni. Solitamente, il passo successivo è l’installazione di un cancello giallo mobile, controllato dall’Idf, evenienza in cui proprio un’altra gru Fassi è stata protagonista il 3 settembre dello scorso anno al villaggio di At-Tuwani, episodio denunciato dal recente rapporto di Mediterranea saving humans.
Mediterranea saving humans ha denunciato l’utilizzo di una gru Fassi per l’installazione di un cancello giallo mobile, controllato dall’Idf, al villaggio di At-Tuwani, nel settembre 2025
Il 14 maggio di quest’anno, invece, le autorità israeliane hanno utilizzato due mezzi civili made in Italy -una base Fassi e un braccio meccanico dell’azienda F.lli Ferrari (di base a Reggio Emilia)- per avviare lavori di costruzione presso l’edificio storico della municipalità di Hebron. Il lavoro sul sito, considerato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco, rappresenta una chiara violazione del diritto internazionale.
Il giornalista palestinese Mosab Shawer ci ha gentilmente concesso l’utilizzo di questo scatto che documenta l’azione di una gru Fassi per rimuovere strutture commerciali palestinesi nei pressi di Hebron. I fatti risalgono a fine dicembre 2025
È da decenni che Amnesty e Hrw, insieme ad altre organizzazioni, qualificano come crimini di guerra la costruzione di barriere o altre infrastrutture oltre il proprio territorio, così come l’occupazione e la distruzione su larga scala di villaggi in Palestina. Negli ultimi tre anni, tuttavia, la complicità di compagnie private e Stati risulta ancora più palese, alla luce dei pronunciamenti della Corte internazionale di giustizia (l’ultima nel luglio 2024) e dal lavoro dei relatori speciali delle Nazioni Unite per i diritti umani, tra cui il rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” a cura di Francesca Albanese.
“Non ci siamo occupati direttamente di casi italiani ma anche per loro vale quanto abbiamo scritto in relazione ad altre aziende: o rispetteranno le loro responsabilità nel campo dei diritti umani o subiranno le conseguenze delle loro azioni”, spiega ad Altreconomia Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Alla Fassi gru Spa e a F.lli Ferrari, aggiunge, si applicherebbe la stessa logica osservata per altre aziende nel settore militare o che producono materiali dual-use.
“Devono assicurare di non essere coinvolte, in alcun modo e in alcuna forma, nell’occupazione illegale israeliana e nei crimini di diritto internazionale commessi da Israele”, continua Noury, con riferimento al rapporto pubblicato da Amnesty nel settembre 2025, “L’economia che favorisce i crimini di Israele“. “Se non lo faranno le aziende stesse, i loro dirigenti e dipendenti rischieranno azioni giudiziarie civili e, in alcuni casi, persino penali per aver contribuito e collaborato ai crimini israeliani”.
Per Human rights watch “qualsiasi processo di due diligence aziendale di base dovrebbe segnalare i rischi che l’azienda contribuisca a tali abusi, così da attivare misure rigorose per impedirlo”. Al Guardian Volvo, Komatsu, Hitachi construction machinery e HD construction equipment -che gestisce il marchio Hyundai- hanno dichiarato di disporre di simili processi sia per vendita diretta sia tramite loro concessionari, anche se affermano di avere “una capacità limitata sull’uso che i clienti fanno dei loro prodotti una volta venduti agli intermediari”.
Per quanto riguarda l’Italia, Fassi e F.lli Ferrari sembrano voler seguire l’esempio di Caterpillar. Contattate da Altreconomia non hanno risposto alle richieste di intervista.
Si ringrazia Filip Misic del gruppo studentesco Lèp (Uni BG) e i giornalisti Mutasem Saqaf Elhait, Mosab Sawer e William Christou per il supporto alla ricerca di evidenza video-fotografica delle aziende italiane.
Tra gli armamenti ci sono pezzi inerti ma anche esplosivi: dal porto di Livorno, ad esempio, sono partite 494,2 tonnellate di esplosivi nel 2025 e 120 tonnellate nei primi cinque mesi del 2026. Nel primo semestre di quest’anno, invece, da Venezia e Ravenna sono partiti svariati container diretti agli stabilimenti della Elbit system in Israele. L’inchiesta sulla logistica militare continua. Il 30 ottobre è stata indetta una grande e coordinata mobilitazione tra i sindacati internazionali
“Nel 2025 dal porto di Livorno sono stati esportati 51.611 pezzi comprendenti materiali di armamento, parti di ricambio e munizioni per un valore doganale complessivo delle esportazioni pari a euro 33,9 milioni di euro”. Lo dichiara l’Agenzia delle Dogane di Livorno ad Altreconomia, richiamando in premessa la sentenza del primo luglio del Tribunale amministrativo regionale dell’Emilia-Romagna che ha obbligato –dopo il ricorso di chi scrive– le Dogane di Ravenna a rendere pubblici i dati sulle armi. Ne stanno derivando dati inediti di capitale importanza.
“Nei primi sei mesi dell’anno 2026 -continuano le Dogane di Livorno- sono stati esportati 283 pezzi, comprendenti materiali di armamento e parti di ricambio per un valore doganale complessivo delle esportazioni pari a euro 25 milioni e 36mila euro”. Quindi molti meno pezzi ma dal valore maggiore. Vengono fornite informazioni di massima anche sulle destinazioni: “Indicativamente, si può comunque riferire che i Paesi più rappresentati sono gli Stati Uniti d’America, gli Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Indonesia”.
Destinatari quantomeno problematici: l’esercito indonesiano è accusato da Amnesty International di abusi e violazioni dei diritti umani, sia per la gestione dei conflitti interni attuali sia per crimini storici mai puniti. Per quanto riguarda gli Emirati Arabi Uniti, numerose inchieste hanno mostrato come Abu Dhabi sia uno snodo internazionale di traffici di materiale d’armamento destinati alle milizie sudanesi responsabili dello sterminio di massa. Infine, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono sempre più coinvolti nella guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Tra gli armamenti ci sono pezzi inerti ma anche moltissimi esplosivi: grazie ai dati forniti dalla capitaneria di porto sappiamo che dal porto di Livorno sono partite 494,2 tonnellate di esplosivi nel 2025 e 120 tonnellate nei primi cinque mesi del 2026. Analizzando le merci tramite codice “UN” e classi di rischio notiamo che si tratta di esplosivi quasi unicamente militari: propellente per missili, cartucce e proiettili.
Nello specifico 187 tonnellate nel 2025 e 46,7 tonnellate nel 2026 di “rocket motors”, motori a propellente solido per razzi e missili (codice UN 0186) e 379,8 tonnellate di munizioni, cartucce e proiettili (codice UN 0012) di cui 306 tonnellate nel 2025 e 73 tonnellate nel 2026.
Le spedizioni di “rocket motors” avvengono ogni tre o quattro mesi e hanno sempre la stessa quantità (46,782 tonnellate divise in due container), il che fa pensare a una fornitura regolare da uno stesso mittente e verso uno stesso destinatario.
Sappiamo che Mbda (consorzio missilistico con stabilimenti ad Aulla e La Spezia) e il suo fornitore di motori a razzo, l’azienda Avio di Colleferro, collaborano strettamente con il mercato statunitense (Lockheed Martin e Raytheon), fornendo tecnologie e sistemi di propulsione. Sappiamo inoltre che a Livorno si fermano ogni settimana le navi della compagnia israeliana Zim, con la linea Zim Cross Atlantic, che collega Israele alla costa orientale del Nord America e viceversa. Armi, motori a razzo e munizioni potrebbero seguire queste rotte. Ed è un fatto che a poca distanza da lì, collegata al porto dal canale Navicelli, c’è la base militare di Camp Darby, deposito per l’arsenale statunitense e alleato.
“Tutto questo è inaccettabile, per ragioni politiche ed etiche, ma anche per una questione concreta di sicurezza: la movimentazione e il transito di grandi quantità di esplosivi possono rappresentare un rischio per l’incolumità delle lavoratrici e dei lavoratori portuali e dell’intera cittadinanza. Come Usb denunciamo con forza questi traffici e chiediamo che venga data piena attuazione alla mozione contro il traffico di armi, approvata a maggioranza dal Consiglio comunale di Livorno nel 2021. Chiediamo inoltre l’istituzione, anche a Livorno, di un osservatorio permanente, con la partecipazione delle istituzioni, delle organizzazioni sindacali e delle associazioni antimilitariste”, commentano Alessio Biondi, sindacalista di Usb Livorno e Giovanni Cerearolo, portavoce nazionale di Usb Mari e porti.
Ma non c’è solo il caso di Livorno. Secondo le recentissime informazioni rese note dalla campagna No harbour for genocide nei primi sei mesi del 2026 dai porti di Venezia e Ravenna sono partiti svariati container diretti agli stabilimenti di Elbit system in Israele, tra i maggiori fornitori del ministero della Difesa israeliano.
Grazie all’analisi condotta da Bds, Giovani Palestinesi, Weapon watch e Palestinian youth movement sappiamo che a fine giugno 2026 nel porto di Venezia sono arrivati almeno 10 container dall’azienda statunitense Quantic Ut c di Evans Group, che produce munizioni e sistemi elettronici di tracciamento e puntamento per missili. Sei di questi container sono stati imbarcati nella nave Msc Nita i primi giorni di luglio e sono arrivati ad Haifa. Destinazione finale la fabbrica militare Elbit land systems (già Imi System) di Ramat Hasharon, la più grande fabbrica di munizioni israeliana con contratti diretti con l’esercito. Gli altri quattro container, secondo i siti di tracciamento, sarebbero ancora fermi nel porto di Venezia.
Per questo il 27 luglio 2026 i legali di Bds Italia hanno inviato una diffida all’Autorità portuale di Venezia, alla capitaneria, alle Dogane, e alla prefettura chiedendo di bloccare immediatamente i container e verificare “la presenza o assenza di autorizzazioni Uama”. Un’interrogazione in merito è stata depositata anche dalla deputata Stefania Ascari, ad oggi senza risposta.
Altre cinque spedizioni sono partite da Venezia tra febbraio, maggio e giugno, caricate nelle navi della compagnia israeliana Zim (Marla Bull, Contship Era, Zim Australia) e dirette allo stabilimento Cyclone di Karmiel, controllato da Elbit system. Non sappiamo che cosa contenessero, se materiale civile, dual use o militare ma sta di fatto che Cyclone ha numerosi contratti di fornitura con il ministero della Difesa israeliana per caccia F-35, F-16, F-18, e droni (come l’Hermes 900) usati massicciamente nei massacri a Gaza.
Tra i principali mittenti figura la canadese Pratt&Whitney, controllata di Rtx, che produce motori e componenti aerospaziali e ha un rapporto pluridecennale con il ministero della Difesa israeliano. L’azienda canadese oltre a fornire motori per gli aerei da addestramento e i propulsori per i droni di sorveglianza e attacco, ha siglato contratti decennali di manutenzione (fino al 2030) proprio per i caccia F-15 ed F-16 dell’aeronautica israeliana.
Anche la multinazionale Syensqo (ex Solvay) dal suo stabilimento di Rotterdam ha inviato materiali compositi a Elbit Cyclone passando per il porto di Venezia, a fine giugno 2026. Ma non è la prima spedizione verso Elbit, anche lo scorso autunno (9 novembre) a Venezia era stata segnalata una spedizione di Syensqo (questa volta da uno stabilimento inglese). Ne avevamo chiesto conto alle Dogane, che però non hanno voluto fornire informazioni in quanto il “controinteressato” (evidentemente la multinazionale) si era opposto.
Abbiamo chiesto direttamente all’azienda, che ha confermato di produrre materiali compositi per il settore aerospaziale militare, ma per policy aziendale “non commenta i singoli Paesi o i clienti finali ai quali vende questi materiali”. Sottolineando però che “nessuna delle entità con cui intratteniamo rapporti commerciali è soggetta a sanzioni”. Paradossalmente è vero, visto che Israele non è soggetto a sanzione o embargo. Secondo l’organizzazione Who Profits Syensqo avrebbe più volte fornito materiali compositi a Elbit per i droni killer Hermes 450 e Hermes 650 Spark.
L’8 giugno sempre dal porto di Venezia, secondo le informazioni raccolte, è partito un container proveniente dall’azienda Eligio Re Fraschini, di Legnano, azienda che già in passato aveva esportato componenti di armamenti a Israele. Non sappiamo il contenuto, ma la destinazione è sempre lo stabilimento Elbit di Karmiel. Gli altri mittenti individuati sono la francese Hexcel composites (che produce materiali compositi) e la californiana Belovac che fornisce macchinari industriali per modellare materiali compositi.
Hexcel composites nel suo stesso sito dichiara di collaborare a più di 100 programmi aerospaziali militari, tra cui caccia F-35, elicotteri da trasporto CH-53K King Stallion, Black Hawk e elicotteri da attacco Apache. Modelli di aerei e elicotteri usati anche dall’esercito israeliano e sui quali lavora anche Elbit.
Per quanto riguarda invece il porto di Ravenna tra gennaio e giugno 2026 sono partite almeno nove spedizioni, provenienti da aziende estere e italiane e dirette a Elbit Cyclone, con le navi delle compagnie Msc, Zim e Borchard. Uno dei mittenti è l’azienda tedesca Schutz che produce materiali compositi utilizzati sia per l’aviazione civile sia per quella militare (droni e caccia F-35).
Altre spedizioni provengono dall’azienda Saer elettropompe di Guastalla e dalla piemontese Novomeccanica. Mentre le altre aziende non hanno risposto, la Novomeccanica ha confermato di aver fatto “due lavori per Elbit a dicembre 2025”. Pezzi che sono partiti a gennaio 2026 dal porto di Ravenna. L’azienda sottolinea però che erano “pezzi per aeromobili civili, e comunque siamo in possesso di autorizzazione”.
Nel frattempo le Dogane di Ravenna continuano a non voler rendere noti i dati aggregati dei componenti di armi passanti dal porto, opponendosi alla sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna e appellandosi al Consiglio di Stato, con la motivazione che la trasparenza metterebbe a rischio “la sicurezza nazionale, la difesa, le questioni militari, le relazioni internazionali”. Il 27 agosto ci sarà l’udienza al Consiglio di Stato.
Per protestare contro l’utilizzo dei porti come snodo di armamenti, il 30 ottobre Usb e altri sindacati internazionali stanno organizzando una grande e coordinata mobilitazione su decine di porti europei e non solo.
Dopo il fortunato “Terre che non sono la mia” (Bollati Boringhieri), Matteo Meschiari, saggista, antropologo e professore di Geografia all’Università di Palermo, decostruisce 40 mappe della Palestina, “senza mai dimenticare la gente che quei luoghi li abita”. Tra strategie coloniali e carte che diventano inneschi generativi di conflitto e di orrore. L’abbiamo intervistato
La terra compresa tra il Giordano e il Mediterraneo si estende per poco più di 28mila chilometri quadrati, meno di un decimo della superficie dell’Italia. Eppure è uno dei territori più cartografati al mondo.
Ad approfondire il paradosso è il libro “Mappe di Palestina. Una controgeografia per la pace” (Bollati Boringhieri 2026) di Matteo Meschiari, saggista, antropologo e professore di Geografia all’Università di Palermo. “Prendete un politico narcisista in delirio di onnipotenza, dategli una cartina geografica, un pennarello e una potenza di fuoco militare e, come sul planisfero del Risiko, deciderà di ridisegnare confini, di annettere terre, di cancellare Stati”, racconta.
Meschiari, Palestina o Israele, Cisgiordania o Giudea e Samaria. Lo scontro non sembra essere solo sui confini ma anche sul nome delle terre. Ci aiuta a capire che ruolo gioca la cartografia in questo? MM Nominare e rinominare luoghi è da sempre una strategia di appropriazione, il primo gesto di addomesticamento dell’ignoto, la ridefinizione di una mappa mentale che precede tutte le mappe materiali. Immaginiamo un esploratore che arriva in una terra sconosciuta, ad esempio il capitano Jacques Cartier nel Canada del 1534. L’esploratore francese ha davanti a sé un mondo non cartografato, che inizia a disegnare approssimativamente su un grande foglio bianco nella cabina della sua nave. Traccia linee di costa, di isole, di fiumi, ma non basta, una mappa muta serve a ben poco, così aggiunge nomi, con la libertà di chi pensa che quelle terre ne siano ancora prive. Usa toponimi di re, di regine e di santi, oppure nomi che colgono una particolarità geografica o un evento peculiare. In questo modo addomestica uno spazio selvatico e stende sui paesaggi una rete di orientamento che è come piantare decine di bandierine francesi su una terra di nessuno. Ma davvero è una terra di nessuno? Ecco, quando gli stessi luoghi hanno due nomi in due lingue diverse siamo in presenza di una dialettica culturale, a volte di un conflitto geopolitico. Ma ci sono casi in cui un nome diventa un vero e proprio atto di guerra, la negazione dell’altro a esistere, la cancellazione etnica apposta a tutte lettere su uno spazio conteso. E non si tratta solo di un gesto simbolico, sulla carta, come si dice, è qualcosa che agisce nelle radici profonde della percezione. In questo senso le mappe non si limitano a registrare un punto di vista, ma diventano armi violente, strumenti di sopraffazione.
La cartografia della Palestina ha attraversato i secoli. Esiste un legame tra le mappe più antiche e quelle moderne (ad esempio la raffigurazione del “Grande Israele”)? MM La mia idea è che una mappa ne contiene sempre un’altra, a volte ne contiene molte, soprattutto quelle che l’hanno preceduta. È come una “sindrome dell’arto fantasma”, che può avere conseguenze incalcolabili. Facciamo un esempio. Nel 1937 la Commissione Peel elabora un progetto di spartizione per due Stati, uno arabo e uno ebraico, che si fonda su alcune mappe anteriori del Kki, il Fondo nazionale ebraico. L’idea era quella di attribuire agli ebrei un territorio nazionale che già includesse la maggior parte delle terre possedute dai coloni sionisti. Questa spartizione non piacque agli arabi, così non se ne fece più nulla. Nel 1947 l’Onu ci riprova ed elabora una nuova mappa che -incredibilmente- usa come base quella della Commissione Peel. L’esito è abbastanza diverso, più equilibrato, ma la somiglianza resta e gli arabi si oppongono anche questa volta. Poi le cose precipitano. Il neonato Stato di Israele vince la guerra e si accaparra più terre di quelle che la risoluzione delle Nazioni Unite voleva attribuirgli. Infine, nel 1967 scoppia la Guerra dei sei giorni, che allarga ancora di più i territori dello Stato israeliano. A ogni passaggio la nuova mappa dovrebbe cancellare la vecchia ma la memoria, spesso intrisa di sangue, non si cancella tanto facilmente. Così dentro le nuove mappe continuano ad agitarsi i fantasmi delle vecchie, gettando sale sulle ferite, aprendone di nuove. Tra questi fantasmi ci sono poi quelli antichissimi, ad esempio il lascito di dio ad Abramo secondo la Bibbia, una terra che va dall’Eufrate al Nilo. Ed ecco che il passato si declina al futuro, accendendo speranze di grandezza e il desiderio di possedere uno Stato ancora più vasto.
“Più una mappa è piena e più si svuota, e il vuoto, la lacuna, ci riporta al principio essenziale della cartografia: scegliere che cosa metterci nella mappa, che cosa togliere, e a volte perfino che cosa nascondere”
Ogni elemento geografico, dai siti archeologici ai parchi naturali, sembra coinvolto in questo conflitto. Esiste un modo per uscire da questa trappola?
MM Il modo è rendersi conto che, ancor prima di una trappola, è un’autentica strategia coloniale. Proteggere siti per il loro interesse culturale e naturale è un modo molto efficace per imporre un rapporto di potere sbilanciato: da un lato lo Stato, con esercito e polizia a garantire una legge emanata ad hoc, dall’altro individui in posizione subalterna che vengono limitati nell’uso e nei diritti di proprietà di una terra che è controllata o espropriata in nome di un bene superiore, la cultura, la natura selvatica, le specie protette. Il colonialismo non è solo quello delle intimidazioni, degli incendi di villaggi, delle violenze sulla persona ma, con vie più sottili ma altrettanto efficaci, è la trasformazione in arma di valori e istituzioni che, fuori contesto, la comunità internazionale giudica accettabili e condivisibili. Chi potrebbe affermare che creare un parco nazionale o un’area wilderness è male? Ma quando la loro presenza vieta l’accesso a una fonte, a un campo, proibisce il possesso di animali da pascolo o la raccolta di piante selvatiche utilizzate nella cucina tradizionale (come lo za’atar, utilizzato tradizionalmente nella cucina palestinese, ndr), in nome del fatto che in quelle zone ci sono ecosistemi sensibili ma anche aree di esercitazioni militari, allora le cose che giudichiamo buone di per sé cambiano segno e rivelano un pensiero in malafede, sostanzialmente di aggressione. Ora, la consapevolezza della strategia non basta, e il quesito “in che modo uscire da questa trappola?” viene riassorbita nella domanda delle domande: “Come si fa a uscire da una guerra?”.
Alcune mappe, come quella delle abitazioni palestinesi distrutte durante la Nakba o degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, risultano talmente dense di dati da essere illeggibili. Qual è allora il loro senso, se viene meno quello cartografico? MM Quando inserisco troppe informazioni in una mappa, questa perde in leggibilità ma un senso continua pur sempre ad averlo, e anzi, a volte, all’impoverimento semiotico corrisponde un’impennata del suo significato politico. Le mappe non sono solo strumenti di informazione, di orientamento o di analisi, sono anche simboli, stendardi, addirittura possono diventare logo di propaganda. Pensiamo appunto alla silhouette semplificata della Palestina, una geometria iconica ormai svuotata di ogni riferimento geografico e riempita dei colori di una bandiera, di un motivo decorativo etnico, o anche, invertendo il rapporto tra pieno e vuoto, trasformata nella breccia in un muro, una fenditura luminosa per uscire dal buio verso un paesaggio migliore. Questo ci insegna che la funzione conoscitiva che affidiamo alle mappe è solo una delle molte possibili. Anzi, più una mappa è piena e più si svuota, e il vuoto, la lacuna, ci riporta al principio essenziale della cartografia: scegliere che cosa metterci nella mappa, che cosa togliere, e a volte perfino che cosa nascondere. Nei buchi, infatti, fermenta la proiezione, nel non detto montano i desideri, e anche la mappa più “neutrale”, più “scientifica”, più “oggettiva” è un nido di arbitrio e irrazionalità, un dispositivo che somiglia a una rete, un apparecchio di cattura dell’immaginario che, letto in filigrana, racconta istanze e finalità troppo umane di solito sottotraccia.
Esistono esempi tra situazione palestinese e altre regioni e conflitti del mondo? MM È difficile immaginare una mappa geopolitica più anomala di quella della Cisgiordania, definita a “coriandoli”, a “macchie di leopardo”, a “formaggio svizzero”. In realtà, ci sono altri esempi di enclave/exclave punteggiate, come il confine tra India e Bangladesh prima della risoluzione del 2015, o la linea di cessate il fuoco tra India e Pakistan nel Kashmir, o la Valle di Fergana tra Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan. Ma, come spiego appunto nel libro, nessuna terra ha mai conosciuto una “ossessione cartografica” come la Palestina. E qui è importante fare una considerazione, perché se ci fermiamo al livello geopolitico rischiamo di mancare le questioni di antropologia profonda. Perché proprio la Palestina? Certo, si tratta di un corridoio geografico, la sua geomorfologia l’ha dotata di un ventaglio di paesaggi la cui varietà è sorprendente per forme e contrasti, la sua storia è abitata da sempre da conflitti tra popoli, clan, religioni, sette, tanto da rendere questa terra una specie di laboratorio bellico a cielo aperto, ma c’è qualcosa d’altro e di infinitamente più potente, un elemento trasversale che la attraversa da sempre e che oggi più che mai ci può aiutare a comprendere la situazione attuale: il sacro. La Palestina è stata ed è ancora una “geografia sacra”, una terra immersa da millenni in una narrazione metafisica che non tiene in gran conto i pochi secoli di sforzo razionale iniziati con l’Illuminismo e culminati con la proclamazione laica dei diritti dell’uomo. In Palestina ci sono altre forze all’opera, e sono le stesse che ridefiniscono aspirazioni e azioni politiche in nome di un’elezione divina che se ne infischia del diritto internazionale o dei più elementari principi di rispetto umano. Il ritorno del sacro -e della sua violenza costitutiva- nella politica contemporanea va studiato proprio qui, in Palestina, perché ci aiuta a capire come e perché stiamo entrando in una nuova età della storia.
Lei dice che questo libro nasce dall’idea che la cartografia abbia un lato oscuro. Come si applica questo concetto alla questione palestinese? MM Il geografo Franco Farinelli parla di “cuore di tenebra” della cartografia. Vuole dire che le mappe hanno una natura ambigua, che vanno per mano al potere anche nelle sue manifestazioni più terribili, al punto da diventare non sono solo strumenti di guerra ma veri e propri inneschi generativi di conflitto e di orrore. Prendete un politico narcisista in delirio di onnipotenza, dategli una cartina geografica, un pennarello e una potenza di fuoco militare e, come sul planisfero del Risiko, deciderà di ridisegnare confini, di annettere terre, di cancellare Stati. In tutto questo la mappa non è un semplice accessorio, è una specie di medium magico, proprio come una bambolina vudù: tutto quello che posso fare piegando una mappa ai miei desideri mi illude in qualche modo di aver già cominciato a trasformare il mondo là fuori. Non importa se di mezzo ci sono Stati sovrani, diritti internazionali e strascichi di guerra decennali. Una magia simpatica, come la definiscono gli antropologi, che nelle mani di un ciarlatano fa poco danno ma che in uno studio ovale o in un gabinetto di guerra possono cambiare le sorti del Pianeta.
Un punto che sottolinea nel suo libro è come le mappe vengano viste come verità assoluta quando andrebbero interpretate come un punto di partenza. Può aiutarci a capire meglio?
MM Le mappe arrivano sotto i nostri occhi come un esito, un punto di arrivo, il distillato quasi di una lunga operazione di analisi, di traduzione grafica, di sforzo scientifico e di chiarezza comunicativa. Questo perché ci siamo abituati a leggerle come complementi del discorso razionale, quasi la certificazione finale di un’azione illuminata del sapere. Invece, in virtù del loro cuore di tenebra, della loro natura comunque sempre soggettiva, delle lacune in cui fermentano aspirazioni e desideri spesso violenti, le mappe sono oggetti radioattivi, a volte pericolosi. Per questo è necessaria una “controcartografia”, cioè uno sforzo di analisi supplementare che ci ricordi che le mappe sono invece il punto di partenza da cui cominciare a riflettere, che la loro incompletezza va letta tra le righe e a volte va smontata e sbugiardata, che la prima cosa da fare con una mappa è chiederci che cosa manca, è guardare quello che non c’è. Non ci pensiamo quasi mai, anzi, è proprio la ragione per cui a volte si usano le mappe come coperte e filtri deformanti, ma dietro linee, simboli e scritte ci sono terre reali, ci sono persone reali, in carne e ossa, e sono loro che ci guardano quando guardiamo una mappa che appare innocente. Ecco, dimenticarlo significa essere complici.
(La domanda vera sarebbe: quanto è utile a Israele che Hamas sia ancora presente sul territorio?)
Scontro fra Netanyahu e Trump?
Partiamo dalle ultime notizie sul destino di Gaza. Netanyahu ha respinto il documento in quindici punti presentato dal Board of Peace per attuare la seconda fase di quella che hanno definito “tregua”. Il piano prevederebbe che disarmo palestinese e ritiro israeliano da Gaza procedesse gradualmente e in parallelo, sotto controllo internazionale. Ovviamente Netanyahu pretende il contrario, d’altra parte per Israele, ormai lo sappiamo, non valgono le regole che valgono per tutti: prima Hamas dovrebbe consegnare ogni arma, pesante o leggera, rendere inutilizzabili i tunnel e semplicemente dissolversi. Solo a quel punto Israele valuterebbe il ritiro (leggasi: mai!)
Netanyahu ha inoltre respinto l’ipotesi che parte delle armi leggere venga registrata e posta sotto l’autorità del futuro comitato tecnico palestinese. Ha dichiarato apertamente che, finché resterà primo ministro, non nascerà alcuno Stato palestinese. Ci tengo a ricordare che in Israele si voterà il 27 ottobre e il Likud (partito di Netanyahu) è tornato davanti nei sondaggi (e già in questo si vede bene il riflesso della “società” della “più grande democrazia del Medio Oriente”). In estrema sintesi Netanyahu deve impedire che i concorrenti della destra messianica lo dipingano come l’uomo che ha ceduto Gaza.
Il piano non può tuttavia considerarsi formalmente abortito. Il 10 agosto Nikolay Mladenov, rappresentante del Board of Peace, ha ribadito che resta valido e che nessuna parte dovrebbe compiere passi irreversibili sulla fiducia. Insomma si ribadisce che il disarmo dovrebbe essere verificato e produrre, fase dopo fase, il ritiro israeliano, che è precisamente la reciprocità che Netanyahu rifiuta.
Facciamo un po’ di chiarezza. Le quattro Hamas che vengono confuse ogni giorno
Nel dibattito pubblico lo stesso nome indica almeno quattro realtà differenti.
1) La prima è l’organizzazione politica transnazionale, con dirigenti in Qatar, Turchia e altri paesi.
2) La seconda è il governo che amministrava Gaza dal 2007, formato da ministeri, comuni, polizia e decine di migliaia di dipendenti.
3) La terza è costituita dalle Brigate Izz al-Din al-Qassam, con una propria catena militare.
4) La quarta è l’ambiente sociale nel quale Hamas ha costruito rapporti con associazioni, famiglie, moschee, comitati locali e impiegati pubblici.
Queste componenti si sovrappongono senza coincidere. Ad esempio un medico del ministero della Salute o un tecnico dell’acquedotto non diventano automaticamente dei combattenti, come un uomo delle Brigate non è necessariamente un funzionario civile. Quindi è ovvio che eliminare il governo non dissolve l’organizzazione politica, esattamente come uccidere il comandante generale non fa sparire i gruppi armati disseminati sul territorio.
Però questa confusione su Hamas è politicamente utile. Permette a Israele di attribuire ad Hamas ogni funzione civile quando deve scegliere un bersaglio, così può bombardare scuole o ospedali semplicemente perché un medico o un insegnante fanno parte del governo del paese
Chi comanda oggi
Dal 20 luglio il capo politico generale è Khalil al-Hayya, nato a Gaza e residente in Qatar, da anni principale negoziatore del movimento. Ha sconfitto Khaled Meshaal per un solo voto: 35 contro 34 nel Consiglio generale della Shura, composto da rappresentanti di Gaza, Cisgiordania, detenuti e diaspora. Il risultato è stato assicurato soprattutto dai rappresentanti gazawi e viene interpretato come la vittoria della corrente più vicina all’Iran e meno incline ad abbandonare la resistenza armata. Al-Hayya ha sostituito il consiglio provvisorio di cinque membri che aveva guidato Hamas dopo l’uccisione di Yahya Sinwar. Il nuovo ufficio politico doveva essere riorganizzato attraverso riunioni a Istanbul. La direzione politica, dunque, esiste ed è riconoscibile; risiede in larga misura fuori da Gaza e conduce le trattative attraverso Doha e il Cairo.
Molto più difficile da inquadrare è il comando militare interno. Israele ha ucciso in successione Mohammed Deif, Yahya e Mohammed Sinwar, Izz al-Din al-Haddad il 15 maggio 2026 e il suo successore Mohammed Odeh il 26 maggio. Hamas ha confermato la morte di Odeh, che aveva guidato in precedenza l’intelligence delle Brigate. Reuters lo descriveva come l’ultimo membro ancora vivo del consiglio militare superiore.
All’11 agosto non risulta pubblicamente verificato il nome di un nuovo comandante generale. Non significa che nessuno impartisca ordini. Semplicemente la vecchia piramide è stata decapitata e sostituita, con ogni probabilità, da comandi territoriali molto più autonomi. La clandestinità, dopo una campagna di uccisioni mirate che hanno decapitato i vertici, diventa, ovviamente, una condizione di sopravvivenza.
Quanti combattenti sono rimasti?
Non esiste un numero indipendentemente verificabile. Hamas, come noto, non pubblica le perdite delle proprie forze e il ministero della Salute non distingue i combattenti dai civili. Israele usa categorie quali “operativo” o “terrorista” che possono comprendere uomini delle Brigate, membri di altre fazioni, poliziotti e anche funzionari politici.
Prima del genocidio le stime oscillavano fra venticinquemila e trentacinquemila uomini. Nel gennaio 2025 l’intelligence statunitense riteneva che Hamas avesse reclutato fra diecimila e quindicimila persone dall’inizio della guerra dall’8 ottobre 2023, compensando numericamente perdite di dimensioni analoghe. Molti nuovi arruolati erano giovanissimi e scarsamente addestrati.
Nel luglio 2026 l’apparato di sicurezza israeliano ha comunicato alla televisione pubblica Kan una stima ancora più alta, infatti ci sarebbero circa venticinquemila combattenti delle Brigate, dei quali 2.500 appartenenti alla Nukhba, contro i trentacinquemila e cinquemila prima della guerra. La notizia è stata ripresa dall’agenzia palestinese Ma’an. Un’altra valutazione militare israeliana pubblicata da Walla parlava di circa ventisettemila uomini armati.
Queste cifre non hanno molto valore e quindi non possiamo né sommarle né trasformarle in una media. Provengono in larga parte dall’apparato militare e non rendono certo pubblici i criteri di conteggio. Il solo dato ragionevolmente sostenibile è che Hamas disponga ancora di migliaia, probabilmente decine di migliaia di uomini armati, molti dei quali hanno un addestramento inferiore rispetto alle forze del 2023. Il numero assoluto dice poco sulla capacità effettiva. Sappiamo bene che Hamas si inscrive in un combattimento asimmetrico. Un esercito organizzato in battaglioni può essere sconfitto, ma una massa di piccole unità dotate di fucili ed esplosivi può continuare un conflitto di logoramento per anni.
Come combatte
Hamas non opera più prevalentemente come un piccolo esercito territoriale. La sua evoluzione è quella tipica di una forza costretta all’insorgenza. Hamas opera in gruppi ridotti, comandi locali, con ordigni improvvisati, imboscate, armi anticarro, cecchini, edifici preparati con esplosivi e uscite dai tunnel. Un’estesa analisi di ACLED ha documentato il passaggio verso unità debolmente coordinate e capaci di utilizzare persino ordigni ricavati dalle munizioni israeliane rimaste inesplose. Le operazioni sono diminuite rispetto alle prime fasi della guerra, ma non sono cessate. La diminuzione dello scontro aperto può anzi indicare la scelta di conservare uomini e materiali per quando sarà cessata la massiccia offensiva israeliana. Le accuse israeliane più recenti sostengono che Hamas stia reclutando e ricostruendo depositi nonché riparando tunnel. Queste sono valutazioni israeliane. Anzi valutazioni che fanno comodo ad Israele per continuare nel genocidio. Noi non abbiamo accesso indipendente ai siti colpiti e non possiamo sapere quante delle persone indicate come combattenti lo fossero realmente.
Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025 quattro soldati israeliani sono stati uccisi da gruppi armati. Nello stesso periodo, fino alla fine di luglio, gli attacchi israeliani hanno ucciso quasi milleduecento palestinesi, in maggioranza. La sproporzione, già da sola, mostra che non siamo davanti a due eserciti comparabili, questo comunque non ci autorizza a dichiarare inesistente la residua capacità militare palestinese.
Che cosa resta dei tunnel
Anche questo è un territorio dominato dalle cifre israeliane. Nel febbraio 2026 l’esercito valutava l’intera rete in 550-650 chilometri e riteneva che almeno il sessanta per cento fosse ancora intatto. La stima è stata riportata dal Times of Israel. A luglio il ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato la distruzione dell’83 per cento dei tunnel situati nella parte di Gaza occupata dall’esercito. Quindi non l’83 per cento dell’intera rete, bensì di quella individuata nelle zone israeliane. Non sappiamo quanto sottosuolo sia stato effettivamente esplorato nelle aree occidentali sovraffollate. Un singolo complesso di Rafah, sigillato a giugno, si estendeva secondo l’esercito per sedici chilometri e raggiungeva i venticinque metri di profondità comprendendo circa ottanta locali. Anche accettando con molta prudenza e diffidenza questi dati, si capisce perché “distruggere tutti i tunnel” sia una chimera. Una galleria può infatti essere crollata in un punto e comunque utilizzabile altrove. La funzione dei tunnel è cambiata e non poteva essere altrimenti. Servono meno a sostenere grandi centri di comando e più a nascondere uomini, conservare armi, attraversare brevi distanze e preparare attacchi locali. Israele sostiene che Hamas stia scavando nuovi passaggi di qualità inferiore, usando i pochi materiali disponibili. È plausibile, ma resta una valutazione dei suoi servizi di sicurezza.
Chi controlla realmente Gaza?
La risposta esatta non può che essere provvisoria, nessuno la controlla interamente, e soggetti differenti controllano cose differenti.
Dopo la “tregua” del 2025 la Linea Gialla assegnava formalmente alle forze israeliane circa il 53 per cento della Striscia. L’area sottoposta a restrizioni è stata poi ampliata. A fine giugno OCHA calcolava che il 64,9 per cento di Gaza fosse sottoposto a un controllo israeliano più diretto e severo. La popolazione è concentrata nella parte rimanente, perlopiù sulla costa. Israele possiede quindi la superiorità territoriale, aerea e logistica, comunque Hamas conserva influenza sulla parte in cui vive la maggioranza degli abitanti.
Il 6 luglio Hamas ha annunciato lo scioglimento del proprio governo e la disponibilità a trasferire le competenze al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, guidato da Ali Shaath. Il gesto è stato effettivo e non simbolico, però assai più limitato di quanto suggerisca la parola “scioglimento”. Ministeri e personale rimangono. Hamas ha dichiarato che continuerà a sovrintendere alla polizia e alla sicurezza nelle aree sotto il proprio controllo. Fra quarantamila e quarantacinquemila dipendenti pubblici dovrebbero passare sotto la futura amministrazione tecnica; circa diecimila appartengono alla polizia. Ovviamente non sono quarantamila membri di Hamas, ma rappresentano comunque la continuità materiale dell’apparato pubblico. Sostituirli tutti porterebbe a un crollo totale di ciò che resta di sanità, raccolta dei rifiuti, distribuzione dell’acqua, scuole e municipi.
Il comitato di Shaath, intanto, ha sede provvisoria al Cairo perché Israele non ne ha consentito l’ingresso a Gaza. Al Jazeera ha descritto il paradosso: Hamas dovrebbe consegnare il governo a un organismo che non si trova nel territorio e che non dispone ancora di risorse adeguate. Ad esempio non possiede una polizia in grado di sostituire quella esistente. La continuità degli apparati di sicurezza è confermata anche dai bersagli israeliani. Il 26 luglio un attacco ha ucciso Wael El-Ledawi, responsabile della sicurezza interna a Deir al-Balah, e il maggiore Ramez Abu Zraiq. Si può dire con certezza che Hamas conserva polizia, responsabili locali e capacità coercitiva, sebbene profondamente indebolite.
Le milizie sostenute da Israele
Il potere residuo di Hamas è contrastato da bande familiari e formazioni armate sostenute da Israele. Netanyahu ha ammesso nel 2025 di avere “attivato” alcuni clan palestinesi contro Hamas. Nel 2026 gruppi come le Popular Forces e la Strike Force Against Terror hanno intensificato incursioni, sequestri e uccisioni nelle zone prossime alla linea israeliana. Il Guardian ne ha ricostruito attività e sostegno logistico. Queste forze, al momento, non costituiscono un’alternativa politica credibile. Il loro legame con l’occupante e il coinvolgimento di alcuni gruppi nel saccheggio degli aiuti, agli occhi della popolazione, restituiscono legittimità a Hamas, che si presenta come l’unico soggetto capace di frenare bande e collaboratori. Il risultato più probabile sarà una guerra interna palestinese combattuta dentro un territorio occupato e ridotto in rovine, con Israele che foraggerà mercenari criminali palestinesi.
Quindi cosa si intende per “disarmo completo”?
Netanyahu trasforma una questione militare piuttosto precisa, in una condizione di ambiguità permanente. Quanti fucili dovrebbe ricevere il verificatore? Qual è il numero iniziale? Chi possiede l’elenco dei tunnel? Come si distingue un poliziotto da un membro delle Brigate? Chi disarma la Jihad islamica, i gruppi minori o le milizie sostenute da Israele? Che cosa accade se, dopo la certificazione, viene ritrovata una pistola o una galleria? Senza un inventario concordato preliminarmente, o un’autorità indipendente e i famosi obblighi simultanei per Israele, il “disarmo totale” può essere dichiarato incompleto in eterno, nella modalità preferita da Israele da almeno 80 anni. La dispersione di Hamas rende più difficile la sua offensiva militare, ma rende quasi impossibile dimostrare la sua definitiva inesistenza. Netanyahu ottiene così una clausola che può giustificare indefinitamente l’occupazione e il genocidio, ma anche una futura deportazione di massa. Hamas, da parte sua, dichiara di accettare il piano originario in quindici punti e il principio di una consegna graduale delle armi pesanti, però contesta le condizioni aggiunte sulle armi leggere e rifiuta una resa preventiva priva di garanzie sul ritiro. Non ha quindi accettato il disarmo totale nella forma pretesa da Netanyahu, anche perché, come abbiamo visto nelle nostre domande, non avrebbe alcun senso.
Gli scenari più plausibili
Proviamo a vedere i probabili sviluppi della situazione:
1) Il primo potrebbe essere una divisione permanente dove Israele consolida il controllo della maggior parte del territorio, mentre Hamas conserva autorità armata e amministrativa sui circa due milioni di palestinesi compressi nella zona restante. La barriera di terra lunga oltre ventitré chilometri costruita lungo la linea di separazione fa pensare che la provvisorietà stia già diventando il nuovo confine. Associated Press ha verificato l’opera attraverso immagini satellitari.
2) Il secondo scenario potrebbe riguardare una transizione soltanto civile dove il comitato tecnico amministra i servizi, mentre Hamas conserva le armi e parte della sicurezza. Sarebbe la soluzione che Israele definisce “modello Hezbollah”, con un governo ufficiale affiancato da un’organizzazione armata.
3) Il terzo prevederebbe un conflitto interno, alimentato dalle milizie filo-israeliane, dalla polizia di Hamas e dalle rivalità fra clan. In questa eventualità il ritiro israeliano non produrrebbe uno Stato palestinese, bensì una moltitudine di poteri armati in lotta per territori, merci e aiuti. A mio avviso questo è lo scenario più probabile.
L’unico scenario capace di evitare questi esiti nefasti per la popolazione palestinese richiederebbe ciò che Netanyahu ha appena respinto, ovvero l’ingresso immediato dell’amministrazione palestinese tecnica, il dispiegamento di una forza internazionale di verifica del rispetto delle condizioni, la consegna verificata e progressiva delle armi, il ritiro israeliano contemporaneo, la protezione della popolazione garantita dall’Onu e un approdo politico verso l’autodeterminazione palestinese. Al momento la forza internazionale dispone soltanto di promesse parziali da Marocco e Uganda e il suo arrivo richiederebbe mesi.
Che fine ha fatto Hamas?
È stata decapitata senza essere dissolta. Privata del governo, ma senza essere sostituita e infine espulsa dalla maggior parte del territorio e comunque presente dove si concentra la popolazione. La sua forza odierna deriva anche dal vuoto lasciato da chi dichiara di volerla eliminare e impedisce all’alternativa palestinese di entrare a Gaza. Hamas esiste abbastanza da combattere e da reprimere; non abbastanza da governare una ricostruzione. Per Netanyahu è la condizione perfetta, ed è Israele stessa a tenere Hamas in questo limbo in cui è abbastanza reale da giustificare la guerra e abbastanza dispersa da non poter mai essere dichiarata definitivamente disarmata. Il “nemico assoluto” diventa così un bersaglio che non muore mai. E così il conflitto si trasforma in una guerra senza criterio verificabile di conclusione.
Verso il voto Il leader di Raam lascia i partiti arabi d’Israele per rendersi appetibile alle formazioni politiche sioniste dopo le elezioni
Una donna palestinese con cittadinanza israeliana vota alle elezioni del 2022 – Mahmoud Illean/Ap
Non pochi si domandano se Mansour Abbas, islamista e leader del partito arabo Raam, arriverà a riconoscere Israele come Stato sionista del popolo ebraico, rinunciando alla storica richiesta dei cittadini arabi di uno Stato di tutti, ebrei e non ebrei. L’interrogativo è fondato perché Abbas, per anni esponente di primo piano del movimento islamico in Israele, ha avviato una profonda trasformazione politica e ideologica che, nella sua visione, dovrà portarlo il 28 ottobre, il giorno successivo alle elezioni legislative, a diventare l’arbitro della politica israeliana, colui che, con in mano 4-5 seggi, determinerà le sorti di una possibile maggioranza alternativa a quella di Benyamin Netanyahu.
Abbas, 52 anni, di Maghar, in Galilea, figlio di genitori contadini, sa che dovrà aggirare con ancora più abilità, in una società sempre più radicalizzata a destra, il veto non scritto che esclude la partecipazione al governo di forze politiche non sioniste, ossia i partiti che rappresentano gli arabo-israeliani, i palestinesi con cittadinanza israeliana. Perciò manovra senza sosta. Dopo aver silurato la Lista unita con gli altri partiti arabo-israeliani per tenersi le mani libere, Abbas ha avviato trattative clamorose per l’ingresso in Raam di un ex capo della polizia israeliana, Yoav Segalovitz, già parlamentare del partito ebraico Yesh Atid. La scelta di Segalovitz non è stata casuale. Quando era viceministro della Sicurezza aveva promosso un piano contro la criminalità organizzata nelle comunità arabe, ottenendo risultati che Abbas considera «eccezionali». «È esattamente il modello», ha detto il leader di Raam quando gli è stato chiesto se Segalovitz corrispondesse al profilo del candidato ebreo che cercava. Un sondaggio della tv Canale 13 ha rivelato che l’ingresso dell’ex capo della polizia porterebbe Raam da cinque a sette seggi alla Knesset.
La posta in gioco, però, non sono i seggi. L’alleanza con un politico ebreo con un passato nella sicurezza serve a dare un volto profondamente nuovo al partito islamista. «Abbas è pronto ad accettare anche il servizio civile nazionale (una sorta di servizio militare senza armi, ndr) per gli arabi richiesto da Segalovitz. Se ciò accadrà, finirà in frantumi la storica opposizione araba a questa possibilità senza ottenere nulla di certo dai leader sionisti», ci dice Fares, un attivista del fronte Hadash a guida comunista.
Eppure, se tra i nazionalisti palestinesi solo pronunciare il nome di Abbas è considerato blasfemo, nelle aree rurali della Galilea a maggioranza araba, tradizionaliste e conservatrici, il serbatoio di voti di Raam e del movimento islamico, la trasformazione del leader islamista guadagna consensi perché lascia intravedere una possibilità di «entrare nella stanza dei bottoni». Molti hanno già dimenticato il fallimento di Abbas di cinque anni fa. Raam, infatti, fu decisivo per la maggioranza di Naftali Bennett e Yair Lapid nel 2021, però non riuscì ad andare oltre l’appoggio esterno, mentre le promesse di sviluppo delle aree a maggioranza araba non trovarono realizzazione sul terreno.
Le prossime settimane saranno decisive. In ogni caso, la traiettoria seguita da Raam è davvero clamorosa. Un percorso che si deve alla parabola politica di Abdullah Nimr Darwish, lo sceicco di Kufr Qassem che fino alla morte, nel 2017, ha guidato tutti i passi del suo discepolo Abbas. Darwish, alla fine degli anni Settanta, fu tra i fondatori di Usrat al-Jihad, organizzazione clandestina che combinava nazionalismo palestinese e islamismo e sosteneva la lotta armata. Fu arrestato. Dopo la liberazione, Darwish abbandonò l’idea della rivoluzione islamica e della lotta armata, affermando che i musulmani non avrebbero potuto conquistare il potere in Israele e che, pertanto, dovevano imparare a vivere e agire all’interno della realtà sionista, senza rinunciare alla propria identità. «Vivere nella pancia della balena» era il suo slogan. La balena era lo Stato israeliano.
La frattura arrivò nel 1996. Il movimento islamico si divise sulla partecipazione alle elezioni israeliane e sul rapporto con gli accordi di Oslo firmati da Israele e Olp. La corrente guidata da Darwish, poi conosciuta come ramo meridionale, scelse la partecipazione. Il ramo settentrionale, guidato da Raed Salah, rifiutò e sviluppò una linea più radicale, centrata sulla mobilitazione palestinese e sulla questione di Gerusalemme e della moschea di al-Aqsa. Da quella scissione sarebbe emerso Raam, fondato sull’idea di usare il voto per ottenere risorse e influenza politica. È questa la lezione che Mansour Abbas afferma di aver ricevuto dal suo maestro. A suo dire, non ha deviato dalle idee di Darwish. Piuttosto, ha portato alle estreme conseguenze il suo pragmatismo per migliorare la condizione dei cittadini arabi. Aggiunge di aver fatto della sua «jihad civile» una strategia parlamentare. La sua «wasatiyya», la «via di mezzo», sarebbe la conciliazione di principi islamici, pragmatismo politico e partecipazione democratica. Molti palestinesi d’Israele scuotono la testa e parlano di «acrobazie politiche» in nome del potere. Lo storico israeliano Ilan Pappé taglia corto. «Mansour Abbas può cambiare tutto ciò che vuole per rendersi appetibile al potere», ha detto al manifesto, «se invece cerca parità e pieno riconoscimento, allora quelli che devono cambiare sono i leader sionisti, non lui. Non faranno mai gli interessi degli arabi, piuttosto li manipoleranno».
MICOL MEGHNAGI
Domani
Per leggere la storia ebraica sarebbe utile, per dirla con Édouard Glissant, un «pensiero tremante», capace di preservarci «dai pensieri di sistema e dai sistemi di pensiero» e, dunque, dalla tentazione di rappresentare gli ebrei come un soggetto omogeneo e naturalmente destinato a convergere nell’ideologia sionista.
Per storia ebraica intendo un modo attraverso il quale osservare il mondo, più che una storia a sé.
Un prisma entro cui leggere le diaspore, le migrazioni, l’esilio, lo sradicamento, il genocidio, ma
anche le resistenze, le alleanze e le traduzioni molteplici. Isaac Deutscher chiamò «ebrei non ebrei» quegli ebrei che, da Baruch Spinoza a Heinrich Heine, da Rosa Luxemburg a Sigmund Freud, avevano oltrepassato i confini religiosi dell’ebraismo senza smettere di sentire il proprio destino segnato dalla sua storia.
Si pensi al Bund, il movimento socialista ebraico nato a Vilna nel 1897, che più di tutti lottò per essere al contempo ebrei e polacchi, ebrei e rumeni, ebrei e russi, ebrei e cittadini dei paesi nei quali si era nati e cresciuti. Così come alla massiccia presenza ebraica nelle lotte antifasciste in Europa, nel movimento
statunitense per i diritti civili e nelle campagne anticoloniali nel Sud globale. La catastrofe della Shoah ha in parte distrutto questo universo.
Con l’espressione «fine della modernità ebraica», Enzo Traverso ha indicato non soltanto l’ecatombe degli ebrei d’Europa, ma la scomparsa di uno spazio politico e culturale nel quale l’ebreo era stato insieme straniero e cittadino, paria ed eretico, e interprete critico per eccellenza della modernità.
L’antico popolo paria è stato progressivamente percepito, nel nuovo assetto delle democrazie
occidentali, come una minoranza privilegiata, erede di una tragedia dalla quale l’Europa e gli Stati Uniti
hanno tratto il vanto del proprio progresso morale, e lo Stato di Israele una delle proprie ragioni di
essere.
Asse cambiato
Per comprendere le trasformazioni avvenute nel mondo ebraico nel corso dell’ultimo secolo, bisogna
osservare anche come il suo asse demografico e politico si sia spostato dall’Europa, dal Nord Africa e dal Medio Oriente (da dove circa 700mila ebrei furono sradicati dalle proprie terre di origine tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento, nel complesso intreccio tra decolonizzazione, sionismo e
nazionalismi arabi) verso due nuovi poli: Israele e gli Stati Uniti.
Dagli anni Settanta, le principali istituzioni ebraiche statunitensi hanno identificato sempre più l’appartenenza ebraica con il sostegno a Israele. Persino il Movimento riformista, in origine non sionista, ha ufficialmente codificato il sionismo nel suo programma nel 1997. Nel suo saggio The Threshold of Dissent, Marjorie N. Feld osserva come questo consenso sia stato costruito dall’alto, presentando il sionismo come l’esito naturale della storia ebraica moderna e marginalizzando le sue tradizioni
non sioniste e antisioniste.
I critici ebrei del sionismo sono stati ripetutamente emarginati e le visioni alternative della vita ebraica progressivamente soppresse. È in risposta a questa realtà che Jewish Voice for Peace e IfNotNow, i due principali movimenti ebraici statunitensi in solidarietà con la Palestina, hanno iniziato a rivendicare
esplicitamente la propria identità ebraica. La loro azione riprende una tradizione politica che passa
per il movimento dei diritti civili, l’opposizione alla guerra in Vietnam e la lotta contro l’apartheid
sudafricano, ma che è stata oscurata dall’enorme disparità di risorse rispetto alle istituzioni ebraiche
ufficiali. Attorno a queste due realtà si è formato un campo più vasto, composto da Jews for Racial and Economic Justice, Rabbis for Ceasefire, ma anche decine di sinagoghe, collettivi universitari e gruppi locali.
In Europa
Traiettorie simili attraversano l’Europa e, pur assumendo forme diverse secondo la composizione e
il peso demografico delle comunità ebraiche, le loro storie migratorie e il contesto politico dei paesi in cui vivono, convergono in parte in European Jews for Palestine.
Presentata a Bruxelles nel 2024, la rete riunisce ventiquattro organizzazioni di quattordici paesi e mantiene rapporti con i movimenti statunitensi e con gruppi ebraici e palestinesi in Israele e Palestina.
In Francia, dove vive la più numerosa comunità ebraica d’Europa, composta in larga parte da famiglie provenienti dal Nord Africa, la questione palestinese riapre direttamente la storia coloniale del paese ed esaspera il rapporto già conflittuale tra antisemitismo, islamofobia e razzismo. Dentro una società
sempre più polarizzata dalla retorica dello scontro di civiltà, Tsedek! e il collettivo femminista Kessem
cercano di costruire uno spazio ebraico decoloniale nei movimenti antirazzisti.
La Germania è invece il terreno di uno scontro paradossale. Laddove la memoria della Shoah e la
sicurezza di Israele sono divenute parte della ragion di Stato, sono proprio le voci ebraiche e israeliane critiche del sionismo ad essere accusate, in misura sproporzionata, di antisemitismo e sostegno al terrorismo. È accaduto al gruppo ebraico Jüdische Stimme, così come ad artisti e intellettuali ebrei, colpiti per avere denunciato la violenza israeliana o messo in discussione l’identificazione tra ebraismo e Stato di Israele.
I casi italiani
In Italia, dove la comunità ebraica è numericamente ridotta, e comprende tanto le antiche comunità italiane quanto quelle formatesi con le migrazioni principalmente dalla Libia, dall’Iran e dal Libano, il dissenso verso le politiche israeliane e i vertici comunitari si articola soprattutto attorno a tre realtà.
Mai indifferenti riunisce persone con rapporti plurali con il sionismo, accomunate dal rifiuto della distruzione di Gaza; il Laboratorio ebraico antirazzista si muove principalmente in uno spazio non sionista e post sionista, intrecciando la critica dell’occupazione con la lotta contro l’antisemitismo e
l’islamofobia, Tikkun assume invece una posizione apertamente diasporica, decoloniale e antisionista, mettendo in discussione la centralità stessa di Israele nella definizione dell’appartenenza ebraica.
Le organizzazioni ebraiche hanno costruito, nel corso del tempo, alcuni degli spazi più visibili della
solidarietà con la Palestina, offrendo una contro-narrazione all’identificazione tra ebraismo e sionismo.
Rimane tuttavia una questione irrisolta. Se è vero che creare contro-cartografie, e rivendicare un’identità quando viene negata, è necessario, occorre anche chiedersi fino a che punto l’identità possa restare il principale terreno dell’organizzazione politica. Il rischio è che Israele continui a occupare il centro della vita ebraica persino nella sua contestazione, impedendo di spostare lo sguardo sulle
responsabilità più ampie degli Stati, delle istituzioni e delle società che ne sostengono materialmente la violenza, e che, dietro un filosemitismo spesso ostentato, continuano a rimuovere il proprio ruolo storico e politico nella costruzione della questione ebraica e, di conseguenza, di quella palestinese.
intervista di Hanno Hauenstein a Michael Barenboim, violinista, da +972
Per il violinista ebreo tedesco Michael Barenboim (nella foto in alto), la cultura della memoria in Germania è diventata uno strumento per perpetuare la complicità nei crimini di Israele e per rendere invisibili i palestinesi.
Dall’ottobre del 2023, Michael Barenboim si è affermato come una delle poche figure pubbliche tedesche ad aver denunciato con insistenza la complicità del governo nel genocidio israeliano a Gaza, definendola esplicitamente tale. Violinista e violista, professore all’Accademia Barenboim-Said di Berlino e figlio del noto pianista e direttore d’orchestra Daniel Barenboim, all’inizio del 2024 ha co-fondato Make Freedom Ring, un collettivo di musicisti classici che organizza concerti in tutta la Germania in segno di solidarietà con la Palestina. Lungo il percorso, ha subito in prima persona la repressione dello stato tedesco contro chi si esprime sulla questione palestinese: articoli di opinione e interviste sono stati censurati, mentre i concerti che aveva contribuito a organizzare sono stati cancellati dalle rispettive sedi poco prima del loro svolgimento.
Nel 2024, Barenboim fu anche tra i 150 artisti e scrittori ebrei in Germania che firmarono una lettera aperta esprimendo “profonda preoccupazione” per una risoluzione parlamentare sull’antisemitismo, successivamente approvata. La risoluzione descrive il movimento BDS come antisemita e ribadisce l’impegno del governo a non finanziare gli operatori culturali che sostengono il boicottaggio di Israele. All’epoca, Barenboim dichiarò: “La protezione degli ebrei non è l’obiettivo di questa risoluzione”. Lo scorso settembre, Barenboim ha co-organizzato la più grande manifestazione in Germania contro la campagna militare israeliana a Gaza, che chiedeva un cessate il fuoco immediato, la fine delle esportazioni di armi tedesche e sanzioni dell’UE contro Israele.
Barenboim ha concesso un’intervista alla rivista +972 Magazine per discutere di come la dottrina tedesca della “Staatsräson” — l’idea che lo stato abbia la responsabilità storica di difendere Israele — continui a plasmare i confini del dibattito pubblico sulla questione israelo-palestinese, determinando chi ha voce in capitolo e chi no. Descrive i costi professionali e personali che comporta schierarsi a difesa dei diritti dei palestinesi e spiega perché ritiene che sia ormai giunto il momento di dare spazio alle voci palestinesi in Germania.
Essendo una delle poche voci autorevoli in Germania a condannare costantemente la guerra genocida di Israele a Gaza e a denunciare la complicità della Germania in essa, come vede la situazione attuale?
Dalla firma del cosiddetto accordo di cessate il fuoco nell’ottobre 2025, gran parte dell’attenzione si è spostata su altre questioni ed è diventato molto più difficile intervenire nel dibattito tedesco. Questo è molto pericoloso; Gaza è completamente fuori dai riflettori.
Ormai [nei media tedeschi] non si parla quasi più di quello che sta succedendo lì, nonostante la situazione sia drammatica come sempre. Trovo molto frustrante dover praticamente ricominciare da capo, costringere le persone a guardare ciò che sta accadendo e a riflettere sulla responsabilità della Germania.
Credo che l’attenzione [dell’opinione pubblica] stia tornando ai livelli precedenti all’ottobre 2023, quando a Gaza accadevano cose terribili: blocchi, bombardamenti periodici, fame. I palestinesi venivano lasciati morire lentamente, con l’attenzione completamente rivolta altrove. È proprio questo che ha reso possibile una simile catastrofe.
Dopo l’ottobre del 2023, la situazione è cambiata. Abbiamo assistito a numerose proteste e manifestazioni, soprattutto tra gli studenti. Non hanno avuto l’effetto sperato, ovvero un cambiamento radicale nella politica tedesca. Tuttavia, hanno portato alla ribalta la situazione dei palestinesi e la responsabilità della Germania.
Riterresti che il movimento di solidarietà con la Palestina in Germania sia fallito?
No. La popolazione tedesca nel suo complesso, circa il 70% , ora si oppone alle azioni di Israele a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e così via. Sebbene la maggior parte di loro non veda una responsabilità della Germania in tutto ciò, si oppone a queste azioni e questo è fondamentale. Per me è chiaro che dobbiamo mobilitare queste persone. Ma qui è molto difficile. Molti fattori in Germania dissuadono le persone dal partecipare attivamente a questa questione.
Fattori come quali?
Basti pensare a tutte le cancellazioni, ai silenzi, agli scandali pubblici che colpiscono certe persone quando osano esprimersi, come abbiamo visto ogni anno dal 2023 in poi in occasione della Berlinale. Queste cose hanno un effetto paralizzante. Per chi si oppone al genocidio ma si preoccupa della propria vita sociale e professionale, la valutazione del rischio diventa fondamentale. È questo che impedisce alle persone di agire, anche se in privato nutrono forti convinzioni sull’argomento.
Hai subito personalmente alcune di queste ripercussioni. Potresti raccontarmi alcune delle tue esperienze?
In un caso specifico, intorno al primo anniversario del 7 ottobre, avevo scritto un articolo di opinione per un’importante testata giornalistica. La testata apportò alcune modifiche. Il messaggio era del tipo: “Ecco la seconda bozza, lavoriamoci su e poi possiamo pubblicarla”, il che significava che era praticamente tutto pronto. Poi, all’improvviso, arrivò la notizia che avevano deciso di non pubblicarlo. La motivazione addotta era che, a loro dire, il testo mancava di un elemento personale. Ovviamente, avrei potuto facilmente inserirlo nella seconda bozza.
Di recente ho rilasciato un’altra intervista e ho ricevuto un messaggio di risposta che diceva: “Abbiamo deciso di non pubblicarla perché le sue posizioni sul diritto di Israele ad esistere e sulle cause del conflitto sono in contrasto con la linea editoriale di questa testata”.
Te l’hanno detto esplicitamente?
Sì. L’ho trovato sconcertante. Innanzitutto, perché le opinioni che ho espresso in quell’intervista non erano certo una novità. Dico la stessa cosa da quasi tre anni ormai. Ma anche perché l’idea di pubblicare solo interviste che si allineano alla linea editoriale della propria testata mi sembra alquanto strana. Che senso ha?
Ti è stato chiesto direttamente se credi nel diritto di Israele ad esistere?
Sì, questa è una domanda che mi viene posta molto spesso. La risposta che di solito do è che non credo che gli stati abbiano un simile diritto: non si tratta di una questione legale, bensì morale. E in quanto tale, il concetto di “diritto all’esistenza” è semplicemente insensato.
Ho anche ribadito che stiamo parlando di uno stato che commette genocidio e apartheid, crimini che colpiscono al cuore stesso di ciò che consideriamo umano. Ma anche questo ha poco a che fare con il cosiddetto “diritto all’esistenza”.
Sei un dei co-fondatori di Make Freedom Ring. Com’è stato organizzare un progetto di questo tipo in solidarietà con la Palestina in questo clima?
Dal marzo 2024 organizziamo concerti di beneficenza per la Palestina, unendo musica classica e discorsi, solitamente tenuti da rappresentanti dell’ONG per cui raccogliamo fondi o da accademici palestinesi.
Abbiamo fondato Make Freedom Ring perché il nostro settore era completamente silenzioso. Erano passati mesi di incessanti bombardamenti israeliani, eppure non si sentiva nulla da parte di nessuna istituzione di musica classica, per non parlare di stimati colleghi che di solito si esprimono apertamente su altri argomenti.
Il caso dell’Ucraina e della Russia è stato un buon controesempio: in Germania, importanti istituzioni hanno organizzato moltissimi concerti di beneficenza per l’Ucraina. E’ stato facile. Quando si appoggia la linea del governo tedesco, il vento in poppa spinge.
Quando ti impegni per la Palestina, il vento ti soffia in faccia. Devi fare uno sforzo enorme, che porta a una stanchezza costante. Il silenzio del nostro settore è stato catastrofico. Per questo volevamo riunire più colleghi affinché si facessero sentire e mostrassero solidarietà.
A quei tempi, dovevamo faticare non poco anche solo per trovare partner e sedi. La gente aveva molta paura di ospitare un evento del genere; veniva percepito come “di parte” o radicale.
Oggi, diverse associazioni tendono a contattarci per organizzare eventi congiunti in luoghi con cui hanno dei legami. Ma la percezione è [ancora] che un evento con la Palestina al centro sia controverso o rischioso. Le persone temono di ricevere telefonate [di protesta] o di vedersi ritirare i finanziamenti.
Questo è tipico in Germania. Non necessariamente i locali dicono di no, anche se succede. Di solito dicono di sì, perché si considerano aperti, liberali e tolleranti verso opinioni diverse. E poi [in seguito] dicono di no.
È successo molte volte, l’ultima delle quali a marzo di quest’anno. Poche settimane prima di un concerto che avrebbe visto la partecipazione non solo nostra, ma di molti musicisti di generi diversi, sia la sede principale che quella alternativa hanno dato forfait, presumibilmente per motivi di sicurezza.
Cosa succede di solito tra il “sì” e il “no”?
Ad esempio, nel caso della visita di Francesca Albanese in Germania nel febbraio 2025, abbiamo assistito a pressioni da parte di gruppi di pressione, dell’ambasciata israeliana, di politici locali e di parte dei media. Le sedi degli eventi vedono la Staatsräson in azione e capiscono che una tale apertura mentale ha un prezzo.
Le eccezioni alla regola sono rarissime. All’inizio di quest’anno, la regista palestinese Basma Al-Sharif è stata invitata all’Accademia d’Arte di Düsseldorf. Nonostante una campagna di pressione coordinata da parte degli stessi attori coinvolti, l’evento si è svolto, seppur a porte chiuse. Ma questo richiede molto coraggio, che in realtà non dovrebbe essere necessario.
Tu sei una voce ebraica di spicco sulla questione palestinese in Germania. A differenza degli Stati Uniti, dove le voci ebraiche antisioniste o comunque critiche sono in prima linea in questi dibattiti, la situazione in Germania sembra piuttosto diversa.
Quando lo stato tedesco esprime il desiderio di “proteggere la vita ebraica”, guarda agli ebrei in un modo che non tiene conto della diversità di opinioni ebraiche. Dopotutto, non sono il solo a pensarla così. Ce ne sono molti altri. Ma quando i politici tedeschi e i principali media pensano agli ebrei, li vedono ancora come filo-israeliani e sionisti. Le opinioni diverse vengono considerate in qualche modo non veramente ebraiche.
Un musicista ebreo con un’opinione filo-israeliana avrà molta più facilità a influenzare il dibattito. Avrà più facilità a ottenere spazio sulla stampa, mentre persone come me devono lottare molto più duramente anche solo per apparire. Questo vale per ogni settore, quello della musica classica è solo leggermente più conservatore.
Pensi che il dibattito stia iniziando a cambiare in Germania?
Onestamente, non sono sicuro che ci siamo ancora. A mio parere, il dibattito si è praticamente fermato. È molto chiaro chi sta da che parte, chi dice cosa, dove e quando, e quale impatto ha tutto ciò. Non c’è più molto movimento. Questo è anche il motivo per cui alcuni colleghi che rimangono in silenzio non hanno un vero incentivo a farlo.
Siamo nell’agosto del 2026. Questo genocidio è in corso dall’ottobre del 2023. Anche se finora non avessi preso abbastanza sul serio la mia responsabilità di personaggio pubblico da denunciarlo, cercherei di porvi rimedio iniziando subito. Sarebbe un gesto di grande impatto. Ma nemmeno questo è ancora accaduto.
Non credi che sarebbe troppo poco e troppo tardi?
Lo accoglierei a braccia aperte. Non credo sia saggio allontanare le persone. Dire: “Dove sei stato negli ultimi due anni e mezzo?” Certo, potrei pensarlo, e lo penserò. Ma è molto più intelligente lasciare che le persone offrano delle scuse sincere. Non fare finta di niente, ma dire: “Mi dispiace di non aver accettato questo incarico prima”.
La situazione in Palestina è catastrofica da decenni. Io stesso non avevo ben capito quale ruolo avrei potuto svolgere prima dell’ottobre 2023, e me ne pento amaramente. Lo dico apertamente.
C’è stato un momento specifico dopo il 7 ottobre che ti ha fatto sentire il bisogno di essere attivo?
Due cose. In primo luogo, Yoav Gallant [l’ex ministro della Difesa israeliano, ndt] che proclama: “Questi sono animali umani, taglieremo loro elettricità, acqua, carburante e cibo”, il che equivale a dire: “Ordinerò al mio esercito di commettere un genocidio”. E, un giorno o due dopo, la Porta di Brandeburgo a Berlino si illumina con i colori della bandiera israeliana e i politici tedeschi proclamano: “C’è un solo posto per la Germania: al fianco di Israele”.
Per me, queste due cose — [Israele che dice] “Stiamo per annientare un intero gruppo” e i tedeschi che dicono “Lo sosteniamo” — sono state ciò che mi ha scosso dal mio torpore.
Pensi che i tedeschi che hanno rilasciato dichiarazioni del genere semplicemente non avessero visto le immagini provenienti da Gaza? O che semplicemente non gliene importasse nulla?
Non ha molta importanza. Se, in quanto politico di alto rango in Germania, dici “Sono dalla parte di Israele”, o hai visto le immagini e non ti importa, oppure non le hai viste e in tal caso non stai facendo il tuo lavoro. Devi assumerti le tue responsabilità.
Gli ospedali sono stati rasi al suolo dai bombardamenti. Le giustificazioni sono state ripetute più e più volte dai media tedeschi e dai politici tedeschi: scudi umani, tunnel, tutte queste sciocchezze e un video inventato come “prova”. Questo era il discorso.
Ancora oggi vediamo immagini da Gaza, nonostante Israele abbia ucciso tanti giornalisti, e ci troviamo di fronte alle stesse vuote dichiarazioni: “Sosteniamo il diritto di Israele a difendersi”, o qualsiasi altra scusa per infliggere tanta sofferenza. È assurdo. Il discorso può sembrare più aperto, ma le giustificazioni sono sostanzialmente le stesse.
Hai mai pensato di lasciare la Germania alla luce di tutto ciò?
Penso che ora sia il momento di fare tutto il possibile per impedire che questo treno impazzito si schianti contro un muro. Il fatto che persone come me se ne vadano non rende più probabile che qualcosa cambi.
Dobbiamo lavorare per un cambiamento radicale nella politica tedesca. Ci vorranno anni. Il genocidio a Gaza, l’annessione della Cisgiordania e la pulizia etnica della Palestina e del Libano meridionale sono possibili solo con il sostegno internazionale.
Con Make Freedom Ring cerchiamo di dare ai musicisti la possibilità di suonare e mostrare solidarietà senza doversi accollare l’intero rischio. Siamo noi a organizzare il concerto, quindi non chiediamo loro altro che suonare. Questo è un modo per bilanciare il rischio; unirsi ad altri che la pensano allo stesso modo è solitamente una buona idea. Non bisogna disperare da soli, ma agire in gruppo, trovare dei partner, agire collettivamente.
Il dovere autoproclamato della Germania di proteggere la vita ebraica – che si traduce in sostegno a Israele – deriva, ovviamente, dalla sua responsabilità storica per l’Olocausto. Vedi la possibilità di separare le due cose?
Attualmente, la cultura della memoria [dell’Olocausto] è un progetto organizzato dallo stato che finisce per favorire la complicità nei crimini israeliani. Credo che dobbiamo chiarire che la codificazione del “Mai più” è sancita dalla Convenzione sul genocidio e si applica quindi a tutti. Questo potrebbe essere un primo passo. Ma al momento mi risulta molto difficile immaginarlo qui in Germania. Non si tratta solo di una cultura della memoria selettiva; è manipolata per uno scopo ben preciso.
Credo che mettere al centro la prospettiva dei palestinesi in Germania sia un passo molto importante. Io e te parliamo a Berlino, dove si trova la più grande comunità palestinese d’Europa. Eppure non c’è un centro culturale palestinese, nessun monumento commemorativo della Nakba, niente di niente. I palestinesi vivono in completa invisibilità. Questo è parte del problema, e non è un caso; è una situazione voluta.
Nonostante tutto questo, cosa ti dà speranza in questi giorni?
Abbiamo visto la generazione più giovane, soprattutto gli studenti, essere un esempio per la società tedesca. Questa generazione mi dà speranza. E mi dà speranza anche sapere che oltre due terzi dell’opinione pubblica tedesca si oppone al genocidio.
Forse in futuro il prezzo politico della complicità della Germania sarà troppo alto. Forse la complicità diventerà un motivo di perdita di voti. Finché non lo sarà, le cose non cambieranno.
pubblicato su il Manifesto
Il tempo dell’impunità deve finire
L’APPELLO
L’ultimo giorno di Gaza*
Netanyahu inizia la riunione del suo gabinetto con la quale il suo governo rigetta il piano del Board of Peace e rimanda tutto a quelle che sembrano le più ipocrite elezioni israeliane
Gza, palestinesi sfollati tra le case distrutte a Jabaliya – foto EPA/Mohammed Saber
Fine dell’ipocrisia. Lo dice Netanyahu, iniziando la riunione del suo gabinetto con la quale il suo governo rigetta il piano del Board of Peace e rimanda tutto a quelle che sembrano le più ipocrite elezioni israeliane.
Lo dicono i fatti sul terreno che dal 7 ottobre 2023 hanno subito una irrefrenabile accelerazione. Lo dice il genocidio che lo stato di Israele continua a commettere su Gaza senza essere fermato, e in Cisgiordania per ora sotto la forma di Nakba, ossia di pulizia etnica con conseguente annessione. Basta, dunque, anche con l’ipocrisia dell’Unione europea, degli Stati uniti, del Board of Peace: non esistono i due Stati, né possono essere realizzati. Sono la foglia di fico usata dalla diplomazia occidentale per non prendere una decisione, e nascondere la sua complicità assoluta con Israele.
Netanyahu ribadisce per l’ennesima volta quello che fa e dice da trent’anni esatti. «Finché sarò primo ministro – dice -, non sarà istituito nessuno stato palestinese, né a Gaza né in Giudea e Samaria (e cioè la Cisgiordania occupata da Israele e unilateralmente rinominata da Tel Aviv)». E conclude, sottolineando quanto il nodo della questione non sia Hamas: «Nessun Fatahstan, nessun Hamastan».
Fine dell’ipocrisia. E non solo da parte di Netanyahu. Perché il premier israeliano dice ancora una volta quello che l’intero stato d’Israele fa e dice. In quest’ordine preciso, fa e poi dice. Non ci sarà nessuno stato palestinese in un territorio che Israele rifiuta di disoccupare, dopo 59 anni di occupazione militare continuata. Senza alcuna interruzione, nella completa impunità. Vale la pena ricordare che a occupare Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza nel 1967 fu uno stato a guida laburista? Vale la pena ricordare che nessun partito dell’opposizione ha posto alla coalizione di governo al potere in Israele un ostacolo fondamentale al genocidio in corso, all’occupazione, alla pulizia etnica? E che la Knesset nel luglio 2024 ha votato a maggioranza assoluta contro il riconoscimento dello stato di Palestina?
Basta. Il tempo dell’impunità di Israele deve finire. Questo è un tempo ormai brevissimo, dopo tre anni di sterminio quotidiano dei palestinesi. È un tempo in cui Israele fa e dice quello che voleva fare e dire tre anni fa: espellere la popolazione palestinese, ora ridotta a Gaza alla mera sopravvivenza. E per fermarlo è la comunità internazionale (tutta) che deve mettere Israele di fronte a un bivio. O continuare nell’impunità, oppure rispettare il diritto internazionale, unico ostacolo alle continue, pervicaci violazioni di tutti i più elementari fondamenti della convivenza e del rispetto dei diritti che Israele commette quotidianamente.
Israele sceglierà di continuare nell’impunità, questo è ormai chiaro da tempo. Non ha mai smesso di bombardare, trucidare, affamare, assetare. Neanche oggi. Non ha mai smesso di usare l’arma riproduttiva: cioè di ammazzare bambine e bambini, in una strage degli innocenti della cui colpa non ci possiamo emendare dando agli oltre 20mila minori uccisi un postumo Nobel per la Pace.
E allora? Che fare? Mettere Israele di fronte al bivio significa imporre che Israele si fermi, in questa deriva che sta già conducendo il mondo a una guerra globale, non solo dal punto di vista dei territori coinvolti, ma anche dal punto di vista delle implicazioni a livelli sovrapposti (economico, giuridico, politico, sociale, ecologico, etico). In sintesi, Israele non può essere più considerato all’interno del consesso internazionale, e da tempo. Altro che «unica democrazia del Medio Oriente», definizione che ha dentro tutte le nostre colpe, razzismo e colonialismo inclusi.
Israele non può far parte di una comunità internazionale che è lo stesso Stato a non riconoscere perché non riconosce al sistema Onu le regole da rispettare e i limiti che impone. Non ha ottemperato ai dispositivi della Corte Internazionale di Giustizia, che per l’ennesima volta gli impongono di andarsene dal Territorio palestinese occupato.
Ha continuato a violare il diritto internazionale in ogni modo possibile, perfino rompendo un patto fondativo che è quello di non commettere – come invece fa – il crimine dei crimini, il genocidio. Ha osato distruggere la sede a Gerusalemme occupata dell’agenzia dell’Onu che protegge i palestinesi, l’Unrwa, alla presenza di un ministro del governo israeliano. Si è macchiato del crimine di tortura contro i palestinesi, soprattutto quelli prigionieri, e lo ha fatto apertamente, in modo arrogante.
È ora di imporre sanzioni da parte dell’Unione europea. Di boicottare ogni collaborazione e cooperazione con Israele. È ora di chiedere la sospensione del seggio di Israele nell’Assemblea generale dell’Onu, usando quello strumento che a metà degli anni Settanta fu utilizzato per rendere impossibile al Sudafrica di continuare nell’apartheid, crimine internazionale.
Basta con l’ipocrisia. Basta con il genocidio sostenuto dai nostri governi.
Chi è davvero Benjamin Netanyahu, detto “Bibi”? Qual è il suo passato e come è arrivato a essere uno dei leader più potenti e spietati al mondo? Perennemente a caccia di nemici da combattere, per salvarsi o entrare definitivamente nella grande storia. La quarta stagione del podcast “Palestina-Israele” realizzato da Anna Maria Selini e prodotto da Altreconomia, con il sound design di Luca Bozzoli. Sei episodi, prima uscita il 3 luglio 2026
È il politico israeliano rimasto più a lungo al potere, attraversando la storia nazionale e internazionale, spesso determinandola. Hanno predetto più volte la sua fine politica ma nonostante tutto -incluso il trauma e il fallimento del 7 ottobre- Benjamin Netanyahu è ancora il “re di Israele”, un “sovrano” per alcuni decaduto ma deciso a ripresentarsi e vincere anche le elezioni nell’autunno del 2026. Capace di adeguarsi ai tempi ma in fondo sempre coerente con se stesso e con la sua brama di potere, in pochi dividono come lui, dentro e fuori Israele, nel mondo ebraico e nel panorama internazionale.
Di che cosa parla “Bibi. Le sei vite di Benjamin Netanyahu”
Lo chiamano “l’americano”, il “re” di Israele, ma anche il “traditore”. Hanno predetto più volte la sua fine politica, ma nonostante tutto -incluso il trauma e il fallimento del 7 ottobre- Benjamin Netanyahu è ancora al potere, deciso a ripresentarsi e vincere anche le elezioni nell’autunno del 2026.
È il leader politico israeliano più longevo di sempre, capace di adeguarsi ai tempi, ma in fondo sempre coerente con se stesso e la sua brama di potere. In pochi dividono come lui, dentro e fuori Israele, nel mondo ebraico e nel panorama internazionale.
Ma chi è davvero Benjamin Netanyahu? Qual è il suo passato e come è arrivato a essere uno dei leader più potenti e spietati al mondo? Cerca di rispondere a queste e altre domande il nuovo podcast scritto e realizzato da Anna Maria Selini, con il montaggio e sound design di Luca Bozzoli, e prodotto da Altreconomia.
Si tratta della quarta stagione della serie podcast “Palestina Israele”, dopo “Oslo 30. L’illusione della pace”, “La guerra dei giornalisti” e “Bambini senza pace”.
Questa volta Selini è tornata in Israele per raccogliere testimonianze e dettagli sulle sei vite di Benjamin Netanyahu: una per puntata (della durata di circa 30 minuti), in uscita sul sito di Altreconomia e tutte le piattaforme, dal 3 luglio a fine ottobre 2026, ovvero all’appuntamento elettorale forse più importante nella vita di Netanyahu.
Nel podcast parlano, tra gli altri, Massimo D’Alema, i giornalisti italiani Elena Testi, Eric Salerno e Umberto De Giovannangeli, la storica Anna Foa, il direttore del Centro israeliano per gli Affari pubblici Ofek, Yehuda Shaul, i giornalisti israeliani Anshel Pfeffer e Nurit Canetti, la deputata arabo-israeliana Aida Touma, l’ex generale e collaboratore di Netanyahu David Agmon e Barak Medina, ex rettore dell’Università ebraica di Gerusalemme.
Ognuno aggiunge un tassello della biografia e della storia di Netanyahu, a partire dall’infanzia e dalla grandissima influenza del padre Benzion e del fratello Yoni, eroe nazionale, morto in un’operazione di salvataggio di ostaggi israeliani esattamente cinquant’anni fa, il 4 luglio 1976.
L’autrice Anna Maria Selini, giornalista professionista, ha realizzato, tra gli altri, reportage scritti e filmati in Israele, Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Regista di “Gaza guerra all’informazione” e autrice di “Vittorio Arrigoni, ritratto di un utopista” (Castelvecchi, 2019), collabora dal 2020 con Altreconomia. Ha realizzato per Altreconomia il podcast “Palestina-Israele”.
In relazione all’appello di Caridi Paola + 5, Il tempo dell’impunità deve finire, suggerivo agli autori, data la gravità delle violazioni commesse da Israele ben evidenziate nello stesso appello, di far riferimento non all’art. 5 della Carta dell’Onu che contempla la sola sospensione del seggio, ma all’art. 6 della stessa Carta, ai sensi del quale un Membro delle Nazioni Unite che abbia persistentemente violato i principi contenuti nella Carta – come indubbiamente è nel caso di specie in cui trattasi di genocidio -, può essere espulso dall’Organizzazione dall’Assemblea Generale su raccomandazione del Consiglio di Sicurezza.
E chiedevo loro, di sottoporlo alla firma dei cittadini europei tutti, nonché di quelli degli Usa, e di altri paesi, ad esempio del Brasile, ricorrendo per la sua diffusione al molto organizzato gruppo agire per Gaza avaaz@avaaz.org insieme, aggiungo oggi, ad altri gruppi come La Bottega del Barbieri pkdick@fastmail.it
Sappiamo tutti, scrivevo, che molto difficilmente l’Unione Europea imporrà sanzioni, né disporrà di boicottare ogni collaborazione e cooperazione con Israele come richiesto nell’appello, e sappiamo pure che il Consiglio di Sicurezza, per come è costituito e stante le posizioni di Russia e Cina oggi in buoni rapporti sia con Israele che con gli Usa, non raccoglierebbe mai l’invito a proporre l’espulsione di Israele dall’Onu. Ma sappiamo anche che l’appello in questione verrebbe con certezza firmato da oltre un milione e più di cittadini europei e ancor di più degli Usa e altri paesi del nostro mondo, come il Brasile, e avrebbe un impatto politico enorme, isolando e mettendo al muro lo stato genocida di Israele. Accelerando la sua necessaria fine come stato sionista, come spiega lo storico israeliano Pappé e anche Anna Foa, con conseguente liberazione dal servaggio coloniale del popolo palestinese e cessazione quindi del suo genocidio.
Circa la proposta di conferire un Nobel alla memoria dei 20mila bambini assassinati da Israele, voi stessi, d’accordo con quanto scritto nell’appello in questione, avete con parole forti sottolineato che non serve candidarli al Nobel se in questo momento stiamo permettendo che pezzi dei loro corpi irriconoscibili finiscano in una scatola di cartone.
Vorrei capire quali azioni si propongono per fermare Israele secondo l’appello “basta impunità”. Lo si dice da tanto ma come lo si applica? Il Bds fa poco piu’ del solletico ad oggi, mi sembra… e poi?
In relazione all’appello di Caridi Paola + 5, Il tempo dell’impunità deve finire, suggerivo agli autori, data la gravità delle violazioni commesse da Israele ben evidenziate nello stesso appello, di far riferimento non all’art. 5 della Carta dell’Onu che contempla la sola sospensione del seggio, ma all’art. 6 della stessa Carta, ai sensi del quale un Membro delle Nazioni Unite che abbia persistentemente violato i principi contenuti nella Carta – come indubbiamente è nel caso di specie in cui trattasi di genocidio -, può essere espulso dall’Organizzazione dall’Assemblea Generale su raccomandazione del Consiglio di Sicurezza.
E chiedevo loro, di sottoporlo alla firma dei cittadini europei tutti, nonché di quelli degli Usa, e di altri paesi, ad esempio del Brasile, ricorrendo per la sua diffusione al molto organizzato gruppo agire per Gaza avaaz@avaaz.org insieme, aggiungo oggi, ad altri gruppi come La Bottega del Barbieri pkdick@fastmail.it
Sappiamo tutti, scrivevo, che molto difficilmente l’Unione Europea imporrà sanzioni, né disporrà di boicottare ogni collaborazione e cooperazione con Israele come richiesto nell’appello, e sappiamo pure che il Consiglio di Sicurezza, per come è costituito e stante le posizioni di Russia e Cina oggi in buoni rapporti sia con Israele che con gli Usa, non raccoglierebbe mai l’invito a proporre l’espulsione di Israele dall’Onu. Ma sappiamo anche che l’appello in questione verrebbe con certezza firmato da oltre un milione e più di cittadini europei e ancor di più degli Usa e altri paesi del nostro mondo, come il Brasile, e avrebbe un impatto politico enorme, isolando e mettendo al muro lo stato genocida di Israele. Accelerando la sua necessaria fine come stato sionista, come spiega lo storico israeliano Pappé e anche Anna Foa, con conseguente liberazione dal servaggio coloniale del popolo palestinese e cessazione quindi del suo genocidio.
Circa la proposta di conferire un Nobel alla memoria dei 20mila bambini assassinati da Israele, voi stessi, d’accordo con quanto scritto nell’appello in questione, avete con parole forti sottolineato che non serve candidarli al Nobel se in questo momento stiamo permettendo che pezzi dei loro corpi irriconoscibili finiscano in una scatola di cartone.
Vorrei capire quali azioni si propongono per fermare Israele secondo l’appello “basta impunità”. Lo si dice da tanto ma come lo si applica? Il Bds fa poco piu’ del solletico ad oggi, mi sembra… e poi?