Gatto Zenone e l’immagine mobile dell’eternità

un racconto di Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia  

«Oggi sono in catene e sono qui.

Domani sarò senza ceppi… ma dove?»: Edgar Allan Poe, in «Il genio della perversione».

Ecco, lo sapevo, come al solito c’era di mezzo la fregatura, assolutamente corretto.

Finalmente ricordavo, certo non perfettamente, ancora qualche sprazzo, il cammino verso la luce era frastagliato ma questo non significava che dovessi finire in questo modo indegno, assolutamente senza ritegno, destino cinico e baro.

Come mi sento triste, non dovevo fallire, ne andava della mia stessa vita nel mondo giusto, non di certo in questo, ma chi cavolo me lo aveva fatto fare?

Ah si, io me lo avevo fatto fare, maledetta la mia curiosità, adesso non potevo certo lamentarmi di aver fatto la fine del gatto con il topo, anzi in questo caso era esattamente il contrario.

Ammiravo la mia zampetta completamente schiacciata, frutto di un’auto pirata sfrecciata a precipizio proprio nella stradina che mi divideva dalla mia attuale condizione di prigioniero dell’infinitamente grande in favore di un ritorno al mondo vero.

Già, ecco, come volevasi dimostrare, come poteva essere altrimenti, ricordo adesso sprazzi più lunghi di quelli che avevo vissuto prima di diventare questa sottospecie di palla di pelo, ruffiana e vagabonda, un tantino troppo anarchica per i miei gusti.

Mi chiamano Zenone, sono un gatto di casa, avrò all’incirca due anni e vi assicuro che prima non ero cosi.

Cosa direste se vi dicessi che sono uno scienziato del ventiquattresimo secolo, imprigionato nel corpo di un gatto randagio di pelo nero, ora schiacciato da un’automobilista menefreghista e frettoloso, forse temeva che il capoufficio gli facesse una lavata di testa, chi può saperlo?!

La perfetta concretezza dei fatti era che ora stavo morendo e non potevo di certo tentare di ritornare al mio tempo, visto come erano messe le mie zampe, anzi, sentivo perfettamente il sangue fluirmi fuori dal corpo.

Che beffa! Il primo viaggio nel tempo perfettamente riuscito ed eccomi a morire come un cane, pardon, come un gatto in questo buco di paese di merda.

Dovevo rifiutare quella volta, quando il direttore del CERN di Ginevra mi propose di tentare l’esperimento definitivo lungo il tunnel che servì per stabilire l’esistenza del bosone di Higs.

«Dottor Zenone, ho letto con interesse i suoi studi sul meccanismo quantistico del moto e del tempo, penso che lei abbia individuato la giusta strada per risolvere infine il problematico approccio alla quarta dimensione» disse il dottor Enigm, luminare di magnetologia applicata e teorico dei viaggi cronodimensionali.

«La ringrazio molto, dottor Enigm, ma davvero non so dirle quanto io stesso sia sorpreso da queste sue affermazioni. Come può un fisico quantistico esserle stato di un qualche aiuto?».

«Semplice. Lei cita abilmente il paradosso del discepolo di Parmenide di Elea, suo omonimo, con il quale veniva difeso l’asserto per cui tutto è eterno e il moto dei corpi è solo una illusione, dico bene?» chiese il professor Enigm.

«Esatto, nel mio lavoro indico alla fine come Zenone di Elea, seguendo pedissequamente gli assiomi di non contraddizione di Parmenide, avesse in realtà scoperto, con due millenni di anticipo, ciò che sarebbe stato dimostrato in base alla teoria della relatività ristretta, per cui il tempo e lo spazio non sono considerabili come assoluti ma fortemente connessi» risposi.

«Ottimo. Secondo il paradosso, se il più veloce uomo del mondo, in questo caso il mitico Achille piè veloce, desse un metro di vantaggio alla tartaruga, egli non riuscirebbe mai a raggiungerla, perché dovrebbe sempre percorrere lo spazio che la tartaruga compie dalla sua posizione originaria. Cosi all’infinito, nella convergenza della somma tra frazioni, per cui se Achille parte dalla posizione Zero e la tartaruga dalla posizione Uno, ecco che Achille dovrà percorrere la distanza per la posizione 0,1, e poi, con l’avanzamento della tartaruga, di arrivare alla posizione tra lo 0,1 e l’Uno, e cosi via. Superata dalla convergenza degli infiniti, per cui non si arriverà mai a un numero infinito, poiché esso non è necessariamente tale» si profuse il grassoccio dottor Enigm, tutto baldanzoso di quella spiegazione, come se avesse scoperto il segreto della condensazione dell’acqua.

«Esatto, professore, precisamente come scrivo nel mio studio, ma ancora non riesco a capire come posso esserle stato d’aiuto…» chiesi con una punta d’impazienza, vista la mole di lavoro che avevo da sbrigare, ero in ritardo mostruoso e non avevo nessuna voglia di perdere il finanziamento governativo a causa della mia scarsa capacità d’organizzazione.

«Ci arrivo subito. Lei, dottor Zenone, con questo suo scritto, renderà possibili i viaggi nello spazio tempo, ovunque e in qualunque epoca, potremo finalmente superare il limite della massa per la velocità della luce e arrivare su pianeti e galassie che nemmeno possiamo immaginare. E sarà lei, dottor Zenone a rendere possibile tutto questo partecipando attivamente al progetto “Mobil Aeternity” di cui sono modesto fondatore finanziatore. Non si preoccupi assolutamente per il suo lavoro, lei renderà allo Stato la massima obbedienza e sacrificherà la sua vita in un atto eroico che sarà ricordato per sempre nel firmamento della Scienza» disse il dottor Enigm, con un sorrisetto sornione.

Ecco che arriva la fregatura, pensai.

Non avevo torto, purtroppo. Mi risvegliai su un cassonetto dei rifiuti, mentre la nettezza urbana stava per svuotarlo nel camion.

Fui svegliato dalle urla dell’addetto, il quale si era accorto della palla di pelo nero rannicchiata a dormire tra i sacchetti neri del rifiuto secco.

Preso dal panico, presi a fuggire all’impazzata, mentre l’operatore ecologico mi urlava dietro di tutto.

La città era quanto di più alieno potesse essere, non ricordavo quasi nulla, solo lo sprazzo che vi ho descritto sopra, pensavo di essere ancora una persona, invece un breve esame al mio corpo non lasciò adito a dubbi.

Ero il primo gatto al mondo ad essere capace di pensieri matematici e di fisica quantistica a livelli elevati.

Oppure era una cosa possibile a tutta la razza felina? Che ne sapevamo noi che davvero non ne fossero capaci, e che a nostra insaputa governassero il mondo e la cultura? Erano alieni provenienti da un altro pianeta e pronti a conquistarci? Oppure ci avevano già conquistato, visto come determinavano le nostre vite, con i loro orari, pranzi e cene, letti e vizi di ogni genere?

Ero io un gatto psicopatico che aveva sognato di essere un umano e si era svegliato senza rendersi conto di avere l’immaginazione troppo fervida, da sfociare nel delirio?

Non ebbi il tempo di soffermarmi troppo sui miei pensieri, dovetti provvedere subito ai bisogni primari, quali il cibo. Avevo una fame da lupo, ma tra automobili, camion, moto, biciclette, e passeggeri incuranti delle necessità della vita, non era facile.

Sgambettai a perdifiato per le strade, individuando un ristorante molto interessante, dal profumo davvero invitante.

Mi avvicinai all’entrata della cucina, facendomi strada tra i cuochi indaffarati tra le mille mansioni che lo chef impartiva con rigida disciplina e movimentata sicurezza.

Un aiuto cuoco si accorse di me, che stavo rovistando tra gli scaffali e i pezzi di pesce che stavano preparando per il piatto del giorno, branzino al sale.

Una mannaia volò indefessa e quasi mi trafisse, mentre afferravo al volo quel succulento boccone e corsi a perdifiato, inseguito da tutti i cuochi dell’angusta sala, le mani s’incrociavano per fermarmi ma io, forte ed elettrizzato dal mio lauto bottino, sgusciai via come un tappo di bottiglia sparato in alto, passando pure in mezzo alle gambe dello chef il quale imprecava in quattro lingue di recuperare il pesce trafugato.

Conquistai la porta, nonostante i miei inseguitori non demordessero, calcolai ad occhio i pro e i contro della strategia e mi lanciai in mezzo alla strada, evitando automobili e passanti, passando sotto ad alcuni camion e saltando agilmente dentro ad un tir che trasportava automobili destinate alla vendita.

I cuochi avevano tentato di seguirmi, ma con il solo risultato di alzare strombazzamenti e imprecazioni da parte degli automobilisti che li inseguivano a grande velocità, per poi continuare sul marciapiede opposto, ben lontano da dove mi trovavo ora.

Però non potevo allontanarmi troppo, dovevo rimanere nei paraggi e studiare un metodo di sopravvivenza, dovevo trovarmi un riparo sicuro e possibilmente vicino a un luogo dove potessi trovare facilmente cibo.

Nessuno vuole adottare un gattino nero come la pece, tanto ma tanto buono, bisogno di coccole e sostentamento?

Ecco, quando ne avevo bisogno io, potevo solo morire matto.

Saltai giù dal camion non appena si fermò ad un semaforo utile, con il boccone succulento ancora stretto tra le mie belle e affilate fauci, stavo morendo di fame, ma prima dovevo raggiungere un posto riparato.

Feci lo slalom fra le auto, per fortuna la sosta al semaforo mi permise di attraversare al riparo da sguardi indiscreti, m’infilai dopo alcuni metri sul marciapiede in uno stretto vicolo, davvero ricolmo di ogni genere di cassonetto della spazzatura, carte per terra e sacchetti aperti completavano l’affresco di palazzoni popolari, tagliati con la squadra e ammassati come tante celle d’alveare. Se l’agglomerato rossiccio era una imitazione di carcere, allora la città è una colonia penale a cielo aperto.

Mi riparai dietro a un cassonetto e divorai febbrilmente il pezzo di pesce tanto agognato e difeso, avevo un futuro come gatto ladro, sarei diventato l’Arsenio Lupin dal pelo folto.

Dopo rutto libero rituale, mi guardai intorno, avevo soddisfatto la fame ma non la sete, ma ormai non avevo problemi di delicatezza di stomaco, quindi mi avvicinai con lentezza alla pozzanghera e bevvi bramoso l’acqua piovana, o almeno speravo che fosse tale.

Alzai lo sguardo e rimasi interdetto da ciò che vidi al mio fianco, qualche metro più in là.

Era una serie di porte color panna a ribalta, quelle dei garage per le automobili, in uno di essi non era posteggiata alcuna autovettura, ma la porta era completamente alzata e dentro si fece strada al mio sguardo uno spettacolo che mai avevo visto in vita mia.

Era ricolmo di libri, li riconoscevo poiché avevo visto parecchie immagini dei secoli passati, in cui questo mezzo di comunicazione aveva costituito l’asse portante del sapere e della cultura, vero e proprio veicolo di ogni possibile forma di partecipazione e aggregazione sociale e culturale, tutti avevano almeno un libro in casa, almeno nei secoli d’oro, prima della maledetta guerra globale e della distruzione delle antiche biblioteche, oltre che alla nube tossica e all’inquinamento forte cui il mio mondo era sottoposto.

La ricerca spaziale era partita proprio per questo motivo, per riportare l’umanità alla luce del sole, dopo che a causa di tutto ciò si era vista costretta a riparare sottoterra oppure nelle costosissime stazioni orbitali internazionali.

Ora vedevo qualcosa che era scomparso almeno da quattro secoli, i pochi resti conservati nei musei, e nel gigantesco museo virtuale costituito dalla Rete Globale, in cui la quasi totalità della mia specie era connessa da sempre, tramite un chip e un visore d’interfaccia direttamente impiantato fin dalla nascita.

Serviva a superare la carenza di sole e di contatto diretto con la natura, ormai un vago ricordo nelle rare zone sopravvissute alla totale follia dei nostri antenati.

Che bello, come mi aveva detto il professor Enigm, lo sfasamento della mia immagine si sarebbe risolto in una perfetta convergenza degli infiniti, tra non molto avrei ricordato tutto, compreso l’obiettivo della mia missione in questo posto e in questo tempo.

Mi avvicinai zompettando verso quel luogo, riconoscevo i libri senza molta difficoltà, prima di intraprendere la mia specializzazione scientifica, avevo seguito con profitto il corso online del mio insegnante di letteratura, materia facoltativa. Quel luogo doveva essere una libreria improvvisata, uno di quei luoghi in cui venivano nuovamente messi in commercio i libri usati, oppure addirittura barattati con altri.

Potevo vedere scaffali in legno massiccio, alti fino al soffitto, costruiti in modo semplice ma solido, avvitati con le giuste viti. Per me anche quello era una piacevole sensazione dell’antichità, vedere manufatti in legno era raro quanto vedere un unicorno, anche se da noi pullulavano mutazioni di ogni genere.

Nemmeno nel sottosuolo dove ci eravamo rifugiati, potevamo avere alberi, riciclavamo l’aria con apparecchiature elettroniche sofisticatissime, mantenute alla perfezione oltre a sfruttare l’energia geotermica del pianeta, che avevamo in abbondanza.

Vedere il legno, riconosciuto per i documentari che si trovavano un po’ dappertutto nella rete e nei film dell’epoca che si erano riusciti a salvare, fu per me ancora più bello dei libri.

Quante cose ci donava il legno.

Vidi anche un tavolo, sempre di legno, con sedia annessa, forse pieghevole, sopra potevo vedere un vetusto computer, uno dei più antichi personal computer che io abbia mai potuto vedere dal vivo e non in una teca del Museo dell’Elettronica e Informatica, un mitico Mac Book Titanium, per l’epoca l’avanguardia in tutto ciò potesse definirsi computer.

Non riuscivo a resistere, ero troppo incuriosito, la prudenza mi martellava con un sacco di buone ragioni ma le mie zampe dicevano il contrario.

Mi avvicinai, confidando nella mia agilità e prontezza di riflessi, nonché nelle proverbiali nove vite feline, solo che non avevo la benchè minima idea di quante ne avesse già usate, dovevo giocare d’azzardo, se volevo portare a termine la mia missione, qualunque essa potesse essere.

Era davvero bella quella libreria, tutta ricolma come avevo immaginato di libri usati, tenuti in ottimo stato di conservazione, notai anche la scritta dove il proprietario esortava allo scambio, ma se proprio non si poteva, era gradita una offerta libera.

Riuscivo a leggere tutto quello che c’era scritto, anche se era ormai in antico idioma di quei luoghi, per fortuna la base della mia lingua attuale, un misto tra tutte le lingue esistenti prima della grande catastrofe e chiamato esperanto.

I nomi che portavamo erano scelti in base alla disponibilità e generati al calcolatore, per evitare che ve ne fossero di uguali, mi pare che a quel tempo si chiamasse codice fiscale, anche se ignoravo completamente cosa fosse il fisco.

Ero bellissimo vedere tutte quelle scritte e poterle leggere dal vivo, una scoperta scientifica e culturale senza precedenti, quanto avrei voluto che la mia defunta moglie, esperta di linguaggi antichi, potesse essere con me.

D’improvviso si aprì la porta di ferro che stava dietro di me, mi spaventai e cosi fuori a perdifiato.

Mi voltai e imprecai per essermi fatto prendere dal panico, ma a conti fatti non era poi cosi sbagliato, non potevo assolutamente essere sicuro delle intenzioni del nuovo venuto, anche se era una bambina bionda, dai lunghissimi e lucenti capelli, occhi verdi e vispi, non avrà avuto più di una decina d’anni, indossava abiti tipici della fine del novecento e inizi del nuovo millennio, in mano teneva un vassoio con latte e biscotti.

«Papà, guarda, c’è un gattino, tutto nero. Che bello!» urlò la bambina, posando sul tavolo quella che doveva essere la merenda pomeridiana.

Sulla porta si presentò un uomo a dir poco singolare, era alto quanto un giocatore di basket, capelli biondi cortissimi, occhiali a montatura scura ben piantati sul naso e un cipiglio da generale di ferro a comando della cavalleria.

«L’hai spaventato, povero! Lucia, ti ho sempre detto di non arrivare correndo, ecco cosa combini. Guarda, trema tutto!» disse il papà della bambina di nome Lucia.

«Si stava facendo le unghie sui libri, il cattivone!» esclamò Lucia; per la sua età mi sembrava una bimba davvero molto sveglia, forse potevo avere un rifugio e un aiuto, se giocavo bene tutte le mie carte.

«Forse ha fame, vediamo cosa succede se gli diamo un po’ di latte e gli sbriciolo qualche biscottino, tu torna dentro dalla mamma e fatti dare un panino con la nutella, stamattina stai facendo troppo tardi colazione e devi prendere la medicina. Io frattanto mi dedico al nostro nuovo ospite. Vai, ora, birbantella» disse l’uomo alto e la bimba sparì correndo, agitando i lunghi capelli biondi.

Mi posò la ciotola e sbriciolo qualche biscotto, compresi perfettamente che non voleva farmi del male, mi avvicinai, iniziai a strusciarmi, mi feci accarezzare.

«Ehi, ma sei proprio un gran coccolone. Su, mangia qualcosa, sei proprio bello! Eh, fai le fusa, pure, ruffiano!» disse il papà della bambina. Io non mi feci ripetere l’invito e spazzolai in pochi secondi i gustosi biscottini sbriciolati e bevvi con avidità il latte.

Mi prese in braccio e mi coccolò per diversi minuti, nel frattempo sulla porta era comparsa una donna minuta, dai lunghi capelli biondi e dagli occhi nocciola, che teneva la mano delicata posata sulla spalla della figlia Lucia, la quale stava sgranocchiando un grosso panino con la nutella, con molta soddisfazione.

«Meri, amore, hai visto che bell’ospite che abbiamo? E’ venuto dal vicolo e non ha una medaglietta e nemmeno il chip di riconoscimento. Se non hai nulla in contrario, penso possa diventare una bella compagnia per Lucia, visto che ha ben pochi amici. Che te ne pare?» chiese il papà.

«Matteo, tesoro, penso di non avere nulla in contrario a tenerlo, ma adesso Lucia deve prendere la medicina, è già parecchio in ritardo e il sole si sta alzando completamente, fra poco arriverà anche qui, Lucia verrà a coccolarselo il pomeriggio. Io adesso devo filare in ufficio, ho una causa durissima che mi aspetta. Ti prendi cura tu della bambina, vero?» chiese Meri.

«Non ti preoccupare, non ho portato nel nostro garage la mia libreria solo per sfizio, cosi Lucia si distrae qui insieme a me, mentre lavoro e non rimane sola, la nostra vampirella. Oggi contro chi dobbiamo lottare, tesoro?» cachinnò Matteo.

«Contro Van Helsing e il dottor Hesselius, papà! Però il conte draculino nel cartone beve solo pomodoro, posso avere un po’ di succo anch’io oggi?!» chiese Lucia.

«Sai che devi seguire alla lettera le istruzioni della dottoressa Samantha, piccola mia. Hai cibi e orari stretti da rispettare… però se la mamma non vede e il papà per sbaglio si dimentica il bicchiere in cucina, me la prenderò con lui e non con te» rispose Meri, allo sguardo supplichevole da cane bastonato di Lucia.

Aveva degli occhioni davvero tanto espressivi, incantatori, forse non aveva tanto torto il papà a chiamarla vampirella.

Quella bambina comunque doveva avere qualcosa che non andava, purtroppo non ero un medico e quindi non potevo fare molto, ma chissà, se fossi riuscito a ricordare cosa cavolo dovevo fare per ritornare indietro alla mia realtà, tanto presto avrei fatto a portare una cura per quello scricciolo.

La signora Meri si avviò al lavoro brandendo una valigetta in pelle con varie tasche esterne, mentre io, ben saziato, mi aggiravo tra i volumi della libreria del signor Matteo.

Il sole in effetti fece un ingresso trionfale, io mi accoccolai spaparanzato e senza rendermene conto, mi addormentai.

Sognai follemente, un turbinio di volti che si sovrapponevano, uno di questi era il professor Enigm, che mi alloggiava in una capsula ovale lanciata poi lungo un tunnel a spirale, in realtà non avrebbe dovuto muoversi, perché tutto questo doveva farla diventare infinita, Achille e la tartaruga non si raggiungono mai, perché prima il più veloce deve fare lo spazio percorso dalla tartaruga e cosi via, ma invece non serve, basta far intersecare gli infiniti ed è qui che entro in gioco io, con le mie scoperte, proiettare le infinite immagini del reale, per fare in modo da farle collimare con quelle dell’altro reale, ma che cavolate dico, cosa vuol farmi, dottor Enigm? COSA VUOLEEEEE?!

Mi svegliai di soprassalto, schizzando via sopra uno degli scaffali ricolmi di libri, mi accorsi di aver corso come un dannato, il mio corpo felino però era in perfetta forma, i miei riflessi molto elevati, agivo d’istinto e speravo che questi potesse salvarmi in più occasioni, ne avrei avuto bisogno.

Vidi che il sole ora non batteva più nel punto in cui mi ero appisolato, mi stiracchiai sensibilmente, poi mi girai e vidi Lucia che faceva i compiti per casa sulla scrivania, sotto la guida del papà, che le stava insegnando l’uso del computer.

«Papà, ma è una noia. Non mi piacciono queste macchine stupide, posso leggere un po’?» mugugnò Lucia.

«Ma possibile che tu non sia proprio come tutte le ragazzine della tua età? Non vedono l’ora di avere l’aggeggio infernale per potersi scaricare musica e quant’altro, mentre tu, proprio, non ci senti. Ma cosa devo fare con te, piccola mia?» rispose Matteo in tono esasperato, pur conoscendo bene la risposta.

«Io da grande voglio fare la scrittrice, voglio viaggiare tanto e scrivere di tanti posti e tante avventure. A che mi serve questo coso che ogni tanto perde anche quello che scrivo?».

«Proprio a facilitarti il lavoro e a tenerlo sempre con te in poco spazio e con minore spreco di carta. Ma si può sapere da chi hai preso questo spirito cosi vagabondo?».

«Da te, papà! Sono tutta identica a te! Come cavolo fanno a leggere su questi schermi, poi, non lo capisco. Preferisco toccare la carta, e poi è brutto leggere i fumetti sulla tavoletta. E poi che fine fanno le librerie, se tutto è qui sullo schermo?» chiese Lucia.

«Dovevamo chiamarti Mafalda, io e la mamma. Invece impara, che con la tua malattia, almeno, non rimarrai sempre confinata qui dentro e non dovrai sempre vedere i tuoi amichetti di sera o al chiuso, come adesso. Finisci i compiti, che poi giochiamo un pochino».

«Prima voglio finire l’ultimo Topolino che ho preso, parla di una macchina del tempo costruita dal professor Marlin e il professor Zapotec convince Topolino e Pippo ad andare a spasso nel tempo, pensa che erano già andati a trovare Leonardo Da Vinci, e adesso vanno a trovare Erik il vichingo quando sbarcò in America. E’ bellissimo, voglio imparare anch’io a disegnare, la maestra Silvia mi ha detto che il prossimo mese inizio il corso di disegno con la sorella, che è brava. Ci pensi, papà?» raccontò con voce allegra la piccola Lucia.

Ma che diavolo di malattia doveva avere per non poter prendere il sole? Albina non lo era, non aveva assolutamente il tipico pallore cadaverico di un albino, che diavolo poteva essere?

Mi aggirai nel frattempo per la libreria, spulciando tra i volumi, riuscivo a leggere tutto perfettamente, era davvero una cosa bella, mi sentivo davvero al settimo cielo, il sogno mi aveva aiutato a comprendere, dovevo solo darmi una mossa e trovare una soluzione prima che il processo diventasse irreversibile.

«Ehi papà, hai visto? Il gattino sta zampettando allegramente tra i tuoi libri, deve essere un gatto intellettuale, è il primo che vedo comportarsi cosi. Quasi quasi gli do il nome di qualche scrittore, che ne dici di Maugham?» disse Lucia.

Io non risposi minimamente, avevo finalmente trovato quello che cercavo, adesso dovevo solo trovare il modo di aprirlo.

Afferrai il libro con le zampe, le mie unghie affondarono e strattonandolo, venne fuori dal suo alloggio, aprendosi fatalmente proprio sulle pagine che mi servivano.

«Ehi cosa sta facendo? Perché tira giù quel libro? Brutto gattaccio, non ci si comporta così, sei dispettoso» esclamò Lucia, dirigendosi verso di me.

Nel frattempo stavo leggendo con avidità, finalmente avevo trovato la soluzione che io e il professor Enigm avevamo elaborato durante gli studi di preparazione all’esperimento, avevamo previsto che il salto quantico non sarebbe stato una passeggiata al mare, ma se avesse funzionato, finalmente, avrebbe aperto le porte ai viaggi spaziali, i quali sarebbero stati facili e comodi come andare da una stanza all’altra della propria casa.

Cosi era stato per me, avevo viaggiato nel tempo e nello spazio, dove le coordinate erano state impostate, ma la scarsa esperienza della quarta dimensione dell’apriori kantiano mi aveva fatto sbalzare indietro.

Ora dovevo solo uscire dalla caverna delle illusioni e osservare finalmente la giusta strada per la comprensione retta e fattuale dei fenomeni e delle idee che li rendevano tali.

«Papà, guarda, stava giocando con un libri di Platone. E’ la prima volta che vedo un gatto filosofico. Lo chiamerò Zenone, mi piace troppo quella storia che mi hai raccontato su Achille che non raggiunge mai la tartaruga e sulla freccia che non colpirà mia il bersaglio. E’ come viaggiare senza muoversi, comodo, vero?».

Quella bambina era un geniaccio, poco ma sicuro.

«Sì, ho capito. Ascolta è appena rientrata la mamma e credo che con lei e la maestra ci sia anche la dottoressa Anna. Vedo come tenere a bada tutte queste donne, tra poco la maestra Silvia viene a vedere come hai fatto i compiti e poi fate lezione. Tra poco hai gli esami da privatista, quindi mettiti d’impegno, e vedrai che quest’estate, in barba al sole, andremo tutti a fare un bel viaggio».

«Ok, papà, faccio la brava», disse Lucia, prendendo da terra la “Repubblica” di Platone, in una rarissima e preziosissima edizione Einaudi, e la pose sulla sua scrivania, aprendola poi alle pagine che stavo leggendo.

«Dai, Zenone, vieni a tenermi compagnia mentre finisco questa barba di computer?» mi chiese.

Non me lo feci ripetere due volte, arrivai rocambolescamente sul suo grembo a prendermi un paio di coccole, la vidi mettersi tranquilla e in poco tempo svolse tutti gli esercizi in modo corretto, poi aprì il suo quaderno, scrivendo qualcosa.

Io lessi tutta la parte dedicata alla caverna, molto interessante e soprattutto costituiva la soluzione per il viaggio quantico, che si sarebbe tradotto in un viaggio iperspaziale senza muoversi, nella migliore tradizione di Achille e la tartaruga.

Avrei ricevuto gloria e onori al mio ritorno, dovevo solo imparare a memoria la parte che competeva. Gli uomini escono dal mondo illusorio della caverna, dove vedono solo le ombre proiettate dalla luce, rimangono inebetiti dalla luce e poi cominciano a comprendere, dall’esperienza del mondo nuovo, come agire correttamente e come accrescersi in uomini migliori, giusti e saggi.

Alzai lo sguardo, vidi Lucia con una lacrimuccia agli occhi, mi avvicinai piano, le strusciai addosso, mi accoccolai fortemente.

«Lo sai che sei tenero e morbido, Zenone? Quasi quasi ti cucino. No, no, scherzo. Sai che sei il mio primo amichetto, dopo tanto tempo? Non sono quasi mai andata a scuola, con il mio problema, la maestra Silvia mi viene a fare lezione, ma per il resto faccio tutto qui a casa. Mi piacerebbe tanto vedere quello che c’è fuori, e non solo attraverso i libri o la tv. Internet mi fa venire una rabbia, posso vedere tutto, ma alla fine è tutto finto, sono solo… ombre. Tu invece non sei un’ombra, vero? Sei il mio gattino, il mio nuovo amico, vero?» disse Lucia, dandomi una sequela di teneri baci, devo ammettere che mi fecero molto piacere, era una bambina davvero molto in gamba, forse mi avrebbe potuto aiutare.

Sentii un pianto sommesso dentro casa, il mio udito gattesco mi aiutava a percepire suoni che all’orecchio della bambina non poteva sentire.

Feci per andare a curiosare, quando Lucia divenne improvvisamente pallida, gli occhi le rotearono e, facendo per alzarsi, cadde a terra come un peso morto, portandomi con sè.

Cercai di rianimarla, sentivo a malapena il respiro, la percossi con la mia testa e le zampette, non si muoveva.

Corsi in casa, dove trovai tutta la famiglia con due donne, dovevano essere la maestra e la dottoressa che aveva in cura Lucia, non persi tempo e mi precipitai verso il papà Matteo, mordendo la gambe e tirandolo verso l’uscita.

«Ehi cosa vuole il gatto, maledizione?» esclamò Matteo, ma tacque immediatamente quando guardò verso l’uscita, immediatamente fece cenno a entrambe le donne di seguirlo e finalmente mi vennero dietro, senza tante storie.

Matteo vide Lucia come l’avevo lasciata; lo vidi sbiancare in volto e correre verso il corpicino esile della figlia.

«La porti dentro, presto» disse la dottoressa, dopo aver aperto le palpebre della bambina e averle tastato il polso.

Zompettai dietro a loro, mentre Lucia veniva trasportata d’urgenza in camera da letto, dove entrò solo la dottoressa, facendo segno agli altri di aspettarla fuori.

Passarono i minuti, l’orologio scandiva i battiti dei cuori, mentre io gironzolavo per la stanza, facendomi coccolare a turno dalla madre e dal papà della povera Lucia.

Forse in questo modo avrei scoperto cosa affliggeva quella bambina e cosa questo avesse a che fare con la mia teoria delle stringhe di realtà e con Achille e la maledetta tartaruga.

La porta si aprì e la dottoressa fece capolino, indicando ai genitori di entrare, con un sorriso davvero molto dolce.

«Non dovete preoccuparvi, ha avuto un piccolo crollo metabolico, niente di preoccupante, ma le ho fatto alcune iniezioni per bilanciare il suo fabbisogno. Ora è sveglia e cosciente, vuole andare a finire i compiti, direi che è meglio lasciarglielo fare. Più si tiene attiva e meno penserà negativamente alla sua condizione. La malattia che l’affligge non è per nulla da prendere sottogamba, come sapete» spiegò la dottoressa.

«Dottoressa, ci dica la verità, quanto può essere l’aspettativa di vita per una bambina della sua età afflitta da una grave forma di allergia alla luce e che deve vivere con continue trasfusioni di sangue, seguendo un regime di dieta rigido e non potendo uscire quasi mai di casa, se non infagottata come se avesse uno scafandro da palombaro?» chiese la mamma di Lucia.

«Molto lunga se si tiene bene sotto controllo, come le avevo già spiegato. Purtroppo non possiamo curarla, non ne siamo ancora in grado, le ricerche per quanto riguarda questa malattia, sono molto arretrate e i fondi a disposizione sono pochi. Io sono l’unica che ha istituito un gruppo di ricerca solo per la malattia di Lucia. Per ora il decorso sembra essere molto lento ma sono certa che tenendosi curata non arriverà ai livelli che raggiunse la povera moglie dell’ex cancelliere tedesco Helmut Kholl».

«E se invece accadesse, dottoressa? Se davvero la nostra bambina non potesse neppure mettere il naso fuori casa nemmeno nei periodi di ombra? Se dovesse vivere chiusa in una stanza al buio, con i suoi soli pensieri come compagni? Già ha solo due amiche che vengono a trovarla, con i genitori che storcono il naso perché hanno paura di non so bene quale possibile infezione. Rimarrà completamente sola, quando io e mia moglie saremo morti e non avrà altri parenti che vogliano sobbarcarsi il peso della sua condizione. E anche se, come ci ha detto lei, dovesse poter usufruire dell’assegno per malattie invalidanti, come potrebbe essere la vita per lei, senza nemmeno una famiglia?» chiese Matteo, la voce roca e scura.

«Papà, non parlare cosi. Vedrai che starò bene, andrò a scuola e vivrò come tutti gli altri. Se non posso vivere di giorno, lo farò di notte, dovrò solo imparare a fare nanna durante il giorno. Ci vedremo poco ma almeno il pomeriggio sarò con voi, posso sostituirti io, in libreria, papà!» intervenne Lucia.

Nello stupore generale, tutti si girarono a osservare la bambina che mi teneva sul suo grembo, accarezzandomi il pelo fulvo.

«Ma tu non volevi viaggiare? Vedere tanti posti nuovi, scrivere dei tuoi viaggi, fare tante fotografie? Non devi pensare a queste cose, vedrai, starai bene!» rispose Matteo.

«Papà, non si dicono le bugie, me lo avete insegnato tu e la mamma, ricordate?! Lo so che non potrò mai viaggiare. Cosi fino a quando non tramonta il sole. Ma mi va bene, voglio essere davvero la bimba vampira, come mi chiamano tutti qui nel quartiere. Vedrai, farò tante cose, le farò di notte. Sarà come essere in una caverna e vedere solo la luce da fuori» disse Lucia.

Tutti ammutolirono, guardando stupefatti la dolce figurina di Lucia mentre con grande naturalezza cercava di spiegare bene cosa volesse dalla vita e a cosa fosse disposta a rinunciare per essere felice, davvero ammirevole, non avevo alcun dubbio.

Ora capivo molte cose e mi convinsi che il volo iperspaziale e la sua malattia avevano in realtà ben poca affinità, dovevo assolutamente andare alle coordinate che il professor Enigm mi aveva cosi abilmente messo in memoria applicando proprio la mia risoluzione alla tremenda contraddizione del paradosso della tartaruga che Achille non avrebbe mai potuto raggiungere.

«Zenone, vieni che ce la passiamo un po’ in Internet, c’è un giochino che mi piace un sacco, sei un pinguino e devi far cadere delle sfere colorate mettendo i colori giusti insieme, vedrai che divertente»; la voce vispa di Lucia mi riscosse dal miei pensieri, mi sentivo un verme a filarmela proprio in quel momento, quindi andai da lei e le rimasi vicino, osservandola con quanta bravura e maestria usasse la tastiera e il mouse, con un gioco che si era perduto nella notte dei tempi.

«Uff… basta, mi ha annoiato. Sai cosa facciamo, adesso che il papà e la mamma non ci guardano? Giochiamo a questo, ma non devi dirlo a nessuno, non è per bambini e mi sgridano se mi vedono».

Lucia corse all’armadio, aprì il cassetto inferiore e ne trasse fuori una custodia quadrata con dentro un disco argentato.

Lo inserì nel vano, sullo schermo apparse la schermata d’installazione e subito il gioco ebbe inizio.

Capii ben presto che quello altro non era che il famoso gioco di azione spionistica “Metal Gear Solid”, reso celebre ai miei tempi al pari di un poema epico omerico, ormai introvabile in qualsiasi server archeologico.

Lucia era davvero brava, riusciva a gestire bene tutte le situazioni, ad uscire sapientemente da tutti i condotti, infiltrarsi alle spalle e aggirare le guardie senza colpo ferire.

Arrivò al primo ostacolo di fine livello, un agente speciale dal nome ridicolo ma evocativo, Revolver Ocelot, che sparava colpendo pure di sponda.

Falliti i due primi tentativi, Lucia ebbe un moto di stizza e chiuse il gioco senza nemmeno salvare, per poi riporre in tutta fretta il dischetto incriminato.

Prese allora un quaderno dalla copertina rossa e un astuccio, contenente un sacco di matite colorate, di penne a china e una serie di gomme poco usate.

Aperto il quaderno, vidi uno spettacolo incredibile, una serie di disegni tutti realizzati a mano, alcuni erano ritratti dei genitori, altri di personaggi che non avevo mai visto, altri ancora del videogioco con cui prima stava divertendosi e poi altre figure, inventate di sane pianta, draghi e guerrieri, moschettieri, cavalieri e nani, elfi e maghi, piloti d’astronave e uomini alati.

Lucia aveva un grande talento per il disegno, mai me lo sarei aspettato, una bambina davvero con tante frecce al suo arco.

La vidi prendere una matita morbida, una cosa rarissima da noi, che utilizzavamo ormai solo il computer, in modo da non dover più abbattere alberi e lasciare il pianeta al più totale inquinamento.

La vidi fare un disegno di me, ma con una tale grazie e precisione che ne fui realmente commosso, osservandola mentre studiava e copiava le ombre e i giochi di luce, a come dava il senso del pelo, alla cura con cui ritrasse i miei occhi.

Che dire? Anche da gatto, ero proprio un bel figurino.

Andai in grembo suo e mi coccolai e le diedi alcuni colpi con il muso, per farle i complimenti e ringraziarla.

Lei parve gradire e mi accarezzò sotto la gola e dietro le orecchie, facendomi fare le fusa e strappandomi alcuni miagolii deliziati.

«Quanto sei dolce, mi fa piacere che ti piaccia. Sai, anche se non potrò viaggiare, mi piace tanto pensare a quello che c’è li fuori, magari fosse pieno di maghi e guerrieri o di mondi da vedere. Ecco, qui ho un disegno che ho preso da una cartolina che mi ha portato a casa il mio papà per farmi esercitare, è il belvedere con la torre dell’orologio, costruita con tre quadranti montati su tre torri diverse, opera di un famoso architetto del Rinascimento. E’ uno spettacolo meraviglioso, mi hanno detto, quando rintoccano le ore, perchè i pupazzi meccanici escono fuori e ballano per noi. Come mi piacerebbe vederlo» disse Lucia.

Io rimasi inebetito, non poteva essere vero, allora il professor Enigm aveva visto giusto, tutto combaciava, bastava solo uscire dall’oscurità del molteplice infinito e ricordarsi di guardare le dimensioni dall’unico punto non viziato alla visione.

Il punto d’intersezione degli infiniti in atto, il luogo dove si formava il varco per il viaggio nel tempo e nello spazio.

E quella bambina mi aveva fatto capire l’importanza necessaria a studiare bene anche stando all’interno di un luogo circoscritto.

Sì, anche quella stanza poteva essere perfettamente una sezione d’infinito, la distanza che divideva la porta della camera di Lucia con quella della libreria all’esterno. Lucia aveva il limite della luce, non poteva guardare il mondo illuminato e ne sarebbe morta.

Dovevo andare lì, dalle torri osservare la convergenza delle infinite vie del tempo e dello spazio, dovevo colmare il divario tra Achille e la Tartaruga prima che fosse troppo tardi per ricordare tutto questo sistema.

Presi in bocca la cartolina del luogo in questione e la osservai bene, m’impressi dentro la via e corsi fuori a perdifiato.

Ero talmente trafelato che non mi accorsi di Lucia che mi chiamava da dietro, ormai dovevo lasciarla e se le fossi rimasto vicino non avrei mai avuto il coraggio.

Mi precipitai fuori dalla libreria, passando inosservato m’inoltrai verso la strada, dove attraversai.

Uscito dall’altra parte della strada principale, vidi con chiarezza il luogo che dovevo raggiungere, la collina del belvedere con le tre torri dell’orologio.

Avrei dato delle coordinate precise che sarebbero poi servite al professor Enigm per determinare le costanti e costruire infine quel maledetto motore a intersezione di eventi, che avrebbe portato l’umanità verso una nuova rinascita.

Ero inorgoglito da tutto ciò, ma non potevo perdere altro tempo, ne valeva del destino di tutti.

Feci per muovermi ma solo allora la percepii con il mio udito affinato, una voce di bambina che chiamava.

«Zenone… dove sei finito? Zenone, perché sei fuggito via? Ah eccoti là, aspetta che vengo a prenderti!» disse Lucia con voce dolorante e vidi con chiarezza cosa poteva fare la malattia a quella dolce e generosa bambina.

La pelle stava cominciando ad arrossarsi e gli occhi lacrimavano copiosamente, mentre Lucia cercava di attraversare la strada in quel traffico infernale.

Vidi una macchina suonare il clacson a tutto volume, era sulla traiettoria per investire Lucia, non ci pensai nemmeno un secondo e corsi verso di lui, fermandola giusto in tempo.

Purtroppo l’automobile mi colpì, proiettandomi dall’altra parte del marciapiede, come un sacco di patate.

Atterrai di violenza, le mie ossa fecero un sinistro suono mentre le mie zampe sanguinavano di brutta, lo shock fu talmente forte che continuavo a essere cosciente ma a non sentire minimamente il dolore, nemmeno quando Lucia mi fu vicino, per accarezzarmi.

Stava chiamando aiuto; la pelle arrossata e bruciata, chissà quanto stava soffrendo la piccola.

Neanche il mio dolore era paragonabile al suo.

Quanto avrei voluto che in quel momento potesse capire di cosa avevo bisogno, che uscisse dall’oscurità, per portarmi a contemplare in modo circolare la vera essenza del mondo intellegibile, gli infiniti nella loro perfezione, musica sferica in un mondo apparentemente caotico.

Fu l’ultimo pensiero prima di sentire a malapena le carezze di Lucia, che mi prese in braccio e mi trasportò con se, poi calò il nero, avvolgente e dolce.

«Zenone… ehi, Zenone, vuoi svegliarti? Avanti, pigrone che non sei altro, l’esperimento è riuscito, rallegriamoci e beviamoci sopra, non dobbiamo più preoccuparci di nulla, potremo andare nel cosmo finalmente»; la faccia rubiconda, la barba corta e curata, bianca come la neve, del professor Enigm si fece chiara al mio sguardo, mentre il suo sorriso mi restituì il buon umore.

Ero a casa, on ero mai andato via, come immaginavo l’esperimento di trasduzione quantica dell’immagine residua del pensiero non aveva funzionato, mi ero sognato tutto, per fortuna.

«Professor Enigm, la smetta di prendermi per i fondelli. Tutto questa storia è stata semplicemente la più madornale cantonata che abbia preso nella sua carriera. Noi non potremo mai usufruire dell’iperspazio e non potremo mai avventurarci oltre i confini della velocità della luce. E’ stato un fallimento totale, adesso si è convinto che il paradosso di Achille e la Tartaruga non può essere in nessun modo risolto?» chiesi.

Fu allora che la vidi, in tutto il suo splendore, non riuscivo a credere ai miei occhi, pensai che fosse solo una allucinazione dovuta a tutto l’esperimento.

«Ciao, Zenone. Ma allora davvero non eri un gatto!» disse la bella voce di Lucia, che mi guardava divertita con il vestitino con cui l’avevo lasciata precipitosamente.

«Professor Enigm, ma cosa…?».

«Zenone, l’esperimento è stato davvero un successo, non potevo di certo realizzare la trasduzione iperspaziale senza avere contemporaneamente qualcuno dall’altra parte qui con noi. Vedi la tua trasmigrazione è stata davvero molto aleatoria, la prima volta, non disponevo di dati certi e quindi ho dovuto prima di tutto pensare alla tua incolumità e sicurezza personale».

«Professor Enigm, ma avevano calcolato che non potessimo trasmettere materia, ma solo le onde del pensiero che avrebbero collimato con quelle di qualcun altro nel tempo e nello spazio. Come è riuscito a fare questo?» chiesi confusamente.

«Non è stato difficile, signor Zenone. Stavo tanto male, il sole mi stava facendo davvero soffrire, allora sono andata all’ombra portandoti con me, nel mentre ho sentito come aprirsi qualcosa e mi sono ritrovata qui, però senza il gatto Zenone. Però mi ha detto che era lei disteso sul letto, allora non ci ho davvero capito niente», disse Lucia con il tipico tono giocoso.

«Mi sta dicendo che stavo facendo tutta quella fatica per niente? Che bastava che facessi collimare le coordinate degli infiniti in qualsiasi punto io mi trovassi?».

«Il pensiero è realtà e la realtà è pensiero, dimensioni infinite in un tempo nullo e in uno spazio ancora più inconsistente. Una circonferenza il cui raggio è in ogni punto e i confini in ogni dove» rispose il professor Enigm.

«Allora, quando i miei pensieri hanno collimato con le tre torri che definivano le coordinate nello spazio tempo…».

«E’ stato bellissimo, un attimo prima stavo piangendo perché eri tutto ferito e perdevi tanto sangue, quel cattivone non si è nemmeno fermato, se non mi avessi spostato in tempo sarei morta anch’io e non avrei mai visto nulla del genere, è fichissimo! E cosa sono tutti questi macchinari?» chiese Lucia, correndo verso il terminale di controllo della macchina di trasduzione.

«Ehi ma sei reale! Sento i tuoi passi e puoi toccare le cose. Professor Enigm, come diavolo…?».

«Avendo in possesso dati più precisi e potendo eseguire una triangolazione pressochè perfetta d’intersezione tra infiniti, avendo a disposizione anche un secondo elemento di appoggio, ho calcolato l’energia corretta per un teletrasporto quantistico interdimensionale, per avere già tutti i dati precisi per il viaggio iperspaziale. Solo non pensavo che fosse sufficiente a trasportare anche un corpo fisico da un’altra dimensione, per fortuna non ci saranno ripercussioni su questo continuum spazio tempo, altrimenti sarebbero guai seri», cachinnò il professor Enigm.

Andai vicino a Lucia, le accarezzai la testa, notando le piccole cicatrici che andavano via via scomparendo dal suo bel viso.

Improvvisamente alzai gli occhi alla finestra e un brivido ghiacciato percorse la mia spina dorsale per tutto la lunghezza.

«Professor Enigm… venga qui, per favore, in fretta».

Enigm mi si avvicinò e lo vidi impallidire in volto. Quello che avevamo davanti non era il vecchio mondo come lo conoscevamo, era completamente lussureggiante, una foresta meravigliosa e in mezzo ad essa si spostavano le persone su dischi volanti non più grandi di un metro e mezzo di diametro, che parevano essere sorretti da una forza invisibile.

Enigm accese immediatamente l’olotelevisione, e si mise ad assistere a tutti i telegiornali possibili, mentre io facevo giocare un poco Lucia, in modo da distrarla.

«Non ha senso, una modifica in un’altra dimensione non dovrebbe assolutamente modificarne l’assetto cronologico di un’altra, è scientificamente impossibile. Eppure è accaduto, siamo in un mondo diverso, dove l’inquinamento e le guerre non hanno distrutto la Terra e a quanto sembra tutto funziona con una sola forma di energia pulita e rinnovabile, solo che non riesco a capire esattamente come. Sembra che tutto sia attivato dalle facoltà psichiche della mente umana, ma questo non ha alcun senso, era stato provato ancora molti anni prima che la mente umana non aveva questa capacità, davvero, Zenone, sono confuso».

Guardai fuori e guardai Lucia, poi tornai a posare gli occhi sul professor Enigm, lo sguardo corrucciato e confuso.

«Universi che si intersecano, professor Enigm. Achille e la Tartaruga si raggiungono a vicenda, annullando l’infinito e unendo tutto in un solo cosmo, eterno e non diveniente».

«Dobbiamo portare indietro la bambina, immediatamente».

«Temo non servirebbe, ma possiamo tentare, d’altronde non ho nessuna intenzione che le accada qualcosa di male e senza la sua famiglia si sentirebbe persa. No, la riporteremo indietro ma prima la cureremo, abbiamo la tecnologia giusta per farlo».

«Non so quanto, mio caro Zenone, non conosco questo mondo, purtroppo… forse potremmo anche…»; Enigm fece il cenno di tagliare la gola.

«No, se lo scordi, tenteremo di tutto, sapevamo che quest’esperimento poteva avere un esito disastroso, ora rimetteremo tutto a posto. Lucia ci darà una mano».

«E come? Non so come ho fatto a portarti qui e a trasformarti in uomo, eri anche più carino come gatto» chiese Lucia.

«Penso che sia accaduto qualcosa e penso che le risposte siano tutte nel tuo cervellino» risposi.

«Nella sua mente? Cosa vorresti dire, Zenone?».

«La mente di questa bambina è riuscita a collimare le coordinate facendo in modo che tu percepissi la sua energia, in modo tale da essere trasportata qui, in questa realtà, forse non siamo noi a essere tanto fuori posto, Enigm. La bambina ha compreso, non so quanto inconsciamente, il segreto della trasduzione quantica con concentramento energetico, l’ha fatto con qualcosa che ora si usa comunemente, ma per noi è assurdo, la forza del pensiero».

Guardai di nuovo fuori, rapito da quella visione paradisiaca, ero certo che Lucia aveva compreso che in realtà le dimensioni sono solo strade che si diramano all’infinito da un unico punto, per poi tornare ad esso, nell’illusione del tempo e dello spazio.

Avremmo dovuto comprendere tutto questo prima di iniziare questa follia, ma ormai era fatta, dovevamo rimediare.

Spazio e tempo non sono altro che l’immagine mobile dell’eternità.

 

Redazione
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