Cercare la pace attraverso la nonviolenza

Intervento di Alfonso Navarra, portavoce dei “Disarmisti esigenti” per l’incontro «Pace, difesa e sicurezza nel Mediterraneo ed in Medio Oriente: la proposta dei nonviolenti», il 23 settembre a Palermo (*)

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Nel momento in cui – è una svolta storica ed un passo decisivo per la sopravvivenza dell’umanità – l’Onu sta per proibire giuridicamente gli ordigni nucleari…

Lanciamo questo appello a cercare la pace e la sicurezza, attraverso la nonviolenza nella politica estera e della difesa, dal cuore del Mediterraneo, dalla Sicilia, storicamente crocevia di popoli, civiltà, culture, reduci dal luglio comisano, dalla decisione di riproporre un centro di formazione alla nonviolenza sulla Verde Vigna, che fu negli anni Ottanta “base” della resistenza contro gli euromissili.

Intendiamo richiamarci all’insegnamento attuale di quella vincente esperienza di lotta: lavorare per un movimento internazionale con obiettivi globali (anche se articolabili localmente, persino nella vita quotidiana).

Risultammo infatti vincenti con il «Tutti a Comiso», perché fu un tutti non solo europeo ma mondiale, la parola d’ordine di una mobilitazione internazionale, in un contesto di movimento politico e culturale che vide l’affermazione di massa della cultura e delle pratiche di lotta nonviolente.

Qui sta l’attualità: nel ribadire che occorre portare avanti OBIETTIVI GLOBALI con coordinamenti internazionali capaci, grazie all’intelligenza strategica, all'”arte della pace”, di articolare localmente l’iniziativa combinando opposizione nonviolenta (non collaborazione attiva) ed alternative costruttive.

Prendiamo spunto anche da una importante analisi che ritroviamo nel messaggio di papa Francesco per la «50esima Giornata per la Pace» (17 gennaio): «La nonviolenza (non è solo – ndr) aspirazione, afflato, rifiuto morale della violenza, delle barriere, degli impulsi distruttivi, ma anche metodo politico realistico, aperto alla speranza».

Prosegue il papa: «Si tratta di un metodo politico fondato sul primato del diritto. Se il diritto e l’uguale dignità di ogni essere umano sono salvaguardati senza discriminazioni e distinzioni, di conseguenza la non violenza intesa come metodo politico può costituire una via realistica per superare i conflitti armati. In questa prospettiva, è importante che si riconosca sempre più non il diritto della forza, ma la forza del diritto».

Il mondo contemporaneo è in grave pericolo per la sua stessa sopravvivenza perché arranca sotto la spada di Damocle di tre bombe globali: la bomba nucleare, la bomba climatico-ecologica, la bomba economico finanziaria al servizio di una ristrettissima élite di straricchi. La via per la pace è disporre insieme gli sforzi di tutti per disinnescarle mettendo in secondo piano il resto: vale a dire tutti i conflitti che traggono le loro radici da problemi identitari, di sovranità nazionale, di interessi economici particolaristici. Prima l’umanità, prima le persone: ecco il motto che deve guidarci!

L’umanità di cui parliamo è ovviamente quella che sente la responsabilità di “fare la pace” con la Natura, cioè quella che sa comprendere che le sue attività devono rispettare il limite della riproduzione dei cicli ecosistemici, sia globali che locali. E’ l’umanità che sa considerarsi come una unica famiglia, pur nel rispetto delle sue ricche differenze, a partire dalla fondamentale differenza sessuale uomo-donna. Questa umanità non ce la stiamo inventando ma già si manifesta ed esprime negli atti della comunità internazionale, dove il vizio delle manovre di potenza deve rendere omaggio alla virtù, spesso tutelata dalla pressione della società civile organizzata.

Per andare avanti su questo cammino che, non per ideologia ma per necessità, incardina la pace nell’istanza materiale della sopravvivenza universale, per fortuna non partiamo affatto da zero.

La prima bomba, quella della deterrenza nucleare, può essere neutralizzata attualizzando la raccomandazione finale dell’ Open Ended Working Group alle Nazioni Unite a Ginevra, votata a larghissima maggioranza il 19 agosto scorso: far partire nel 2017 una conferenza Onu che negozi l’interdizione delle armi nucleari. Sono gli Stati non nucleari, nell’assenza volontaria delle potenze nucleari, a essersi assunti questa responsabilità con il sostegno della società civile presente ed attiva a Ginevra; e rompendo finalmente l’ostruzionismo dei Paesi “ombrello”, arroccati pretestuosamente sul TNP (Trattato di non proliferazione) e sull’approccio “step by step”, vale a dire i membri della Nato più l’Australia, il Giappone e la Corea del Sud. Fra gli “ombrello” vanno annoverati i cinque Paesi che ospitano le bombe nucleari Usa sul loro territorio, cioè la Germania, il Belgio, l’Olanda, la Turchia, e purtroppo anche l’Italia.

La seconda bomba, il riscaldamento climatico catastrofico, esige che si attuino con coerenza e tempestività gli accordi di Parigi del dicembre 2015. Qui in Italia dobbiamo vigilare e premere affinché dalla firma (avvenuta il 22 aprile scorso) si passi alla vera e propria ratifica con dibattito e decisione parlamentari, adottando decreti attuativi che, nel vero spirito del trattato, sostituiscano al 100% il modello fossile almeno entro il 2050, così come hanno già deciso di fare la Danimarca e la Svezia in Europa.

La terza bomba globale è l’ineguaglianza colossale e sempre crescente (l’1% più ricco già possiede più del restante 99% e non si accontenta!) generata dal meccanismo della finanziarizzazione dell’economia, quello per cui tutto diventa funzione della valorizzazione del denaro che produce nuovo denaro per appropriarsi della ricchezza prodotta dal lavoro vivo. E’ la “bomba” che, oltretutto, agisce allo stesso tempo da principale miccia che può fare esplodere le altre due, perché è il vero motore nascosto di tutti i conflitti particolari, spesso degenerati in conflitti armati, che distolgono dai problemi essenziali comuni a tutti.

Le prime misure di “sminamento” anche qui possiamo e dobbiamo trovarle, in parte, nel diritto internazionale e nella diplomazia dell’ONU: una regolamentazione antispeculativa dei mercati borsistici internazionali (abolizione dei derivati in primis), un paniere di monete che sostituisca l’impero del dollaro, banche centrali sotto controllo politico democratico, che ripropongano la moneta come bene e servizio pubblico, massicci investimenti pubblici socialmente utili, che redistribuiscano il reddito attuando la conversione energetica ed ecologica dell’economia, gestione sociale dal basso di quelli che sono i beni comuni essenziali, a partire dall’acqua…

Nel Mediterraneo in particolare, che è il lago in cui l’Italia si specchia fianco a fianco con tanti vicini, è importante fare perno sul processo di Barcellona (il partenariato euromediterraneo sponsorizzato dalla Ue, partito nel 1995, avente sede nella città catalana; e che attualmente si intreccia con la più recente Unione per il Mediterraneo) che propone una cooperazione economica nell’ambito di un mercato comune su basi paritarie.

Barcellona significa il ponte fra Nord e il Sud del Mediterraneo e non il muro che i Paesi europei stanno edificando sul disconoscimento del migrante come persona. L’obiettivo della libera circolazione degli esseri umani, ribadito dalla «Carta di Palermo del 2015», deve tradursi immediatamente nel riconoscimento giuridico dello status di profugo per i migranti ambientali, perché fuggire dalle catastrofi legate al clima è altrettanto drammatico che non scappare dalle guerre.

Questa è per noi la «politica estera di pace» che deve fare da fondamento a una «politica della difesa di pace»: una politica che poggi la sicurezza sulla fiducia reciproca da stabilire con le nazioni e i popoli, nel momento in cui si decide di costruire insieme la prosperità comune, sulla base del rispetto dei diritti umani, quelli già riconosciuti e quelli in via di riconoscimento. E il primo diritto “nuovo” da riconoscere è proprio quello della stessa umanità a essere liberata dalle minacce che attentano alla sua sopravvivenza, in primo luogo dalla minaccia della guerra nucleare, resa alla lunga inevitabile dal prolungarsi della “deterrenza”. Il Parlamento italiano, sollecitato dai «disarmisti esigenti», ha emendato in questo senso una proposta francese indirizzata all’Onu.

Le controversie internazionali, in questa ispirazione, non vanno affrontate e risolte ricorrendo alla forza militare, anche per sostenere logiche di potenza dalle basi inique, ma con la capacità politica – l’intelligenza strategica – di «trascendere i conflitti» e con la capacità di mobilitare, contro l’ingiustizia, la forza dell’unione popolare, cioè la forza della nonviolenza attiva organizzata e pianificata.

La stessa odierna “crisi dei profughi” (anche migranti ambientali spesso sminuiti come migranti economici) cui viene dirottata tanta attenzione dell’opinione pubblica non è serio sia affrontata con interventi militari spacciati per “umanitari”, che di fatto continuano a servire finalità belliche, ma facendo perno su processi politici che possano ridare pace alla Libia e all’intera area mediterranea.

L’impegno proclamato, e spesso peloso, che ricorre alla violenza “contro ogni forma di violenza e terrorismo” deve invece trovare soluzioni a partire dalla interruzione delle forme di supporto logistico, finanziario, militare, all’Isis e a quanti altri jihadisti e simili, senza il quale non potrebbe sostenersi e svilupparsi.

Tutto ciò comporta il sostegno della società civile dei Paesi dell’area, nel rispetto della sua autonomia, della tutela dei diritti umani, per l’affermazione della democrazia, richiesta dalle primavere arabe, che oggi si vuole soffocare con la violenza, in nome d’interessi, tutt’altro che religiosi, spesso meramente economici e geopolitici.

La cosiddetta “neutralità attiva” con il ragionamento che abbiamo fin qui sviluppato ha molto poco a che vedere. Il concetto ha sì delle implicazioni positive, se viene contrapposto, come succedeva in passate stagioni politiche, allo schieramentismo nel “gioco della potenza”. L’adozione ne è infatti spiegabile quando si ragiona in termini di identità particolaristiche: facciamo gli interessi degli americani, dei russi, degli italiani, etc. in quanto sono il “popolo” a cui ci sentiamo di appartenere, e alla cui causa siamo votati “sopra tutto”.

Fare come la Svizzera è meglio che niente, ma non basta. Gli uomini e le donne della “coscienza planetaria” non possono dichiararsi neutrali di fronte alle minacce globali che gravano sulla sopravvivenza della specie! E soprattutto nel tempo in cui mobilitazioni generali della società civile e degli Stati stanno conseguendo risultati storici per neutralizzarle!

Sarebbe più adeguato, a mio parere, rispetto “alla complessità della sfida che ci troviamo a dover affrontare”, parlare di “coscienza planetaria proattiva”.

Quella che si riassume nello slogan: «Prima l’Umanità, prima le persone». E intendendo l’umanità – repetita iuvant – non quella “maschia” che vuole dominare la Natura, ma quella plurale, ricca di tutte le differenze, che si sente un prodotto del flusso della vita. L’Umanità che non possiede la Terra, ma che appartiene ad essa, e quindi la custodisce come una Madre amata…

Noi non dobbiamo barcamenarci soggetti separati nel mondo secondo un motto che sarebbe piaciuto a Don Abbondio: “amici di tutti, nemici di nessuno” e su questa base agitare vecchi slogan (Fuori l’Italia dalla Nato, piena sovranità per il nostro Paese); ma proporci, pensando globalmente, organizzandoci internazionalmente, e agendo localmente, di cambiarlo con tutte le nostre energie affinché sia modellato sulla forza del diritto e non sul diritto della forza (armata).

La nostra bussola è chiara ed è indicata dalla Costituzione italiana: non dobbiamo semplicemente difendere “con coerenza, radicalità e trasparenza” gli interessi del nostro popolo, della nostra comunità nazionale. Dobbiamo credere in un “ordine internazionale fondato sulla pace e la giustizia tra le Nazioni” accettando a questo fine le limitazioni della sovranità nazionale necessarie.

La sovranità statale non è un assoluto, trova un suo limite nei diritti delle persone, dei popoli e dell’Umanità.

La neutralità attiva era un concetto ristretto ma dirompente all’epoca della Guerra Fredda, ed è stato propugnato dai fondatori dei movimenti nonviolenti DI CUI FACCIO PARTE, in cui ANCORA OGGI lotto ed insieme costruisco alternativa.

Allora poteva essere considerata sinonimo di rifiuto dello schieramentismo o nella Nato o nel Patto di Varsavia.

Ma adesso quel mondo non esiste più! Il BIPOLARISMO DI DUE SUPERPOTENZE ECONOMICO-MILITARI E’ STATO SUPERATO : abbiamo una unica superpotenza militare che sta per essere sorpassata, in forza economica, da un gigante demografico senza precedenti, nella spirale dell’1% parassitario (NON SOLO AMERICANO, L’ELITE E’ COSMOPOLITA) che ha organizzato un meccanismo che già assorbe la maggior parte della ricchezza creata dall’interazione tra lavoro vivo e Natura.

Il concetto di neutralità attiva, IN QUESTA SITUAZIONE CONFUSA, MALSANA E IN VIA DI ULTERIORI EVOLUZIONI NEGATIVE, possiamo consideralo ancora la chiave di volta per un ribaltamento radicale delle logiche di un mondo che corre verso il precipizio dell’autodistruzione?

Per parlare chiaro: il problema della Nato non va affrontato secondo la logica del “voglio tirarmene fuori da italiano perché voglio portare avanti coerentemente gli interessi del mio popolo italiano”. Ma in questo altro modo: voglio scioglierla in quanto persona planetaria che si batte per un mondo fondato sulla forza del diritto e non sul diritto della forza.

Abbiamo – ancora repetita iuvant – tre bombe globali che minacciano la sopravvivenza dell’Umanità, quella della deterrenza nucleare (espressione suprema del militarismo), quella ecologica (micidiale con il riscaldamento globale), quella della disuguaglianza creata dalla finanziarizzazione. E noi dobbiamo presentarci – ritengo – non come quelli che sventolano la bandiera, oggi equivoca, della “neutralità” ma come gli “schierati” ATTIVAMENTE dalla parte di TUTTI, come quelli che organizzano attivamente la RISPOSTA GENERALE per disinnescarle, mettendo in secondo piano tutte le questioni secondarie che oggi invece reclamano sistematicamente la precedenza.

Noi non siamo neutrali rispetto alla VITA, DEGLI UOMINI E DELLA NATURA, che oggi è minacciata e aggredita.

Noi siamo invece impegnati a difenderla con tutte le nostre forze a partire da ciò che già unisce la comunità internazionale, degli Stati e della società civile, riassumibile, in Europa, come si è già spiegato, nei nomi di tre città: Ginevra, Parigi e Barcellona.

Questo è forse il segreto della pace: dirottare le energie dalla competizione distruttiva al lavorare insieme su obiettivi comuni che migliorino le condizioni di tutti.

Ed è questo metodo cooperativo che deve diventare anche la base per la risposta efficace alle ingiustizie e alle violenze: la difesa nonviolenta che è forza dell’unione popolare animata non dalla paura dell’altro, ma dalla fiducia che insieme si possono costruire benessere, giustizia e libertà.

Se si vuole diplomazia coerente e difesa coerente al servizio della pace il problema è soprattutto quello del modello di difesa da cambiare: da quello attuale, nuclearizzato in ambito Nato (appunto) e sostanzialmente offensivo, quindi in contrasto con lo spirito e con la lettera della nostra Costituzione italiana, a un modello senza armi nucleari e fuori da alleanze militari eredità anacronistica della Guerra Fredda, un modello intrinsecamente difensivo in cui (processo di transarmo) la componente militare sia alla fine sostituita da una componente non armata e nonviolenta fin da subito significativa.

Il pensiero militare più ragionante e equilibrato può contribuire a questa transizione, a esempio con il concetto Onu di “sicurezza umana” così come viene ad esempio riassunto dal generale Fabio Mini nel suo: «La guerra spiegata a …»: «Dalla semplice sicurezza fisica, dalle relazioni amico-nemico, azione-reazione, minaccia-risposta, violenza-violenza e inganno-inganno, si sta passando a una concezione della sicurezza che comprende la salvaguardia dei diritti di ogni uomo e la difesa non soltanto dall’avversario ma anche dagli abusi dei propri governi e padroni. Se questo significa che l’etica tornerà a comprendere il rispetto degli altri, senza posizioni e ideologie preconcette, che tra i valori verrà inserita la solidarietà (intesa come interdipendenza tra gli uomini e tra uomini e ambiente), e che gli strumenti militari (noi diremmo: strumenti difensivi – ndr), piuttosto che orientarsi esclusivamente verso la coercizione, la deterrenza e la punizione, s’impegneranno nella prevenzione dei conflitti, nella persuasione degli intelligenti, nella dissuasione dei dissennati, nella rassicurazione dei deboli e nella cooperazione con ogni altro uomo, allora la mente umana e non quella artificiale, costruirà la propria sicurezza».

La svolta che vogliamo in questo campo pensiamo sia ormai matura e passa dalle proposte e dalle conquiste, da implementare ma anche da estendere e integrare, che gli obiettori di coscienza e gli obiettori nonviolenti alle spese militari, nucleo propulsivo di più ampi movimenti nonviolenti e pacifisti, hanno già incardinato nella nostra legislazione: a partire dalla riforma del servizio civile la cui funzione di alternativa all’impiego militare va chiaramente distinta dalla quasi unica attuale funzione assistenziale. Non è più tempo, allora, per Comitati a cui dare briciole per progetti sperimentativi ma di veri investimenti nella prevenzione nonviolenta dei conflitti, una rivoluzione culturale e pratica che preparerà la pace per le vie della pace, come è giusto e logico che sia.

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Palermo 23 settembre: «Pace, difesa e sicurezza nel Mediterraneo ed in Medio Oriente: la proposta dei nonviolenti»
Venerdì 23 settembre – Palermo – Noviziato dei crociferi
Incontro di riflessione e discussione dalle 14.30 alle 20
Introduzione di Alberto L’Abate (*)
Relazioni di Luigi Mosca, Giovanna Pagani, Francesco Lo Cascio, Antonio Mazzeo, Roberto Cotti, Giulio Marcon, Barbara Gallo, Enrico Piovesana; contributi video di Olivier Turquet, Ermete Ferraro, Alex Zanotelli
Conclude: Alfonso Navarra

Promotori: DISARMISTI ESIGENTI, LDU – MIR Palermo – Verde Vigna di Comiso – WILPF Italia – Campagna OSM-DPN, Accademia Kronos, Peacelink- Progetto per non dimenticare, città di Nova Milanese e Bolzano – Scuola di nonviolenza – Centro per la pace ed i diritti umani


(*) Ieri in “bottega” il testo dell’intervento introduttivo di Alberto L’Abate. Le due immagini di oggi, scelte dalla redazione della “bottega”, sono di Giuliano Spagnul.

 

Redazione
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