Colombia: donde estàn?

Desaparecidos e repressione targati Duque nel paese andino, ma la solidarietà internazionale esiste e resiste. Coordinati da una piccola associazione spagnola, Guadauca, molti internazionalisti hanno scelto di adottare un desaparecido. Per info: nelly.bocchi@libero.it

di Nelly Bocchi

Cristian Restrepo Restrepo: di lui conosco solo il nome. Non so quanti anni ha, dove abita, se studia, lavora o è disoccupato, so solo che ai primi di maggio protestava durante il “paro” (sciopero) a Medellin (Colombia) e poi è stato inghiottito nel buco nero degli scomparsi: è un desaparecido.

Come lui sono tanti e tante di cui si sono perse le tracce, i numeri precisi non li conosce nessuno.

Indepaz, una ong colombiana che si occupa delle violenze legate al paro colombiano, scrive che fino a due settimane fa erano 73 i desaparecidos a Medellin e 120 a Cali; in tutto il Paese forse sono circa 700 e da qualche settimana diversi corpi stanno comparendo, ogni giorno, nei fiumi e ai lati delle strade, smembrati e decapitati, soprattutto nel sud-ovest del paese, ma la Procura Nazionale riporta la ricerca di soli 93 casi.

Cristian Restrepo Restrepo è tra i 73 desaparecidos di Medellin ed io l’ho in “adozione”; altre 100 persone, di diverse nazioni europee, si occupano di altrettanti/e uomini e donne non più tornati/e a casa.

Tutti e tutte noi siamo coordinati da una piccola associazione spagnola, Guadauca, che è in continuo contatto con Indepaz .

Quotidianamente oppure ogni 2/ 3 giorni scriviamo o telefoniamo ad una lista di indirizzi che spaziano da esponenti del governo a forze di polizia. Le risposte sono automatiche, se si usa la posta elettronica, o, se per telefono, la persona desiderata è sempre fuori ufficio. E’ così per tutte e tutti noi; ma non ci scoraggiamo, a metà maggio abbiamo iniziato e continueremo fino a l’apariciòn con vida, come chiediamo o scriviamo sempre ai nostri interlocutori.

Ogni settimana riceviamo una lista con le persone ancora desaparecidas, scorrendola, per cercare il nome di Cristian, spero sempre di non leggere il suo nome, che sia stato ritrovato vivo , ma invano. In quella lista ci sono, per alcuni/ e, le età: molti hanno dai 14 ai 17 anni. Forse questa stessa lista la leggono anche il padre o la madre o la fidanzata o la moglie o i figli di Cristian, immagino il loro dolore, le loro paure. Come immagino la solitudine senza speranza di Cristian, con una benda agli occhi, in un luogo senza nome, picchiato, torturato, senza un domani.

Proprio per questo è importante che noi, liberi di dire e scrivere ciò che riteniamo giusto, non ci stanchiamo di ripetere la stessa richiesta Apariciòn con vida!

Se qualcuno/ a vuole aggiungersi nella ricerca dei desaparecidos, mi scriva, a nelly.bocchi@libero.it, occorre solo sapere qualche parola di spagnolo, i testi da usare saranno comunque inviati già tradotti; serve una grande costanza, non stancarsi di scrivere o telefonare, anche se non si ricevono notizie.

Ma il paro è anche altro: nelle testimonianze di Grita (piattaforma che cerca di facilitare la segnalazione della violenza della polizia al fine di contribuire alla sua eliminazione), non solo vengono riportati i dati relativi alle violenze commesse (fisiche, sessuali e torture) ma anche le armi utilizzate. Fra queste: pistole stordenti, gas lacrimogeni e la Venom, potente arma in grado di lanciare contemporaneamente proiettili multipli, con una capacità di 30 cartucce caricate con proiettili di gomma o gas lacrimogeni, può raggiungere una distanza di 150m. Per la sua potenza e la gravità delle ferite inferte alcuni sindaci colombiani ne hanno vietato l’uso.

Le cifre così preoccupanti fanno riferimento al periodo che va dal 28 aprile, data di inizio delle proteste, al 26 giugno e forniscono un quadro chiaro della gravità della situazione interna al Paese sudamericano. In questo periodo di tempo si sono verificati 4687 casi di violenza da parte della polizia, 35 casi con l’arma Venom, 2005 detenzioni arbitrarie, 784 interventi violenti della polizia, 82 lesioni oculari, 28 vittime di violenza sessuale, 6 di genere, 48 casi di infezioni respiratorie dovute a lacrimogeni.

Questi numeri fanno riferimento soltanto ai casi registrati. Ce ne sono poi molti altri, non denunciati perché i soggetti coinvolti hanno paura di subire ritorsioni da parte della ESMAD (reparti antisommossa).
Intanto le proteste non si arrestano e il numero di morti e feriti continua ad aumentare.

Le proteste erano iniziate il 28 aprile dopo che il presidente Iván Duque aveva presentato una proposta di riforma fiscale. Lo stesso presidente, il 1° maggio, aveva annunciato il dispiegamento dell’esercito e ammonito “coloro che, mediante violenza e atti di vandalismo e terrorismo, cercano di mettere paura alla società”.  L’immediata risposta del governo è stata la militarizzazione e la repressione attraverso la sua “task force speciale”, ESMAD che da subito, anzichè cercare il dialogo, ha usato in modo eccessivo la forza e la repressione, agendo spesso contro gli standard internazionali.

Ogni giorno sempre più persone vengono punite per aver espresso la propria opinione in Colombia. Tocca a noi far sentire la loro voce .

Redazione
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