Brasile: torture in carcere

Sovraffollamento, assenza di diritti ed una repressione sistematica caratterizzano gran parte dei penitenziari del più grande paese latinoamericano. Di recente, ha fatto scalpore il caso dei detenuti costretti a rimanere nudi per terra, e senza servizi igienici, per la durata di 15 giorni.

di David Lifodi

                                     Foto: Esquerda Diario

Avevano chiesto il miglioramento della qualità del cibo, reclamato l’accesso all’acqua e, più in generale, delle condizioni di detenzione: per tutta risposta, i carcerati di due penitenziari brasiliani degli stati di Goiás e del Minas Gerais sono stati costretti a rimanere nudi per terra, e senza servizi igienici, per la durata di 15 giorni.

La denuncia, ripresa dai siti web Esquerda Diario e Osservatorio Repressione, è stata formulata dall’Associazione degli amici e delle famiglie delle persone private della libertà del Minas Gerais. Quanto accaduto è stato confermato dal Gruppo di intervento rapido della Polizia criminale, che ha parlato di una misura resasi necessaria a seguito dell’incendio di alcuni materassi da parte dei detenuti stessi. La polizia ha ammanettato e picchiato i carcerati che hanno protestato contro la repressione nei loro confronti.

Nello stato di Goiás, nel carcere di Caldas Novas, 99 detenuti hanno sottoscritto una lettera in cui denunciavano le torture all’interno del carcere e le minacce del direttore del penitenziario. Spray al peperoncino spruzzato negli occhi, calci e notti senza materassi sono state le risposte dell’istituzione carceraria. A subire le minacce di morte anche i familiari dei detenuti.

Nelle carceri brasiliane, dove la maggior parte della popolazione è nera e le torture sono all’ordine del giorno, la situazione è ulteriormente peggiorata a seguito della pandemia, ha denunciato la Pastoral Carcerária che, tra 15 marzo e il 31 ottobre di quest’anno, ha già ricevuto oltre 90 denunce per abusi a cui sono stati sottoposti i detenuti rispetto ai 53 totali registrati nello stesso periodo dell’anno precedente.

La Pastoral Carcerária ha segnalato che alle torture fisiche si aggiungono condizioni di trattamento degradanti e disumane, a partire dalla difficoltà di accedere a servizi igienici decenti, alla mancanza di igiene nelle celle e ad una alimentazione gravemente insufficiente. Per ogni 35 detenuti c’è un solo spazzolino da denti e, in queste condizioni, è molto facile contrarre il Covid-19. A mancare sono quelle condizioni minime di igiene che potrebbero aiutare ad evitare la diffusione del virus.

Secondo il Departamento Penitenciário, il Brasile ha una popolazione carceraria di circa 800.000 persone, la terza a livello mondiale, preceduto soltanto da Stati uniti e Cina. Uomini e donne vivono in una situazione di perenne razzismo e sfruttamento che si ripercuotono soprattutto sui neri, sugli appartenenti alla comunità lgbti+ e sulle carcerate, tutti vittime di un sistema che ritiene la tortura come l’unica misura efficace per tenere a bada i suoi ospiti.

Anche il collettivo Jornalistas Livres e il Jornal Metamorfose, di recente, hanno sollevato il velo di impunità che regna nelle carceri brasiliane. Eppure, secondo la Dichiarazione universale dei diritti umani del 10 dicembre 1948, ratificata anche dal Brasile, la Costituzione federale e la Lei de Execução Penal, che garantiscono i diritti dei detenuti, a partire dalla tutela della dignità umana, i carcerati non meriterebbero di dover subire trattamenti degradanti.

Uno degli stati dove le violenze in carcere sono più frequenti è quello di Goiás, ma la Pastoral Carcerária sottolinea che la situazione è preoccupante in tutto il paese perché ad abbandonare per primo i detenuti vittime di tortura è lo Stato stesso, assente e spesso connivente con la metodologia di repressione utilizzata dall’istituzione carceraria.

Dal Mecanismo de Prevenção e Combate À Tortura arriva inoltre l’allarme per il sovraffollamento carcerario e l’esclusiva militarizzazione dei penitenziari di fronte ad una attività di rieducazione sociale pressoché nulla. A questo proposito, l’attuale direttore del carcere di Caldas Novas (Goiás), Wallisson dos Santos, precedentemente alla guida di una struttura di massima sicurezza, è noto per i suoi metodi repressivi, a partire dai divieti imposti ai detenuti di accedere ai servizi igienici, alla biancheria intima e agli strumenti di igiene orale come gli spazzolini e i dentifrici.

La tortura in carcere rappresenta un sistema di repressione ricorrente, non esistono programmi di tutela per i carcerati e coloro che protestano per tutelare i propri diritti all’interno del carcere sanno che a pagare potrebbero essere anche i loro familiari, che i vertici del carcere non si fanno scrupoli ad intimidire tramite l’utilizzo delle milizie paramilitari.

Soltanto nel mese di gennaio 2021, riportava Brasil de Fato, nelle carceri brasiliani si erano registrati 2.300 casi di contagi da Covid-19 e già allora, in totale, i positivi erano oltre 60.000.

Anche a livello carcerario, l’assenza di un piano per combattere il dilagare del Covid-19 da parte del governo ha permesso al contagio di dilagare, ha spiegato la Pastoral Carcerária, e rappresenta un ulteriore indice del totale abbandono in cui versano le carceri brasiliane.

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David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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