Brasile, crescita economica e violazione dei diritti umani

di David Lifodi

Come ha fatto il Brasile, gigante dell’America Latina, ma caratterizzato anche da forti diseguaglianze ed enormi contraddizioni, ad essere indicato come modello dai quotidiani economici e finanziari per la sua rapida crescita economica? E ancora: dal Bric (l’acronimo che indica i paesi emergenti in via di sviluppo, Brasile, Russia, India, Cina) al G20, come si spiega l’ascesa politico-mediatica del Brasile tra le potenze mondiali? A queste ed altre domande ha provato a rispondere l’economista Alessandro Monti nel suo libro Crescita Economica e Violazione dei Diritti Umani in Brasile (Giuffrè Editore, 2011, prefazione di Antonio Cassese).

Monti parte da un dato di fatto: la crescita economica del paese verdeoro è avvenuta a caro prezzo, accompagnata dalla violazione dei diritti umani fondamentali e delle libertà civili, dal ricorso massiccio all’economia sommersa e da elevati livelli di corruzione. Il balzo del Brasile tra i grandi del mondo, spiega Monti, ha avuto origine nell’epoca getulista (sotto Getulio Vargas nacquero la Companhia Vale do Rio Doce, la Companhia Siderurgica Nacional ed il colosso petrolifero Petrobrás) per radicarsi nel ventennio tra il 1964 ed il 1985, caratterizzato da un feroce regime militare che, all’insegna del motto “Brasile potenza economica”, aveva portato a termine programmi infrastrutturali e piani di industrializzazione, pur se a costo sociali elevatissimi. I mandati quadriennali di Lula (2003-2010), quelli precedenti del sociologo “socialista” Fernando Henrique Cardoso (1994-2002) e l’attuale presidenza di Dilma Rousseff hanno proseguito sulla strada dell’industrializzazione e della costruzione di grandi opere, una per tutte la contestata diga di Belo Monte, nello stato del Parà, che rischia di trasformarsi in uno dei più grandi conflitti ambientali dell’America Latina contemporanea. La stessa Pac (il Programa de Aceleração do Crescimento), sia nella prima versione targata Lula sia nella prosecuzione sotto la supervisione della attuale presidenta, mira alla costruzione di migliaia di chilometri di strade, porti aeroporti, gasdotti, canali navigabili e treni veloci: sullo sfondo i mondiali di calcio, previsti per il 2014, e Rio 2016, la prossima edizione dei giochi olimpici. Eppure, al Brasile che si pone come locomotiva economica dell’America Latina, corrispondono almeno quattro evidenti contraddizioni. La prima, identificata da Monti, riguarda l’”industrializzazione accelerata dell’agricoltura”, da cui è derivata l’esplosione dell’agrobusiness e l’apertura a multinazionali specializzate nel transgenico e nella monocoltura della soia, vedi alla voce Monsanto, Syngenta, Cargill, solo per citare le più note. La seconda, strettamente legata alla prima, riguarda la criminalizzazione di qualsiasi forma di protesta sociale, nel caso specifico ai danni del Movimento Sem Terra (Mst), che ormai da decenni chiede l’attuazione di una riforma agraria allo scopo di difendere le coltivazioni tradizionali (fagioli, riso, grano, orto-frutta) e limitare la concentrazione fondiaria delle grandi famiglie latifondiste. Una terza, enorme contraddizione è relativa all’espansione dell’economia, e alla distribuzione ineguale del reddito, paragonata con i diritti di cittadinanza negati. Il rispetto della legalità, che si tratti delle connivenze tra la polizia e i boss del narcotraffico nelle favelas, piuttosto che all’alto tasso di corruzione o dell’attuazione di politiche sociali volte a migliorare le condizioni di vita di un sottoproletariato che vive con meno del famoso dollaro al giorno, è pura utopia. Un esempio calzante, a questo proposito, deriva dalla Bolsa Familia, su cui sono nati dissidi tra il frate domenicano Frei Betto e Lula fin dal primo mandato dell’ex sindacalista al Planalto e che hanno portato il noto esponente della Teologia della Liberazione ad abbandonare il governo, a cui partecipava in qualità di delegato per il programma sociale “Fame Zero”. La Bolsa Familia, nata come diritto di cittadinanza, si è trasformata ben presto in una sorta di mero assistenzialismo: “Anche nel caso di accertata non frequenza scolare dei minori”, scrive Monti, “non viene revocata né sospesa, anzi comporta una maggiore cura pubblica verso la famiglia inadempiente, considerata più vulnerabile e bisognosa di maggiore assistenza”. Infine, un quarto tema da considerare è quello dell’inadeguatezza nei livelli di occupazione e nelle condizioni di lavoro: soprattutto nelle aree rurali il trabalho escravo minorile resta largamente diffuso, così come resta sommerso il lavoro in condizioni disumane per le grandi firme dell’abbigliamento (un caso per tutti è rappresentato da Zara). Nonostante l’articolo 227 della Costituzione brasiliana riconosca la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza ed il Planalto abbia ratificato nel 2001 la Convenzione sul divieto di lavoro minorile, il lavoro schiavo persiste, al pari dell’impunità dei responsabili. Alessandro Monti ricorda solo un caso, purtroppo isolato, “di un giudice che nel novembre 2009 ha condannato 27 persone a pene detentive per ricorso del lavoro in schiavitù”. Di fronte a questi aspetti inquietanti emerge un quadro controverso della realtà brasiliana, non diverso da molti altri stati che economicamente sono entrati, o aspirano a fare il loro ingresso, nel primo mondo, ma presentano anche un intreccio di corruzione, violenza istituzionalizzata e scarso valore attribuito ai diritti e alla vita umana difficile da estirpare.

Monti sottolinea gli indiscutibili successi sul piano del prestigio politico ed economico conseguiti dal Brasile, evidenzia il comportamento ambiguo della vecchia Europa, che sottovaluta gli aspetti più drammatici della questione sociale in quanto orientata solo alla prospettiva degli affari, ma indaga anche sulle ricadute della crescita brasiliana sulle classi più povere e sulla loro percezione di essere un corpo estraneo in un paese baciato da un boom economico di cui gode solo una parte ristretta di privilegiati beneficiari.

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