Astronave che vai galassia che trovi

di Fabrizio “Astrofilosofo” Melodia

Mielodia-Viagg

«Le navi lontane hanno a bordo i desideri di tutti gli uomini. Per alcuni, esse giungono a terra con la marea. Per altri, continuano a veleggiare all’orizzonte, senza mai scomparire, senza mai venire a terra, finché colui che le guarda volge altrove gli occhi rassegnatamente, e i suoi sogni sono uccisi dalla beffa del tempo» ha scritto Zora Neale Hurston.
Chi è appassionato di fantascienza ha racchiusi i propri desideri a bordo delle astronavi che da sempre solcano gli spazi siderali, senza mai raggiungere terra o magari, quando la raggiungono, rimanendone aspramente delusi. Eppure si continua, nella tenue speranza di scoprire di non essere soli nell’universo, magari scoprendo se stessi o andando incontro a un naufragio che in sostanza è quello della civiltà.
Tante astronavi hanno viaggiato in lungo e in largo, prima che il romanzo «Solaris» (1961) di Stanislaw Lem costituisse uno spartiacque fra la ricerca pionieristica dello spazio esterno a quella non meno avventurosa dello spazio interno dell’uomo.
Vorrei ricordare brevemente alcune tipologie di astronavi più note, partendo innanzitutto da un problema annoso che divide scienziati, filosofi e semplici appassionati: la propulsione. Sarà mai possibile ideare un sistema propulsivo adatto a coprire – in tempi “umani” – le incommensurabili distanze che separano un sistema stellare da un altro?
Uno dei sistemi più noti anche ai non appassionati è sicuramente quello che muove l’astronave Enterprise nell’universo di «Star Trek», ovvero la propulsione a curvatura. Essa permette di raggiungere velocità superiori a quelle della luce grazie a una reazione materia/antimateria regolata attraverso i cristalli di dilitio: tale energia viene poi convogliata nella bobine a curvatura, poste all’esterno dell’astronave su dei piloni, generando un campo di contenimento che curva lo spazio davanti all’astronave, restringendolo, per poi allargarlo dietro, con il bellissimo e coreografico effetto di vedere l’astronave che si tende e parte in avanti esattamente come un elastico.
Tale propulsione è stata inventata in data ignota (si ipotizza il 2061) da Zefram Cochrane, il quale realizzò il famoso “girante di fluttuazione” che permette la conversione della reazione materia/antimateria senza un dispendio infinito d’energia.
In parole povere, i motori a curvatura creano una distorsione spaziotemporale attorno all’astronave formando forze contrapposte che curvano lo spaziotempo creando un tunnel dovuto alla radiazione Čerencov (fenomeno elettromagnetico di emissione di un’onda polarizzata, visibile solo se il movimento della particella avviene a velocità superiori a quelle della luce, da cui il tipico colore azzurro; tale effetto fu studiato dal fisico sovietico Pavel Alekseevič Čerenkov, che ha ricevuto il premio Nobel per la fisica nel 1958 per gli studi su questo fenomeno) fino a permettere al mezzo di viaggiare a velocità
warp percorrendo così un tragitto inferiore rispetto alla distanza complessiva da coprire.
E’ qualcosa di molto simile a un topo che cammina su un elastico teso fra due estremità: se l’elastico non viene manipolato, il topolino dovrà percorrere un tragitto assolutamente equivalente alla distanza fra i due punti di partenza, mentre se si accorcia l’elastico in avanti ecco che lo spazio si restringe mentre si dilata dietro al topo, permettendo in questo modo di ridurre considerevolmente la distanza da percorrere.
Sembra quasi di poter toccare con mano tali motori, vero? In effetti non sono poche le occasioni in cui l’equipaggio dell’Enterprise deve far fronte a guasti o al pericolo della rottura del nocciolo: gli autori della serie hanno fatto davvero un ottimo lavoro, tanto da far analizzare e sviluppare realmente un prototipo di motore a curvatura che, stando ai piani dei soliti ben informati, dovrebbe essere costruito dalla Nasa e dato alle astronavi per la missione di esplorazione oltre il Sistema Solare dopo la colonizzazione di Marte, prevista per il 2037.
Non per nulla il sistema di propulsione FTL Drive (di cui è dotata la famosa Battlestar Galactica dell’omonima serie televisiva nel suo roboante rilancio del 2004) si basa sullo stesso principio; come la propulsione del citato Cherenkov usata da Robert Anson Heinlein per lo spostamento delle truppe nel romano «Fanteria dello spazio» (1958) prima di essere lanciate in battaglia a bordo delle tute potenziate (scafandri corazzati simili a tute spaziali che permettono al “fante” di muoversi agevolmente nel cosmo) munite di armi atomiche. Heinlein non entra nei dettagli della tecnologia – non sono scientifici i suoi intenti – ma rende noto che tale propulsione permetterebbe di coprire la distanza fra la Terra e Capella in meno di 6 settimane, ovvero un anno luce al giorno. Una nota a mio avviso di merito per un autore che non apprezzo ma che, in certi casi, raggiunge vette di genialità: le astronavi non sono pilotate dal computer ma da donne, più adatte secondo l’autore nelle operazioni di calcolo e pilotaggio interstellare.
Effetto simile alla piegatura dello spazio è l’immaginario “effetto Holtzman”, ideato da Frank Herbert per il «Ciclo di Dune» (scritto fra il 1965 e il 1985). Ideato, secondo la finzione, dal fisico Tio Holtzmann, tale effetto permetterebbe alle astronavi mercantili della Gilda Spaziale di viaggiare fra i pianeti per tenere i loro commerci. Tale effetto viene anche impiegato a scopo bellico nelle armi a raggi di cui le astronavi sono dotate.
Altra propulsione efficace è quella basata sull’iperspazio, di cui fanno ampiamente uso le astronavi di Isaac Asimov nel «Ciclo della fondazione» (scritto dal 1951 fino al 1992 con l’ultimo prequel) o quelle di «Guerre Stellari» di cui è dotato ad esempio l’astronave Millennium Falcon (la quale, secondo il suo intrepido e picaresco pilota Han Solo, arriverebbe a superare di 1.2 la velocità della luce).
Vi sono due tipi di propulsioni iperspaziale, quella più “comune” è basata sui tachioni, particelle subatomiche che viaggiano sempre a velocità superiori a quella della luce. L’altro tipo di velocità, meno noto, è quella dell’iperspazio geometrico, teorizzato nientemeno che dal maestro dell’orrore cosmico Howard Phillips Lovecraft nel racconto «I sogni nella casa stregata» (1933), ripreso poi da Jack Williamson per il suo «Ciclo della Legione dello Spazio» (scritto fra il 1934 e il 1983) in cui ad usufruirne sono proprio astronavi, contrariamente a Lovecraft che usa portali dimensionali.
Di tali portali fa un grande uso una delle serie televisive più amate, nata dallo sfortunato film che le ha precedute: «Stargate». Qui le persone non usano astronavi ma portali di teletrasporto automatico, che trasla la materia direttamente al luogo di destinazione.
Per le astronavi che, come le nostre attuali, non possono viaggiare a velocità superiori a quelle della luce, abbiamo quelle «generazionali» ovvero vere e proprie arche di Noè, al cui interno è costruito un immenso ecosistema perfettamente funzionante e in grado di ospitare l’equipaggio che vivrà in esso per tutto il tempo della traversata, generando figli e vivendo come se fosse in una società normale.
Un esempio davvero bello è quello presentato ancora una volta da Robert Heinlein nel racconto – poi dilatato a romanzo – «Universo» (conosciuto anche come «Orfani del cielo») in cui si presuppone che i discendenti dell’equipaggio originale abbiano perso completamente la memoria dell’originario scopo della missione, ma anche del mondo esterno alla loro astronave, la quale quindi costituisce tutto il loro universo. Un grande affresco che tempo dopo sarà ripreso dal fumettista italiano Paolo Eleuteri Serpieri, che nel ciclo di «Morbus Gravis» porterà la sua sexy eroina Druuna a scoprire che il proprio mondo sconvolto dalla malattia mutagena altro non è se non una gigantesca astronave persa per chissà dove, governata da un computer che vuole vivere. Una tale ipotesi trova spazio nel bellissimo racconto «Eclissi 2000» di Lino Aldani, che tratterò a parte in un post dedicato al bravo e purtroppo dimenticato autore italiano.
Concludo citando il bellissimo romanzo «Incontro con Rama» di Arthur C. Clarke, quello di «2001: Odissea nello spazio» per intenderci: qui gli umani incontrano un’astronave diretta verso il Sole. Ma che sia un pianeta o che sia abitata resta incomprensibile: un grave smacco ai presuntuosi terrestri.
In sostanza, Terra che vai astronave che trovi, come la Discovery del già citato «2001:Odissea nello spazio», dove una parte dell’equipaggio è tenuta in stato d’ibernazione o come nell’episodio numero 24 della serie originale di «Star Trek».
Un viaggio che non ha mai fine, poiché l’astronave è la nave del futuro, non solo la rappresentazione della diligenza che percorreva territori sterminati e in gran parte inesplorati, preda di attacchi esterni ma anche interni, ma è anche la rappresentazione di quel percorso filosofico della metafora della nave usata da Socrate per spiegare meglio l’approccio filosofico.
Il filo conduttore è che nessuno degli esseri umani dell’equipaggio parte già filosofo o sapiente ma che nel viaggio matura la capacità di ragionare concettualmente e quindi di essere aperto in modo positivo alla scoperta, al dialogo e alla collaborazione se non addirittura all’amore.
La fantascienza, ancora una volta se mai ce ne fosse ulteriore necessità, si dimostra come il genere filosofico per eccellenza, erede di quella narrativa di viaggio iniziata con l’ «Odissea» omerica e il mito del “nostos” (ritorno) a casa, per proseguire poi con il naufragio metaforico della società e la necessità di proseguire per trovare altre rotte. Sono atteggiamenti rappresentati sia da Samuel Taylor Coleridge con la «
Ballata del vecchio marinaio», sia da quel capolavoro assoluto della letteratura in lingua inglese che è il «Moby Dick» di Herman Melville, non a caso ampiamente citato in molte opere di fantascienza e non ultimo in «Star Trek» per bocca del capitano Jean Luc Picard, quando paragona il proprio furore nel contrastare i Borg proprio all’odio di Achab nel cacciare l’incomprensibile e selvaggia balena bianca.

 

 

L'astrofilosofo
Fabrizio Melodia,
Laureato in filosofia a Cà Foscari con una tesi di laurea su Star Trek, si dice che abbia perso qualche rotella nel teletrasporto ma non si ricorda in quale. Scrive poesie, racconti, articoli e chi più ne ha più ne metta. Ha il cervello bacato del Dottor Who e la saggezza filosofica di Spock. E' il solo, unico, brevettato, Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico, per gli amici... Fabry.

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